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STORIA: Montanelli: Un pezzo di bravura su Dante Alighieri

13 Ottobre 2021

(Da: Indro Montanelli: “Storia d’Italia”)

Sulla vita di Dante hanno scritto in molti, tra cui Mario Tobino (“Biondo era e bello”), ma vale la pena riportare il ritratto che ne ha fatto Indro Montanelli. Ė un capitolo lungo, ma solo in questo modo ci sentiamo di onorare i 700 anni dalla morte del grande Poeta.(bdm)

Di questi subbugli e convulsioni, Dante non fu soltanto il testimone, ma anche un protagonista. Sulla sua deposizione ci sono da fare molte riserve. È quella di una parte lesa, e per di più fiorentina, cioè parziale e ingiusta. Ma nessun poeta ha mai incarnato più di lui il proprio tempo con le sue grandezze e miserie, con le sue credenze e superstizioni, coi suoi aneliti e i suoi pregiudizi. La sua vita è un documento in cui, sia pure deformate dalla passione, si ritrovano tutte le vicende di Firenze e dell’Italia di allora.

Era nato nel 1265, cioè cinque anni dopo la battaglia di Montaperti, quando i ghibellini avevano ripreso il sopravvento in una Firenze sconfitta dalle forze di Siena e dei suoi alleati imperiali, e il suo vero nome era Durante. La famiglia era guelfa. Ma non era stata bandita perché non era di quelle che potevano impensierire i nuovi padroni. Gli Alighieri un tempo si erano chiamati Elisei e avevano un’origine nobiliare. Uno di loro, Cacciaguida, era stato Crociato in Terrasanta: il che allora equivaleva a un blasone. Poi la dinastia si era divisa in due rami, gli Alighieri e i Del Bello, ma nessuno di essi era diventato cospicuo. Il padre di Dante, Alighiero, aveva un po’ di terra e delle case. Ma non ne ricavava di che tirare avanti la famiglia, e pare che s’ingegnasse praticando anche un po’ d’usura, ma su modestissima scala. Desumiamo la sua pochezza soprattutto dal silenzio di Dante che di lui non parlò mai: il che ci fa pensare che non abbia nutrito nei suoi riguardi né affetto né rispetto.

Alighiero aveva sposato una certa Bella di cui sappiamo solo che, dopo avergli dato quel figlio, morì. Il bambino doveva avere fra i tre e i cinque anni, e nemmeno di lei ha mai parlato forse perché non la ricordava. In casa gli piovve una matrigna, Lapa, che diede a Alighiero altri tre figli: un maschio e due femmine. Molti biografi dicono che Dante ebbe un’infanzia infelice fra quella mamma che non era la sua e quei fratelli che lo erano solo a metà. Ma non sanno addurne altra prova che il carattere di Dante, rimasto sempre ombroso, chiuso e malinconico. In realtà, dai pochi e vaghi accenni che Dante ci ha lasciato di questi parenti, si direbbe anzi ch’essi gli furono molto vicini e solidali, specie nei momenti difficili. La sorellastra Tana, come appare da un passaggio della Vita nova, lo curò amorosamente durante una malattia, e il fratellastro Francesco gli prestò parecchi soldi e poi volontariamente lo accompagnò sulla via dell’esilio.

A Firenze c’è ancora la «casa di Dante». Ma non è certamente quella in cui egli nacque e crebbe, perché questa fu demolita quando venne bandito: la distruzione della casa faceva parte del castigo che s’infliggeva ai nemici politici vinti. Però sorgeva nelle vicinanze, in quello che allora si chiamava il «sesto di Porta San Piero». Non sappiamo come fosse fatta, ma sappiamo che le case di Firenze, a quei tempi, lasciavano piuttosto a desiderare in fatto di comfort. Non avevano acqua corrente né gabinetti, i pianciti erano di terra battuta cosparsa di paglia che marciva e puzzava, le finestre erano delle assi di legno, l’illuminazione affidata a torce e il riscaldamento a bracieri.

Firenze non era allora la stupenda e ridente città che oggi conosciamo. Avrà avuto un cinquantamila abitanti. Sebbene avesse già costruito una seconda cerchia di mura per potersi distendere un po’ di più, era ancora piuttosto soffocata, con straduzze strette e a gomiti. Di edifici imponenti e artisticamente pregevoli aveva solo il Battistero di San Giovanni, ma non ancora rivestito di marmi. L’insieme era severo e arcigno, grazie alle torri costruite dai nobili, lunghe, strette e minacciose, che le davano un’aria di campo trincerato. Di bello, c’era solo il paesaggio: quella corona di colline, fra cui si srotolava l’Arno. L’abitato si stendeva tutto sulla sponda destra del fiume. Con quella sinistra era collegato da un solo ponte: il Ponte Vecchio.

