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STORIA: Montanelli : matrimoni e funerali nel Medioevo

8 Ottobre 2021

(da “Indro Montanelli: “Storia d’Italia”)

I cronisti contemporanei ci hanno lasciato circostanziate descrizioni dei banchetti medievali che allietavano i parti, i battesimi, i matrimoni e i funerali. I figli si scodellavano in casa col solo ausilio della levatrice. La puerpera, dopo essersi sgravata, era circondata dalle amiche e festeggiata. Poi, con l’aiuto della comare, si calava nuda in una tinozza. Se tra le presenti c’erano donne sterili, costoro s’immergevano nella stessa vasca perché era diffusa la credenza che l’acqua in cui s’era bagnata una partoriente propiziasse la fecondità. La puerpera stava a letto almeno un mese, e s’alzava solo per cambiarsi e indossare le più belle camice del suo corredo. Se era molto ricca, la sua stanza era addobbata con tendaggi e cortine di damasco e il suo letto ricoperto di lenzuola ricamate e trapunte d’argento. I colori più usati per questi addobbi erano il rosso, il verde e l’azzurro; ma se il neonato moriva durante il parto, si parava la camera di nero. Davanti al letto era collocata una credenza, colma di ogni ben di Dio: frutta, dolci, vini, poiché gli ospiti festeggiavano il lieto evento con pantagrueliche mangiate e omeriche bevute.

Il neonato veniva a sua volta lavato con acqua e erbe aromatiche, o con vino rosso, oppure con una mistura d’acqua e uova sbattute: usi che ancora sopravvivono in alcune regioni d’Italia, specialmente nel Sud. Poi la nutrice lo deponeva in una culla pavesata di nastri colorati. Il battesimo avveniva dopo una decina di giorni e si svolgeva in chiesa al cospetto dei padrini che erano almeno una dozzina, ma potevano ascendere anche a cinquanta. Ogni chiesa aveva il suo registro battesimale, nel quale il neonato veniva regolarmente iscritto. Gli s’impartiva un nome ch’era di solito quello di un santo o di un martire, e un cognome ch’era quello della famiglia e spesso derivava da una caratteristica fisica o morale come per esempio i Bonomi, i Boccaccio, i Piccolini, i Bujardo. Nella Roma del tardo Medioevo si cominciò a scommettere sul sesso dei nascituri. Gli allibratori facevano combutta con le levatrici e le balie, e alcuni diventarono molto ricchi. Il gioco fu proibito dai Papi, ma continuò a prosperare clandestinamente. Fino al Mille, almeno in Italia, il matrimonio si svolse secondo l’uso longobardo. Successivamente gli antichi istituti romani ripresero il sopravvento. Fra questi il più importante era la dote. Ancora nel X secolo era lo sposo che, secondo l’uso germanico, la portava alla sposa. Il connubio veniva combinato dal padre della ragazza (se questa era orfana, dal tutore) che stipulava un vero e proprio contratto col futuro genero. Costui donava al suocero una pelliccia di volpe e ne riceveva in cambio il mundio, col quale gli veniva riconosciuto il possesso e assegnata la tutela della donna che s’accingeva a sposare, considerata poco più di un oggetto.

