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STORIA: LETTERATURA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Roberto Andreuccetti: “Vittoria amara”

5 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Garfagnino, classe 1946, Andreuccetti, con questo romanzo (ne ha già diversi al suo attivo) ci introduce nelle atmosfere della Prima guerra mondiale. È stato Vincenzo Pardini a segnalarmelo, quando ero impegnato nella ricerca di scrittori lucchesi che avessero lasciato memoria di quel tempo terribile.

Siamo in un piccolo e vecchio borgo della Mediavalle del Serchio, Castello (“una località arroccata sulle pendici del colle che guarda da nord il paese di Valdottavo”, “capoluogo della valle della Celetra”), dove vive la protagonista Martina: “era una donna ancora giovane, nonostante avesse già un figlio di cinque anni; aveva corporatura sottile ma armoniosa, un seno piccolo e sodo ed una cascata di capelli neri che teneva raccolti dietro la nuca. Gli zigomi erano pronunciati, gli occhi bruni e luminosi in un volto sempre aperto al sorriso ma con i lineamenti marcati che evidenziavano il carattere forte di una ragazza abituata a doversi reinventare di continuo la propria giornata.”. Il marito Marco Bertini in America, è lei che deve provvedere alle faccende di casa per i suoceri Sofia (“aveva un tremolio costante nelle mani che le impediva di svolgere esercizi semplici come cucire, rammendare e filare con la rocca”; poteva invece aiutarla nei lavori pesanti) e Paride (“vecchio ed infermo”, “semi paralizzato dall’artrosi alla schiena”), i tre cognati Isaia, Achille e Nicodemo (“uscivano di casa al mattino e rientravano quasi sempre al tramonto”), oltre che per il proprio figlio Giacomo.

Siamo nel 1914, alle porte della guerra. Antonio Salandra aveva preso il posto di Antonio Giolitti alla guida del governo: “Era necessario reagire alla crescente forza della sinistra rivoluzionaria guidata dal giovane Benito Mussolini, direttore del giornale ‘L’Avanti!’ che aveva guidato i contadini della bassa Emiliana, nella famosa rivolta contro il governo denominata ‘settimana rossa’.”.

L’autore ci avverte di questa minaccia e continua a descriverci la vita di tutti i giorni nella realtà contadina del borgo, in cui non ci si poteva distrarre ed ogni giorno aveva la sua pena. Comunque la gente, quando si radunava per scambiarsi quattro chiacchiere, ora alla guerra ci pensava e la temeva. Qualcuno era favorevole, poiché solo così l’Italia avrebbe potuto impossessarsi di alcune terre a cui mirava da tempo: “il Sud Tirolo, Trento, Trieste, l’Istria e parte dell’Albania e della Dalmazia”.

Andreuccetti ci fa godere alcune pagine di una vita paesana ormai scomparsa e impossibile a ritornare. Usanze, superstizioni, feste, recite in piazza  come il “bruscello durante l’ultimo giorno di carnevale.”, scherzi audaci e maliziosi, sono quelli di oltre un secolo fa, dei quali, chi non li ha vissuti, qui può trovare il sugo (ben delineato l’episodio di Tonia, la pazza del paese, soprannominata la “Dannata”, come pure il corteggiamento di Rinaldo nei confronti di Martina), mentre ci incamminiamo verso lo scoppio della guerra, la quale si annuncerà col fragore del tuono e metterà a soqquadro l’esistenza del piccolo borgo: “L’Italia per il momento si dichiarava neutrale, ma qualcuno andava sostenendo che il suo intervento sarebbe stato imminente.”.

A proposito della pazzia di Tonia, l’autore annota: “in quegli anni la pazzia era un dramma che colpiva tante famiglie. Le cause per le quali una mente veniva deviata erano sconosciute e nessuno, medici compresi, pensava potersi trattare di una malattia. Colui che diveniva pazzo secondo la gente comune era stato catturato dal diavolo o da una strega, per chi credeva in quelle entità, oppure dal destino avverso da chi non riusciva a darsi altra spiegazione.”.

Non è frequente trovare nei romanzi del tempo sottolineature che riferiscono di questa piaga che affliggeva molte famiglie. Fino al tempo degli studi di Sigmund Freud, e cioè a metà delle due guerre mondiali, “le malattie mentali erano considerate incurabili.”; “La Dannata incuteva timore, perché era preda del diavolo e perché portava sventura.”.

All’inizio del 1915 le cose stavano così: “Uno dei motivi per i quali i neutralisti pur essendo in numero maggiore non riuscirono a competere con gli avversari era dovuto al fatto di non avere dalla loro gli organi di stampa in grado di far presa sulle masse. La Gazzetta del popolo, il Corriere della Sera e il Popolo d’Italia diretto dal giovane Benito Mussolini, sul quale uscì il pezzo ‘Audacia’, erano pubblicazioni che inneggiavano apertamente all’apertura delle ostilità.”. Anche Cesare Battisti (del quale più avanti sarà rievocata la morte avvenuta nell’estate del 1916) stava girando l’Italia per sollecitare la guerra e la presa di Trento. “Quando anche gli intellettuali come Gaetano Salvemini, Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio, si schierarono in favore della guerra, sembrò che le sorti fossero segnate. Le quattro componenti che inglobavano i neutralisti si andarono piano piano sfaldando. Il mondo cattolico ebbe poca voce in capitolo perché parroci e vescovi e gli uomini dell’Azione Cattolica non riuscirono ad inserirsi in maniera efficace nel dibattito, mentre i socialisti si scissero in due componenti, una parte conservatrice giolittiana e l’altra rivoluzionaria sostenuta da Mussolini.”.

