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STORIA: LETTERATURA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Roberto Andreuccetti: “L’ombra sulla gora”

29 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Uscito nel 2015, tre anni prima di “Vittoria amara” (ambientato nella Prima guerra Mondiale), questo romanzo ci accompagnerà lungo il triste calvario della Seconda guerra mondiale.
Segnalo subito la copertina, disegnata dal comune amico Nazareno Giusti, scomparso prematuramente, e di cui serbo un affettuoso ricordo.

“In epoca antica Diecimo era una località di sosta delle legioni romane. Situato nel cuore della media valle del Serchio a circa dieci miglia da Lucca, aveva per questo motivo preso quel nome.”.
Qui, presso un lavatoio, sta giocando un bambino di sei anni, Giacomo (dalle gambe “nude e lievi come quelle di un fenicottero, il suo corpo esile, la sua testa ricolma di capelli ricci ed i suoi occhi grandi ed espressivi.”), mentre la madre, Romana (il padre si chiama Oreste Santi) è intenta a lavare i panni. È un “pomeriggio inoltrato di luglio”; “Giacomo sbatteva la punta di una canna nel centro della gora divertito dal formarsi di piccoli spruzzi che ogni tanto lo investivano”. Oreste è al lavoro nei campi. “Romana era una ragazza bruna con i capelli lisci che cadevano sciolti sulle spalle, aveva lineamenti morbidi con due occhi luminosi e chiari ed una bocca con labbra sottili e delicate sempre aperta ad un sorriso radioso. Un seno rotondo e sodo metteva ancora più in risalto un corpo perfetto ed armonioso.”. Siamo nell’estate del 1940 e Mussolini ha dichiarato guerra all’Inghilterra e alla Francia. C’è preoccupazione, ma la guerra ancora sembra lontana.

Oreste ha da poco compiuto ventisei anni; “essendo il più grande di età fra quattro fratelli, in caso di richiamo avrebbe dovuto lasciare la famiglia per recarsi al fronte.”.
La vita dei campi non è facile; non lo è mai stata per i sottoposti, e anche in questo caso Oreste doveva badare a non scontentare l’esoso padrone Ranieri, proprietario di quasi tutto Diecimo ed in grado di farsi rispettare. Era stato perfino podestà del paese. Ma la dedizione dimostrata al padrone non serve a niente. Ranieri, sapendo che sarà richiamato alle armi, gli annuncia che, quando ciò avverrà, dovrà lasciare il lavoro, e alla sua famiglia subentrerà un’altra il cui esponente non sia chiamato alla guerra. Un licenziamento annunciato, dopo dieci anni di duro servizio.

La guerra, che sembra ancora lontana da Diecimo, provoca già le sue ferite, non causate dai cannoni, ma dall’egoismo e dalla cattiveria degli uomini: “La guerra, con la sua sofferenza non richiesta, si stava intromettendo senza troppe cerimonie nella vita tranquilla e pacifica di quella coppia cercando di sottomettere i due giovani alla sua prepotenza disumana e distruttrice.”.

Romana è la Martina che abbiamo incontrato nella Prima guerra mondiale, ritratta in “Vittoria amara”, simbolo pure lei di quanto la guerra colpisca e abbia sempre duramente colpito le donne, costrette a sostituire nel loro lavoro gli uomini, e sempre indispensabili per la sopravvivenza della famiglia. Sono le donne i capisaldi della società civile e le vere eroine di guerra: le donne “erano le più penalizzate perché al lavoro giornaliero dovevano aggiungere la cura dei numerosi figli e dei vecchi genitori.”.

Di solito, l’ambiente in cui vivono è povero, e soprattutto quando si tratta della campagna, come nei casi affrontati da Andreuccetti, il duro lavoro viene messo in risalto con la descrizione di tradizioni e costumi che risalgono a precedenti generazioni. Il progresso tecnologico non attecchisce ancora nelle campagne della prima metà del Novecento. Andreuccetti, nella sua bella e quieta scrittura, sa restituircene colori e sapori. Il lavoro di Umberto, lo stagnino (“detto anche ‘magnano’”), ha una descrizione museale, che ne mette in evidenza funzioni e strumenti. Come accadrà anche per il biciclettaio Remo e per il calzolaio Michele: Giacomo “osservava curioso gli attrezzi dello zoccolaio che erano ammonticchiati sopra un piccolo tavolo: martelli di piccole dimensioni, scalpelli, trincetti e chiodi di piccola misura. Sopra un altro tavolo erano poggiate suole ed anche pezzi di ontano liberati dalla corteccia. Per terra in un angolo un grande recipiente ripieno d’acqua con pezzi di cuoio in ammollo per essere lavorati più facilmente, ma anche avanzi di vecchie e logore camere d’aria di auto e di camion.”. Efficaci le descrizioni della trebbiatrice e della bicicletta, a quel tempo importante mezzo di trasporto e di spostamento. Suggestiva quella che ci rimanda al letto coniugale di Oreste e Romana: “Un letto matrimoniale in ferro battuto occupava il centro di quella stanza con un materasso di foglie di granoturco con un solco nel centro; per togliere quella specie di avvallamento che creava parecchio fastidio, si procedeva spesso a spandere le foglie infilando le mani in un buco del materasso, ma immancabilmente dopo una notte di sonno il buco si formava di nuovo. Ad ogni movimento degli occupanti, le molle in ferro del letto emettevano un cigolio sommesso.”. Raro calzare le scarpe: “In quegli anni poche persone avevano ai piedi le scarpe, perché costavano troppo ed erano poco adatte ai lavori della campagna. Tutti ne possedevano un paio che mettevano soltanto nei giorni di festa perché avrebbero dovuto durare a lungo.”; “Lo zoccolo veniva usato giornalmente per le attività casalinghe e per il passeggio.”. Michele è il calzolaio del paese e il lavoro non gli manca, proprio a causa dei facili guasti che capitavano agli zoccoli.

