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STORIA: MAESTRI: Guglielmone mio padre

7 Novembre 2015

di Giorgio Zampa
[da “La Fiera Letteraria”, numero 35, giovedì 31 agosto 1967]

La pausa durava troppo. Da almeno cinque o sei anni non se ne sentiva più parlare; per questo, forse, le rive­lazioni delle settimane passate sono state più vivaci del solito: la compressione era stata eccessiva. La stam­pa tedesca se ne è interessata quasi al completo, quella svizzera ha segui­to, il Times Litterary Supplement ha raccolto, commentato le notizie, e l’episodio non è chiuso, perché altre pub­blicazioni si annunciano. Tra i serpen­ti di mare che affiorano sulle pagine dei giornali, questo, se non dei mag­giori per mole, è certo uno dei più divertenti. Perché le persone che ma­novrano i fili del drago, come macchinisti dietro la scena del Sigfrido, ricavando vantaggi economici cospicui da ogni spalancare di fauci, da ogni soffiata di fuoco, non hanno ancora pensato a uno sfruttamento del « caso » sotto forma di gioco? The Hunt of B. Traven: una bella scatola colo­rata, tante figurine, tabelle, dadi, c’è da scommettere che attecchirebbe.

La manovra dura da quarant’anni, da quando un editore di Berlino pub­blicò un romanzo di un autore sconosciuto, B. Traven. La nave dei mor­ti (sette milioni di copie ) divenne uno dei più grandi successi dell’editoria moderna. Non si tratta di let­teratura da strapazzo; c’è chi giura sulle sue qualità letterarie. Un letto­re non facile e, a volte, acuto come Kurt Tucholsky, definì il romanzo ope­ra di un grande epico. Ancora oggi il supplemento del Times sopra rammentato non esita a porre alcuni racconti di Traven tra i migliori del se­colo; ma lasciamo stare l’aspetto letterario della questione. Le vicende esterne di questo autore sono più in­teressanti di qualsiasi cosa egli abbia scritto; l’abilità con cui le fandonie più imprudenti di carattere biografico sono state messe in circolazione, sen­za essere mai ritirate via via che altre se ne aggiungevano, è opera di un mistificatore di genio, degno, in certa misura, di ammirazione. D’Annunzio, che fu un notevole impresa­rio di se stesso, non arrivò nemmeno lontanamente a tanto. Con tutte le risorse della sua inventiva pubblicitaria, Gabriele non pensò mai di far credere che un Borbone fosse impli­cito in vicende relative alla sua nascita. Mentre Traven rivendica ora ascendenza imperiale. Ma non antici­piamo; rifacciamoci, anzi, ab ovo.

Quando la Büchergilde Gutenberg, che aveva edito Das Totenschiff, do­mandò all’autore materiale biografico: notizie, fotografie ecc. per uso recla­mistico, si sentì rispondere con un diniego: il signor Traven chiese di essere lasciato in pace, arrivò al pun­to di rifiutare spiegazioni sul proprio prenome. Tutto quanto si riuscì a sa­pere, fu che lo scrittore abitava in Messico. L’opinione pubblica si sentì frustrata; i giornalisti giurarono di rendere vano quel rifiuto; e l’operazione Traven ebbe inizio. Al primo romanzo ne seguirono altri sedici, tut­ti accolti con lo stesso favore dal pubblico. Hollywood fece due film che ebbero, a loro volta, un successo considerevole; ma la gente continuò a ignorare quale individuo si celasse sotto il nome di Traven. Si volle che fosse originario della Germania, per­ché le sue opere uscivano prima in tedesco e contenevano molte allusioni a luoghi e a fatti tedeschi. Ma gli editori americani erano convinti che i dattiloscritti di Traven loro perve­nuti con varianti anche notevoli rispetto a quelli tedeschi, rappresen­tassero stesure originali. La travenologia vide il formarsi di due scuole.

La corrente americana, nel corso di quattro decenni, ha sostenuto: 1) Che Traven non sia altri che Jack Lon­don. L’autore di Martin Eden, simu­lato il suicidio, si sarebbe rifugiato in Messico e lì avrebbe continuato a scrivere. (La teoria non ha molti ade­renti. Se London fosse vivo, avrebbe oggi novantuno anni; troppi per il si­gnore che abita a Città del Messico sotto il nome di Traven). 2) Dietro le sei lettere misteriose del nome fa­moso, si sarebbe nascosto Lopez Mateos, presidente del Messico. L’uomo politico tuttavia ha fatto sapere che nel 1926, al momento dell’uscita della Nave dei morti, aveva cinque anni. Insistere sull’identificazione, sarebbe stato attribuirgli una precocità ecces­siva. 3) Traven sarebbe un capitali­sta americano « che salva la propria coscienza scrivendo romanzi proleta­ri ». 4) Oppure un negro. 5) O anche un lebbroso. Nell’introduzione che Charles Miller ha scritto per un volu­me di racconti appena uscito (The Night Visitor and Other Stories) si assicura che, secondo il passaporto messicano « modello 14 » Traven figu­ra come Traven Torsvan, nato a Chi­cago nel 1890 da Burton e Dorothy Torsvan; lo scrittore avrebbe usato, a volte, anche il nome di Berick Tra­ven Torsvan.