Sono ben rese dunque le atmosfere inquiete e assillanti che muovevano la politica italiana di quell’inizio di secolo che era stato contrassegnato dall’assassinio, a Sarajevo, del principe ereditario dell’Impero d’Austria, Francesco Ferdinando, ad opera di “un giovane di diciannove anni, un certo Gavrilo Princip”.

Fu così che l’Italia, visto che le trattative con Vienna per rivendicare Trento e Trieste e altri territori irredentisti, si erano arenate, uscì dalla Triplice Alleanza, che la legava all’Austria e alla Germania, e passò alla Triplice Intesa a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia con il patto di Londra del 25 aprile 1915, in cui era scritto che l’Italia doveva entrare in guerra entro un mese dalla firma dell’accordo, e fu ciò che avvenne il 24 maggio successivo. L’accordo “prevedeva le aggiunte territoriali non solo di Trento ma anche di Trieste e dell’Isonzo, di Bolzano e di alcuni territori della Dalmazia.”; “Quale conseguenza di tutto ciò, l’Italia il 4 di maggio comunicò a Vienna l’annullamento della precedenza alleanza.”. A seguito della crisi di governo, il 16 maggio si insediò di nuovo, in sostituzione di quello di Giovanni Giolitti, il governo di Antonio Salandra e “Alle ore 3,30 del 24 maggio infatti, dopo il lancio da parte dell’artiglieria di numerosi colpi di cannone su terreno nemico, i primi reparti dell’esercito italiano, formati da fanti, bersaglieri e alpini, varcarono la frontiera dell’impero austro ungarico.”.

La guerra era cominciata.

Questo il titolo enfatico del Corriere della Sera: “Guerra! La parola formidabile tuona da un capo all’altro d’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È la quarta guerra di indipendenza! L’ultimo capitolo del risorgimento!”.

Importante questa annotazione: “L’episodio che dette inizio alla guerra da parte italiana fu lo sparo di un colpo di cannone dal forte Verona e diretto verso l’altopiano dei Sette Comuni in direzione delle postazioni austriache.”. Nello stesso giorno ci sarà la prima vittima italiana, Riccardo Giusto, “nato a Udine, venne chiamato alle armi e inquadrato nel corpo degli alpini nel gennaio del 1915. Fu “il primo degli oltre 650.000 soldati italiani caduti nella Prima Guerra Mondiale.”.

Martina è il personaggio che incarna i riflessi della guerra sulla società civile. Timori, ansie, solitudine e paura di non farcela, le incognite da affrontare ogni giorno, rabbie e risentimenti, povertà e insicurezze, tristi presagi, delusioni, incombono su di lei come su tutte le altre donne rimaste a tirare avanti famiglie e società dopo la partenza degli uomini per il fronte. È una donna forte, ma la guerra non risparmia nessuno e mette a dura prova anche i più volitivi.

Marco dall’America scrive che potrebbe anche ritornare in Italia, se si presentasse volontario alla guerra. Le spese del viaggio sarebbero tutte sostenute dalla Patria. Vuol sapere che cosa decidono gli altri emigrati del paese, e forse lui seguirà il loro esempio. Una preoccupazione in più per Martina, che non si aspettava.

Annota l’autore: “Allo spirito nazionalistico che stimolava al rientro in Italia per servire la patria e che era proprio di molti emigranti, fece da contrapposizione lo scetticismo di altri che vedevano invece la guerra una ulteriore penalizzazione richiesta dalla madre patria, dopo quella di averli costretti all’emigrazione, a causa delle difficoltà economiche delle loro famiglie.”.

Non furono molti i rimpatri. Scemarono quando ci si avvide che la guerra sarebbe stata lunga: “il 24 di luglio del 1915 venne stilato il celeberrimo messaggio ‘Figli non tornate’, firmato dalle madri d’Italia e rivolto a tutti gli immigrati nel continente americano, che recitava: ‘Per l’amore santo della mamma che nello strazio vi concepì e vi partorì nel dolore e vi crebbe di lacrime di sangue, di baci e non vive, non pensa, non soffre che di voi, per l’amore nostro, figli non tornate!’.”; “Il numero dei migranti che fecero rientro in patria per andare a combattere contro le truppe austroungariche rappresentò solo il tredici per cento del totale.”.

La scrittura di Andreuccetti ha capacità rievocative esemplari, tracciate con la delicatezza del sentimento che le ispira. Al cognato di Martina, Nicodemo, è giunta la lettera di richiamo alle armi. È l’ultima sera che può stare in famiglia e in paese. L’autore ne approfitta per renderci la magia e l’incanto di quei luoghi che presto la guerra contaminerà. Vale la pena riportare questo brano, anche se lungo: “Quel platano secolare, con le radici costrette fra la poca terra e la roccia, quando era spoglio mostrava sulla sommità del tronco quattro imponenti biforcazioni che parevano braccia rivolte verso il cielo, ma nelle sere d’estate, con la sua folta chioma, era rifugio per chi cercava di godere di un po’ di quiete prima del sopraggiungere della notte.

