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STORIA: Montanelli ci fa un ritratto di Carlomagno

1 Ottobre 2021

(Da “Storia d’Italia”)

Com’è noto Indro Montanelli fu un grande giornalista e scrittore (suo è il romanzo “Il generale della Rovere”, da cui fu tratto, nel 1959, il film omonimo di Roberto Rossellini).
Volle anche scrivere una Storia dell’Italia, in più volumi alcuni a quattro mani con Roberto Gervaso e con Mario Cervi.
Ci ha lasciato di Carlomagno questo ritratto. (bdm)

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Ma da giovane — racconta Eginardo, suo biografo ufficiale — era un bel ragazzo, bruno, robusto, e di statura superiore alla media. I suoi unici difetti erano la voce un po’ stridula, il collo taurino e una certa tendenza alla pinguedine, che propiziava anche un appetito gagliardo, ma scevro di ghiottoneria. Carlo mangiava sodo, ma semplice. Come carne, preferiva quella di porco; ma i suoi gusti erano piuttosto vegetariani. I suoi pasti consistevano soprattutto di aglio, cipolla, cavoli e fave. Questi piatti contadini però se li faceva servire, al tocco e al vespro, da Duchi e Conti in funzione di camerieri, e su piatti d’argento. Non per amori di etichetta, di cui anzi era impaziente; ma per ribadire, anche a tavola, che il padrone e sovrano assoluto era lui.
Eginardo racconta che uno dei giorni più felici di Carlo fu quello in cui scoprì il formaggio. Fu un Vescovo suo amico che, invitandolo a colazione un venerdì, gli offrì una forma di pecorino. Carlo, che non lo aveva mai visto, ne staccò una fetta, rosicchiò la buccia, la trovò disgustosa e andò su tutte le furie. Il Vescovo ebbe il suo daffare a calmarlo e a persuaderlo che il buono era la polpa. Quando l’ebbe assaggiata, Carlo se ne mostrò deliziato, e da quel giorno guai se alla sua mensa mancava quel dessert. Se lo portava al seguito anche nei viaggi.
In compenso, era quasi astemio, cosa rara tra quei Franchi, strenui tracannatori di vino, che prendevano a pretesto anche i morti per brindare alla loro anima e ubriacarsi. Carlo combatté questo costume col puntiglio di un proibizionista quacquero, mise al bando le sbornie e comminò la galera ai contravventori.
La sua vita domestica aveva dei lati bizzarri, e perfino sconcertanti. Amava l’intimità, e la sera cenava sempre con la moglie, i figli e il confessore che gli recitava i salmi e brani della «Città di Dio», suo libro preferito. Però non dormiva con la moglie, e si teneva per casa un certo numero di amanti. Adorava le figlie, ma a nessuna di loro consentì mai di sposarsi: il che ha fatto nascere il sospetto — pare infondato — ch’egli avesse con loro rapporti incestuosi. Le figlie d’altra parte non si ribellarono mai al divieto, ma se ne rivalsero prendendosi degli svaghi, da cui nacquero anche dei figli, e Carlo li accettò, senza protestare, come nipoti.
Era religioso, ma non bigotto. Si alzava la mattina all’alba, beveva un bicchiere d’acqua, mangiava una mela, indossava frusti abiti con gambali di cuoio, inforcava un cavallo, e per ore cacciava nei boschi, con poco seguito e talvolta solo. Era la preparazione igienica a una giornata piena d’impegni, fra cui c’erano anche quelli della sua privata amministrazione. Perché questo Re di mezza Europa era squattrinato, e doveva fare i conti col proprio bilancio personale. Per «quadrarlo», aveva messo su un verziere, un allevamento di polli e un commercio di uova. Il reddito gli serviva per mantenere le sue tre residenze, fra le quali si spostava continuamente: Heristal nel Brabante, Worms sul Reno, e Aquisgrana in Austrasia. Quest’ultima capitale era la sua preferita per via del clima mite che l’allie¬tava, dei boschi che la circondavano e delle ac¬que termali che ne avevano fatto la fortuna fin dai tempi dei Romani. Carlo, che soffriva di reu¬matismi e di gotta, aveva restaurato le fonti, e il poeta Angiberto lo descrive intento a dirigere i lavori degli sterratori che trivellavano il suolo in cerca di nuove sorgenti, e dei carpentieri intenti a costruire vasche da bagno e una piscina di porfido e marmo, dove prese l’abitudine di fare ogni giorno lunghe nuotate.
Era lì a Aquisgrana ch’egli teneva il suo animale preferito: l’elefante Abdùl Abbàs, mandatogli in dono dal Califfo di Bagdad. Carlo lo aveva alloggiato a Corte come un ospite d’onore, lo lavava di persona, ci parlava, e fu proprio per eccesso d’affetto che involontariamente lo uccise facendogli prendere una solenne indigestione. Ne pianse, e ordinò un giorno di lutto nazionale.
Purtroppo, i suoi soggiorni in quella diletta città non duravano mai a lungo. Carlo era un Re peripatetico. L’immensità dei suoi domini e la necessità di restare in contatto con le province più periferiche e coi loro problemi locali l’obbligavano a una vita errabonda e disagiata. Viaggiava come un pellegrino povero, su un semplice carro tirato da buoi, portandosi al seguito il poco bagaglio che poteva (ma in cui c’era sempre una cassa di pecorino) e alloggiando sotto i tetti che trovava, di contadini, o di frati. Amava i suoi sudditi, ci si mescolava volentieri, amministrava di persona la giustizia fra loro, spesso risolvendo addirittura cause da pretore, e dovunque raccomandando a tutti di educar bene i loro figli: le femmine, diceva, dovevano imparare il rammendo e il bucato; i maschi il nuoto, la caccia, l’equitazione, e soprattutto a leggere e a scrivere.
Questa era la sua spina nel fianco, il suo lato patetico. Carlo, che la sera andava presto a letto, dovunque si trovasse, ma soffriva d’insonnia, trascorreva spesso la notte compitando l’abbecedario e cercando di capirne le lettere. Ma inutilmente. Questo genio della politica e della guerra, ch’era riuscito a conquistare mezzo mondo, non riuscì mai a conquistare l’alfabeto. A furia di farseli ripetere dal confessore, imparò a memoria i salmi, e li cantava anzi abbastanza bene perché, se la voce era stridula, l’orecchio era buono; e arrivò anche a recitare a memoria molti brani della «Città di Dio». Ma sebbene fino alla tarda vecchiaia seguitasse a trascorrere le sue notti a fare le aste, la soddisfazione di scrivere e di leggere da sé non l’ebbe mai.
Eppure, fu Carlomagno.


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Bart