Le ipotesi dei tedeschi, meno sug­gestive delle americane, si avvicinano di più, forse, alla verità. Lasciamo stare il luogo di nascita, che può es­sere Chicago, St. Louis o San Fran­cisco; la madre norvegese o svedese: sulla nazionalità del padre non ci so­no dubbi. Sebbene ignoto, deve esse­re stato tedesco. E lo scrittore deve avere trascorso adolescenza e prima giovinezza in Germania. I suoi libri, che esprimono una visione del mondo anticapitalista, con forti venature anar­chiche, palesano esperienze compiu­te nel periodo bellico e post-bellico in Germania, in ambienti di sinistra. Faccio grazia della dozzina di ipote­si costruite su queste basi, limitando­mi a riferire quella che identifica Tra­ven con il rivoluzionario Ret Marut.

Le conclusioni dei due « B. Traven-Archiv »

Nel 1963 Max Schmid, uno scritto­re di Zurigo che possiede un formi­dabile « B. Traven-Archiv » pubblicò sul quotidiano svizzero Tagesanzeiger una serie di articoli, per rendere noti dei risultati raggiunti grazie a ricer­che sue e del collega Rolf Recknagel di Lipsia, titolare di un altro « Ar­chivio Traven » formatosi indipenden­temente dal suo. Schmid sostenne che sotto il nome di B. Traven si cela un personaggio singolare, in un certo pe­riodo e in certi ambienti abbastanza noto in Germania. Nato a Lubecca nel 1884 da una norvegese e da padre ignoto, Ret Marut girò da bambino per mezzo mondo con un balletto. Dal 1907 al 1915 figura come attore sui cartelloni di parecchi teatri. Ma l’at­tività che lo fa meglio conoscere è quella letteraria: nel 1917-18, sotto il nome di Richard Mauerhut, pubbli­ca a Monaco di Baviera la rivista social-pacifista Der Ziegelbrenner (Il Fornaciaio), nella quale si attaccano Kaiser, militari e capitalisti. Nel 1924 Mauerhut o Marut che fosse, sfugge a un mandato di cattura e si rifugia in Messico; due anni dopo esce il suo primo romanzo sotto uno pseudonimo che nessuno certo, e lui forse meno di ogni altro, poteva prevedere destina­to a tanta fortuna.

Fin qui Schmid e Recknagel. Sulla scorta dei loro dati, Stern decise di affidare a un suo cronista l’incarico di andare in fondo alla questione. Già Life aveva destinato, e credo che il concorso sia tuttora aperto, una cospicua somma in dollari a chi aves­se risolto una volta per sempre il mi­stero Traven. La rivista di Amburgo mise a disposizione di un giornalista, Gerd Heidemann, mezzi e tempo illi­mitati per studiare la connessione Marut-Traven; dopo tre anni di ri­cerche, sono ora stati, resi noti ì ri­sultati dell’inchiesta.

Nei registri dell’anagrafe di Dussel­dorf Ret Marut, sebbene di cittadi­nanza inglese, risulta nato nel 1882 a San Francisco, quindi passato subi­to a Danzica. Allo scoppio del conflit­to, nell’agosto del ’14, la cittadinanza inglese diventa americana. Marut può vivere indisturbato a Monaco, dove nel frattempo si è trasferito; né le au­torità lo infastidiscono quando gli Stati Uniti entrano in guerra contro la Germania. In un momento di gran­de penuria di carta, anzi gli viene consentito di stampare una rivista dichiaratamente antimilitarista.

Nel novembre del ’18 Der Ziegel­brenner sospende le pubblicazioni; ed è a questo punto che l’attività di Marut si fa più interessante. Il gior­nalista si trasforma in uomo politico; il 7 aprile del ’19, quando il Comitato Centrale Rivoluzionario con a capo tre scrittori, Ernst Toller, Erich Muhsam e Gustav Landauer proclama la Räterepublik Ret Marut entra a far parte del governo, assumendo il dica­stero dell’istruzione Popolare. L’inca­rico non dura a lungo: il 13 aprile i comunisti, guidati da Leviné e Levien, s’impadroniscono del potere. Il primo maggio le truppe di Noske occupano Monaco e mettono fine alla breve vita della Repubblica. Landauer è fucilato, Leviné impiccato. Miihsam è condannato a 15 anni, Toller a cinque. Arrestato davanti a un caf­fè da alcuni studenti armati, Marut sfugge per miracolo a una condanna a morte e si rifugia a Vienna, dove riprende la pubblicazione della sua rivista. Da Vienna passa a Berlino e di qui si allontana nel 1920 con il passaporto di un amico. Erich Mùhsam riceve in prigione una cartolina da Rotterdam, nella quale Marut an­nuncia il suo allontanamento definiti­vo dall’Europa.

Non sappiamo come Max Schmid sia arrivato alla conclusione che Ma­rut e Traven sono la stessa persona. Il giornalista di Stern, per suo conto, inserisce nell’avventurosa istoria una storia ancora più avventurosa, relati­va a un certo Augusto Bibeljé, che avrebbe fornito a Marut, con il rac­conto della sua vita, il materiale per La nave dei morti e Il tesoro della Sierra Madre. Secondo Heidemann, tra Bibeljé a Marut vi fu una colla­borazione molto stretta, cominciata a Rotterdam e proseguita in Messico, fino a una rottura definitiva; di essa sarebbe rimasta una traccia nel­la enigmatica B. di Traven. Bibeljé morì davanti a Teruel la notte di San Silvestro del ’37-’38; Heidemann avreb­be avuto da suoi compagni d’armi di quel periodo assicurazione che il prus­siano aveva conosciuto bene Marut e che con lui aveva contribuito alla fon­dazione della ditta Traven. (A que­sto punto è superfluo dire che nel ’37 la leggenda dello scrittore senza volto era diffusa dappertutto e che qualsiasi millantatore poteva, con l’appoggio di circostanze laterali, ar­ricchirla nel senso che voleva).

Munito di fotografie di Marut, il cronista di Stern percorse una pro­vincia messicana che Traven aveva descritto in un suo libro; rintracciò persone che avevano conosciuto l’ex-rivoluzionario tedesco Marut sot­to il nome di Traven ed ebbe così conferma dell’identità dei due nomi. Fece indagini presso gli uffici del­l’immigrazione e apprese che un cit­tadino americano Traven Torsvan aveva chiesto e ottenuto la cittadinan­za messicana nel 1950. Ormai non gli restava che tirare le fila. Un apposta­mento presso il casellario della posta centrale di Città del Messico, dove Traven si faceva indirizzare la sua corrispondenza, lo mise in contatto con una signora che non ebbe dif­ficoltà ad ammettere di essere moglie di Traven e ad affermare che Traven e Marut sono la stessa persona. Il giornalista non riuscì ad avvicinare lo scrittore, allora molto malato; la conoscenza avvenne solo nel dicem­bre dell’anno scorso. Quasi cieco, sor­do, incerto sulle gambe, Traven si rifiuta di parlare tedesco, non dice, naturalmente, una sola parola su di sé e sembra prendere interesse alla conversazione solo quando Heide­mann gli parla di conoscenti comu­ni della provincia di Chiapas.

Un ribelle ma d’eccezione

Con una visita compiuta in una pa­lazzina nel centro di Città del Mes­sico, abitata da un vegliardo malridot­to, avaro di parole, custodito da una moglie ancora giovane e da due avvenenti figliocce, la Traven story sembrerebbe finita. Il rivoluzionario della Räterepublik, lo scrittore socia­lista, di cui la Unione Sovietica fa un consumo enorme, maggiore di qualsiasi altro Paese, si colloca in una cornice che non è forse, quella che ci si poteva aspettare per un ri­belle, un desemparado come lui. Ma c’è di più. La storia è lontana dal­l’essere conclusa, minaccia, anzi, di cominciare proprio ora.

Per dirla d’un colpo solo: un ribel­le, Marut-Traven lo fu, ma di eccezio­ne. La signora Rosa Elena Lujan, sua attuale legittima consorte, affer­ma che durante un viaggio a Berli­no nel 1959 compiuto con il marito, che in quell’occasione si faceva pas­sare per Hai Croves, cittadino ameri­cano in un momento di debolezza Traven le confessò di essere figlio naturale di Gugliemo II e di un’at­trice norvegese. Secondo Heidemann, ciò chiarirebbe aspetti, altrimenti inesplicabili, della biografia di Marut, la facilità con cui poté cambiare la cittadinanza inglese con quella ame­ricana, le agevolazioni che gli furono accordate per pubblicare la sua rivi­sta e via discorrendo. Ragioni un po’ deboli per provare una discendenza di quel calibro: un accordo, tuttavia, con il tono generale del servizio di Stern. Più di una volta viene il so­spetto che il cronista si prenda gioco del lettore, tanto ingenuo è il modo con cui riferisce certi fatti; ma subi­to ci si accorge che fa anche troppo sul serio. Come quando informa che l’attuale capo della casa Hohenzollern, il principe Luigi Ferdinando, ni­pote di Guglielmone, avrebbe dichia­rato: « Escludo che la faccenda abbia un fondamento qualsiasi! ».

Così non la pensano, in ogni modo, i travenologhi Schmid & Recknagel, che dopo le rivelazioni di Stern, toc­cati nel loro amor proprio, hanno de­ciso di passare alla riscossa. Essi stanno raccogliendo documenti per provare che Ret Marut non è figlio, ma fratello di Guglielmo II; rampol­lo anche lui dell’imperatore Federi­co III, che regnò soltanto novantano­ve giorni, dal 9 marzo al 15 giugno del 1888. Staremo a vedere. Come quel­lo di Bruneri-Cannella e della princi­pessa Anastasia, il caso Traven pro­mette di non avere mai fine.


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Bart