Non vi è dubbio che Andreuccetti sa immergerci nel tempo passato rinnovandone suggestioni e tenerezze: il “placido, sonnolento mondo della periferia di Diecimo.”. Anche il mulino della frazione di Roncato e la sartoria di Elisa avranno le loro belle descrizioni: quando le macine, “quei grandi dischi di pietra, a seguito del prolungato impiego si logoravano e si rendevano inservibili, dovevano essere sostituiti con altri nuovi, ricavati da blocchi granitici, lavorati con pazienza e arrotondati dalla mano esperta degli scalpellini.”; “Alcuni, in piedi davanti ad un grande tavolo, stavano tagliando la stoffa che poi imbastivano e assemblavano con le mani, fermandola con degli spilli e dando vita ai vari indumenti, mentre altri, seduti davanti alla macchina a pedale li cucivano in maniera che le giacche ed i pantaloni assumessero la forma definitiva. C’era infine chi dava l’ultimo tocco al capo di abbigliamento con la stiratura che avveniva mediante ferri a carbone.”. Toccherà poi al gioco coi cerchioni di bicicletta, alla raccolta delle noci, all’officina del fabbro (“Giulio era un vero maestro nell’arte di domare il ferro, dopo aver tenuto per mezzo di lunghe tenaglie la barra sulla forgia, una specie di braciere sostenuto da quattro assi di ferro che terminavano sopra altrettante ruote di ghisa, la prendeva e la poggiava sull’incudine.”). Troveremo più avanti altre suggestive usanze, come quella dello “scornocchio”, ossia la pulitura della pannocchia di granturco, che si faceva in tanti, spettegolando e cantando, e il tutto andrà a comporre uno spartito musicale della vita artigiana e contadina che fu.

Come in “Vittoria amara” accade a Nicodemo, il marito di Martina, (il loro figlio avrà lo stesso nome, Giacomo, di quello di Oreste e Romana), anche per Oreste arriva il tempo di partire per il fronte.

I fratelli Mario e Renzo lo hanno preceduto; Carlino invece non ha ancora diciotto anni ed è rimasto a casa. A Diecimo, come in tutta Italia, c’erano coloro che si schieravano per la guerra, quasi tutti di fede fascista, e coloro che l’avversavano “come portatrice di lutti e rovine, ma soprattutto come offesa per la libertà di altri popoli.”. Oreste è uno di questi: “Io amo l’Italia che è la mia nazione e se ci fosse da difenderla sarei anche disposto a fare dei sacrifici, invece devo andare a combattere in Grecia! E devo anche comportarmi bene e devo uccidere più nemici che posso. Ma quali nemici poi? Sicuramente dovrò sparare a dei contadini più disgraziati di me! Ha ragione Olinto quando dice che Mussolini è un pazzo e che questa guerra porterà solo lutti e rovine.”. L’amico di Oreste, Olinto, “era un incallito un comunista”, e di lui sentiremo parlare a lungo.

Il padrone Ranieri, intanto, ha provveduto a sostituirlo assumendo un’altra famiglia e costringendolo a trasferirsi poco distante nella angusta casa dei genitori, dove vive anche Carlino, fanatico di Mussolini, come lo sarà Isaia in “Vittoria amara”: “Ma lo spazio in quella nuova casa era veramente ridotto. Cinque persone in più, anche se Oreste sarebbe dovuto partire presto, erano veramente un problema. Romana e Giacomo avrebbero dormito in un piccolo ripostiglio adibito a camera e Rosa ed Ernesto in una stanza in soffitta. Oreste per il momento avrebbe trascorso le poche notti sdraiato sopra un giaciglio sistemato nell’ingresso.”. Ecco un esempio di sopraffazione indotta dalla guerra che favorisce sempre avidità ed egoismo, di cui Ranieri è spregevole rappresentante (“Quell’uomo avido e privo di scrupoli”). Anche Ranieri avrà una replica nella figura dell’avido e donnaiolo Rinaldo di “Vittoria amara”. Come anche Alessio, il padre di Oreste, troverà il suo riflesso in Paride, il padre di Nicodemo. E l’Olinto comunista nell’Ettore forte e buono, da cui Romana e Martina riceveranno più di una volta soccorso.

Il 1 agosto 1940 è il giorno della partenza di Oreste, appena sorta l’alba: “La figura solitaria di un soldato italiano, di un alpino in partenza dal proprio paese e dalla propria terra illuminata dalla prima luce del giorno che avanzava, quella figura che si muoveva lentamente lungo la via polverosa e deserta, era l’immagine della desolazione.”. La sua prima destinazione: Cuneo.

Da lì è trasferito in Albania. Il piroscafo Firenze su cui è imbarcato viene colpito da un cannoneggiamento nemico e affonda. Il naufragio e il salvamento ad opera della motonave Barletta sono descritti rendendo efficacemente la drammaticità della situazione e fanno ricordare i grandi scrittori del mare come Joseph Conrad e Herman Melville: “Per i disperati rimasti incollati sul ponte del piroscafo Firenze, fu una spasmodica corsa contro il tempo. Bisognava aggrapparsi ad una delle numerose corde che venivano lanciate dopo essere state legate con sicurezza alla balaustra della nave soccorso, o meglio ancora riuscire ad agguantare un salvagente. Quella presa non andava assolutamente mancata perché era l’unica ancora per una salvezza che pochi minuti prima sembrava impossibile da raggiungere.”.

Oreste si trova sul fronte di guerra. Dall’Albania, l’Italia cerca di penetrare in Grecia, ma trova una resistenza inattesa. Oreste ha paura: “Il desiderio di fuggire, di correre via e ritornare sul sentiero innevato percorso poche ore prima, era forte”. Viene investito “da un frammento di epidermide umana ancora calda e grondante sangue.” di un soldato colpito dal nemico, e “Oreste fu colto da forti conati di vomito, mentre i portantini del reparto sanità correvano alla ricerca dei feriti.”; “i barellieri stavano raccogliendo i feriti e i resti di due alpini artiglieri letteralmente dilaniati dal fuoco nemico.”; “Oreste, sconvolto per la scena dei compagni morti, continuava a svolgere il suo compito di artificiere con l’angoscia nel cuore; preparava le cariche che poi porgeva al compagno.”.