Due muriccioli a secco si fronteggiavano sotto quella pianta maestosa ed erano occupati ogni sera da anziane donne intente a filare la lana con una rocca, od a rammendare calzarotti e maglie, e da uomini in eterne discussioni sulle semine, sui raccolti e sulle stagioni, in quel luogo la gente di Castello si dava appuntamento per godere di un po’ di riposo, ma anche per conversare e socializzare.

Ritrovarsi sotto il platano, voleva dire venire a conoscenza di ogni avvenimento lieto o triste del borgo; lì si moltiplicavano i pettegolezzi e lì nascevano nuovi amori. I giovani innamorati se ne stavano però a distanza, ma sempre alla portata d’occhio dei genitori, a volte seduti sulle pietre dure del selciato della strada, ed altre sopra un poggio che si ergeva nelle vicinanze.

In quel piccolo angolo di mondo, che con la sua quiete e con la sua pace sembrava fuori dal tempo, il posto a sedere spesso non si trovava ma c’era sempre qualcuno pronto a recarsi in casa per prendere una sedia; soprattutto per darla alle persone anziane che non avrebbero potuto scremarsi in una posizione scomoda.

la quello spiazzo anche la presenza dei bambini era numerosa, sempre guardati a vista dalle madri, che non appena li vedevano allontanarsi, erano pronte a chiamarli per nome ed a rincorrerli.

Al sopraggiungere delle prime ombre della notte, le donne si ritiravano, perché avevano ancora qualcosa da fare in casa prima di andare a letto, come preparare i pasti agli uomini per il giorno successivo, sistemare le verdure portate dall’orto, aprire le finestre delle camere per far entrare un po’ di fresco e portare a letto i bambini.

Un motivo che spingeva le donne ad andarsene, era anche dettato dal timore di scorgere gli streghi che nelle ore della notte si facevano vedere nel colle di Tempagnano. Erano in molti ad asserire di aver visto piccoli lumi muoversi nelle selve e quei lumi erano la conferma che gli spiriti maligni stavano trasferendosi da una località all’altra di quelle solitarie radure. Per le donne di Castello il solo scorgere quei lumi poteva portare sventura. Gli uomini erano un po’ meno preoccupati della presenza degli streghi perché si trattenevano sotto il grande platano più a lungo, non dimenticando però che il mattino successivo avrebbero dovuto alzarsi presto.

Dopo aver conversato per qualche attimo ancora e dopo il sopraggiungere delle tenebre, si ritiravano uno ad uno, riprendendo le sedie portate da casa ed augurandosi la buona notte.

Sotto il grande platano rimaneva solo il silenzio rotto soltanto dal fruscio delle foglie mosse dalla brezza marina e dal lugubre, remoto canto della civetta.”. Ritroveremo verso la fine la memoria di questo luogo di dialogo e di solidarietà.

Anche la partenza di Nicodemo per la guerra è resa con garbo, senza euforia, in uno stile sobriamente controllato.

L’autore conosce bene la storia e si è ben documentato, dandoci notizie e particolari che contribuiscono a rendere coinvolgente il racconto: “Il 7 di luglio terminò la prima delle diciannove battaglie dell’Isonzo con la conquista da parte dell’esercito italiano di modeste porzioni di territorio nemico e con la cattura di numerosi prigionieri, ma a prezzo di numerose perdite.”.

Intanto (siamo ad agosto del 1915): “Il sudore che colava copioso sul volto delle donne e degli uomini rimasti si sommava all’ansia crescente che opprimeva la mente di tutti coloro che attendevano notizie dai giovani partiti per le zone di guerra e che cominciavano ad essere numerosi.”.

Non si interrompe mai il filo che unisce il fronte di guerra alle sofferenze della popolazione civile. Nicodemo si trova sull’altopiano di Asiago a scavare nella roccia “ricoveri e trincee per potersi garantire una base sicura in caso di ripiegamento dopo prevedibili, futuri assalti.”; “La guerra vera non era ancora cominciata, ma il semplice fatto di dover scavare a colpi di piccone la roccia dura delle montagne, e dovendolo fare sopra crepacci e creste taglienti senza sosta alcuna, con il fisico che accusava giorno dopo giorno la fatica, comportava enormi sacrifici per quei soldati che provenivano dalle campagne e dalle periferie delle città; giovani inesperti e con sommario addestramento. Alle fatiche fisiche si sommavano quelle morali per dover sopportare la ferrea disciplina che il generale Cadorna aveva instaurato fra le sue truppe.”.

Marco scrive dall’America assillato da quanto vede fare a molti suoi compagni di lavoro italiani, i quali, per non essere accusati di diserzione, rientrano in Italia per arruolarsi. Domanda a Martina che cosa debba fare, rientrare oppure rimanere e preservare il buon lavoro che ha trovato e che, una volta lasciato, perderebbe per sempre.

L’autore ci rende partecipe anche di questo problema che attanagliò non solo Martina, ma tante altre famiglie italiane. La decisione viene presa dopo una discussione collegiale ed è il vecchio Paride a dire l’ultima parola definitiva: il figlio Marco doveva restare in America, per non rischiare la vita, avendo a suo carico la moglie e il figlio ancora piccolo.

Vedete quanti problemi minuti sono stati inclusi nella narrazione di una guerra, e Andreuccetti cerca di recuperarli e offrirceli in un mosaico che arricchisca di particolari quanto ci è stato tramandato da altri. È uno sforzo che compie con la leggerezza di chi sa raccontare e appassionare.

Nell’annunciarci che anche l’altro cognato di Martina, Isaia, è chiamato alla guerra nel II Reggimento Alpini, e la sua felicità di poter dare il suo contributo alla Patria, l’autore scrive: “Parecchi di quei giovani baldanzosi in futuro si pentirono e coloro che affrontarono l’estremo sacrifico, al momento della morte chiesero perdono ai genitori per la lorio scelta.”; “La partenza di Isaia avvenne all’alba, dopo che il giovane ebbe infilato in una sacca le poche cose che gli erano necessarie: un pezzo di pane e di formaggio per il pasto da consumare sul treno, un rasoio, un pezzo di sapone ed un pettine oltre ad una maglia di lana e qualche paia di ‘calzarotti’.”.

Non era facile sfondare le linee nemiche e la guerra, nonostante “l’ardore e la tenacia dei nostri soldati”, si stava trasformando sempre più in una guerra di trincea: “gli scontri sostenuti durante l’estate dettero ragione ai generali, che avevano infatti evidenziato l’inefficienza dei nostri militari dovuta alla mancanza di un addestramento specifico e alla scarsità di materiale bellico, in particolare di pezzi di artiglieria.”.

L’ultimo cognato rimasto a casa, Achille, ubriacone e poco responsabile, che con difficoltà soprattutto Nicodemo era riuscito un po’ a controllare, risultò una sorpresa per tutti, poiché sembrò diventare più giudizioso e aiutava nei campi la povera Martina, sulle cui spalle gravava tutto il peso della difficile e tribolata situazione: “aveva diminuito per fortuna anche le visite domenicali all’osteria di Valdottavo.”.

A settembre il figlio Giacomo inizia il suo percorso scolastico, e Martina è emozionata; è un grande avvenimento: “Giacomo imparando a leggere e a scrivere, avrebbe creato le premesse per meglio sapersi inserire nella sua vita futura.”; “Con in mano una scatola chiusa con un cordino nella quale Martina aveva posto il lapis, il quaderno e la metà di un neccio avvolto in un pezzo di stoffa, Giacomo si apprestava a partire assieme a pochi altri ragazzi, per vivere l’emozione del primo giorno di scuola.”; “I ragazzi erano malnutriti e nonostante le madri facessero di tutto per non farli soffrire, il cibo del quale potevano usufruire diveniva giorno dopo giorno inferiore al loro fabbisogno.”.

Non c’è luogo in Italia in cui non si patisca per le conseguenze della guerra, la quale continua a mietere morti: siamo alla fine del 1915: “L’attacco alle trincee nemiche ebbe inizio il 10 di novembre in condizioni atmosferiche proibitive ed i primi assalti si infransero sui reticolati nemici difesi da numerose mitragliatrici. L’impresa sembrava impossibile, ma gli uomini della Sassari, nei successivi tentativi riuscirono ad aprire un varco nei reticolati e con furiosi assalti alla baionetta, riuscirono ad occupare i trinceramenti ed a difenderli strenuamente dalle successive controffensive austriache. In quegli scontri morì per emorragia, dopo essere stato colpito alla coscia da una scheggia di granata il generale comandante Berardi.”. Fu in questa fase della guerra che il generale Cadorna “pronunciò la fatidica frase: ‘La presente guerra non può che finire per esaurimento di uomini e di mezzi e l’Austria è più vicina di noi ad arrivarci.’”.

Nicodemo si trova lassù a combattere, al riparo della sua trincea, che l’autore ci descrive con realistica efficacia: “Muoveva solo pochi passi perché non c’era spazio in quelle buche che sembravano tane di topi e lo faceva soltanto per andare ad orinare in uno slargo dove si recavano tutti e dove regnava un odore asfissiante. La trincea era ricolma di fango provocato dall’acqua e dalla neve, perché non c’era un riparo, ma soltanto teli fermati alla meglio con alcune pietre e spesso strappati dalla furia del vento. Ma il tanfo veramente insopportabile era quello che proveniva dai corpi in putrefazione dei soldati morti fra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno; un fetore che era una vera e propria tortura e che a molti soldati provocava crisi di vomito.”; “nella trincea non si poteva familiarizzare né farsi un amico, perché il ricambio degli uomini avveniva di continuo; in ogni assalto i morti erano numerosi ed era un susseguirsi di nuovi arrivi per rimpiazzare i caduti.”; “I proiettili dell’artiglieria a volte erano precisi e riuscivano a centrare l’interno della trincea; per il gran numero di corpi ammassati uno accanto all’altro ne derivava una vera e propria carneficina.”; “Nei tremendi attimi prima dell’assalto, fra gli uomini regnava sovrana la paura e qualcuno non reggeva allo stress, veniva colto da convulsioni e da vomito, e spesso orinava nei pantaloni. Arrivavano allora gli ufficiali che invece di cercare di calmarlo lo schiaffeggiavano e lo spintonavano.”.

