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STORIA: Montanelli e gli scrittori al tempo di Augusto

23 Ottobre 2021

(Da Indro Montanelli, “Storia d’Italia”)

Montanelli ci descrive con elegante malizia alcuni scrittori, la cui fama è giunta fino a noi, che vissero al tempo dell’imperatore Cesare Augusto: Virgilio, Ovidio, Orazio, Tito Livio. (bdm)
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Anni prima, quand’era tornato vittorioso dalla campagna contro Antonio, Augusto aveva trovato, ad aspettarlo a Brindisi, Mecenate con un giovane poeta mantovario7Virgilio. Era il figlio di un impiegato di stato di sangue celtico, cui i legionari avevano sequestrato la piccola fattoria in cui aveva investito i suoi risparmi. Il ragazzo era venuto a Roma, vi aveva pubblicato un libro di poesie, Le ecloghe, che avevano avuto un bel successo, Mecenate lo proteggeva e ora voleva farne uno strumento della propaganda di Augusto, cui era venuto a presentarlo. Augusto si fece leggere dall’autore il manoscritto delle Georgiche, ancora inedite, e lo prese in simpatia per due ragioni che con l’arte, di cui s’infischiava, avevano poco a che fare: prima di tutto perché Virgilio era malaticcio e scassato come lui e quindi poteva discorrerci a suo piacere di bronchiti, di tonsilliti e di coliti; eppoi perché quelle poesie celebravano i piaceri della vita rustica e frugale, cui Augusto voleva che tutti i romani tornassero. In realtà, come disse poi Sene-ca, Virgilio descriveva la campagna col tono e il gusto di chi vive in città, cioè su una nota falsa. Ma Augusto non aveva orecchio per avvertirlo. Quel che gl’importava era che la poesia di Virgilio avesse delle qualità didattiche. Ne ricompensò l’autore facendogli restituire la fattoria che avevano requisito a suo padre. Virgilio non vi tornò perché preferiva scrivere di campi standosene a Roma, ma rimase grato ad Augusto e in suo onore compose l’Eneide, destinata a celebrarne le vittorie. Scriveva lentamente, con molta diligenza e scrupolo di stile, dedicando al lavoro la maggior parte della giornata perché con le rendite della fattoria e le liberalità di Mecenate non aveva bisogno di lavorare per vivere e altre distrazioni non conosceva. Non si era sposato per ragioni di salute, e i suoi amici di Napoli, dove ogni tanto andava a svernare, lo chiamavano «la verginella». Augusto era ansioso di vedere il lavoro finito. Virgilio gliene leggeva ogni tanto un pezzo, ma non arrivava mai alla conclusione. Nel 19 interruppe la stesura per raggiungere l’imperatore ad Atene, si buscò un’insolazione, e sul punto di morire a Brindisi, dove lo avevano trasportato, raccomandò di bruciare il manoscritto del poema. Forse si era reso conto che l’epica non era nelle sue corde, e preferiva affidare il proprio ricordo ad altri scritti, frammentari ed elegiaci. Augusto proibì che la volontà del morto fosse eseguita. Volendo serbare a propria gloria quell’incompiuto monumento, salvò alla poesia un autentico capolavoro di artificio.

Le sollecitudini di Augusto per la letteratura non si fermarono a Virgilio, ma si estesero anche a molti altri scrittori, fra cui Orazio e Properzio. Glieli presentava Mecenate, ch’era il loro impresario e dette il nome alla categoria dei protettori delle arti, facendosi perdonare con ciò i cattivi versi ch’egli stesso si piccava di comporre. Ma questo atteggiamento era diffuso ormai fra tutti i romani ricchi, diventati sensibili alla «cultura» anche quando non ne avevano. Dopo la prima casa editrice di Attico, ne erano nate molte altre, che avevano dato l’avvio a un fiorente commercio. Edizioni di cinque o diecimila copie, tutte scritte a mano dagli schiavi, venivano esaurite in pochi mesi, a mille, a duemila lire l’esemplare. Il libro era diventato guarnitura d’obbligo in ogni casa che si rispettasse, anche se poi non lo si leggeva, e dalla provincia piovevano gli ordinativi.

Questa moda ebbe un grande effetto sulla società che, da guerriera e incolta, si fece sempre più salottiera e letteraria. E appunto per questo, Augusto ci vide uno strumento di riforma morale. Fin quando la vecchiaia e i dolori non l’ebbero reso suscettibile e permaloso, egli si mostrò molto tollerante anche per gli epigrammi e le satire che lo colpivano personalmente.

Fece costruire pubbliche biblioteche, raccomandò sempre a Tiberio di astenersi dai castighi e di guardarsi dalla censura, e una volta compose egli stesso qualche verso per mandarlo a un greco che ogni giorno lo aspettava all’uscita del palazzo per leggergli i suoi. Il greco lo ricompensò con una mancia di pochi denari e una cortese lettera in cui si scusava, data la sua povertà, di non poter pagare meglio. Augusto si divertì assai a quella replica spiritosa e gli fece rimettere cento- mila sesterzi.

Gli scrittori e i poeti però delusero le speranze dell’imperatore dando alla propaganda di stato il peggio della loro produzione, e secondando col meglio le deplorevoli tendenze di una società che si faceva sempre più libertina e scanzonata e rifiutava i grandi temi della gloria, della religione, della natura, a essi preferendo quelli dell’amore e della galanteria. Il bardo di questi nuovi motivi fu Ovidio, un avvocato abruzzese che aveva amareggiato suo padre rifiutandosi di fare una carriera politica e si proclamò designato personalmente da Venere a parlare di Eros. Egli sposò tre donne, ne amò molte altre, e di tutte scrisse con gran spregiudicatezza, dichiarando che s’infischiava di tutti i catoncelli che lo criticavano. Il successo che ottenne coi suoi versi dolci e lascivi gli fece credere a tal punto di essere un grande poeta, che le ultime parole delle sue Metamorfosi furono modestamente: «Vivrò nei secoli».

Le aveva appena tracciate, che un ordine di Augusto lo raggiunse, intimandogli il confino a Costanza sul Mar Nero. Non si è mai saputo con precisione di cosa l’imperatore volesse castigarlo. Dicono di una sua relazione con la nipotina Giulia, che infatti era stata bandita negli stessi giorni. Ovidio, come tutti gli uomini dal successo facile, non aveva la stoffa per sopportare la disgrazia. I suoi lamenti da quel luogo di confino, Ex Ponto e Tristia, vanno più a lode della sua vena elegiaca che del suo carattere. Tornò a Roma da morto, dopo aver inutilmente chiesto in mille lettere pietà all’imperatore e aiuto agli amici.

In genere, sebbene lo si sia chiamato Periodo Aureo, l’epoca di Augusto non vide una fioritura letteraria e artistica da confrontarsi con quella della Grecia di Pericle o dell’Italia del Rinascimento. Sotto quell’imperatore borghese, si sviluppò un gusto altrettanto borghese che prediligeva ciò che è medio, e ciò che è medio spesso è mediocre. La moderazione e la misura, condite di un certo bonario e casalingo scetticismo, erano le qualità più apprezzate. E infatti lo scrittore vero di questo tempo è colui che meglio le rappresentò: Orazio.

Era il figlio di un agente delle tasse pugliese, che voleva fare di quel suo rampollo un avvocato e un uomo politico é, a prezzo di chissà quali sacrifici, lo mandò a studiare prima a Roma, poi a Atene. Qui Orazio conobbe Bruto, il quale si preparava alla battaglia di Filippi, prese in simpatia quel giovanotto e lo nominò su due piedi comandante di una legione, il che ci aiuta a comprendere come mai il suo esercito fu battuto. Orazio, nel bel mezzo dello scontro, buttò via elmo, scudo e sciabola, e tornò a Atene per scrivervi una poesia su come sia dolce e nobile morire per la patria. Rimpatriato senza un quattrino, s’impiegò presso un questore e si mise a scrivere versi sulle cortigiane che frequentava, perché nei salotti non era invitato, e signore perbene non ne conosceva. Un giorno Virgilio lesse un suo libro e ne parlò con entusiasmo a Mecenate che lo pregò di condurgli l’autore. Prese subito in simpatia quel provinciale un po’ cafoncello, tra-cagnotto, orgoglioso e timido, e lo propose come segretario ad Augusto, che consentì. Ma Orazio rifiutò quella che a chiunque altro sarebbe parsa la manna del cielo: un po’ perché il temperamento lo portava più alla contemplazione che all’azione, un po’ perché non era né ambizioso né avido, e molto, crediamo, perché non si fidava di legar la sua sorte a quella di un uomo politico che domani poteva essere accoppato e trascinare anche lui alla medesima fine. Mecenate, per dargli modo di dedicarsi con più agio alla letteratura, gli regalò una villa in Sabina con buone terre. Essa è stata disseppellita nel 1932, e ci ha dato la misura della generosità di quel riccone. Aveva ventiquattro stanze, un gran portico, tre bagni, un bel giardino e cinque poderi.

Ora ch’era un agiato possidente, Orazio poté abbandonarsi in pieno alla sua vera vena ch’era quella del moralista. Le sue Satire sono un prezioso campionario dei più comuni personaggi romani di quel tempo. Egli li prese dalla strada, non dalla storia e dai palazzi, e li rappresentò con scanzonato distacco, di ognuno facendo un «carattere». Ogni tanto, per mettersi al sicuro col governo, scriveva qualche verso di lode retorica e insincera ad Augusto, che ne fu molto lusingato e gli ordinò di completare le Odi con un Carme secolare in cui fossero celebrate le sue imprese e quelle di Druso e di Tiberio. Orazio vi si accinse sospirando e senza punta ispirazione. Doveva vedersela con la Gloria, il Fato e gli Immancabili Destini: tutte cose più grandi di lui e per le quali non aveva simpatia. Finì quel brutto poema spossato e annoiato, dopo averlo interrotto mille volte per scrivere quelle Epistole agli amici, soprattutto a Mecenate, che rimangono, con le Satire, il suo capolavoro, per la pacata riflessione sulla vita.

Si faceva sempre più sedentario anche per via della salute che l’obbligava a molti riguardi e a una rigida dieta. Invano Mecenate lo invitava a viaggi turistici. Orazio preferiva restare a Roma, e più ancora nella sua villa, a mangiarvi due spaghettini fatti in casa, un filino di lesso e una mela cotta. Salvo poi a vendicarsi decantando nelle sue poesie l’amicizia conviviale, i banchetti succulenti, le gran bevute e gli amori con Glicera, Neera, Pirra, Lidia, Lalage, e altre donne mai esistite o appena conosciute. Aveva per la virtù un rispetto da stoico, per il piacere una simpatia da epicureo, ma non poté praticare né quella né questo per i bruciori di stomaco, i reumatismi e l’insufficienza epatica.

Non s’ingannava sulla decadenza della società e l’attribuiva giustamente a quella della religione. Ma non aveva la forza di puntellarla anche perché non credeva a nulla egli stesso.

L’angoscia della morte annuvolò i suoi ultimi anni, durante i quali non volle più venire neanche a Roma. Le sue lettere ne sono gonfie. «Hai fatto, mangiato, bevuto abbastanza, ora è tempo di andare», ripeteva a se stesso. Ma non era vero. Avrebbe voluto fare, mangiare, bere ancora un po’, e senza mal di stomaco.

Morì a cinquantasett’anni, lasciando la sua proprietà all’imperatore e pregandolo di farlo seppellire accanto a Mecenate, ch’era scomparso pochi mesi prima. E fu contentato.

Quello che l’età augustea non seppe dare alle arti e alla filosofia, lo diede invece alla storia attraverso Tito Livio, altro celtico come Virgilio, e nato a Padova. Anche lui, secondo le intenzioni della famiglia, avrebbe dovuto essere un avvocato, ma preferì darsi allo studio della Roma antica per il disgusto che gl’ispirava quella contemporanea. Purtroppo, egli non ha lasciato scritto nulla delle sue personali vicende: era troppo indaffarato a raccontarci quelle degli Orazi e degli Sci- pioni, che riempivano, ab Urbe condita, cioè dalla fondazione della città, centoquarantadue libri, di cui soltanto una quarantina son giunti fino a noi. Era un lavoro immenso, a farlo come io faceva lui, cioè senza risparmio, alla Bacchelli. E si capisce come, arrivato alle guerre puniche, non avesse più fiato e volesse smettere. Fu Augusto a spingerlo avanti.

C’è un po’ da stupirne visto che l’opera di Livio è tutta a esaltazione della grande aristocrazia, repubblicana e conservatrice, e come tale avversa a Cesare e al cesarismo. Ma è anche un inno agli antichi austeri costumi, cioè al «carattere» romano, ed era questo che piaceva all’imperatore. Sull’esattezza di quel che Livio riferisce facciamo le nostre riserve, specie là dov’egli mette in bocca ai suoi personaggi interi discorsi che somigliano più a Livio che a loro. La sua è una storia di eroi, un immenso affresco a episodi, e serve più a esaltare il lettore che a informarlo. Roma, a dargli retta, sarebbe stata popolata soltanto, come l’Italia di Mussolini, da guerrieri e navigatori assolutamente disinteressati, che conquistarono il mondo per migliorarlo e moralizzarlo. Gli uomini, secondo lui, sono divisi in buoni e cattivi. A Roma c’erano solamente i buoni, e fuori di Roma solamente i cattivi. Anche un grande generale come Annibale diventa, sotto la sua penna, un comune mariuolo.

Ciò non toglie che la storia di Livio, costata cinquant’anni di fatiche a un autore che si dedicò soltanto ad essa, resti un gran monumento letterario. Forse il più grande fra quelli, piuttosto mediocri, eretti sotto il segno di Augusto.


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Bart