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STORIA: LETTERATURA: L’Italia tra Cinquecento e Seicento. La compagnia di Gesù

18 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco
(Tratto da Luigi Barzini jr. “Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo”)

“Vi furono italiani che non si rassegnarono all’impotenza, e furono forse molti di più di quanto si immagini. Costoro non amavano essere divertiti, distratti, abbacinati, e beneficati; non sopportavano di essere mantenuti nell’ignoranza, ingannati e sfruttati. Avevano in odio di dover dipendere dall’arte di vivere (la quale non è notoriamente più arcana dell’arte di ottenere favori da padroni ottusi, ingrati e capricciosi) per tirare avanti. Accade a volte di intravvedere l’infelicità di questi uomini. Ecco, per citare un solo esempio tra tanti, quello che Battista Guarini scrisse sconsolatamente a un amico, dopo essere stato nominato poeta presso la corte di Ferrara: « Fatto forza a me stesso, cercai di trasformarmi tutto in altrui, e di prendere a guisa di istrione la persona, i costumi, e li affetti che ebbi un tempo; e d’uom maturo che io era, sforzarmi di parere giovane; di malinconico, festevole; d’uom senza amore, innamorato; di savio, pazzo, e di filosofo alfin poeta». Croce dice: «Chi conosce i documenti del tempo, non sente serenità e lietezza; e sarebbe tentato piuttosto a dire che si era perso anche il riso, il buon riso sano, immancabile nella sana vita spirituale, tanto che si cercò di foggiarlo artificialmente mercé le poesie burlesche, i ghiribizzi accade* mici e i poemi eroicomici, freddure di solito e non giocondità».
Gli italiani orgogliosi, come è avvenuto in tutti i tempi, anche i più vicini a noi, si vergognavano di non essere governati da leggi, di non essere i protagonisti della vita nazionale e gli arbitri dei propri destini, sentivano l’umiliazione e il fastidio di osservare il servilismo e la facile allegria del popolo intorno a loro. «L’Italia, che aveva avuto apostoli e martiri nel Cinquecento», spiega Croce, «e ne produsse in tanta copia e così alti e degni più tardi nell’età del Risorgimento, nel Seicento non presenta apostoli e martiri, i quali sorgere non possono quando vi sia pigra tranquillità e rassegnazione negli spiriti.» Non vi furono, forse, molti apostoli e martiri, ma vi furono molti uomini che soffrirono perché non ve n’erano, e trovarono intollerabili la mancanza di uno scopo e il vuoto delle loro esistenze. Molti di costoro emigrarono. Se anche l’Italia non aveva una sua storia, singoli italiani tentarono di divenire individualmente personaggi storici. Alcuni divennero diplomatici e statisti di sovrani stranieri, come il cardinale Mazzarino, o militarono negli eserciti di altri paesi. Ingegneri italiani diressero i lavori all’assedio di Anversa e all’assedio di La Rochelle. Alessandro Farnese divenne uno dei più grandi generali di Filippo II di Spagna e guidò eserciti in Fiandra e in Francia. Gabriele Serbelloni difese Malta dai turchi, divenne generale spagnolo in Fiandra con il duca d’Alba, combatté a Lepanto sul 166° galeone, chiamato «La Donzella», all’estrema sinistra, quale comandante dell’artiglieria della flotta cristiana contro i turchi. Raimondo Montecuccoli di Modena comandò gli eserciti imperiali e scrisse trattati d’arte militare (era fautore di eserciti piccoli, bene addestrati, muniti di armi leggere, e per ciò più rapidi). Il reame di Napoli era considerato dagli spagnoli una riserva inesauribile di soldati e di ufficiali: decine, forse centinaia di migliaia di napoletani di cui nessuno ricorda il nome si batterono e inerirono in tutta Europa e nelle Americhe per la Spagna.