Le scuole erano tutte in mano ai preti e includevano due corsi: quello inferiore o trivio, e quello superiore o quadrivio. Dante dovette seguirli entrambi probabilmente presso la confraternita dei laudesi in S. Maria Novella, dove aveva studiato anche Cimabue. Non c’è da pensare che ne profittasse molto, anche perché mancavano i libri. Pochi se ne conosceva oltre il Vangelo perché le opere latine scampate alle invasioni barbariche erano ancora seppellite negli archivi dei monasteri soprattutto benedettini, e durante il Medio Evo non si era scritto quasi nulla. Dante, quando ebbe terminato i suoi corsi, sapeva leggere e scrivere, fare le quattro operazioni, tradurre alla meglio dal latino, ma più da quello corrotto del Medio Evo che da quello classico di Virgilio e Cicerone, e forse aveva qualche idea, piuttosto vaga, di storia e filosofia che allora era soltanto teologia. Ma nulla di più.

Di tutta la sua infanzia, conosciamo solo un episodio, che però doveva restare decisivo per la sua vita e la sua opera: l’incontro con Beatrice. Gli storici hanno discusso a lungo sulla realtà di questo personaggio: alcuni hanno ritenuto che fosse di pura fantasia. Ma ormai è opinione comunemente accettata che si trattasse della figlia di un Folco Portinari, banchiere molto stimato a Firenze. Era quasi coetanea di Dante, più tardi andò sposa a Simone de’ Bardi, e mori nel 1290, probabilmente di un parto andato male.

Dante colloca il suo incontro con lei nel 1274, a una festa di bambini, quando entrambi avevano nove anni. Ma su queste date bisogna andar cauti poiché egli aveva più la superstizione dei numeri che il rispetto della loro esattezza. Il debole che aveva per il nove come multiplo del tre, da lui considerato numero perfetto, lo si vede anche nella Commedia coi suoi versi in terzine, le sue tre cantiche divise ognuna in trentatré canti, i nove gironi dell’Inferno, i nove balzi del Purgatorio, e così via. Il fatto che, dopo aver visto Beatrice a nove anni, egli ci dice di averla rivista solo a diciotto, ci fa dubitare che abbia manomesso un po’ il calendario per farne quadrare le date coi suoi aritmetici simboli.

Nella Vita nova, sua prima opera, egli racconta che, trovandosi accanto a quella bambina vestita di bianco, rimase folgorato dalla sua sommessa e vereconda bellezza al punto da non poterla mai più dimenticare. È possibile, data l’età, che di fronte a lei abbia provato il suo primo turbamento di sensi, e che perciò il ricordo gli sia rimasto impresso nella memoria. Il resto ve lo aggiunsero probabilmente le convenzioni poetiche del suo tempo, di cui parleremo.

Dopo la scuola, dove aveva imparato ben poco, ebbe un altro maestro, che gl’insegnò molto di più: Brunetto Latini. Era costui un notaio che godeva di notevole prestigio, e non solo per le sue qualità professionali. La gran cultura, la signorilità, il «tatto», ne facevano anche un uomo di mondo, un idolo dei salotti, e un diplomatico di prima scelta. Il Comune se n’era infatti servito a più riprese, e lo aveva mandato ambasciatore in Spagna al tempo della lotta contro Siena e Manfredi. Si trovava appunto là, quando le forze imperiali vinsero a Montaperti e i ghibellini rientrarono a Firenze per fare le loro vendette. Il guelfo Brunetto non vi tornò. Rimase fra Montpellier e Parigi, e compose in francese un Tesoretto, cioè una specie di enciclopedia in cui cercò di riassumere lo scibile dei suoi tempi. Rientrò in patria dopo la battaglia di Bene- vento, che aveva rimesso in sella il suo partito. E vi portò un soffio della nuova cultura razionalista, di cui si era riempito i polmoni in Francia. Non aveva originalità di pensiero, ma aveva molto visto, molto viaggiato, molto letto, e sapeva parlarne. Era anche un buon cittadino, un funzionario capace e integro, un coerente uomo di parte. Solo la vita privata lasciava alquanto a desiderare per la sua imparzialità verso i due sessi. Ma questo, nella Firenze di allora (e anche in quella d’oggi), non faceva molta impressione.

Il fatto che Dante, incontrandolo più tardi nell’Inferno, dove lo aveva collocato appunto per quel vizio, chiami affettuosamente Brunetto suo «maestro», ha fatto credere a molti ch’egli sia andato materialmente a lezione da lui.

In realtà il rapporto non fu scolastico in senso stretto. Dante fu soltanto uno dei giovani letterati che intorno a Brunetto si raccoglievano e che formavano quella che oggi si chiamerebbe la nouvelle vague della poesia italiana, cui Dante stesso doveva dare il nome, passato alla Storia, di stil novo.

Dante non era dei loro né come nascita né come mezzi. Scontroso, piuttosto mingherlino, con un gran ciuffo di capelli neri a gronda sulla fronte, ammirava di lontano quei giovani che lo sopravanzavano in tutto, nel nome e nei mezzi. Ammirava specialmente Cavalcanti, che aveva dieci anni più di lui, apparteneva a una casata fra le più cospicue di Firenze, ed era già celebre come poeta. Guido aveva un carattere altero, solitario e impetuoso. In una delle tante paci che si erano fatte tra i due partiti in lotta, lo avevano sposato d’autorità, a dodici anni, con la figlia di Farinata degli Uberti, il prestigioso capo ghibellino. Il matrimonio politico era rimasto senza amore. Ma Guido se ne consolava con una Giovanna. Autoritario e impaziente, nelle discussioni prendeva a sassate i suoi contraddittori.

Eppure fu proprio lui che apri le porte di quel ristretto circolo d’iniziati a Dante, quando questi gli mandò una poesia nello stile di cui Guido era considerato il maestro. Certamente Dante l’aveva scritta perché, come i fatti ampiamente dimostrarono in seguito, la poesia l’aveva nel sangue. Ma a ispirargliela ci fu probabilmente anche l’ansia di una «promozione» sociale. I Trovatori avevano in un certo senso nobilitato il mestiere, esercitandolo nelle Corti. Gli eroi delle loro canzoni erano tutti Cavalieri, e cavallereschi i loro ideali d’onore, di fedeltà, di giustizia. Cosi fra aristocrazia e poesia si era creata una sostanziale solidarietà. Ora, anche nelle città mercantili come Firenze, le caste erano chiuse. Le 250 famiglie nobili della città facevano vita a sé e avevano un club esclusivo che si chiamava «Società delle Torri». I borghesi, per esservi accolti, spendevano miliardi, perché erano terribilmente snob. Lo era anche Dante, specie da giovane. E il sonetto mandato a Guido era l’unico passaporto di cui poteva valersi per entrare in un « giro » più alto di quello da cui per nascita proveniva. Guido, che aveva del talento e quindi era sensibile anche a quello altrui, gli tese una mano e gli dette il benvenuto.

Cominciarono per Dante anni felici, gli unici anni felici della sua tribolata esistenza. Ora apparteneva anche lui alla «gioventù dorata» di Firenze. Anche se il suo borsellino era piuttosto sguarnito e le maniche del suo vestito (segno in-confondibile, a quei tempi, di rango economico e sociale) meno sgargianti di quelle dei suoi nuovi compagni, faceva parte del loro gruppo, aveva vent’anni, e le ragazze per strada se lo additavano come l’autore di poesie che già cir-colavano per la città.

Più che per la perfezione dei versi e per il loro contenuto, esse forse erano popolari grazie alla musica. Come tutti i suoi contemporanei, Dante musicava le sue strofe. Non componeva da sé, sebbene pare che di musica s’intendesse. Ma sapeva scegliere abbastanza bene i suoi collaboratori. «Amor che nella mente mi ragiona» glielo musicò Casella, e «Deh, Violetta, che in ombra d’amore», Socchetto.

Che vita conducesse coi nuovi amici, non si sa. Ma si sa che costoro razzolavano in maniera assai diversa da come predicavano coi loro versi, tutti intesi ad angelicare la donna e a spiritualizzarla. Guido, dopo aver goduto in esclusiva quelle di Giovanna, divideva con Lapo Gianni le grazie di una Lapa, in un ménage a tre degno del più spregiudicato teatro francese del Novecento; e Dino Frescobaldi era sulla bocca di tutti per via delle avventure galanti che il nome, il portafogli e l’atletica muscolatura gli facilitavano. Essi si riunivano per discutere con teologico impegno i problemi morali dello Stil novo. Per esempio: la dama tradita da un amante ha diritto di prendersene un altro più fedele? Eccetera. Ma non rifuggivano da passatempi di salotto e di taverna.