Le notizie sulla guerra giungevano a Diecimo manipolate dal regime: “arrivavano confuse e frammentarie, la censura del regime oscurava la vera realtà delle cose e faceva apparire tutto roseo. L’esercito italiano avanzava in Grecia e sembrava che le sue truppe fossero ormai in vista di Atene.”; “Le notizie date erano sempre trionfalistiche, l’esercito italiano si faceva onore su tutti i fronti e l’avanzata delle truppe dell’asse avveniva senza ostacoli.”. Nulla di più falso. Vero sarà invece il contenuto del telegramma che comunica a Romana che il cognato Renzo è morto. La famiglia Santi piange la prima vittima. Intanto, con l’aiuto delle forze tedesche, l’Italia “aveva costretto alla resa l’esercito greco”, a costo di molte perdite umane.

Nel paese di Diecimo, come dappertutto in Italia e oltre, la guerra era l’argomento di discussione nei momenti di sosta dal lavoro, come avveniva dopo il tramonto: “A sera, dopo l’intenso lavoro della giornata e dopo aver consumato la cena, gli uomini si ritrovavano davanti all’osteria di Berto; chi giocava a carte, chi leggeva il giornale e chi conversava con gli amici e naturalmente l’argomento principe delle discussioni era quello della guerra. Le donne si ritrovavano invece davanti l’uscio di casa e sedute sopra una sedia, manipolavano l’ago e i ferri. Lavoravano e parlavano, ed ogni anto volgevano gli occhi verso la strada dove i figli ed i nipoti si rincorrevano vociando.”. È un’immagine vivida e calda di resistenza, di solidarietà e di sopravvivenza. Ne avremo altre e tutte insieme si trasformeranno alla fine in un inno potente che si innalza a contrastare le corrosioni e le degenerazioni della guerra.

In questo romanzo, inoltre, emerge a poco a poco un altro motivo di attrazione, ed è costituito dall’iniziale robusto filo d’amore che tiene uniti Oreste e Romana. La guerra fa di tutto per tranciarlo, delude le loro speranze di rivedersi; ogni volta che Oreste spera in una licenza, qualche nuova missione lo spedisce al fronte, o qualche accidente di salute gli impedisce, la licenza in mano, di partire. Gli tocca combattere anche i partigiani di Tito, molto attivi sulla Carnia. È un amore intenso, e tuttavia ansioso e sofferente, che ruba alle notti il sonno: “Mia adorata Romana, al contrario di quanto ormai speravo da tempo dovrò rinunciare a venire in licenza. Il destino crudele si accanisce ancora contro di noi. Sembra una maledizione che ci perseguita e che avvelena la nostra esistenza.”. È inviato in Russia con il contingente dell’ARMIR (“la grande armata di oltre duecentomila uomini”), da dove è tornato, invalido alla mano destra e congedato, il fratello Mario, il quale, giunto a casa, apprende della morte dell’altro fratello Renzo.

Andreuccetti, oltre a costruire un argine mettendo a contrasto con la guerra la resistenza di una vita paesana fatta di amore e di solidarietà, sta ricamando una travagliata psicologia dei suoi due personaggi principali. L’interesse per le conseguenze della guerra sul loro rapporto, s’impone al lettore più che la guerra stessa. Se ne temono la sopraffazione, la caduta, la resa, l’umiliazione, la fine. L’autore ci tiene a precisare: “Anche se per le famiglie contadine di Diecimo la guerra era lontana e le notizie giungevano di rimbalzo corrette e smorzate, la gente era comunque costretta a respirare l’angoscia sottile che la guerra spandeva nell’aria, un’angoscia subdola ed assassina che arrivava all’animo come una lima che sfiora, che corrode, che penetra e che a poco a poco frantuma il metallo.”.

La vita di Romana si complica. Andata più volte dal potente gerarca Ranieri per chiedere che Oreste non fosse inviato in Russia, riesce a sottrarsi al suo corteggiamento, ma Ranieri racconta a Carlino di essere stato a letto con la ragazza e Carlino ci crede e sparge la voce. Le donne, che erano già in sospetto avendo visto Ramona recarsi spesso da Ranieri, cominciano a diffondere maldicenze sul suo conto.

La disfatta in Russia dell’esercito italiano è raccontata dai pochi reduci che tornano dal fronte minati nel fisico. L’attenzione si sposta su di loro: “Si desiderava sapere, si interrogavano quei pochi uomini più fortunati sugli episodi della guerra e sui compagni visti e frequentati, si sperava in una notizia positiva, si voleva credere che il parente atteso fosse ancora in vita.

Ma i racconti di quegli sventurati lasciavano poco alla speranza perché parlavano di freddo e gelo senza fine, di patimenti e di una morte sopraggiunta a poco a poco per sfinimento, la famosa morte bianca. Compagni abbandonati lungo le piste nella neve che invocavano soccorso, giorni di marce senza fine, senza cibo e con la neve sciolta fra le mani gelide quale unica acqua per bere.”.

Da un ferito a cui era stato amputato un piede “Romana dovette ascoltare storie di sofferenza disumana, di morti, di feriti, di giovani assiderati e di altri che in colonna dopo essere stati catturati dai russi venivano trascinati via verso chissà quale lontana, ignota destinazione.”.

Oreste era dato per disperso. Romana comincia a pentirsi di non aver ceduto al corteggiamento di Ranieri; forse sarebbe riuscito a salvarlo. Sa, comunque, che la sua reputazione in paese è ormai compromessa: “Va dal vecchio a vendere il suo giovane corpo per soldi!”.

Inizia un tempo difficile per Romana, un tempo di attesa in cui è ossessionata principalmente da due pensieri: quello del ritorno di Oreste, di cui non era riuscita a sapere niente e si stava abituando all’idea che fosse morto in Russia, e quello di essere aggredita poiché considerata una donna disposta a concedersi. Non solo aveva paura di Ranieri e del cognato Carlino, che non mancava mai di mettere gli occhi sul suo giovane e sensuale corpo, ma di tutti gli uomini che incontrava, soprattutto di sera e quando era sola.