Il fatto che questi uomini combattessero anche per qualcosa di più della paga e di una parte del bottino è dimostrato dalla loro estrema suscettibilità in questioni concernenti l’onore nazionale. Essi non fa-cevano che sfidare stranieri (quasi sempre francesi) che schernivano il coraggio e la lealtà dei soldati italiani. Il ricordo di questi scontri cavallereschi (nei quali gli italiani riportavano di solito la vittoria) è mantenuto vivo in Italia: gli scolari devono studiarli. I francesi, naturalmente, li hanno dimenticati. Il primo di questi combattimenti patetici ebbe luogo nel 1503: la famosa disfida di Barletta. Cavalieri italiani al comando di Prospero Colonna si battevano con gli spagnoli comandati da Consalvo de Cordoba contro i francesi per assicurarsi il possesso delle Puglie. Un capitano francese a nome La Motte fu catturato e portato al campo spagnolo. A cena derise gli italiani, dicendo ch’erano vili e traditori, e aggiungendo che lui, con un pugno di francesi, era pronto a incontrarsi sul campo, in qualsiasi momento, con un ugual numero di italiani. Lo scontro si svolse in una località solitaria tra Andria e- Corato, tredici francesi contro tredici italiani, il 13 febbraio. Gli italiani sbalzarono di sella tutti gli avversari e furono dichiarati vincitori. Nessuno rimase ucciso. Una lapide di pietra alta sei metri fu eretta sul posto per ricordare l’evento con nobili parole latine. I soldati francesi di Napoleone l’abbatterono una notte del 1805; fu di nuovo orgogliosamente rimessa in piedi dalla popolazione locale dopo Waterloo. È ancora là, perduta in un vigneto, e ricorda agli italiani che, anche quando i tempi sembravano più oscuri, non tutto era perduto.
Un’altra sfida analoga ebbe luogo nel 1636, nella pianura di Crevacuore, presso il Sessera nella valle omonima. Questa volta a battersi furono due squadre di trenta uomini, e il combattimento doveva continuare fino a quando tutti i campioni di una parte non fossero stati uccisi o feriti. Gli italiani stavano prevalendo, ma quando la loro vittoria sembrava quasi certa, tutti i soldati francesi che assistevano allo scontro si buttarono in mezzo menando colpi all’impazzata. Per evitare il pericolo di una vasta e disordinata battaglia gli ufficiali di entrambe le parti fecero cessare il combattimento. In seguito il comandante francese si scusò per il comportamento sleale dei suoi uomini. Questo episodio non è ricordato da nessun monumento.
I duelli tra singoli italiani e stranieri non si contano. Ancora all’inizio del diciannovesimo secolo, il napoletano Carlo Filangieri sfidò e uccise un generale francese che aveva offeso i napoletani. Il 19 febbraio 1826, a Firenze il generale napoletano in esilio Gabriele Pepe sfidò il segretario della legazione francese in Toscana, Alphonse de Lamartine, che aveva definito l’Italia «la terre des morts» in una poesia. Lamartine rimase ferito, abbracciò l’avversario, e riconobbe cavallerescamente di essersi sbagliato. Pepe divenne un personaggio noto a Firenze e si guadagnò finalmente da vivere dando lezioni di italiano agli stranieri. L’ultimo di questi nobili scontri fu sostenuto da un principe reale, Vittorio Emanuele di Savoia Aosta, conte di Torino, che sfidò un principe della casa di Francia, Henri d’Orléans, il quale aveva scritto alcune corrispondenze dall’Etiopia per il «Figaro», gettando il ridicolo sul nostro esercito coloniale. Il duello ebbe luogo a Vaucresson, vicino a Versailles, il 15 agosto 1897. Henri d’Orléans rimase lievemente ferito.

(…)

Nulla in Italia sembrava più Barocco-italiano della Compagnia di Gesù. In senso stretto non si trattava di una istituzione italiana. Aveva un’anima di acciaio spagnolo. Fu creata nel 1539, come tutti sanno, da un hidalgo, un soldato, un fautore della disciplina, condottiero nato di uomini, che imbevve la sua creazione delle austere, eroiche e ostinate qualità e dei pregiudizi del suo popolo e della sua classe, don Inigo Lopez de Recalde, signore di Loyola e di Onaz, comunemente noto come Sant’Ignazio di Loyola, aiutato da un pugno di sacerdoti spagnoli e francesi. I primi discepoli italiani si unirono a lui soltanto in un secondo tempo. Ciononostante la Compagnia si identificò nell’opinione comune con gli aspetti più vistosi del Barocco italiano, li interpretò e li incoraggiò: il conformismo, l’opulenza spettacolare, gli spettacoli stupefacenti e l’evasione ingegnosa di ogni genere di leggi e norme fastidiose.
Nessuna organizzazione cristiana, laica o ecclesiastica era mai stata infatti più dedita all’irreggimentazione, più severamente disciplinata, razionalmente organizzata, sistematicamente diretta e standardizzata con tanto successo. Si istruivano i Padri a ubbidire ciecamente al loro superiore «che prendeva il posto di Dio», indipendentemente dalla sua saggezza, dalla sua religiosità o dalla sua discrezione. Il Padre generale era attentamente controllato da subordinati ch’egli non poteva allontanare. Tutti i gesuiti costituivano ingranaggi intercambiabili di una grande macchina; parlavano tutte le lingue e riuscivano ad adattarsi a qualsiasi ambiente. Dovevano infiltrarsi in ogni angolo e in ogni piega, e dominare la società. Si insegnava loro ad essere «tutte le cose per tutti gli uomini». Influenzarono la Chiesa, le vite private di milioni di oscuri individui e le decisioni dei principi. Nessun’altra istituzione riuscì ad appagare in modo così brillante la brama italiana di spettacoli e di opulenza e di quegli ineffabili e fugaci stati d’animo che soltanto una efficace messa in scena poteva determinare.
Quello che denominiamo stile barocco fu creato da architetti della Compagnia, i buoni Padri che progettarono le prime chiese gesuitiche a Roma. Fu chiamato «stile gesuita» quando nessuno ancora ricordava i sillogismi o le perle deformate. È tuttora visto con diffidenza e disapprovato dai protestanti e dai cattolici del Nord, perché sa troppo di Mediterraneo. Le chiese dei gesuiti furono progettate funzionalmente per avvolgere i fedeli in un’atmosfera di sogno, una festa inebriante di son et lumière e di fragranti emanazioni di incenso. Mai gli ornamenti erano stati tanto sontuosi, mai marmi di ogni colore, mai oro e argento erano stati cosi prodigalmente impiegati. La finzione barocca raggiunse vertici senza precedenti: i marmi erano scolpiti in soffici pieghe per imi-tare il velluto o il damasco, l’intonaco era dipinto in modo da imitare il marmo, e non tutto l’oro era oro.
L’essenza stessa dello stile barocco non fu forse il suo perpetuo sforzo di ingannare e deliziare? Croce lo definì «la ricerca dell’inaspettato e dello stupefacente». «È del poeta il fin la meraviglia », scrisse il più grande poeta del tempo, Giovambattista Marino, che si serviva delle parole ingannevolmente e decorativamente come gli architetti impiegavano metalli e marmi. Nelle chiese dei gesuiti risuonavano musiche nuovissime di una dolcezza estasiante, e dai loro pulpiti scendeva un’eloquenza studiata, mai udita prima di allora, un discostarsi rivoluzionario dai tediosi e scolastici rimproveri degli altri sacerdoti, un’eloquenza ornata e mielata che destava nei fedeli sentimenti indicibili. Le chiese dei gesuiti continuavano ad affollarsi anche quando molte altre rimanevano deserte.
Nel confessionale, il consiglio dei gesuiti era avidamente ricercato in ogni sorta di complicate difficoltà. Ben presto essi divennero i professori alla moda dell’arte di dirigere le anime. «Sachez donc que leur objet n’est pas de corrompre les moeurs», ammise uno dei loro avversari più implacabili, Blaise Pascal. «Ce n’est pas leur dessein. Mais ils n’ont pas aussi pour unique but celui de les réformer: ce serait une mauvaise politique.» I gesuiti elaborarono un metro elastico, la casistica, per determinare il valore morale delle azioni umane, mediante il quale potevano rassicurare, guidare, persuadere i peccatori senza spaventarli. «Par là,» commentò amaramente Pascal, «ils conservent tous leurs amis, et se défendent contre tous leurs ennemis.» -E Fra’ Paolo Sarpi, che anch’egli odiava la Compagnia, scrisse in una delle sue lettere: «I gesuiti hanno tante scappatoie, pretesti, sfumature insinuanti, da essere più mutevoli dei sofisti, e quando si crede di averli afferrati tra pollice e indice, si liberano dimenandosi e svaniscono».