È da notare la connaturata capacità di controllo delle emozioni da parte di questo autore, in grado di affrontare situazione psicologicamente delicate come quella di una donna bella e sola, corteggiata dagli uomini, quale è Martina, e quella dolorosa e feroce della guerra, tra raffiche di mitragliatrici e feriti e morti che cadono intorno con strazio e lamenti. Un esempio significativo si può trovare nella lettera che dall’ospedale Nicodemo scriverà a Martina, o anche quando zoppicante sorretto da due carabinieri tornerà a casa. Ci troviamo indubbiamente davanti ad un romanzo preparato con una accurata documentazione storica, che si avvale di una fantasia creatrice che riproduce una storia aderente alla guerra come un vestito sul corpo di un essere umano. Non si avvertono stridori e incongruenze e il filo rosso che unisce i vari filoni del racconto sono la ineluttabilità di ciò che accade e la sua immodificabilità: “Da quella buca scavata fra le rocce non c’era possibilità di fuggire e la granata avrebbe potuto trovarlo ovunque, come una biscia che ha scoperto la tana di un topo e che aspetta il momento opportuno per catturarlo.”; “molti compagni di Nicodemo caddero, altri cercarono riparo nei crateri formatisi nel terreno dopo gli spari dell’artiglieria, nella speranza di sottrarsi per qualche attimo ad una fine quasi certa.”. Ci sono altre descrizioni sulla guerra di trincea che lasciano il segno e che il lettore potrà accogliere come monito a non trascurare mai il bene della pace.

Succedevano anche tragedie di questo tipo: “In quegli attimi frenetici che precedevano l’assalto, un fante in preda all’eccitazione si mise a sparare prima che fosse giunto il momento e colpì nella schiena un compagno che lo precedeva e che si accasciò al suolo rantolando.”; “Temendo un’avanzata in grande stile il mitragliere si mise a sparare raffiche, ma anziché gli austriaci falciò ed uccise una decina di compagni che stavano ripiegando.”. Chissà quanti incidenti cosiddetti da “fuoco amico” saranno successi in quella guerra, ma anche in tutte le guerre del mondo. E quale strascico psicologico avrà lasciato negli autori di quelle morti!

Anche la resistenza di Nicodemo mostra segnali di cedimento: “Quel giovane cominciava a non sopportare più l’atmosfera di chi deve vivere giornalmente in bilico fra la vita e la morte, era nauseato dall’odore della polvere, ma soprattutto dall’essere costretto ad uccidere uomini che stavano vivendo nell’angoscia come lui; aveva perso il conto di quanti poveri cristi erano caduti per mano del suo fucile.”.

Non vi è dubbio che la guerra di trincea è resa in tutte le sue numerose sfaccettature, e con maestria, che le danno il volto di una spietata e cinica consumatrice di vite umane. Corpo e mente subiscono il suo corrosivo e incessante assalto teso a spegnere anche la più vigorosa e tenace resistenza. Scontro e attesa sono i subdoli strumenti che producendo quando euforia, quando rabbia, quando timore, quando ansia, generano profonde ferite invisibili che alla fine distruggono l’individuo più di una scarica di mitragliatrice.

Nicodemo, la ferita la subisce nel corpo durante uno degli assalti verso la trincea nemica: “La raffica di mitragliatrice aveva letteralmente sventrato la gamba di Nicodemo all’altezza del ginocchio.”. Ne deriverà l’amputazione dell’arto. Siamo nell’ottobre del 1916, il secondo anno di guerra. Nel paese di Castello: “Era da poco iniziata la raccolta delle castagne, impegno fondamentale per l’economia delle famiglie perché dalla loro farina si poteva garantire il cibo per l’intero anno. Ed erano le donne, che con il sole o la pioggia partivano dalle loro abitazioni per recarsi nelle selve sparse intorno al colle di Guazzanello.”. L’autore fa molta attenzione a mettere in risalto l’importanza del ruolo della donna in quelle sventurate comunità i cui gli uomini erano stati richiamati al fronte, lasciando sulle loro spalle tutta la fatica di provvedere alle necessità della famiglia. Non una si tirò indietro, ed esse furono la risposta del coraggio civile alla ferocia e al cinismo della guerra. Martina era una di quelle e presto dovette rinunciare all’aiuto di Achille ritornato al suo vecchio vizio del bere. Lo pregava di non scendere da Vasco, l’osteria di Valdottavo, ma, sebbene lui promettesse, non riusciva a mantenere la parola data: “l’alcolismo era talmente radicato in quel povero ragazzo che bastavano pochi bicchieri di vino per farlo uscire di senno.”. La sera Martina: “Ripensava alle sue giornate e si chiedeva perché il destino fosse stato così parco di gioie con lei; era spesso preda dello sconforto e si rendeva conto purtroppo che nessuno avrebbe potuto consolarla; non avrebbero potuto farlo i suoceri con i problemi derivati dall’età, né Ettore, l’amico anche troppo servizievole ed invadente, né Giacomo il suo bambino che stava crescendo senza un padre e che quando chiedeva di lui, contribuiva ad accrescere la sua malinconia.”. Non solo Martina (“Anche la famiglia di Martina non se la stava passando bene perché oltre ad essere a corto di legna aveva poche provviste alimentari per arrivare alla fine di un inverno che si stava dimostrando molto rigido.”), ma tutte le donne avevano una loro incruenta ma ineluttabile guerra da affrontare. Dopo la notizia dell’invalidità di Nicodemo, Martina, che ha ora ventisette anni, addirittura “andava rimuginando nella mente l’idea di farla finita.”. Riusciva a frenarla il pensiero del figlio Giacomo, ancora bambino.

L’attesa della fine della guerra è portatrice di logoramento psicologico anche in chi, come Martina, si è rivelata una tenace combattente, mai un solo momento in ritirata, ma spronata dal dovere e dalle necessità della sopravvivenza. Siamo nella primavera del 1917; sono trascorsi ben due anni da quell’inizio del 24 maggio 1915, quando la speranza che la guerra fosse di breve durata aveva illuso un po’ tutti. Ora si stava allungando ogni volta di più, e non si riusciva più a prevederne la fine. Anche Achille, pur essendo ancora minorenne, riceve la cartolina di precetto e deve lasciare la casa, fuggendo alla chiamata e rifugiandosi nei boschi della Lecceta. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai andato alla guerra. Martina è praticamente rimasta sola. Rinaldo, che fingeva di volerla aiutare come manifestazione di affetto e di solidarietà nella sventura, in realtà aveva cercato di approfittare di lei e di violentarla, e anche su di lui Martina non poteva contare più. In casa rimanevano i vecchi suoceri, Paride e Sofia, lo zoppo Nicodemo che poteva aiutarla in poche faccende, e il bambino Giacomo, “un ragazzo con problemi, che aveva già dato preoccupazioni”, che ora andava a scuola.

L’autore sta misurando, come fa uno studioso sul suo tavolo di laboratorio, le conseguenze della guerra all’interno di una famiglia, su cui essa si è accanita con lacerante e corrosivo cinismo. La domanda che il lettore si pone è: Fino a quando si potrà resistere? Che cosa cerca ancora e di più la guerra? Aveva colpito l’uomo più buono, più forte, più laborioso di cui nessuno avrebbe potuto pensare mai di fare a meno: “Nicodemo viveva in un continuo stato di prostrazione; si rendeva conto di quanto ci fosse da fare in quella famiglia, nonché della sua inutilità. Si sentiva un parassita che andava a tavola a mangiare senza aver fatto niente per guadagnarsi il cibo.”. Non solo Martina è sfidata dalla beffarda guerra, ma anche Nicodemo, sul quale allo strazio fisico si sta aggiungendo quello psicologico.

È un romanzo di una esemplare fattura, frutto della mano di un narratore nato, che dovrò inserire nel prossimo aggiornamento del mio libro “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi”.

Anche il confronto tra Ettore, un uomo buono e sempre disponibile ad aiutare il prossimo, e Rinaldo, un commerciante avido e interessato al proprio tornaconto, e libero da ogni senso morale, perfino una spia, viene svolto gradualmente con un velato suggerimento a volerne tenere di conto e che non si tratta affatto di un tema casuale e marginale.

Infatti a poco a poco la figura di Rinaldo diventa il simbolo più perverso della guerra, quello che scalfisce e corrode le coscienze; che approfitta della debolezza altrui con un’aggressione tale da farne uno schiavo o addirittura una vittima mortale; che non si pone ostacoli quando vi è anche una pur minima speranza di umiliare chi si oppone ai propri desideri. Rinaldo è l’alfiere di una guerra che come un maleficio va a caccia di coscienze per degradarle e sottometterle. Su Martina, Rinaldo incombe con la spietatezza di chi sa di essere il più forte. Martina teme di incontrarlo, ma sa che ha un vitale bisogno del suo aiuto. La suocera si domanda perché Rinaldo è da quattro mesi che non si fa più vedere, e Martina non ha il coraggio di rivelarle la verità, e pensa: “La colpa è soltanto mia. Mia, perché sono una povera sciagurata che non ha voluto soggiacere alle brame di quel commerciante ed ora, come era da immaginare, la sua vendetta è arrivata puntuale e in maniera crudele.”. Il lettore ha messo al centro dell’attenzione, ora, questa sfida morale e l’autore ha saputo sapientemente investirlo di questa che è una delle conseguenze peggiori della guerra, che si consuma nell’intimità e nel silenzio della natura. Di là dall’oceano sta la figura seminascosta di Marco, il marito, che le comunica ogni tanto che le cose stanno andando bene e che si è messo da parte già un bel gruzzolo; tuttavia Martina è sola e ha sulle spalle pesanti responsabilità che il marito ignora. Nel lettore cresce perfino l’idea che egli voglia egoisticamente ignorare.

Finché decide di far visita a Rinaldo per chiedergli aiuto: “Martina avrebbe preferito andare in guerra come erano costretti a fare tanti giovani di Castello, piuttosto che andare a bussare alla porta della casa di Rinaldo.”. Nicodemo forse intuisce qualcosa e la mette in guardia: “Digli che se non darà quanto ci spetta, anche dovesse impiegare un giorno, la prossima volta a trovarlo andrà Nicodemo!”.

L’incontro tra Martina e Rinaldo è un’altra bella pagina di questa storia, dove sono messi a confronto la vittima predestinata e il suo approfittatore, “privo di scrupoli.”. Ne emergono due figure a tutto tondo, con una Martina che, pur vittima nel corpo, ne esce vincitrice per dignità e coraggio. È una rivincita che l’autore si prende sulla guerra: “Il marpione di Rinaldo stava iniziando a mettere in atto la sua strategia che era quella di costringere Martina alla supplica.”. Alla domanda “Sei veramente ridotta così male?”, la sua risposta è perentoria: “Se non ero ridotta male non venivo qui da te!”. Ma non ce la può fare contro la fame e le necessità della sua famiglia, e soprattutto di fronte al pensiero del figlio bisognoso di cure: “Rinaldo spogliò letteralmente a forza Martina che se ne stava tremante di fronte a lui come una povera preda che avverte sul collo il fiato di un famelico felino cacciatore.”. Quando lui si cala i pantaloni, ha solo la forza di implorarlo: “Ti scongiuro Rinaldo! Stai facendomi del male! Lasciami andare!”. Sono implorazioni che hanno la forza d’urto di un boomerang, di una lezione severa, di una punizione devastante: “Quel povero sciagurato non si rendeva conto che Martina, sotto la sua massa di grasso e di carne sudata e puzzolente, non aveva provato alcun piacere, ma soltanto dolore, ribrezzo e disgusto.”.

Sulla via del ritorno con sul capo un canestro pieno di cibo offertole da Rinaldo, piange e prega la Madonna: “la pregava soprattutto perché allontanasse da lei il desiderio forte di non tornare a Castello ma di andare a gettarsi dalla balza.”. Quando si legge la scena seguente ci viene in mente “La ciociara”, il romanzo del 1957 di Alberto Moravia, tradotto, tre anni dopo, nel capolavoro di Vittorio De Sica dal titolo omonimo, quando la ragazza Rosetta, violentata dai soldati marocchini, fa lo stesso gesto che compie Martina: “Martina si sentiva sporca nel basso ventre ed ebbe bisogno di fermarsi presso la polla di Monetori per sciacquarsi, come se quell’acqua taumaturgica avesse potuto detergere oltre che il suo corpo anche lo sporco che avvertiva nell’anima.”.

Un altro film viene in mente quando l’autore parla di soldati fucilati a sorte per qualche caso di pavidità, provocato dalla paura e dallo sconforto: “Alcuni giovani abituati a lavorare la terra e a svolgere una vita semplice, anche se faticosa,  non riuscirono mai a tramutarsi in macellai di uomini ed a stravolgere il proprio carattere.”. Si tratta del bellissimo “Uomini contro” di Francesco Rosi, del 1970.

La guerra sconvolse e traumatizzò molte coscienze e l’autore ci segnala alcuni esempi, cercando di assolvere ai nostri occhi i più deboli e confusi: per arrendersi bisognava lasciar cadere l’arma a terra, prendere dalla tasca un fazzoletto bianco ed alzarlo con un braccio.”; “Dei 300.000 prigionieri in mano austriaca 100.000 morirono di stenti.”; “Nella Prima Guerra Mondiale furono riscontrati quasi 500.000 casi di diserzione e di renitenza, 500.000 casi di infermità mentale reale o presunta e 750 casi di condanna alla fucilazione per aver osato di fuggire davanti al nemico.”.

Nel 1917 ci furono due eventi importanti che influirono sulle sorti della guerra: l’entrata nel conflitto degli Usa e a ottobre l’uscita da esso della Russia allorché il potere passò ai comunisti di Lenin.

L’uscita della Russia consentì alle forze imperiali di dirottare nuove truppe sul fronte italiano e proprio il 24 ottobre si svolse la battaglia di Caporetto, che vide la sconfitta devastante dell’Italia e la conseguente ritirata “fino al fiume Piave.”; “Quella tremenda battaglia ebbe inizio alle ore 02.00 del 24 ottobre del 1917 con un violento cannoneggiamento effettuato dalle centinaia di bocche da fuoco austriache, seguito da un massiccio assalto delle numerose divisioni dove erano impiegati uomini tedeschi.”; “La battaglia di Caporetto fu la maggiore disfatta che nella sua storia l’esercito italiano ricordi con 400.000 perdite fra morti, feriti e prigionieri.”.

La guerra non dava requie ai soldati schierati al fronte, al riparo di trincee poco sicure: “Durante i ripiegamenti l’alpino non aveva da pensare soltanto a se stesso, ma doveva recuperare i fucili dei compagni caduti ed i tascapani dove erano racchiuse le bombe a mano da riportare in trincea.”; “Il pensiero più terribile per un soldato che si preparava all’assalto di una trincea nemica era quello di dover terminare l’azione con un corpo a corpo; il pensiero di essere costretto ad infilare la baionetta nel torace di un avversario per non subire la stessa sorte, era un vero tormento.”.