Dopo l’8 settembre 1943 la situazione in Italia si fa più confusa. Carlino aveva cercato di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, ma era stato scartato e dunque restava a casa e costitutiva un continuo pericolo per lei. Poi erano comparsi i soldati tedeschi impegnati a costruire la famigerata Linea Gotica, e perciò la guerra si era avvicinata al paese: “Il comando di quella organizzazione militare fu installato presso i locali della stazione ferroviaria.”; “Dopo l’arrivo dei soldati tedeschi la vita in paese divenne più difficile perché fu istituito il coprifuoco dalle diciotto pomeridiane alle sei del mattino e le attività agricole dovettero limitarsi alle sole ore diurne.”. Certi giovani cominciano ad organizzarsi contro i tedeschi. Tra questi Mario, e Romana assiste spesso a liti tra lui e Carlino, rimasto un convinto sostenitore del fascismo. Anche Olinto si è unito a Mario, e sarà Romana a salvarli da un rastrellamento delle SS. Di Olinto, Romana sta innamorandosi, ma si sforza di frenare il suo sentimento per rispetto al marito; anche Olinto le vuole bene e non glielo nasconde baciandola e poi scusandosi per il gesto spontaneo.

Andreuccetti ci fa assistere all’avvio delle prime operazioni partigiane, collegando la disfatta della guerra alla ribellione di un popolo che proprio da quella disfatta ha tratto il coraggio di ribellarsi.

La Resistenza diventa la risposta legittima ad una smania di potere che non si è fermata nemmeno davanti agli orrori provocati da una guerra di conquista e di dominio. Romana vi si colloca al centro, forte e fragile ad un tempo, divenuta il punto di incontro e di scontro di sentimenti diversi: “Oltre che sopportare le frequenti liti fra fratelli, la ragazza era condannata a convivere con le attenzioni morbose di Carlino.”: “Adesso Romana si stava quasi rassegnando alla scomparsa del marito Oreste.”; “Oreste era invece sprofondato nelle tenebre, era partito da casa un giorno d’estate e poi non aveva più dato notizie.”; “Un destino crudele, che aveva trascinato nelle sue spire Oreste, stava adesso cercando di ghermire anche Romana.”. In più, sappiamo che stava maturando in lei un sentimento d’amore verso l’amico di famiglia, il generoso e forte Olinto: “il bacio furtivo che l’uomo le aveva dato quella sera dopo il fallito blitz dei tedeschi, era ancora vivo nella sua mente.”. E quel bacio avrà l’occasione di ricambiarlo, quando Olinto arriverà una sera tardi, dopo il coprifuoco, per avvertire Mario di non andare più a casa sua, controllata dai tedeschi: “cercò le labbra del giovane con la voracità di un felino che cattura una preda.”; “Romana si ritirò nella propria camera felice per essere riuscita a manifestare il proprio sentimento ad Olinto. Adesso la donna non sentiva più rimorso nei confronti di Oreste. Il bellissimo rapporto avuto con il marito era terminato in una fresca mattina d’agosto, quando l’aveva visto partire, prima che la guerra l’avesse inghiottito.”. Romana si è fatta vincere dalla guerra? Andreuccetti ci sta raccontando non solo la guerra, ma anche la sua opera di devastazione spirituale, oltre che materiale. Ogni supposta sicurezza, ogni più ostinata determinazione, tutto da essa è spazzato via con la foga e la spavalderia di un vincitore possente e cinico. Dietro Romana s’intravvede il ghigno soddisfatto e perverso della guerra; sopra il suo cuore si sono posati i suoi artigli. E con Romana essa pare addirittura divertirsi, poiché Carlino, nascosto e sospettoso, ha visto tutto, concludendo: “Mia cognata fa veramente la puttana! Prima va con Ranieri ed ora se la spassa con Olinto e poi a chi toccherà?”; “Se va con gli altri deve venire anche con me!”.

Il lettore avverte che una sciagura è già stata assegnata dal destino a Romana e alla sua casa: “Erano infatti numerose in quel periodo le ragazze che per fame o per necessità diverse vendevano il loro corpo e qualcuno lo stava facendo anche con i soldati tedeschi. E Romana agli occhi della gente era una di quelle.”.

Siamo arrivati alla primavera del 1944. I tedeschi devono affrontare le prime formazioni partigiane. Hanno il dente avvelenato per quello che considerano un tradimento dell’Italia avvenuto con l’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato tra Badoglio e Eisenhower. Oltre che costruire la Linea Gotica (a Borgo a Mozzano “si stava costruendo un gran muraglione che avrebbe dovuto interrompere il traffico lungo la valle.”), sono impegnati in frequenti rastrellamenti e in cruente rappresaglie. Un ulteriore inferno dentro una guerra già di per sé devastante e sanguinaria.

Romana, contro il parere di Olinto, va a lavorare a Fornaci di Barga, dove cercano mano d’opera alla SMI (Società Metallurgica Italiana), rimasta a corto di personale maschile, chiamato alle armi. Vi si reca in bicicletta e torna a casa la sera tardi. Giacomo ha ora dieci anni; comprende le ragioni del sacrificio a cui si è sottoposta la madre e prende coscienza della guerra: “Il ragazzo aveva capito che la guerra era ormai arrivata anche a Diecimo.”.

La guerra finora lontana di Oreste ha spostato il suo epicentro, come sottoposto ad una mappatura di ingrandimento, nel paese di Diecimo, laddove si consuma la vicenda umana di Romana. La guerra e Romana sono poste una di fronte all’altra. La ghermitrice pare pronta all’assalto finale: “La gente di Diecimo criticava il comportamento della giovane donna perché, secondo il parere di molti, anche se Oreste fosse stato ucciso, lei si era troppo frettolosamente consolata con un altro uomo.”. Del resto alla stessa Romana “l’incertezza sulla fine di Oreste continuava a crearle ancora un velato disagio.”; “la ragazza aveva ormai regalato il suo cuore ad Olinto, che le stava vicino, che la proteggeva e che le dava conforto, ma allo stesso tempo provava rimorso per aver troppo presto dimenticato Oreste.”.

Viene ordinato dai tedeschi lo sfollamento di Diecimo e di altri paesi della zona, e Romana con tutta la famiglia si trasferisce nel piccolo centro di montagna, Convalle, ospitata da Martina, una conoscente del suocero Alessio. Solo Carlino resta nella vecchia casa, onde assolvere ai suoi impegni coi nazi-fascisti. Siamo arrivati al 15 luglio 1944, ci fa notare l’autore. L’attività partigiana è in pieno fermento; i tedeschi arrivano a Convalle per rastrellare ragazzi e giovani, poiché sanno che fanno da staffetta ai ribelli. Perquisiscono anche la nuova casa di Romana ma se ne tornano via a mani vuote. La paura però è molta. Ogni tanto si vede qualche partigiano che scende in paese per rifornirsi di cibo. Un giorno bussa alla loro porta un gruppo di partigiani. Tra essi c’è Olinto, che ha la sorpresa di vedersi aprire l’uscio da Romana.

Andreuccetti sa attrarre l’attenzione del lettore. Insieme con le notizie della guerra, ed ora della guerra partigiana, sui monti della valle del Serchio, ci offre il dramma psicologico di una donna sposata verso la quale tutte le circostanze si coagulano per indurla al tradimento del marito: “c’era la guerra e la vita andava vissuta giorno per giorno.”, si giustifica la donna. Infine il tradimento avviene, e Romana pensa: “Oreste è morto e i morti si possono ricordare ma non tradire.”.

Passione, gelosia, morbosità sono ingredienti che muovono molte pagine di questo romanzo, e sovrastano perfino le crudeltà della guerra, la quale resta comunque la causa dello scatenamento di sentimenti prima regolati e tenuti sotto controllo.

L’Agosto seguente vede inasprirsi la lotta tra nazifascisti e partigiani. I primi sono furenti anche perché gli Alleati si stanno avvicinando, costringendoli a continue ritirate. I partigiani sono responsabili di alcuni attentati puniti con feroci rappresaglie e di passare importanti informazioni al nemico. Il 4 agosto ne fa le spese don Aldo Mei, di 32 anni, colpevole di aver aiutato un ebreo ed è accusato pure di tenere una radio, in realtà affidatagli dai partigiani perché fosse riparata. Gli fanno scavare la fossa sugli spalti nei pressi di Porta Elisa e lo falcidiano con ben 28 colpi di fucile. Qualche giorno prima era toccato al cognato di Romana, il giovane Carlino, di poco più di vent’anni, fatto fucilare da Ranieri, convinto che facesse il doppio gioco e fosse un traditore. Il 12 agosto è la volta della terribile strage di Sant’Anna di Stazzema, che costò la vita a 560 persone (il numero “esatto non si è mai potuto conoscere.”), “fra le quali uomini anziani, donne e centosessanta bambini.”; “Quelle belve umane avevano preso di mira soprattutto i bambini, ai quali fu fracassato il cranio con il calcio del fucile e appesi poi come trofeo sui muri delle case. Alcuni di loro furono presi e gettati vivi nel forno acceso pronto per accogliere il pane e lasciati abbrustolire a fuoco lento.”. Poco prima i tedeschi avevano compiuto un altro eccidio presso la località di Romagna nel comune pisano di Molina di Quosa.

La strage di Sant’Anna di Stazzema è resa visibile grazie ad una descrizione che ne trasferisce sul lettore ferocia e inumanità.

Lo scontro tra tedeschi e Alleati avviene ai primi di settembre: “i proiettili dei cannoni americani cadevano con rapida sequenza lungo la strada e sui contrafforti della collina. All’esplosione faceva seguito una grande nuvola di fumo che si alzava verso il cielo e che oscurava il sole.”.

I tedeschi sono in fuga. È il 25 settembre 1944. Qualche giorno prima, il 5 settembre, anche Lucca è stata liberata. Si respira un clima diverso, di euforia, di incredulità: “ci furono abbracci e grida di gioia, qualcuno alzava le braccia verso il cielo, molte donne piangevano”; “Una pattuglia di dodici uomini, tutti con la pelle di colore scuro e con il fucile mitragliatore imbracciato fece infatti di lì a poco l’ingresso nella piazza.”. Siamo a Convalle, il paesino dove è rifugiata, in casa di Martina, la famiglia di Romana: “Erano proprio quei dodici uomini di colore, con uniformi verde scuro e con grandi elmetti mimetici in testa, che arrivavano a liberare quel minuscolo centro immerso nel verde della val Pedogna.”; “Quei giovani ragazzi arrivati a liberare Convalle non parlavano inglese, ma una lingua strana che assomigliava allo spagnolo.”. Uno di essi, che parlava l’italiano, chiarisce: “Noi non veniamo dagli Stati Uniti, noi siamo soldati brasiliani.”; “facevano infatti parte della III Compagnia del 6° Reggimento della Força Expedicionaria Brasileira, reparto incorporato nella V Armata Americana.”; “quel contingente avrebbe provveduto a liberare l’intera valle del Serchio, da Diecimo a Borgo a Mozzano, da Gallicano a Barga.”.

Finalmente si può ritornare a casa. Addirittura a Diecimo “nei locali della stazione si era insediato il comando del contingente brasiliano.”. Saranno in seguito “rimpiazzati dagli uomini della 92° Divisione di Fanteria Buffalo dell’esercito statunitense.”, poi rafforzati, per il tempo di “una quindicina di giorni”, da “un contingente di soldati della 19° e 20° Brigata della 8° Divisione Indiana”, i quali indossavano “anziché il tradizionale elmetto, un grande e colorato turbante.”.

Romana e la famiglia si mettono in cammino per tornare a Diecimo; durante il viaggio Romana pensa a Olinto, e non a Oreste, che ormai considera morto: “Romana pensava che a quel punto, dopo due anni e mezzo di assenza di sue notizie, non fosse più il caso di nutrire speranze”. Oreste è uscito definitivamente dal cuore di Romana? Andreuccetti ne fa un’ombra che cammina dietro alla donna e dà al lettore la sensazione che la sua vicenda terrena non sia ancora conclusa e possa riservarci qualche sorpresa. Diviene un motivo dominante, anche se l’autore non vi pone alcuna enfasi.