Non v’è dubbio, malgrado tutto ciò, che la Compagnia stessa non era barocca. Stando anche al parere dei numerosi oppositori e critici, i Padri non consentivano ad alcuna casistica di macchiare la loro condotta personale. Vivevano da santi, rigorosamente e impeccabilmente. Gli scandali non sfiorarono mai gli individui. In tempi nei quali quasi tutto il clero era affondato in un pantano morale e intellettuale, i Padri si meritarono il rispetto di tutti (che si rifletté in un certo modo indirettamente su ogni altro sacerdote) con la loro modestia, la loro dedizione, l’erudizione, lo zelo e la purezza impeccabile dell’esistenza che conducevano.
Pascal aveva tuttavia ragione in un senso. Essi erano fermamente con-vinti di essere gli unici in grado di salvare la Chiesa dal disastro. Vede-vano se stessi come Un manipolo di soldati che tenevano testa a forze nemiche la cui superiorità era schiacciante. Il paragone può essere fatto risalire alla mentalità militare del fondatore. Il nome stesso che egli diede al suo ordine, Compagnia, era quello delle bande di soldati che seguivano un condottiero. Disse che le antiche comunità monastiche erano la fanteria della Chiesa e avevano il dovere di aspettare a piè fermo il nemico, mentre i gesuiti rappresentavano la cavalleria leggera, capace di muoversi rapidamente e di manovrare. Come ogni reparto di cavalleria leggera, dovevano penetrare in profondità dietro le linee nemiche, raccogliere informazioni, catturare ostaggi e prigionieri, arrecare tutti i danni possibili e fare tutto ciò che si rendesse necessario con ogni mezzo disponibile.
La mentalità militare di Ignazio comprese inoltre il valore strategico eccezionale dell’Italia. Egli sapeva che le battaglie decisive per la salvezza della Chiesa, come quasi tutte le battaglie terrestri per la supremazia politica europea, dovevano essere combattute a sud delle Alpi. In ogni altro luogo la Chiesa poteva, avendo fortuna, assicurarsi potere o autorità; in Italia si poteva salvarla o perderla per sempre. Pertanto concentrò con diligenza quasi tutti i suoi uomini migliori e i suoi tentativi più tenaci in Italia, e stabili il quartier generale a Roma. La Compagnia escogitò armi e tattiche adatte al compito particolare che doveva affrontare, e si conformò all’ambiente. Inventò modi ingegnosi per edificare, divertire, istruire, spaventare, incantare e dominare gli italiani, cosi come erano, come li aveva trovati. Creò scuole dappertutto, le migliori scuole dell’epoca, scuole gratuite per i fanciulli poveri ma capaci, scuole costose per i ragazzi di buona famiglia, dirette da studiosi competenti, in modo che l’élite dirigente della generazione successiva avesse una formazione gesuita; ma, al contempo, diffuse la cultura e l’erudizione. Sfruttò senza dubbio alcune corrotte tendenze italiane, ma si avvalse anche dell’abbondante intelligenza, dei talenti artistici, dei sentimenti religiosi degli italiani, e dell’orgoglio che riponevano nella loro Chiesa.
La Compagnia riuscì in pieno. In pochi anni, conquistò praticamente l’anima del popolo e controllò la società italiana. Pur non perdendo mai il proprio austero carattere spagnolo, parve agli stranieri così duttilmente italiana, un’espressione cosi tipica dei tempi e del luogo, che dovette tener testa a uria viva opposizione. L’ostilità da essa provocata all’estero fu di gran lunga accresciuta dalla più antica ostilità che gli italiani avevano sempre destato. E, viceversa, la Compagnia rese più difficile la vita degli italiani, perché i sospetti che li avevano circondati per secoli furono aggravati dalla convinzione che essi fossero divenuti i discepoli dei gesuiti.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart