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STORIA: LETTERATURA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Raffaello Cei: “Il caporale”

12 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco

“Mi chiamo Raffaello Cei e quella che racconterò è la storia di una parte importante della vita che coincide con la mia giovinezza e con la tragedia di un intero popolo, di un paese attraversato dalla guerra. La mia non è una storia eccezionale, eroica. La reputo comune a quella di molti giovani della mia generazione i quali, esattamente come me, hanno vissuto la guerra conoscendone prima esaltazione, poi delusione e infine orrore.”.
Potrebbe essere l’incipit di ogni sopravvissuto alla guerra o alle guerre che hanno attraversato e attraversano il nostro mondo, il quale voglia lasciare una testimonianza delle sofferenze in cui precipita l’essere umano e dalle quali è traumatico risollevarsi.
Nato a Lucca il 16 gennaio 1920, Raffaello Cei aveva poco più di venti anni quando venne chiamato alle armi, il 4 febbraio 1940. Furono in tanti a partire. Cei è tra i fortunati che sopravvissero alla tragedia e ci ha già lasciato alcuni libri-testimonianza, prima di questo: “Diciassette” e “La chiesa del campo 4 e altre storie”.
Una sua frase subito ci colpisce, poiché è valida in ogni tempo, ed oggi più che mai in cui dobbiamo acuire la nostra sorveglianza democratica, che nell’era cosiddetta della globalizzazione deve essere indirizzata verso poteri fuori della tradizionale sede politica, organizzati e nascosti altrove, e soprattutto verso l’incontrollabile e incontrollato potere finanziario, senza volto e senza dimora: “La paura delle idee è il primo mattone della dittatura”. Chi ha paura delle idee altrui e cerca di soffocarle, anziché confrontarsi con esse, sta lavorando, forse senza nemmeno accorgersene, per sfaldare e dissestare il sistema democratico in favore di un regime autoritario.
Nei social network questo clima di intolleranza si respira a pieni polmoni e deve allarmarci e impegnarci a sconfiggerlo.
La scrittura di Cei scorre limpida, accompagnata dall’amore e dalla devozione al ricordo. La tristezza si accompagna all’onere e al piacere della testimonianza, resa attraverso vari scritti riuniti infine in questo volume: “Inutile che io dica quanto a vent’anni fossi all’oscuro del mondo, delle sue bellezze e dei suoi infiniti tranelli, tuttavia una sorta di giovanile curiosità mescolata alla necessità di farmi considerare adulto dalla mia amorosa famiglia, mi aveva fatto partire con allegria e speranza di molte fortunate avventure consapevole del fatto che in fondo non sarei stato poi tanto lontano dalla mia città, dai miei affetti.”.
I primi mesi del 1940, Raffaello li passa serenamente in compagni di commilitoni spensierati come lui. È contento, ma si avvertono già i segnali della imminente dichiarazione di guerra, che avverrà il 10 giugno: “Come un bambino che gioca alla guerra, tutto preso dai suoi giocattoli e dalle sue armi che sparano senza uccidere, non mi ero accorto che la guerra, quella vera, incombeva sulla mia testa e che tutto il mio piccolo mondo, insieme alla mia breve giovinezza, stavano per rompersi in modo definitivo.”.
Viene mandato in Africa a “rinforzare l’Armata del generale Rodolfo Graziani”, e sbarca a Tripoli il 14 gennaio 1941: “La guerra era in corso e gli Inglesi, nostri nemici, si limitavano a brevi assalti con l’impiego di autoblindo e veloci camionette equipaggiate con armi moderne. Strategia questa che aveva valso loro numerosi successi.”.
Viene in mente “Il deserto della Libia” di Mario Tobino.
Subentra la paura, di fronte all’avanzata del nemico: “Era lì, ma non ne vedevamo la faccia, non distinguevamo i suoi connotati. Era una compagna forse noiosa ma che non potevamo staccarci dal fianco.”.
Come si vede, è reso molto efficacemente il passaggio dalla spensieratezza giovanile alla maturità imposta dal pericolo della morte.
Quest’altro è un passaggio che non abbiamo trovato in altri resoconti. Siamo nei dintorni di Tobruk: “Qualcuno di noi aveva fatto la terribile esperienza di incontrare una pattuglia di soldati australiani di cui si favoleggiava l’assoluta crudeltà nei nostri confronti. Questi australiani erano considerati temibili avversari, una vera genìa di superuomini, alcuni di razza Maori della Nuova Zelanda. Incoraggiati probabilmente dalla massiccia assunzione di bevande alcoliche e forse da droghe trucidavano nel silenzio della notte con passo di velluto, i nostri in avanscoperta. Ci furono nella mia sola batteria tre perdite e molti feriti.”. Sulla battaglia di Tobruk troviamo accenni importanti che danno la sensazione della tragedia vissuta dai singoli, il nemico molto più forte e preponderante. Il Cei è artigliere trattorista, ossia provvede al trasporto e agli spostamenti dei cannoni: “Appena mi avvicinai al terzo pezzo i superstiti saltarono sul mio trattore sperando li portassi lontano da quel luogo di orrore. Proprio quando cercavamo di riparare nelle retrovie, un carro nemico ci sparò alcuni colpi di cannone. I proiettili ci passavano pericolosamente vicini, rotolando sulla sabbia sollevando nuvole di polvere.”; “Tutte le notti dovevamo cambiare posizione ai cannoni per evitare i colpi di risposta nemica alle nostre batterie che avevano sparato per tutto il giorno.”.
Rimarchevole la qualità del raccontare dell’autore.

La battaglia di Tobruk occupò molti mesi del 1941 (la resa delle truppe italiane e tedesche avvenne il 16 gennaio 1942). Dapprima fortezza italiana, Tobruk fu conquistata dagli Alleati. Poi, grazie all’arrivo delle truppe tedesche al comando del generale Erwin Rommel, soprannominato “la volpe del deserto”, sembrava che Tobruk potesse essere definitivamente riconquistata (20 giugno 1942). Ma gli Alleati, alla fine, prevalsero, com’è noto.
Anche per Cei la morte è in agguato: “… all’imbrunire, quando era tornata la calma, mi accorsi che una grossa scheggia aveva tranciato di netto il manico del badile che avevo posto sull’orlo della buca, a un capello dalla mia gamba destra. Sarebbe bastato un niente, un soffio che lascia fluttuare un capello, per fare di un ragazzo di venti anni come me, un mutilato per tutto il resto della vita.”; “Tempeste di sabbia continue piegavano i nostri nervi, sabotavano i nostri equipaggiamenti. Nessuno di noi era abituato al deserto e il deserto si prendeva gioco di noi.”.
Ma qualche sprazzo di conforto, Cei trova il modo di ritagliarselo: “A me, la notte piaceva stare all’aperto ad ammirare la volta celeste. In Italia non l’avevo mai notata, forse a causa delle luci della città. Nel deserto invece la notte era uno spettacolo meraviglioso, migliore di qualsiasi film. Rimanevo a bocca aperta a contemplare il cielo stellato sentendomi pervadere l’anima da un senso di pace e di vicinanza con ciò che avevo di più caro.”.
Con la resa del 16 gennaio 1942 comincia l’avventura del nostro autore come prigioniero: “Il mattino del 17 gennaio ci informarono sul luogo di raccolta.”.
Osserveremo, dunque, la condizione di un prigioniero italiano rinchiuso nei campi di prigionia amministrati dagli Alleati e potremo così notare le differenze di trattamento con quelli amministrati dagli italiani, ma soprattutto dai tedeschi, visto che i prigionieri finivano in prevalenza nei loro lager.
Cei ci narra con serenità, e già questo la dice lunga sulla mancanza delle tipiche sofferenze di coloro che finirono dove imperavano l’odio, il disprezzo e la tortura: “Era il 27 gennaio del 1942 e la spiaggia di rena bianca fu il nostro terzo recinto. Due giorni dopo tutto il nostro abbigliamento venne disinfettato. Poi toccò ai nostri corpi nudi e in fila indiana venivamo fatti passare per uno stretto corridoio che immetteva nelle docce non prima d’essere stati irrorati di sapone liquido che ci scorreva abbondante per il corpo. Ma i nostri pidocchi in parte ci avevamo già lasciati sulla spiaggia bianca di Alessandria dove tutti ci eravamo bagnati nell’acqua azzurra e salata del mare.”; “Il menù comunque era sempre il medesimo: riso e fave. L’unica carne che ogni tanto mangiavamo era quella di cammello.”. Ma in altri campi troveremo anche: “Si trattava sempre del solito menù: riso e lenticchie e un po’ di carne.”.
Manca il dolore profondo, lacerante, tragico che abbiamo incontrato nei campi di prigionia tedeschi, anche quelli riservati ai soldati dell’I.M.I.: “Tra le varie cose di conforto che avemmo in quel campo ci furono cinque sigarette al giorno e sette foglietti di carta alla settimana per la latrina. Chi non fumava scambiava le sigarette con pane.”.
Arriva il momento che Cei viene, insieme con altri, destinato ad un campo organizzato nel Sud Africa, ossia a migliaia di chilometri di distanza. Un viaggio da far paura.
Non fu invece così tragico. Fu compiuto a bordo della nave francese ‘President Dumer’ che partì dalla zona del canale di Suez il 22 marzo 1942. Cei fu scelto come aiutante di cucina, diretta da un cinese: “In cucina io e il cinese facevamo tutto quel che c’è da fare per riempire lo stomaco di una truppa affamata. O meglio il cinese impartiva gli ordini e io li eseguivo. Sapevo che erano in molti a soffrire il mare. Questi poverini trascorrevano il tempo tentando di non vomitare ciò che mangiavano. Ma anche quelli che non pativano le onde dovevano essere comunque confortati a dovere. Bisognava fare dei pasti sostanziosi che tenessero a freno le budella impazzite. Prendevamo carne e pesce dalle celle frigorifere che ne erano piene. Avevamo anche una notevole scorta di vegetali e di frutta fresca che veniva conservata in locali appositi. Tutta questa roba, cucinata o meno avrebbe dovuto essere sufficiente sia per l’equipaggio che per i prigionieri.”.
Il lettore troverà descrizioni particolari che evidenziano talune usanze che la nave di prigionieri incontrerà durante il viaggio, in particolare nelle vicinanze dei tanti porti di sosta programmati.
Giunti a Durban, in Sud Africa, sono trasferiti su di un treno: “Le carrozze erano di buona qualità tanto che il viaggio verso Pietermaritzburg, circa 90 km dal porto di Durban, si rivelò più breve e confortevole del previsto.”.
Pietermaritzburg è un punto di transito per la destinazione finale a Zonderwater, un campo in grado di accogliere 100 mila prigionieri.
Sono campi ben diversi da quelli nazisti. La storia di Cei ci mette in condizione di fare un raffronto accurato a tutto vantaggio, sia pure in condizioni non ottimali, del comportamento che tennero gli Alleati nei confronti degli italiani, ma anche dei tedeschi. La Convenzione di Ginevra qui fu rispettata alla lettera: “La nostra fortuna fu quella di essere stati deportati in campi di concentramento tanto lontani dal resto del mondo e affidati a ufficiali che non si limitarono ad applicare fedelmente le regole della convenzione di Ginevra riguardante i prigionieri di guerra ma fecero in quei campi dei laboratori di sociologia e psicologia dove vennero sperimentate teorie del comportamento più innovative. I prigionieri vennero incoraggiati ad avere atteggiamenti positivi nei confronti del loro status senza abbandonarsi a quello stato depressivo che li avrebbe disposti verso ogni sorta di malattia fisica e mentale.”. Cei, poi, ebbe in sorte di essere addetto alla cucina dove, oltre a trarre vantaggio per se stesso, trovò il modo di procurare del cibo extra ai compagni.

Questa sua capacità di stare in cucina gli consentirà di rimanere, insieme con l’amico macellaio Rino Balboni, nel piccolo campo evitando la destinazione in quello più grande di Zonderwater: “Avevamo nel frattempo fatta la conoscenza dei dirigenti della gabbia 4. Questi uomini da tempo avevano organizzato il campo con disciplina e ordine tanto da farci subito apprezzare il loro lavoro rafforzando il pensiero della bontà dell’idea di rimanere lì per tutta la durata della prigionia.”.
Per gabbia non si deve intendere un luogo ristretto e scomodo. Scrive l’autore: “In realtà erano tutt’altro che stie per polli, potrei piuttosto definirle vaste aree recintate con pali e filo spinato nelle quali potevano essere accolti fino a 3500 uomini sistemati in attendamenti di tipo militare.” ( in calce troveremo una foto dell’autore davanti alla sua tenda).
Si mangiava bene: “Cucinavamo molti arrosti, cotolette d’agnello, spezzatini, polpette e venivano preparati anche gustosi piatti freschi. Sui tavoli delle mense non mancavano maionese, burro, salsa ‘worcester’ e, su richiesta, affettati di maiale e salmone affumicato, tutte specialità che poco avevano a che fare con la tradizione mediterranea, naturalmente. Servivamo anche il dolce a fine pasto, soprattutto crema e frutta secca cotta, ‘fruit and custard’, come diceva il capocuoco, ma anche sfoglia con cioccolato, riso bollito in latte e zucchero, tutte cose che trovavo davvero inusuali.”.
Per la sua attività in cucina viene pagato: “Mi spettava una paga. Non ricordo precisamente a quanto ammontava, forse qualcosa come una sterlina inglese e cinquantasette pence.”; “Erano poi stati costruiti campi per il gioco del tennis, gioco abbastanza popolare nel mondo anglosassone, ma anche campi per la pallavolo e per il calcio.”. Gli italiani si distinguevano per la loro abilità artigianale: “Un negozio in centro città esponeva una vetrina allestita appositamente per queste produzioni artigianali create da Romeo Paladini lucchese, amico mio. Erano accolte di solito con molto interesse dal pubblico.”. Fu allestita anche una compagnia teatrale dal prigioniero siciliano Gregorio Fiasconaro, “dotato di qualità organizzative notevoli”; “Quando succedevano episodi del genere mi veniva spontaneo riflettere sul carattere del nemico che ci era stato definito crudele e perfido e che invece scoprivamo non solo umano ma addirittura accogliente e sensibile. Era spontaneo chiedersi se i prigionieri inglesi in Italia venissero trattati dai nostri soldati con la stessa umanità con la quale venivamo trattati noi.”; “Nel campo di prigionia chi aveva di più degli altri cercava di distribuirlo a chi non ne aveva altrettanto. Si respirava un’aria di solidarietà che faceva bene allo spirito. Così come io mi adoperavo nei confronti degli affamati, i compagni più istruiti cercavano di trasmettere qualcosa della loro cultura ai più ignoranti. Questo scambio di favori era l’aspetto più bello della vita al campo, quello che ti faceva sperare che, un domani, in patria, una patria di cui non conoscevamo ancora le condizioni, tutti ci saremmo dati una mano per sbarcare insieme il lunario e rimettere i cocci del nostro disastrato paese.
Venne costituita anche un’orchestra per merito del tenente medico Bezzio: “Il tenente medico Bezzio ebbe il merito di perfezionare il complesso musicale appena costituito conferendogli una impronta sinfonico-orchestrale decisamente personale che gli permise in seguito di affrontare con sicurezza molti generi musicali diversi.”. Ad essa partecipava il già ricordato Gregorio Fiasconaro, il quale, dotato di “una voce melodiosa che intonava pezzi d’opera riusciva a incantare i compagni che grazie a lui riuscivano a ricreare in se stessi momenti di dolcezza.”. Cei ci dice anche che Fiasconaro sposò una sudafricana, Mabel, da cui ebbe un figlio, Marcello, nato a Città del Capo il 19 luglio 1949, che divenne un famoso atleta. Chi è appassionato di questa disciplina non può che ricordarlo quale detentore del primato mondiale degli 800 metri nel 1973.
Gli italiani costruirono anche una chiesa (riprodotta tra le foto pubblicate in calce), che venne inaugurata il 19 marzo del 1944: “Per l’occasione l’orchestra del campo accompagnò la cerimonia con le melodie struggenti per la loro dolcezza dell’Ave Maria di Schubert e di altri mottetti sacri.”. La costruzione li tenne occupati per mesi: “Furono sedici mesi e sedici giorni di duro lavoro. E ci fu lavoro per tutti, nessuno escluso. Però quello che avevano a disposizione quegli uomini coraggiosi e testardi che guidarono il lavoro di tutti, erano solo pochi strumenti talvolta inadatti all’impresa, modestissime impalcature, un materiale da costruzione grezzo.”; “Perché nell’animo dei prigionieri, coscientemente o no, c’era anche questo sentimento: dimostrare a se stessi prima di tutto e ai carcerieri subito dopo che non erano uomini da niente, che avevano un valore, un coraggio, una forza insomma che aveva dato vita a un’opera destinata a rimanere anche dopo che tutto fosse finito.”; “Anche dopo che tutti noi passeremo, essa rimarrà lì in quel luogo di prigionia e di umiliazione nel quale però il nostro coraggio e il nostro amore, la speranza nel bello e nel buono del mondo vollero che sorgesse.”; “La chiesa è stata comunque in ogni occasione luogo per molti di un vero conforto alleviando molte pene tenute per lo più segrete. La campana che venne issata sul semplice campanile alto quasi dieci metri, con i suoi rintocchi serali, richiamava alla memoria le campane di casa nostra e se da un lato accendeva la nostalgia nei cuori di chi si trovava tante miglia di distanza dalla Patria, dall’altro incoraggiava alla meditazione, al raccoglimento, alla preghiera o anche più laicamente all’intimo contatto con la grandezza del creato.”.
Un soldato italiano, il sergente Ottocardi, riprodusse “in modo esemplare” la “Madonna del Cardellino” di Raffaello.
A guerra finita: “La chiesa divenne preda della furia devastatrice di vandali che in questa sede non mi interessa di definire. La chiesa dei prigionieri italiani divenne un triste spettro in una campagna desolata.”. Fu infine restaurata e “Il governo sudafricano ha decretato la chiesa del campo 4 di Pietermaritzburg, dedicata alla madre di Dio, Monumento Nazionale.”.
Il Cei, durante la prigionia ebbe anche modo di imparare la lingua di “coloro che mi avevano preso la libertà”, ossia l’inglese, grazie a lezioni ricevute da un prigioniero italiano: “Ci vedevamo due volte alla settimana sempre allo stesso posto, cioè in biblioteca.”. Ha modo anche di conoscere una ragazza inglese, Dora, e di trascorrere un week-end a casa della sua famiglia.
Con la caduta di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre 1943, i prigionieri sperano nel rimpatrio: “… nel campo di concentramento non riuscivamo a pensare ad altro che non fosse il rimpatrio. Credo che in tutto il Sud Africa e dovunque ci fossero dei prigionieri italiani quello fosse il pensiero unico nonché l’esclusivo argomento di ogni conversazione tra prigionieri. Volevamo tornare, vedere di persona come la guerra aveva trattato il nostro Paese, le nostre case, la nostra gente. Un fervore unico, una smania irrefrenabile ci percorreva giorno e notte senza darci riposo.”.
Speranza vana, poiché solo dopo due anni, ossia “negli ultimi mesi del 1945 qualcuno cominciò a partire.”. A Cei toccherà l’imbarco il 30 gennaio 1947, in “una bella giornata di sole”; “Eravamo circa 2700 italiani che tornavano a casa due anni dopo la fine della guerra.”; “Gli ufficiali inglesi, i sudafricani, tutto il personale del campo vollero salutarci. Non fui sorpreso di vedere in chi partiva e in quelli che restavano cenni di una sincera commozione.”.
Cei ci ha mostrato con molti preziosi dettagli (ci ha raccontato perfino dei suoi dolori per il mal di denti continuo causato da una dentatura assai guasta) la vita in un campo di prigionia amministrato dagli Alleati che, pur non presentando le crudezze e i rigori dei campi nazisti, lasciava intatta la malinconia per aver perso la libertà e per trovarsi costretti a vivere lontano dalla Patria e dalla propria famiglia.
Uno dei libri più sensibili che ho letto sulla condizione dei nostri prigionieri di guerra: “Io, l’uomo giovane, il maschio, anziché essere lì al loro fianco per difendere il nucleo famigliare come sarebbe stato il mio dovere, mi trovavo tanto lontano dalla loro sofferenza, dal loro ingiusto destino. E questa era l’ennesima beffa della guerra, un altro motivo per detestarla con tutto il cuore coltivando l’unica speranza che fosse l’ultima e che gli uomini del mondo trovassero mezzi meno primordiali per dirimere i contrasti tra loro.”.
Ma scriverà anche: “Io, nella mia sfortuna, mi sono ritenuto sempre molto fortunato perché tra tutti i posti in cui il destino poteva gettarmi sono capitato in uno nel quale ho trascorso gli anni migliori della mia gioventù senza avere la sensazione di averli completamente sprecati.”.


Letto 71 volte.


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Bart