Il destino che finora ha segnato la vita di Romana è stato troppo severo e impietoso con lei per lasciarle aperta la strada della felicità: “era ancora preda dell’angoscia, quella sensazione che aveva sposato oramai da diversi anni e che sembrava non volerla più abbandonare.”.

Intanto soffre per Olinto: “La giovane era preoccupata perché aveva avuto notizia di partigiani impiccati durante la ritirata tedesca e quei poveretti avevano dovuto morire proprio all’alba della liberazione.”. Mario è tornato a casa e rivela che Olinto ha deciso di continuare la sua lotta contro i tedeschi e si è unito ad altre formazioni partigiane operanti nell’Alta Garfagnana, poiché la guerra non è ancora finita: “Che la guerra stava continuando e che i soldati tedeschi non erano molto lontani, la gente lo poteva capire dal crepitare del fuoco di artiglieria che si udiva in lontananza ed anche da sporadici rumori di spari di armi leggere.”. Le jeep americane attraversano il Serchio anche passando dal Ponte della Maddalena, conosciuto come il Ponte del Diavolo: “La gente del luogo diceva che era stato risparmiato per due motivi. Perché era un monumento di quasi mille anni, e probabilmente perché i tedeschi lo ritenevano troppo stretto per permettere il passaggio degli automezzi. Per ironia della sorte le jeep americane riuscirono ad attraversarlo e fu proprio per mezzo di esse che fu possibile trasportare numerose truppe nella zona di Bagni di Lucca.”.

A fine ottobre 1944 Romana ha la certezza di essere incinta: “la gravidanza era appena al secondo mese.”. Il lettore si domanda che cosa possa aver riservato ancora il destino alla sfortunata donna, la quale, comunque, è contenta di aspettare un figlio da Olinto, l’uomo che si è conquistato il suo amore. Quando arriva al quarto mese (siamo sotto Natale del 1944) decide di parlarne alla madre Rosa, poiché ormai non avrebbe più potuto tenere nascosta la gravidanza. La madre è felice “ma temeva le chiacchiere che i vicini di casa e gli abitanti di Diecimo avrebbero sicuramente sparso in giro. Romana era ancora sposata, almeno fino a quando non fosse stata dichiarata la morte presunta di Oreste.”. La guerra si sta cinicamente divertendo con Romana, come il gatto col topo.

È in quei giorni che avviene lo scontro tra tedeschi e Alleati, a Sommocolonia, sopra Barga, in cui “persero la vita 76 soldati tedeschi, 140 soldati americani e 7 partigiani.”. Ma Romana sembra essere lontana: “aveva rivelato ai componenti della famiglia, compreso Giacomo, il suo stato. Il ragazzo aveva accolto con freddezza quella notizia e quando la madre gli chiedeva se non era contento rispondeva di sì con aria di sufficienza.”. Della reazione degli altri, soprattutto dei genitori di Oreste e del fratello Mario, Andreuccetti ci tiene all’oscuro. Sembra che la reazione di Giacomo rappresenti quella di tutti: “E adesso doveva nascere un bambino, ma tutti si chiedevano con quale futuro.”. 

Trascorso il Natale, “la guerra esplose nuovamente violenta; aerei bombardieri entrarono nella valle del Serchio scaricando il loro potenziale di fuoco. Borgo a Mozzano e soprattutto Fornaci di Barga furono colpite duramente.”.

Olinto e Romana s’incontrano, e l’uomo viene a conoscere così che diventerà padre. È felice, ma alla domanda di Romana di non tornare più sui monti, risponde: “Sono anche comandante di squadra e non posso lasciare da soli i miei uomini. In questi giorni c’è una recrudescenza di violenze e si stanno perpetrando atroci vendette fra fascisti e partigiani. Ci sono impiccagioni e fucilazioni da ambo le parti ed io voglio frenare gli spiriti bollenti che ci sono anche fra i miei. Non serve la vendetta! Ormai la guerra è finita! È arrivato il momento di costruire la pace.”.

Olinto assume con decisione la figura di colui che intende uscire dalla guerra intatto nello spirito, con in più la convinzione che la sola condizione di vita accettabile per l’uomo è quella della pace. Generosità e bontà vincono sulla guerra grazie alla sua resistenza e alla sua forza di volontà.

La Storia ufficiale ci dirà dei due mesi cruenti che seguirono la fine della guerra in Italia nell’aprile 1945, allorché, soprattutto nel Nord, ci fu una resa dei conti fra le diverse formazioni partigiane con le Brigate Garibaldi, dirette da Luigi Longo e il Pci, intenzionate a prevalere sulle altre. Olinto è qui raffigurato come un comunista diverso, che lotta per la pace di tutti, il solo bene che conta e che deve emergere quale vero vincitore dalla guerra.

Siamo arrivati al gennaio 1945: “Una notte, improvvisi come falchi, piombarono nella valle del Serchio alcuni aerei tedeschi che sganciarono numerose bombe anche nei pressi dell’abitato di Diecimo. Fu colpito il fiume, la strada della stazione e qualche bomba cadde anche fra le abitazioni. La gente che stava dormendo, fu svegliata dal rumore degli aerei in avvicinamento al quale fece seguito il grande boato delle esplosioni.”.

Un incidente accade a Borgo a Mozzano il giorno dopo: “Sul greto del fiume giacevano una ventina di corpi, alcuni apparentemente senza vita e altri che si muovevano appena lamentandosi e chiedendo aiuto. Un po’ più distante c’era la carcassa di un camion americano ormai ridotto in un groviglio di lamiere.”; “Quel camion proveniente da Gallicano, stava trasportando un certo numero di sfollati in fuga dalle fasi cruente della guerra. Il mezzo, guidato da un militare che non conosceva bene quel tratto di strada, era sbandato, aveva sbattuto contro il muro di protezione della carreggiata ed era stato catapultato con tutto il carico umano sul greto del fiume.”.

La guerra si sta allontanando: “Il grosso delle truppe aveva ormai abbandonato quelle zone; le città di Massa e di Carrara erano state liberate e gli sforzi bellici erano ora concentrati sui grandi centri del nord.”; “La gente della valle del Serchio stava dedicandosi di nuovo ai vecchi lavori della campagna, dopo un anno nel quale era stata completamente abbandonata. Si tornava a segare l’erba, a seminare le patate ed il granturco, a dare il rame alle viti. Ma soprattutto si tornava ad uscire di casa, a chiacchierare con gli amici dopo mesi di segregazione, di angoscia e di paura.”. Resta solo una sacca di resistenza tedesca in Garfagnana: “Il suo capoluogo Castelnuovo era ancora infatti in mano ai tedeschi ed ai fascisti.”. È lì che si trova Olinto: “Il suo compito era quello di traghettare oltre le linee del nemico, ebrei, soldati disertori e intere famiglie di sfollati.”. Mancano due mesi al parto di Romana. La gente continua a sparlare della sua condotta: “Quel bambino che doveva nascere era il figlio del peccato.”.

Andreuccetti porta il lettore a concentrare la sua attenzione, non tanto sul bambino che dovrà nascere, ma sulla sorte che il destino ha riservato ai due uomini che sono stati tutto per Romana: Olinto, il padre del nascituro, e Oreste, il marito dato per disperso in Russia. Si attende un qualche colpo di scena che riguardi l’uno o l’altro. È una tensione che l’autore riesce a istigare e a surriscaldare. I rumori della guerra sembrano attutirsi rispetto all’evento che si attende.

Anche Castelnuovo è liberata, grazie a “una poderosa offensiva degli alleati partiti dalla Versilia e supportati dai gruppi partigiani che da Gallicano avevano risalito i contrafforti delle alture della valle stringendo in una morsa le forze nazifasciste.”; “si poteva veramente dire che nelle zone della valle del Serchio la guerra era terminata.”.

Ed ecco una delle notizie che il lettore attende per capire le mosse che il destino ha riservato su Romana. Nell’ultimo scontro per la liberazione di Castelnuovo ci sono stati alcuni morti tra i partigiani e uno di questi è Olinto: “L’uomo aveva appena traghettato una famiglia da Castelnuovo a Castiglione attraverso un sentiero nel bosco, e mentre stava tornando indietro per andare a prendere altre persone fu raggiunto da un colpo di moschetto alla schiena sparato da un tedesco in ritirata.”. Una beffa: “L’ironia della sorte aveva voluto che Olinto morisse nell’ultima battaglia prima della fine della guerra in Garfagnana.”. Incaricherà un amico che lo assiste nell’agonia, di andare a trovare Romana: “Porta il mio saluto a Romana, ti prego! L’unica donna che ho amato nella vita e dille che quando mio figlio nascerà, se sarà un maschio dovrà, come mi aveva promesso, chiamarlo Libero.”.

Gli abitanti di Diecimo rimasero avversi a Romana: “Era rimasta incinta durante un incontro occasionale con un partigiano sulla montagna ed ora aveva trovato la punizione che meritava.”.

Il 7 maggio 1945 la Germania si arrende incondizionatamente alle truppe alleate, firmando la resa in “una piccola scuola di Reims, dove il generale Eisenhower aveva posto il suo quartier generale”. Sono le ore 2,41.

A Diecimo si è avviata la ricostruzione e si riprende una vita pressoché normale: “Avendo i tedeschi requisito quasi tutti gli animali da lavoro, la terra veniva lavorata interamente a mano con l’utilizzo della vanga, l’attrezzo per dissodare il terreno antico come il mondo.”.

Romana è in attesa del parto previsto per i primi di giugno. Il bambino nasce e gli viene dato il nome di Libero, come aveva desiderato Olinto. Il frutto dell’amore di Romana per Olinto è, dunque, la risposta alla guerra, “perché da sempre la vita è destinata a vincere, nonostante che il mondo sia cosparso di tragedie e di catastrofi.”.

Sembrerebbe la giusta conclusione di questa storia germogliata tra lutti e disperazione, ma Andreuccetti non si ferma. Che cosa ci attende ancora? Non sono bastati gli strali scagliati dal destino contro la famiglia Santi, ed in specie contro la povera donna?

Che cosa ci riserva l’autore?

Siamo arrivati al settembre del 1945: “I lavori della campagna fervevano alacremente perché quella stagione era la più importante per il contadino; c’era da raccogliere la frutta, il granturco ed era prossima la vendemmia. Si avvicinava poi il periodo della semina del grano e della raccolta delle castagne. Nei campi lungo il fiume era un fiorire di voci e di canti; la gente stava nuovamente riscoprendo l’allegria, sentimento soffocato per parecchio tempo.”.

Sembrerebbe che la guerra fosse ormai un ricordo lontano, da esorcizzare con il lavoro e l’allegria.

A ottobre, Giacomo, finito di fare i compiti, è uscito all’aperto, e si trova “tranquillamente seduto sopra il muro prospiciente il lavatoio.”, quando scorge “una figura che aveva appena varcato il ponte sulla gora e che stava procedendo lungo il sentiero.”; “Camicia, giacca e pantaloni molto grandi coprivano un corpo di una magrezza estrema. La barba lunga ed incolta ed il fagotto che quell’individuo reggeva con una mano e che sembrava sospeso nell’aria, gli donavano l’aspetto del mendicante. Quella figura malferma, catturata dagli ultimi raggi di sole, tanto era esile e filiforme che sembrava procedere sospinta dalla propria ombra.”. È da annotare la bellezza di questa descrizione.

Giacomo pensa che sia “Un altro che viene a chiedere l’elemosina”. Ma il lettore ha già capito, poiché, in cuor suo, da tempo aspettava quest’uomo. È Oreste, infatti, il protagonista sempre incombente sul romanzo, la cui presenza non è mai stata sopita, nonostante che Romana lo avesse sostituito con Olinto.

Ci si domanda subito quale significato abbia un tale ritorno, e perché Andreuccetti ce lo abbia sempre tenuto sottotraccia, non facendoci mai dimenticare che esso sarebbe stato possibile, sempre ad opera di un destino che stava giocando con gli uomini, e con una giovane donna in particolare: “Oreste, per chissà quale strano disegno del destino, non era infatti morto in guerra come tutti pensavano ed era appena ritornato al suo paese.”. Quando Giacomo, dopo le prime incertezze, finalmente lo riconosce, “gli occhi di quell’uomo si velarono di pianto.”. L’autore ce ne traccerà il calvario, facendoci rivivere le sofferenze dei nostri soldati in terra russa, con i nemici che non si mostravano e che lasciavano alla neve e al freddo gelido di compiere la loro opera di devastazione. Si decide la ritirata. Poi: “Dopo tre giorni di marcia nell’immensità del deserto bianco senza problemi, arrivò improvviso come un turbine di vento l’attacco russo.”. Di questi assalti, i nostri soldati ne subiranno ancora, aggiungendo nuove vittime a quelle prodotte dal gelo, ossia dalla morte bianca. Oreste finirà prigioniero dei russi e inviato nei campi di lavoro siberiani: “La temperatura era sempre intorno ai cinquanta gradi sotto lo zero e la neve era la incontrastata regina di quelle lande sperdute.”.

Il racconto spinge ad un cinico confronto tra la prigionia sofferente di Oreste e il felice rapporto d’amore instaurato da Romana con Olinto. Romana ne è penalizzata, ed ancora di più risalta quale vittima più perseguitata dal cinismo del destino che si è servito della guerra per umiliarla. Oreste invoca la morte. Deve lavorare nella neve anche con la febbre alta. Ma ogni volta sopravvive alla sventura. I suoi compagni muoiono ad uno ad uno ed egli si ritrova ad essere il solo sopravvissuto. Romana lo crede morto, mentre il destino sta preparando l’inganno e la trappola: la morte “chissà per quale grazia divina anche in quel caso non arrivò.”. Essa si tiene lontana da lui.

Viene liberato ai “primi di settembre del 1945”; “Quel treno che correva veloce nella pianura, si lasciava dietro lande deserte, pianure alberate ricoperte di neve, il freddo, la fame, la solitudine dell’animo.”. Giunge in Austria, poi varca il confine italiano. A Milano i prigionieri vengono smistati secondo la destinazione. Prende il treno per Pisa, poi per Lucca e infine il pullman che lo condurrà finalmente al suo paese, Diecimo: “quel paese che amava e che per troppo tempo era rimasto rinchiuso come in uno scrigno dentro al suo cuore.”. Un viaggio “durato quasi due mesi”.

Giacomo gli rivela la presenza del fratellino Libero “che colpì Oreste come una mazzata e che forse gli procurò maggior dolore della scheggia di cannone che l’aveva colpito durante la tremenda ritirata della Russia.”.

Andreuccetti non fa sconti ai sentimenti, e non maschera la natura dell’uomo.  Il comportamento di Romana era del tutto inatteso: “Oreste aveva il cuore dilaniato. Dopo aver atteso quel momento per mesi e per anni, ed aver tenuto nel cuore Romana il giorno e la notte, durante le battaglie, nelle veglie al chiaro di luna, al freddo, al gelo, durante i morsi terribili della fame, questa era la ricompensa?”.

Decide di non entrare in casa e dice al figlio che deve andare via, e si allontana: “con gli occhi colmi di pianto riprese zoppicando il sentiero che proseguiva e costeggiava la gora, mentre sui campi e sugli orti già stava calando la sera.”.

Il romanzo potrebbe finire qui, e mostrerebbe che il comportamento di Romana non è stato perdonato. Ma l’autore vuole riservarci qualcos’altro, dare una conclusione diversa a questa dolorosa storia di guerra. Seguiamolo.

Romana si mette in cerca di Oreste: “Aveva amato Olinto ed il suo era stato un amore sincero e pulito, ma adesso doveva ritrovare Oreste, quell’uomo che aveva sicuramente sofferto tanto non doveva continuare a soffrire per colpa sua.”. Siamo a fine ottobre del 1945. Oreste non si trova, ma Ramona continua cercarlo finché non lo vede seduto sul greto del fiume nei pressi di Borgo a Mozzano: “Quella macchia scura in mezzo al bianco dei sassi sembrava un fenicottero intento a scrutare l’acqua in cerca di un pesciolino, tanto era filiforme e sottile.”. Gli dirà: “Sei tu il mio unico grande amore. Olinto è stato soltanto una parentesi di un momento, nel periodo forse più brutto della mia vita, mentre tu sei mio marito che credevo aver perduto per sempre, sei l’uomo assieme al quale voglio crescere i miei figli.”. Le risponde: “Non chiedermi quello che non mi sento ancora in grado di darti Romana! Con il tempo vedremo! Adesso aiutami a tornare a casa.”.

Che ne pensa il lettore? Davvero Romana ama ancora Oreste? Ha davvero amato Olinto? È un’eroina o è un’opportunista? Che ritratto ha voluto consegnarci l’autore di questa donna su cui il destino ha voluto accanirsi servendosi della guerra? Quante altre hanno vissuto lo stesso dramma?

L’autore scrive che “La ragazza era felice perché aveva superato l’ennesimo, doloroso strascico di una guerra assassina, aveva vinto anche l’ultima sua grande prova.”; “era ormai sicura che Oreste l’avrebbe perdonata.” Infatti, “Quel bimbo era stato accettato e considerato come un figlio anche da Oreste; l’uomo aveva capito che quel tenero virgulto bisognoso di cure e di affetto era stato concepito durante un atto d’amore sgorgato dalle macerie della guerra.”.

L’autore, con queste parole, ci ha invitato tutti a non porsi troppe domande e a perdonare; a sconfiggere, ossia, con il perdono, il cinismo del destino e le crudeltà della guerra.

 


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Bart