Tuttavia i cànoni andavano rispettati. E quelli dell’«amor cortese» caro agli stilnovisti esigevano che anche Dante eleggesse una dama a ideale poetico e di vita. Probabilmente fu soprattutto per questo che si ricordò di Beatrice. Non ci sarebbe nulla di bizzarro se l’amore, in Dante, fosse nato dalla poesia, e non viceversa. E nulla toglierebbe alla grandezza dei suoi risultati.

Non aveva più avuto occasione di avvicinarla. Egli dice che, per tenerla al riparo dalle maldicenze, aveva finto di corteggiare un’altra e poi un’altra ancora. Dovette farlo tuttavia con poca discrezione perché a Firenze se ne parlò come di tresche bell’e buone. E la voce dovette arrivare anche all’orecchio di Beatrice che, incontratolo un giorno per strada, non gli ricambiò il saluto.

Ciò potrebbe far sospettare che anche lei fosse innamorata di Dante e perciò se ne sentisse tradita. Ma non è così. Semplicemente, essa sapeva che Dante l’aveva promossa a Ideale, parlava di lei come della sua ispiratrice, e sapeva che tutti lo sapevano. Avere un poeta ai suoi piedi, senza corrispettivo, la lusingava. E scoprire a un tratto che costui, voltato l’angolo di strada, andava a consolarsi con altre, la indispettì. Nulla di male. È umano.

Fecero la pace anni dopo, quando tornarono a incontrarsi a una festa di nozze, che forse erano quelle di lei con Simone de’ Bardi. Egli racconta che, rivedendola, a tal punto sbiancò e fu assalito dal tremore che un amico lo trascinò via, mentre le altre donne ammiccavano a Beatrice che sorrideva per la bella rivincita.

Non si rividero, pare, mai più.

Alcuni storici dicono che subito dopo Dante andò a completare i suoi studi a Bologna, ch’era la più rinomata Università italiana. In quella città soggiornò di certo perché vi lasciò anche un sonetto — scherzoso, rugginoso e mediocre — sulla Torre della Garisenda; ma non si sa quando. Comunque, la laurea non la prese. E l’unico vantaggio che ritrasse da quel soggiorno, fu l’amicizia con Cino, scacciato da Pistoia e rifugiatosi lì per vicende politiche.

A queste vicende Dante, fin allora, si era mantenuto estraneo, anche perché il credo estetico degli stilnovisti non obbligava a impegnar- visi, anzi ne scoraggiava. Ma Firenze seguitava ad essere agitata dalle passioni. I guelfi avevano ripreso il sopravvento dopo la fine degli Hohenstaufen. Ma, come abbiamo già detto, papa Gregorio X, che non voleva restare alla mercé dei francesi di Parigi e di Napoli, aveva salvato lì per lì i ghibellini dalle solite vendette. Nel ’73 c’era stato un compromesso fra le due parti, ma Carlo d’Angiò lo aveva fatto abortire intervenendo di persona e obbligando i ghibellini alla fuga. Nel ’79 venne il Cardinale Latino a cercar di stabilire una pace definitiva. Fu costituita una nuova magistratura, quella dei 14 «Buoniuomini», di cui otto dovevano essere guelfi e sei ghibellini, controllati da tre «Priori», i quali poi diventarono sei.

È impossibile raccapezzarsi nel mutevole intrigo delle magistrature fiorentine. Ognuna di esse rappresentava una conquista della democrazia. Ma il suo unico effetto era quello di contribuire all’impotenza di tutte, come purtroppo la democrazia sembra esigere, almeno in Italia. Questo nuovo governo, imperniato sul Capitano del Popolo, sul Podestà (entrambi stranieri per legge) e sui Priori, che in breve risucchiarono i poteri dei Buoniuomini, si chiamò «Signoria». E come in pratica funzionasse, non si sa. Si sa solo che funzionava piuttosto male.

Malgrado queste interne debolezze, Firenze aveva condotto una energica politica estera. Capeggiava la «Lega Guelfa» delle città toscane su cui aveva affermato la sua leadership. A farle resistenza erano ancora rimaste solo Pisa e Arezzo. Pisa, che significava lo sbocco al mare, era stata ormai ridimensionata da Genova. Restava Arezzo, centro di tutto il ghibellinismo toscano, anzi italiano, capeggiato dal vescovo Guglielmo degli Ubertini, un prete che preferiva il manganello alla Croce.

Il 2 giugno dell”89 l’esercito fiorentino, comandato dal generale angioino Amerigo di Narbona e rafforzato dai contingenti delle altre città guelfe di Toscana, scese sulla città nemica per liquidare la partita. Contava 12.000 uomini, e fra di essi c’era il ventiquattrenne Dante.

Il nemico, forte di novemila uomini al comando dell’Ubertini, di un Montefeltro e di un Guidi, attendeva nella piana di Campaldino. Lo scontro avvenne PII giugno. E, stando al Villani, cominciò piuttosto male per i fiorentini, che al centro dello schieramento furono sopraffatti e sbandarono. Ma le ali tennero, e si richiusero sugli aretini che si erano gettati nella falla. Essi lasciarono sul terreno quasi duemila morti, fra cui il vescovo libertini, tre liberti, Bonconte di Montefeltro, insomma i comandanti più in vista. Fra i fiorentini che si segnalarono ci furono Vieri Cerchi e Corso Donati, destinati entrambi a far parlare di sé.

A Poppi e a Bibbiena mostrano ancora un anfratto dove si dice che Dante, colto dal panico, si sarebbe rifugiato. Non è vero. Si era trovato nel punto critico della mischia e aveva corso un brutto rischio. Può anche darsi che di paura ne abbia avuta, e sembra che lo abbia confessato in una lettera, purtroppo andata persa, in cui descriveva la battaglia e ne faceva anche un grafico. Ma non scappò. L’uomo era impressionabile, ma non codardo.

È probabile che in questa occasione abbia conosciuto Cecco Angiolieri, che faceva parte del contingente senese. Cecco era un «poeta maledetto» avanti lettera, che faceva disperare la sua famiglia ricca, avara e bigotta. Ribaldo e manesco, c’era in lui del Sordello, ma da taverna, invece che da Corte. Aveva pressappoco l’età di Dante, ma era già un avanzo di galera. Amava solo il vino, i dadi e le prostitute. Tradiva una moglie litigiosa e brutta con una popolana di nome Becchina, figlia di un calzolaio, che gli restituiva pan per focaccia in fatto di prepotenze, turpiloquio e corna. Si mangiò tutto il patrimonio, e fini a Roma in miseria. Era talmente oberato dai debiti, che i figli ne rifiutarono l’eredità.

Però poeta lo era, forse più di molti stilnovisti. Sotto le sue rime arruffate e le sue schiamazzanti invettive, si sente la tristezza di un uomo sbagliato per la sua vita sprecata. E forse egli stesso si descrisse, per polemica, peggiore di quanto fosse. Non è storicamente sicuro che con Dante si sia personalmente incontrato. Però se ciò avvenne, non poté essere che sotto le mura di Arezzo, perché le loro vite non ebbero altre coincidenze. Certo, non erano fatti per intendersi. In seguito Cecco dedicò a Dante tre sonetti di corbellatura rimproverandogli qualche contraddizione fra prediche e razzolamenti. E l’accusa non era infondata.

Il ritorno a Firenze non significò per Dante la fine del servizio militare. Egli prese ancora parte alle operazioni contro Pisa, e certamente partecipò all’assedio e al sacco del castello di Caprona, com’egli stesso più tardi ricordò.

Finalmente congedato, giaceva in letto ammalato, quando seppe della morte di Folco Portinari, padre di Beatrice. Firenze tributò solenni esequie a quel banchiere filantropo, che fra l’altro aveva fondato l’ospedale di Santa Maria Maggiore, «colonna dello Stato». Pochi mesi dopo, la figlia lo seguì nella tomba, e non aveva che venticinque anni.

Dante dice di esser rimasto annientato dalla scomparsa di Beatrice, di averne dato l’annunzio in una lettera aperta «ai Prìncipi della Terra», che però non si è mai trovata, e di essersi indignato vedendo dalla finestra alcuni passanti che si comportavano come se nulla fosse successo. Può darsi. Oltre ai passanti però egli vide, affacciata a una casa dirimpetto, una donna che lo guardava con espressione di pietà e di tenerezza. Ne provò un sentimento di gratitudine. E siccome da cosa nasce cosa, ne venne fuori una «relazione» bella e buona. Molti dantisti dicono che questa donna non era che il simbolo della Filosofia in cui Dante si sarebbe rifugiato per trovar conforto. Ma noi non abbiamo mai saputo che la filosofia si chiami anche Lisetta. E che si trattasse di una creatura in carne ed ossa lo dimostra il fatto che, quando volle occupare nel cuore di Dante il posto di Beatrice, egli la scacciò: cosa che con la filosofia non avrebbe avuto ragione di fare. Dopodiché si ammogliò.