Finalmente abbiamo notizie di Isaia, partito volontario. È sul Carso e si comporta da eroe; ha guadagnato il grado di sergente “e comandava una squadra”; infonde coraggio agli altri; non ha subito ferite, per il momento: “Dobbiamo agire come fossimo immortali.”.

Pare che l’autore voglia contrapporre la figura di Isaia a quella del fratello Marco, il marito di Martino, al sicuro negli Usa.

Ma la guerra è spietata con chi la sfida, anche con esaltazione e coraggio. Non ha riguardo per nessuno e se ti prende di mira, non c’è giustificazione che tenga. Isaia, dopo la menomazione di Nicodemo e l’arresto di Achille, era rimasto l’ultima possibilità di Martina di ricevere aiuto, almeno a guerra finita, ma in un assalto ad una trincea austriaca, dopo alcune ferite minori, “un nuovo colpo ben assestato” lo prese al petto uccidendolo: “Isaia cadde senza un lamento e il suo corpo martoriato fu calpestato dai soldati nemici che stavano ormai per riconquistare la postazione perduta.”.

Pietro il postino pare assumere l’aspetto cadaverico di un messaggero della guerra e delle sue crudeltà. È lui, con il volto triste, a recare la notizia della morte di Isaia, “un giovane di poco più di vent’anni”, ed è Martina la prima a incontrarlo. Anche Ettore è chiamato al fronte. La sventura si è accanita contro Martina, che sta assumendo la figura di un gigante che lotta fino all’estremo delle forze, non volendo arrendersi. Andrà perfino a Lucca, a piedi, quattro ore di cammino, a far visita al cognato Achille, rinchiuso nelle carceri della città, e ridotto a pelle e ossa. È grazie al suo temperamento che la famiglia riesce a resistere: “in quella famiglia temprata dal dolore e dai tormenti quotidiani, era come se ogni nuova tragedia trovasse tutti preparati.”.

Siamo nella primavera del 1918. La situazione è al limite: “Il pasto quotidiano era dato da radicchio e rape, uniche verdure non bruciate dal freddo, e da uova.”. E a maggio: “Non c’era più possibilità di mangiare nemmeno le uova perché erano rimaste solo due galline superstiti di una inspiegabile moria.”.

La suocera Sofia, appresa la situazione infelice in cui si trovava il figlio Achille, supplicò il furbo e profittatore Rinaldo di intercedere affinché fosse trasferito nel più vicino carcere di Borgo a Mozzano, dove sarebbe stato più agevole per la famiglia andare a trovarlo e portargli del cibo. Non sapeva, la povera donna (che nel parlare usa spesso il vernacolo, regalandoci parole ormai scomparse o rare) di dare a Rinaldo l’occasione che aspettava di poter sedurre un’altra volta Martina, raccomandata di accompagnarlo: “Né i due anziani della casa, né Nicodemo si accorsero della smorfia che era disegnata sul volto di Martina.”. Avrà la forza di confidare il suo segreto a Nicodemo, il quale la conforterà e andrà lui con Rinaldo, lasciando con un palmo di naso il commerciante ormai sicuro della preda.

L’asso dell’aviazione, il maggiore Francesco Baracca, muore proprio sul finire della guerra. Così ce viene dato conto: “La morte di Baracca rimase avvolta nel mistero; chi disse che il suo aereo fu abbattuto da un cecchino tedesco, chi invece da una raffica di mitraglia di un aereo nemico e chi addirittura sostenne che fu lui stesso a suicidarsi con un colpo di pistola per non morire arso vivo dopo che il suo aereo aveva preso fuoco.”. La guerra tuttavia volge al meglio per l’Italia e si avvia alla conclusione con la battaglia del 22 giugno 1918, passata alla Storia come Battaglia del Solstizio, in cui: “Le perdite austriache furono oltre 150.000 mentre quelle italiane circa 90.000.”.

Anche Ettore si può considerare una vittima della guerra, poiché ritornerà a casa incolume nel fisico, ma compromesso nella mente. I carabinieri diranno a Martina che lo vede con gli occhi persi nel vuoto (“Gli occhi sbarrati, il volto tirato e la fronte aggrottata.”) che il giovane “ha problemi mentali e noi dobbiamo riaccompagnarlo a casa.”. È un altro degli aspetti più crudeli della guerra, che ha aggredito un uomo buono e fragile: “si era ridotto così dopo lo stress subito in trincea e che per questo era stato congedato. Aveva bisogno di essere accompagnato a casa perché non in grado di farlo da solo avendo impedita la memoria.”. La sua storia ci farà rabbrividire: “Ormai Ettore non era più un uomo, ma un vegetale, un individuo che del mondo sarebbe stato un eterno parassita, costretto ad elemosinare aiuto per sopravvivere.”.

Quando la guerra finisce il 4 novembre 1918, Martina dirà: “Abbiamo vinto, ma che vittoria è questa per la mia famiglia? È una vittoria amara!”.

Poi, poiché Marco le ha scritto che nel 1920 rientrerà a casa, si esprime a somiglianza di Rossella O’Hara in “Via col vento” di Victor Fleming, del 1939, tratto dall’omonimo romanzo di Margareth Mitchell, del 1936: “Quando Marco tornerà avrò trentun anni, non sarò vecchia e spero che gli piacerò ancora.”.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart