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STORIA: LETTERATURA: L’ultima crociera dell’Arandora Star

12 Novembre 2013

di Mario Camaiani

Nel secolo scorso molti lucchesi, come pure tanti altri connazionali di altre parti d’Italia, emigrarono in Inghilterra dove, lavorando duramente ed onestamente, si integrarono con quel popolo divenendone parte effettiva e creandosi proprie famiglie, con relativa discendenza. Ma, ovviamente, pur sempre mantenendo la loro identit√† culturale di italiani, come la lingua nativa, la religione cattolica e vari altri legami affettivi, sia con la loro Patria di origine, che con parenti e conoscenti in quella rimasti. Le famiglie erano fra loro unite; molti matrimoni dei figli avvenivano nella loro cerchia e, nelle citt√†, nei centri dove risiedevano, erano sorti dei ‚Äúcircoli italiani‚ÄĚ. In detti circoli si svolgevano feste, ricorrenze, pranzi, cene, spettacoli musicali e di altro genere…: tutte queste attivit√† erano ben viste dalle persone del posto, molte delle quali avevano contratto amicizia con gli italiani. Ma questa benevola convivenza cominci√≤ ad incrinarsi quando, negli anni trenta, l’Italia ebbe violenti contrasti con la Gran Bretagna, che culminarono con la presa dell’Abissinia da parte dell’Italia e con le ‚Äúsanzioni‚ÄĚ che gli inglesi ed i loro alleati gli imposero. Per cui le autorit√† inglesi presero a sospettare degli italiani da loro residenti ed iniziarono a sorvegliarli, fin nelle loro¬†¬† ricreazioni. Poi, sul finire del decennio del ’30,¬† la Gran Bretagna e¬† la Francia entrarono in guerra contro la Germania la quale, aiutando l’Italia a sostenere il peso delle ‚Äúsanzioni‚ÄĚ, aveva stipulato con questa un patto di alleanza; e dunque anche l’Italia stava per prendere parte al conflitto. A questo punto gli italiani in Inghilterra, considerati come potenziali nemici, venivano osteggiati in vari modi e nella nostra comunit√† crescevano le preoccupazioni che venivano esternate in concitate e nervose espressioni, come avvenne in una domenica mattina di maggio ’40, all’uscita della Santa Messa:¬† ‚ÄúMa che vorranno fare: imprigionarci tutti?‚ÄĚ, diceva uno. ‚ÄúNo, che non gli conviene, che siamo in tanti e gli costerebbe troppo!‚ÄĚ, fece un altro, sorridendo. Al che un altro ancora intervenne: ‚ÄúNon √® il caso di scherzare, che la faccenda non √® per nulla bella‚ÄĚ. ‚ÄúE allora, che si deve fare? – ribatt√© il precedente, e continu√≤ -: Come si suol dire, non bisogna fasciarsi la testa prima di averla rotta e finora, pur sospettando in generale di noi italiani, le autorit√† non hanno fatto del male ad alcuno. In fondo siamo anche inglesi, molti di noi ne hanno assunto la cittadinanza, i nostri figli quasi tutti sono nati in Inghilterra; ed in questa contingenza la gente comune, che ben ci conosce, ci mostra comprensione ed amicizia, non condividendo l’atteggiamento dei pubblici poteri¬† nei nostri riguardi. Comportiamoci bene, come sempre abbiamo fatto, da buoni cittadini; non prendiamo parte a discussioni politiche-militari e, se necessario, affermiamo che una eventuale guerra fra l’Inghilterra e l’Italia la detestiamo con ripugnanza, il che √® vero, e possibilmente restiamo tranquilli in attesa degli eventi‚ÄĚ. Questa argomentazione convinse a malapena qualcuno, ma i pi√Ļ restarono scettici ed infine una signora sintetizz√≤ il pensiero dei pi√Ļ: ‚ÄúDiscorso troppo ottimistico: speriamo di no; ma penso che la realt√† sar√† assai pi√Ļ dura. Ed in questo caso dovremo cercare di sopportarla con dignit√†‚ÄĚ.

