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STORIA: Montanelli: Come per Dante Lutero fu il padre della lingua tedesca

6 Novembre 2021

(Da: Indro Montanelli e Roberto Gervaso: “L’Italia della Controriforma”)

«La sua teologia non era del tutto originale. Discendeva in linea diretta da quella di Wycliff e di Huss. Tutti e tre avevano attinto le nozioni della predestinazione e della Grazia in Sant’Agostino, che a sua volta ne aveva tratto ispirazione da San Paolo. Questo è, per così dire, l’albero genealogico del Protestantesimo, di cui Lutero non era che l’ultima fronda, ma anche la piĂą vigorosa. Per usare il suo linguaggio, egli redime il Cristianesimo da tutti gli apporti della cultura pagana, che specialmente gli umanisti gli avevano appiccicato addosso. Lutero rinnega sia Aristotele che Platone e si rifĂ  ai Profeti. Cadendo in un’ennesima contraddizione, egli odia gli ebrei, contro i quali pronunzierĂ  in vecchiaia parole degne di Hitler, ma nello stesso tempo la sua concezione di Dio è tipicamente ebraica. Con lui, Dio perde gli attributi umani che la Chiesa gli aveva appiccicato, e ridiventa Jeovah: l’Altissimo, l’Assoluto, il Giudice Vendicatore che ha scagliato sugli uomini il diluvio universale, distrutto Sodoma, e ora si prepara a un Giudizio in cui “pochissimi saranno gli eletti, moltissimi i dannati”.
Tutto sommato, era un ritorno alla teologia medievale coi suoi incubi e terrori. Lutero era convinto di vivere in un mondo popolato di diavoli all’agguato, asseriva di conoscere personalmente Satana e si piccava di tenerlo a bada col suo flauto. Egli aveva dell’uomo la stessa sconsolata concezione dei grandi quaresimalisti del dodicesimo e tredicesimo secolo: lo considerava una povera debole creatura impotente di fronte al peccato, e destinata a restarne vittima. “Siamo i figli della colpa – diceva, mettendo nel mazzo anche se stesso. – Non c’è nessuno, in grado di redimersene.”
Non ebbe mai la civetteria demagogica di presentarsi come un innovatore. Si considerava anzi un restauratore, e il suo sogno sarebbe stato di perpetuare la societĂ  rurale in cui era nato. Chiamava il commercio “uno sporco affare”, condannava l’interesse come usura, e abbiamo giĂ  riferito in che termini si espresse contro i contadini che si erano ribellati ai Principi. Li chiamò delinquenti, li fulminò di anatemi, ne reclamò lo sterminio.
Questi eccessi reazionari si fecero sempre piĂą frequenti via via che la sua salute si deteriorava. Negli ultimi anni, riconosce uno dei suoi biografi piĂą devoti, il Bainton, era diventato “un vecchiaccio irascibile, petulante, maldicente e talvolta addirittura scurrile”. Nel febbraio del ’46 la sua ulcera si aggravò improvvisamente. Capì subito ch’era alla fine, e chiamò i suoi amici. Uno di loro gli chiese: “Reverendo Padre, resti fedele a Cristo e alla dottrina che hai predicato in Suo nome?” Il morente rispose: “Sì”, e subito dopo si accasciò colpito da apoplessia.
I suoi difetti ed errori erano stati grandi. Nella polemica contro i suoi nemici smarriva non soltanto il senso della giustizia, ma anche quello della decenza, e il suo linguaggio scadeva nel turpiloquio. Col nemico vinto poteva essere generoso, come lo fu con Tetzel; ma con chi non si arrendeva era incapace di caritĂ . Le sue incoerenze erano state clamorose e stridenti. “Aveva liberato – dice Durant – i suoi seguaci da un Papa infallibile, ma per sottometterli a un infallibile libro – la Bibbia – che, a differenza del Papa, non si poteva cambiare.” Della lotta contro il dogma aveva fatto un altro dogma, e nel combattere l’intolleranza dei preti si mostrava piĂą intollerante di loro. Non c’è dubbio che fu lui a istillare nei tedeschi quella “rabbia teologica”, che ancor oggi li spinge ad arruolare Dio anche nelle loro crociate piĂą sfacciatamente anticristiane come quella del genocidio.
Ma tutti questi lati negativi non erano che il rovescio di quelli positivi, e non meno di questi contribuirono al suo successo. Le passioni lo accecavano, ma solo un uomo accecato dalle passioni poteva scendere in guerra contemporaneamente contro il Papato e contro l’Impero. Sul piano filosofico e dottrinario Melantone era molto piĂą attrezzato di lui, piĂą equo nei giudizi, piĂą sottile, piĂą penetrante. Ma le circostanze non richiedevano un intellettuale. Richiedevano soprattutto un lottatore, e Lutero lo fu con tutti i pregi e i difetti che un lottatore deve avere: il temerario coraggio, la forza di convinzione, l’impeto aggressivo, l’eloquenza gladiatoria, l’allergia al compromesso. Guai se egli avesse avuto il senso critico e lo scrupolo della giustizia: prima o poi avrebbe finito per arrendersi alle minacce o alle blandizie dei suoi avversari, e la Riforma sarebbe stata “riassorbita” da una Chiesa allenatissima a questo genere di operazioni.
Non c’è cristiano, credo, che non consideri una catastrofe la rottura della CristianitĂ  provocata dalla Riforma. Lutero stesso dimostrò, con le sue esitazioni, quanto fosse conscio e atterrito della responsabilitĂ  che si assumeva. La sua esemplare milizia di monaco agostiniano, la sua umiltĂ , la sua indifferenza a ogni ambizione di carriera, documentano che non agì per interesse personale. Il suo anelito di riportare la Chiesa alle sue pure fonti evangeliche era sincero e vibrante. Non fu il primo, non fu il solo a covarlo. Ma l’eccezionalitĂ  della sua figura sta nel fatto di averlo realizzato. Ognuno può giudicare il suo credo come vuole. Ma non c’è dubbio che da esso prese avvio il mondo moderno. Facendo del credente “il sacerdote di se stesso”, senza l’intermediario del prete, l’obbligò ad assumersi le proprie responsabilitĂ , senza possibilitĂ  di mettersene al riparo dietro le spalle del confessore: giuoco che si presta agl’imbrogli che tutti noi cattolici vediamo, sappiamo, e purtroppo pratichiamo. E infine separando in maniera definitiva e perentoria, secondo il principio dei “due regni”, lo spirituale dal temporale, egli fondò lo Stato laico moderno redento da ogni ipoteca e vassallaggio clericale.
Questi sono i grandi meriti di Lutero nei confronti del mondo cristiano e della sua etica. Ma i tedeschi hanno ragione di riconoscergliene anche degli altri. Coi suoi scritti, e specialmente con la sua splendida traduzione della Bibbia, egli fu per loro ciò che Dante era stato per l’Italia e Chaucer per l’Inghilterra: il padre della lingua. Non ne fornì soltanto il vocabolario, ma anche lo stile, il ritmo, il calore. Nessuno scrittore tedesco, nemmeno Goethe, è stato più tedesco di Lutero nella sua compatta densità, nel suo pugnace ardore, nei suoi furori apocalittici, nella sua risata gorgogliante, e se si vuole anche nella sua marziale e contadinesca rozzezza. Insomma, una figura a tutto sbalzo, un archetipo che, almeno sul piano umano, sovrasta anche quello dei suoi due grandi rivali nella leadership della Riforma: Zuinglio e Calvino.».


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Bart