I matrimoni erano molto precoci e una donna a venticinque anni era già considerata una zitella senza speranze. A sette-otto si poteva già essere fidanzati. Una certa Grazia di Saleby andò sposa a un vecchio gentiluomo quando aveva appena quattro anni, a cinque rimase vedova, a sei si rimaritò con un nobile, ma poiché anche questo morì prematuramente, undicenne celebrò le sue terze nozze, che non sappiamo se furono anche le ultime. Grazia fu un’eccezione perché le leggi fissavano l’età della sposa a dodici anni e quella dello sposo a quattordici. Anche la Chiesa s’opponeva ai connubi troppo precoci, ma con una buona somma di denaro era facile ottenere la dispensa, con la quale anche i lattanti avrebbero potuto sposarsi. Nel X secolo il sacerdote aveva cominciato ad assistere al matrimonio che si celebrava sul sagrato. La cerimonia cominciava davanti alla casa della sposa dove si formava il corteo, che snodandosi attraverso le vie della città, muoveva verso la chiesa. Lo guidava la sposa, scortata da due paggetti che reggevano una pianticella di rosmarino, seguiti da una specie di fanfara o da un gruppo di vergini — o presunte tali — biancovestite. Chiudevano la processione i parenti e gli a mici. Sulla soglia della chiesa il prete e lo sposo attendevano il corteo. Quando questo giungeva cominciava il rito che culminava nel fatidico «sì» suggellato dalla promessa della sposa di essere «fedele e sottomessa al marito». Il sacerdote celebrava quindi la messa alla quale seguiva il banchetto nuziale che veniva allestito nella navata centrale della chiesa e durava fino a sera quando gli sposi, accompagnati dagli amici e inseguiti da turbe di corbellatori che li bersagliavano con escrementi e acqua sporca, s’avviavano alla volta di casa. Si dirigevano subito verso la camera da letto e si spogliavano davanti a tutti in attesa del prete che doveva venire a benedirli, spruzzandoli d’acqua santa e cospargendoli di incenso per caccia = il demonio che stava sempre in agguato. Spesso l’esorcista tardava, e adora bisognava mandare qualcuno, con una lauta mancia, a chiamarlo. A mezzanotte, gli sposi licenziavano gli amici e si calavano nell’alcova, costruita a mo’ di baldacchino e celata da una tenda agli sguardi indiscreti dei servi. In teoria, per tre notti — le cosiddette notti di Tobia — non doveva succedere nulla, pena la scomunica. ma nella realtà il matrimonio veniva regolarmente consumato. Nei castelli feudali vigeva il cosiddetto jus primae noctis che dava diritto al signore di spulzellare la sposa, se già non l’aveva fatto prima. Questo privilegio, barbaro per la donna, ma spesso gravoso anche per chi lo esercitava, si chiamava droit de cuissage in Francia, marchette in Inghilterra e cazzagio in Piemonte. Di questa prerogativa godevano anche, anzi soprattutto, gli abati, titolari dei grandi monasteri.

Come il battesimo e il matrimonio, anche il funerale aveva un suo rituale e una sua pompa. Nel Medioevo tutto era pubblico, anche la morte. Al capezzale di un moribondo si davano convegno i parenti, gli amici e i preti i quali non l’abbandonavano un istante, specialmente se si trattava di un ricco. Tutti pregavano, cantavano e recitavano i salmi. Subito dopo il trapasso si preparava la sepoltura alla quale attendevano gli stessi familiari perché i becchini non comparvero fino alla metà del Trecento, dopo la grande epidemia di peste che nel 1348 decimò letteralmente la popolazione europea. Presso i romani avevano funzionato imprese di pompe funebri, ma coi secoli bui se n’era persa ogni traccia. Il morto veniva denudato, calato in una vasca e lavato con acqua calda profumata di salvia e dì altri aromi delicati.

Le esequie tributate ai ricchi erano invece molto solenni, il corteo funebre s’apriva con una banda di suonatori di flauti, corni e tube, seguiti dalle prefiche, vedove o zitelle che piangevano su ordinazione e dietro compenso. Venivano poi i parenti del morto. Le donne esprimevano il loro cordoglio strappandosi i capelli, lacerandosi le vesti e cacciando alti lamenti. Alcune, in preda a crisi isteriche, si gettavano a terra, strabuzzavano gli occhi, roteavano la testa fin quasi a svitarla, s’avventavano a capofitto contro un muro o tentavano di sbarbicare un albero. Non era raro il caso che un funerale mietesse qualche vittima tra coloro che così clamorosamente vi partecipavano. In segno di lutto i Romani indossavano abiti scuri, e quest’uso fu conservato nel Medioevo. Le donne smettevano le vesti chiassose e attillate e infilavano ampi mantelli neri con cappuccio, si coprivano il volto con veli bianchi e si cingevano le tempie di bende dello stesso colore. Dopo il funerale si celebrava un banchetto che spesso degenerava in autentica gozzoviglia, dopo di che la vita, come sempre accade, riprendeva il suo ritmo normale.


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