Dieci giugno 1940:¬† l’Italia dichiara guerra alla Gran Bretagna ed alla Francia ed immediatamente in Inghilterra scatta la ‚Äúcaccia‚ÄĚ agli italiani, evidentemente gi√† ben preordinata: vengono arrestati i¬† maschi con l’et√† compresa da diciotto (ed¬† anche meno) fino ad oltre settant’anni e radunati in attesa di essere inviati in appositi campi di concentramento, come prigionieri di guerra: essi che militari non erano, bens√¨ civili cui non veniva imputato alcunch√© di malefatta. Lo stato degli animi nella italica comunit√† era alla disperazione e le donne, private ingiustamente dei loro uomini, gridavano pubblicamente la loro protesta. ‚ÄúCi punite senza che abbiamo commesso alcuna colpa; siamo da decenni nella vostra Nazione e di nulla potete accusarci. Ridateci i nostri figli, fratelli, mariti, padri…Perch√© ci fate questo?‚ÄĚ. Altre, pacatamente, dimostravano con logica l’assurdit√† di detta deprecabile operazione: ‚ÄúHanno imprigionato i nostri uomini, come nemici, capaci di poter fare spionaggio, sabotaggio, e chiss√† che altro di male ancora, lasciando le donne ed i vecchi liberi: ma similmente pure queste persone altrettanto potrebbero fare le stesse azioni di quelli…Inoltre si trovano fra noi donne che hanno figli, nati in Inghilterra e adesso adulti, che militano nell’esercito britannico…mentre i loro padri vengono internati!‚ÄĚ.

La marina militare britannica, per esigenze belliche, aveva requisito molte navi mercantili, passeggeri e da crociera; ebbene, una di queste ultime era l’Arandora Star, bellissima nave transoceanica, che in molti¬† anni di attivit√† aveva solcato le acque di tante parti del mondo compiendo crociere di lusso, mentre ora veniva adibita a trasporto di deportati. Ed esattamente doveva trasportare in Canada, per essere internati¬† in un campo di concentramento, proprio i nostri connazionali, insieme ad altri prigionieri tedeschi e austriaci. Il piroscafo, che in tempi normali aveva una capienza di poco pi√Ļ di 500 passeggeri, fu sovraccaricato da 1500 uomini, di cui un centinaio prigionieri di guerra; gli altri, prigionieri civili, erano soprattutto italiani, originari da varie regioni della Penisola, fra i quali anche del nostro territorio lucchese. Ebbene, conoscendo¬† alcuni discendenti di quei deportati, ad essi mi sono rivolto onde acquisire informazioni utili per la stesura del presente racconto; e questi, molto cortesemente, me le hanno fornite. In particolare uno di essi mi ha narrato di un certo Saverio, cugino di suo padre, che nel 1900 emigr√≤ dalla Garfagnana, sua terra di nascita e si stabil√¨ a Glasgow dove, lavorando di giorno come muratore e talvolta di sera come lavapiatti in un ristorante, raggiunse una buona posizione economica-sociale. Indi si spos√≤ con una ragazza di famiglia italiana proveniente dall’Emilia, ed ebbe due figli. Infine, ormai sessantacinquenne, quando da poco aveva iniziato a godersi la meritata pensione eccolo, arrestato, assieme agli altri prigionieri, nel porto di Liverpool, sulla banchina presso la quale era ormeggiata l’Arandora Star, in attesa di salire a bordo! Sorvegliati dai militari di guardia i deportati presero posto sulla nave: era una massa di persone stipata in poco spazio, ed i pi√Ļ avrebbero dovuto dormire coricati per terra. Quel giorno era il primo luglio 1940, esattamente tre settimane dopo l’inizio delle ostilit√† fra l’Italia e la Gran Bretagna: evidentemente il rastrellamento e la cattura degli italiani sul suolo inglese era stata rapidissima, un’operazione-lampo! Ed in quello stesso giorno la nave iss√≤ le ancore e salp√≤ verso il largo, verso l’Atlantico. Per√≤, imprudentemente, essa, chiaramente senza armamenti, era senza scorta, senza segni che potessero indicare il tipo di carico umano che trasportava e seguiva una rotta durante la quale era probabile che incappasse in qualche sommergibile tedesco, i famosi U-Boot, che infestavano quei mari. Questo pericolo era recepito con apprensione anche dai prigionieri, che per√≤ cercavano di sdrammatizzare la situazione cantando e scherzando. Mentre cantavano le guardie inglesi li osservavano con severit√†, ed allora qualcuno degli italiani disse a loro: ‚ÄúPer caso, √® anche proibito cantare?…Non cantiamo ‚ÄúFaccetta nera‚ÄĚ, o canti simili; bens√¨ ‚ÄúO sole mio!‚ÄĚ, ed altre canzoni italiane…che sono pi√Ļ belle delle vostre!‚ÄĚ. Altri ancora dicevano: ‚ÄúPrendiamoci allegramente questa crociera di lusso, e di in vacanza in Canada, per chiss√† quanto tempo; ed il tutto a spese degli inglesi!‚ÄĚ. E gi√Ļ, tutti a ridere.

Ma, purtroppo l’indomani, dopo appena un solo giorno di navigazione, il piroscafo fu intercettato da un sottomarino germanico, il cui comandante ritenne quella nave adibita a trasporto di materiale bellico e perci√≤, comodamente, dette l’ordine di lanciargli contro un siluro, che la colp√¨ a morte. Subito scatt√≤ la disperata corsa verso le scialuppe di salvataggio, che erano poche rispetto al numero delle persone a bordo, in uno scenario di terrore e di morte, mentre la nave affondava rapidamente, e perci√≤ la maggioranza di esse per√¨ nel naufragio. La tragedia si svolse in meno di un’ora ed infine il mare inghiott√¨ l’Arandora Star e con essa perirono pi√Ļ di ottocento uomini, di cui¬† quasi cinquecento erano italiani. L’ SOS,¬† lanciato dal piroscafo fu raccolto da una nave da guerra canadese che, trovandosi non lontano, giunse rapidamente sul tratto di mare del naufragio, raccogliendo i quasi seicento superstiti, fra i quali Saverio, riportandoli in Inghilterra. I deportati tratti in salvo, dato l’accaduto, speravano in una amnistia: ‚ÄúAdesso avranno piet√† di noi, che siamo scampati a questa ecatombe, ci rimanderanno alle nostre famiglie, alle nostre case…‚ÄĚ. Invece no, furono internati in centri detentivi, in attesa di ripartire nuovamente verso campi di concentramento, questa volta nelle colonie inglesi in estremo oriente. Pure Saverio¬† fece parte di un gruppo di prigionieri imbarcati su una nave diretta in chiss√† quale isola dei possedimenti britannici in Oceania; ma anche questo piroscafo, pochi giorni dopo la partenza, fu silurato e affondato da un sommergibile tedesco!¬† Ed in questa circostanza, con tanti altri, Saverio perse la vita.

Questa drammatica, cruenta storia, accaduta dall’inizio del tempo di guerra e protrattosi per tutto il tempo della stessa con la prigionia di nostri connazionali, cos√¨ ampia, cos√¨ intensa e coinvolgente, stranamente √® stata ignorata dai canali d’informazione come la radio, la televisione, la stampa: pubblicamente mai se ne √®¬† parlato; e semmai la storia √® rimasta circoscritta negli ambienti dei superstiti e delle loro famiglie e frequentazioni. Ma finalmente, dopo quasi settant’anni di silenzio, timidamente, senza clamore, pressoch√© in sordina, si √® iniziato a parlare della Arandora Star e, nelle localit√† di origine dei protagonisti, e vittime, dei fatti, si sono erette lapidi ed eseguite commemorazioni, pur senza particolare clamore e risonanza a livello nazionale. Ed anche nella mia terra, a Barga, che ebbe dodici concittadini periti nell’affondamento dell’Arandora Star, si sono tenute alcune celebrazioni in loro ricordo, con Sante Messe di suffragio. Ed ovunque si sono rievocati quei tragici eventi, √® stato per rendere un po’ di giustizia ai perseguitati di quella vicenda, con spirito di piet√†.

Ma quei tristi fatti non lesero i legami che, a livello popolare, univano gli inglesi con i nostri emigrati.¬† E, mentre trascorrevano gli anni ed i decenni di silenzio sui tragici fatti di allora, i barghigiani in Scozia, aumentati con nuovi emigranti che dal dopoguerra in gran numero si stabilirono in quel Paese e sempre pi√Ļ ben inseriti in quel tessuto sociale, hanno permesso che si creasse un ‚Äúgemellaggio‚ÄĚ fra Barga e la citt√† scozzese di East Lothian, che affratella i due popoli. Grazie a questa unione si tengono scambi artistici, culturali, sportivi, musicali e perfino gastronomici tra le due comunit√† per cui, qui da noi, in certi casi, c’√® chi ha definito Barga come: ‚Äúcitt√† scozzese‚ÄĚ!


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1 commento

  1. Comment di mario camaiani — 12 Novembre 2013 @ 21:09

      
     
    L’amico Gian Gabriele, che tanto ringrazio, mi ha inviato il seguente bellissimo commento alla mia narrazione:
     
    PICCOLO COMMENTO AL RACCONTO STORICO DI MARIO CAMAIANI
    ‚ÄúL’ULTIMA CROCIERA DELL‚ÄôARANDORA STAR‚ÄĚ
     
              Balza subito all’attenzione l’accorta, scrupolosa, precisa e obiettiva ricostruzione di una vicenda di non secondaria importanza, che, purtroppo, non ha ricevuto il dovuto riscontro e il giusto risalto nel tempo. Quasi come vi fossero storie, come suol dirsi, di Serie A e di Serie B.
    ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Il racconto, ben dettagliato, testimonia la condizione di emigrati italiani considerati a torto nemici in una realt√† di guerra non certamente da loro ‚Äúcercata‚ÄĚ e tanto meno auspicata e voluta.
    ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Pare che in questa storia si ritrovino e si verifichino episodi similari, riscontrati in altri luoghi e in altre situazioni: colpevolizzare coloro che non hanno responsabilit√† bench√© minime e solo perch√© risultano i pi√Ļ deboli ed indifesi per una rappresaglia iniqua.
              E la tragedia umana raggiunge il suo apice nella perdita non solo delle libertà personali e degli affetti familiari, ma nella tragica morte che travolge esseri umani incolpevoli.
    ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Per fortuna l‚Äôuomo sa mostrare anche il volto buono di chi possiede le capacit√† di saper risorgere e ritrovare le vie pi√Ļ idonee per tramutare gli orrori in rapporti umani civili e in contesti di vera amicizia, di fattiva collaborazione, di impegni comuni e di pace effettiva. Ed √® ci√≤ che sono riusciti, tra gli altri, a dimostrare in modo particolare i nostri bargo-esteri.
              Tutta questa storia, forte e commovente, dovrebbe aprirsi all’insegnamento per tutti coloro di buona volontà, che hanno a cuore i sani legami tra le diverse persone e le varie nazioni, di là da ideologie, credo, razza, estrazione politica e sociale. E dovrebbe farci meditare profondamente non solo sull’abominio della guerra e delle sue terribili storture e devianze, ma anche su quanto avviene ai nostri giorni. Non ultimo l’esodo di massa di certi popoli coinvolti in gravissime situazioni di disagio vitale.
     
                                                           Gian Gabriele Benedetti
     
     
     

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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart