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STORIA: Montanelli: Bonifacio VIII e il primo Giubileo

12 Ottobre 2021

(Da: Indro Montanelli. “Storia d’Italia”)

Su Bonifacio VIII Dante ne disse di cotte e di crude, tanto gli era inviso. Però si dice che fu un Papa che seppe tenere testa ai suoi tempi difficili, in cui si lottava tra la supremazia dell’imperatore e quella della Chiesa. Anche di Nerone si dice che fu un imperatore che seppe svolgere il suo ruolo, nonostante ne sia stata tramandata un’immagine fosca. Spesso non tutta la verità viene a galla.
Qui Montanelli ci fa un ritratto di Bonifacio VIII con la sua scrittura graffiante. (bdm)

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Il Trecento debuttò con una grandiosa festa: il Giubileo. Essa non esisteva nel calendario della Chiesa, che fin allora non l’aveva mai celebrata. La inventò il Papa che in quel momento sedeva sul Soglio: Bonifacio VIII.
Il momento era favorevole a una prova di forza, diciamo cosi, organizzativa e spettacolare. Sia pure attraverso momentanee crisi ed eclissi, la Chiesa era uscita bene dalle dure prove degli ultimi decenni. Il grande pericolo di venire asservita al potere laico era scomparso con Federico II, «ultima possanza dell’Impero », come Dante lo chiamò con una sfumatura di rimpianto. Da Innocenzo III che aveva indossato la tiara nel 1198 a Gregorio X ch’era morto nel 1276, era stato un seguito di Pontefici vigorosi e risoluti, che avevano dato al Papato forza e prestigio.
Bonifacio sembrava l’uomo più adatto a raccoglierne i frutti. Era romano. Veniva dall’orgogliosa e prepotente dinastia dei Conti Caetani. E di che pasta fosse, lo si vide dal modo con cui s’istallò sul Soglio. Alla morte di Niccolò IV erano seguiti due anni e mezzo d’interregno perché i Cardinali non erano riusciti a mettersi d’accordo sul successore. E come spesso capita in questi casi, si era scesi a un compromesso ricorrendo a una figura scialba che non desse noia a nessuno: un povero fraticello abruzzese, Pietro da Morrone, vissuto sempre da anacoreta in un eremo vicino a Sulmona.
Quando seppe cosa gli stava capitando, Pietro cercò di sottrarvisi con la fuga. Ma lo catturarono, lo trascinarono di forza a Napoli, e lo coronarono col nome di Celestino V. Fra gl’intrighi della Curia, il sant’uomo si sentì perso. La notte udiva una voce che gli rombava nell’orecchio: «Io sono l’angelo che ti sono mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantanente debbi rinunziare al Papato e ritorna’ ad essere romito».

Quella voce non era dell’angelo, ma del Cardinale Caetani che aveva istallato nella parete una specie di rudimentale telefono. Il povero Celestino non chiedeva di meglio che «ritorna’ ad essere romito». Ma, digiuno com’era di diritto canonico, non sapeva come compiere quel gesto di rinunzia che non aveva precedenti nella storia della Chiesa. A fornirgli gli argomenti per il «gran rifiuto» — come lo chiamò Dante — fu il Caetani, che invece di diritto canonico era maestro e nel Codice si rigirava molto meglio che nel Vangelo. Cosi, sei mesi dopo averla assunta, Celestino depose la tiara e ridiventò frate Pietro da Morrone senza mai aver messo piede a Roma. In capo a undici giorni il Caetani gli succedette col nome di Bonifacio Vili e come prima cosa mandò ad arrestare frate Pietro, tornato nel frattempo al suo eremo. Lo sventurato cercò di fuggire oltre Adriatico. Ma fu catturato e rinchiuso nel castello di Fumone, dove poco dopo mori di stenti.
Non risulta che Bonifacio abbia avuto il minimo trasalimento di rimorso. Egli non era oberato da una coscienza che potesse procurargliene. E, quanto a una giustizia divina cui rendere conto dei propri atti, ne negava risoluta- mente e apertamente l’eventualità. L’inferno e il paradiso, diceva, sono già su questa terra. Il primo è rappresentato dalla vecchiaia, dagli acciacchi e dell’impotenza; il secondo dalla gioventù, dalla salute, dalle donne e dai bei guaglioni, perché verso i due sessi era imparziale. Una volta, a un cappellano che implorava l’aiuto di Gesù, gridò inviperito: «Stolto, stolto! Gesù fu un uomo come noi. Se non poté nulla per sé, cosa vuoi che possa per gli altri?»
Era un Papa del Rinascimento un po’ in anticipo sui tempi, un Borgia avanti lettera, cinico e gagliardo, dispotico, teatrale e terrestre. Coltivava scrupolosamente tutti i peccati. Era ingordo: un giorno di digiuno maltrattò il cuoco perché gli aveva servito solo sei pietanze. Era avido di ricchezze: si faceva trapungere le vesti di gemme, e la sua tavola era addobbata con quindici alberelli d’oro. Era superstizioso e dedito ai sortilegi: i suoi coltelli avevano per manico corna di serpente, in tasca portava una piastrella d’oro egiziana, e al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi: tutti amuleti contro il malocchio. Era un giocatore arrabbiato: si era fatto fare dei dadi d’oro, ma guai all’avversario che osava batterlo. Ed era soprattutto assetato di dominio. Il giorno dell’elezione, indossò la tiara e chiese agli astanti se lo consideravano rappresentante di Dio in terra. Avutane conferma, si mise in testa una corona, brandì una spada, e chiese se lo consideravano anche Imperatore. Dato il tipo, nessuno osò negarlo. La sua politica prese avvio da quel gesto.
Questo Papa miscredente e blasfemo incarnava la maestà della Chiesa e non ammetteva che il suo primato terreno fosse revocato in dubbio. Essa era, secondo lui, padrona e proprietaria non solo delle anime, ma di tutto. Quindi anche i troni le appartenevano: i Re non ne erano che momentanei appaltatori. Figuriamoci se poteva tollerare dissidenze dentro gli Stati pontifici. I Colonna, che ne tentarono una, furono scomunicati e costretti alla fuga. Bonifacio ne confiscò le terre, fece radere al suolo la loro roccaforte, Palestrina, e ne cosparse di sale le rovine in segno di purificazione. Quando l’imperatore Alberto d’Austria gli mandò come ambasciatore un semplice frate, Bonifacio gli ruppe il naso con un calcio procurandogli una grave emorragia.
Ma naturalmente non tutti erano disposti a subire simili prepotenze, e re Filippo di Francia, per esempio, vi rispose a tono proibendo al clero d’inviare a Roma le decime raccolte nei suoi Stati. Era un colpo grave per le finanze della Chiesa perché la Francia era la loro fonte più grassa. Ma lo era anche per il prestigio del Papato. Fu allora che Bonifacio indisse il Giubileo: un po’ per rivalersi dello smacco politico, un po’ per colmare i vuoti in cassaforte.
Il lancio pubblicitario fu perfetto. Per mesi e mesi, dai pulpiti di tutta Europa, i predicatori bandirono il pellegrinaggio vantando i benefici che c’era da aspettarsene: la salvezza dell’anima e i diletti turistici. Allo stambureggiante richiamo, si mossero centinaia di migliaia di persone, chi a piedi, chi su carri, chi a cavallo. I più, data la lunghezza e i rischi del viaggio, fecero prima testamento. E parecchi infatti morirono per strada, ma sicuri di volare in paradiso. Da un capo all’altro dell’anno, l’Urbe registrò un movimento di trentamila pellegrini al giorno. Andavano in colonna a prosternarsi sulle tombe degli apostoli, dove ricevevano l’indulgenza plenaria e lasciavano cadere il loro obolo, che due diaconi armati di pala si affrettavano a rastrellare. La media giornaliera degl’introiti fu di mille libbre al giorno.
Dove gli ospiti alloggiassero e dormissero, non si sa. Ma a quanto pare i romani ci fecero affari d’oro. Finalmente la città tornò a sentirsi caput mundi, la capitale del mondo, e ad assaporare il gusto delle folle poliglotte.
Fra i pellegrini ce ne furono di gran marca, potenti Signori, Principi del sangue. Ma a noi preme segnalare soprattutto due fiorentini, il cui nome non aveva ancora varcato le mura della loro città. Uno è Dante Alighieri che lì a Roma e in quella circostanza, si dice, trovò l’ispirazione per la sua grande opera. Quanto sia vero, non sappiamo. Ma che sia stato pellegrino del Giubileo è certo perché più tardi lo ricordò in due terzine famose in cui ci dice anche che il traffico era stato regolato con la circolazione a destra. L’avvenimento suscitò in lui, che aveva allora trentacinqu’anni, un’impressione indelebile. Non altrettanto invece se ne lasciò abbagliare il suo compatriota Giovanni Villani che, mercante e figlio di mercanti, guardò lo spettacolo con occhi più realistici. Egli scrisse poi di aver trovato a Roma i suoi maestri di stile: Virgilio, Tito Livio e Sallustio, sebbene le sue Croniche ricordino poco questi modelli. Ma sotto la grandiosa messinscena di quelle celebrazioni, colse i sintomi della decadenza romana e li annotò.
Di fiorentini però ce n’erano molti altri, alcuni anche in incognito. Fra costoro era Corso Donati, il capo della fazione Nera, che Firenze aveva proscritto, e il Papa sollecitamente accolto. Diremo più tardi che razza d’uomo fosse. Per ora ci basti sapere che stava tramando con Bonifacio, il quale aveva mire sulla Toscana. Non avendo forze per realizzarle, aveva allacciato trattative con re Filippo di Francia.
L’operazione non era nuova. Alla Francia il Papato si era già rivolto trent’anni prima perché gli mandasse un esercito a liberarlo dalla minaccia dei figli di Federico, Manfredi e Corrado. E n’era seguita quella spedizione di Carlo d’Angiò, fratello del Re, che con le battaglie di Benevento e di Tagliacozzo aveva eliminato le forze tedesche degli Hohenstaufen e fondato il Regno angioino delle due Sicilie. Ora però di Sicilie n’era rimasta una sola perché quella vera si era ribellata coi «Vespri» e si era data agli Aragona. E sul trono di Napoli c’era Carlo lo zoppo, che non riusciva a riconquistare l’isola.
Bonifacio propose a Filippo di mandare in aiuto dell’Angiò un altro esercito che passando per Firenze la sottomettesse alla Chiesa. E i «Neri» di Donati dovevano facilitare il colpo dall’interno. Filippo era un Re avaro e ragionatore che non amava le avventure e detestava i preti. Però aveva un fratello senza «posto» nĂ© stipendio, Carlo di Valois, oberato da quattordici figli, fra cui dieci femmine a cui far la dote. Anche per levarselo di torno, Filippo accettò che Carlo si mettesse al servizio del Papa come Capitano generale e Paciere per la Toscana. Ma lesinò uomini e denaro. Bonifacio allora combinò a Carlo un matrimonio con Caterina di Courtenay, erede (in teoria) dell’Impero di Costantinopoli. Carlo, che i fiorentini chiamavano con scherno « Senzaterra », rimase abbagliato da quel miraggio e persuase il fratello a fornirgli aiuti piĂą consistenti.
Il baratto fu concluso proprio mentre si chiudeva il Giubileo, alla fine dell’anno. I fiorentini, invece di unirsi nella resistenza, si divisero vieppiù. Fra loro scoppiarono risse, saccheggi e incendi. E Carlo, con un pugno di uomini, poté entrare in città accolto quasi come un pacificatore vero. Ma tutta l’operazione si risolse in una massiccia vendetta dei «Neri» contro i «Bianchi», di cui anche Dante fece le spese, perché il piano del Papa fallì in seguito al violento litigio scoppiato frattanto fra lui e Filippo.
In uno dei soliti accessi di autoritarismo, Bonifacio aveva mandato al Re una bolla in cui ribadiva la propria pretesa al patronato su tutti i Sovrani temporali. Filippo, che su questo punto era intrattabile, lesse il messaggio davanti alla Corte riunita, invocò la maledizione di Dio su chiunque avesse riconosciuto un’autorità terrena al di sopra della sua, e fece bruciare il documento sulla pubblica piazza. Bonifacio lanciò la scomunica contro di lui. Filippo rispose indicendo un Concilio che incriminò il Papa di empietà, simonia, stregoneria, adulterio e assassinio. Ma non contento di questo, incaricò il suo ministro Nogaret di andare a Roma e di organizzarvi coi Colonna una congiura contro il Pontefice.
Nogaret era il personaggio più indicato per quell’impresa. Aveva da regolare con la Chiesa un vecchio conto: suo padre e sua madre erano stati bruciati come eretici dal tribunale dell’Inquisizione. Di complici romani, dato il carattere satrapesco di Bonifacio, ne trovò a josa. Insieme a Sciarra Colonna, nella notte fra il 6 e il 7 settembre (1303), penetrò negli appartamenti del Papa a Anagni intimandogli di presentarsi al Concilio. Intrepidamente il vecchio Pontefice, carico di vizi e di peccati, ma anche di coraggio e di orgoglio, rispose: «Ecco il mio collo, ecco la mia testa!» Ma non cedette né alle minacce né alle violenze. Qualcuno dice che Sciarra lo schiaffeggiò, ma pare che non sia vero. I congiurati lo tennero prigioniero fin quando in suo aiuto accorse il cardinale Fieschi con una banda di armati. Il popolino di Anagni, che fino a quel momento aveva fatto baldoria urlando: «Morte a Bonifacio e viva il Re di Francia!», cambiò bandiera, invertì il grido, e costrinse il Nogaret a una fuga precipitosa.
Due settimane dopo, Bonifacio rientrò a Roma insanguinata dalle fazioni. Era dilaniato dai calcoli renali, e i suoi gridi di dolore si udivano in tutta piazza San Pietro. La folla aveva saccheggiato il Laterano asportando perfino il fieno dalle stalle. Nell’agonia Bonifacio seguitò a lanciare maledizioni e minacce contro tutti. E morì come visse: bestemmiando.


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Bart