Boccaccio, suo primo biografo, dice che fu la famiglia a sposarlo quasi di forza nel vederlo dimagrito, insonne e disfatto; e che lui si lasciò rare per mancanza di forze. La verità è più semplice. È emersa da un documento del 1277, che riproduce l’impegno di nozze, con tanto di notaio, fra il dodicenne Dante Alighieri e la sua quasi coetanea Gemma Donati. Lo avevano steso i due rispettivi genitori, com’era l’uso del tempo. Anche Guido Cavalcanti si era sposato cosi con la Uberti.

Gemma apparteneva a una casata fra le più nobili, e aveva anche una certa dote. Boccaccio la descrive egoista, mediocre, arida e querula, una mezza Santippe. Ma Boccaccio, in odio alla sua, era un nemico giurato di tutte le mogli. Dai fatti risulta che Gemma si comportò molto bene nei confronti del marito. Lo aiutò nei momenti di bisogno, allevò i figli dei quali egli ben poco si curò, e lo stesso Boccaccio le riconosce il merito — che forse non le compete — di aver salvato i primi sette Canti della Commedia.

Semmai, fu Dante che la ripagò piuttosto male, perché subito dopo le nozze cominciò per lui un periodo di dissipatezze, che Guido in questa vita e Beatrice nell’altra dovevano aspramente rimproverargli. Si era imbrancato in una brutta compagnia: quella di Forese Donati, detto Bicci, cugino di Gemma. E trascorreva il tempo tra Fiorette, Violette e Pargolette, che non dovevano essere ragazze di costumi precisamente illibati. Ciò non gl’impedì di mettere al mondo con Gemma un certo numero di figli: due o tre maschi, Pietro, Jacopo, e forse un Giovanni, e due femmine, Antonia e Beatrice, che però forse sono la stessa persona. Di che vivesse, non sappiamo. Come tutti coloro che volevano godere di pieni diritti politici, si era iscritto anche lui a un’Arte, quella dei Medici e Speziali. Perché abbia fatto questa scelta, è incerto. Forse perché appunto non praticava regolarmente nessun mestiere e quindi poteva sceglierne, come etichetta, uno qualunque. O forse perché ai Medici e Speziali potevano aderire tutti i consumatori di generi chimici. Giotto vi si era iscritto perché consumava colori; Dante, perché consumava inchiostro. Comunque, dovett’essere soprattutto Gemma a mandare avanti la famiglia con la sua dote.

Egli dice che a mettere fine a questo scapestrato intermezzo fu un sogno in cui gli apparve la «mirabile visione» di Beatrice. Svegliandosi, giurò a se stesso di dire di lei ciò che nessun uomo aveva detto di nessun’altra donna al mondo. Forse gli era nata in testa l’idea della Commedia.

Ma, oltre al sogno, ci fu anche un’altra cosa a trarre la sua vita per un altro verso: la politica.

Questa era ora entrata in una fase acuta, sebbene non avesse più nessun contenuto ideologico. Ne aveva avuto al tempo della lotta fra Guelfi e Ghibellini, quando si era trattato della scelta fra la Chiesa e l’Impero. Ma oramai l’Impero non era più che un ricordo e i Ghibellini, dopo la battaglia di Campaldino, ridotti all’impotenza.

Restavano però le rivalità personali, di ambizione, di orgoglio, d’interessi. Che non si trattasse d’altro, lo dimostra il metodo che le magistrature seguivano per istaurare qualche tregua: i matrimoni. Essi erano imposti dallo Stato perché rappresentavano appunto un affare di Stato. Quando un nemico sposava una nemica, si supponeva che l’odio, fra le due famiglie, cedesse il posto alla solidarietà, anche se spesso succedeva il contrario. E questo modo d’intendere la politica come fatto personale è rimasto nel sangue fiorentino fino a Fanfani.

Ora i Guelfi, non avendo più da combattere i Ghibellini, si erano divisi per combattersi fra loro. Le due fazioni si chiamarono dei Bianchi e dei Neri su imitazione di quelle di Pistoia, dove una famiglia, quella dei Cancellieri, si era ap-punto divisa in un ramo bianco e in un ramo nero trascinando nei suoi odi e insanguinando tutta la città.

A Firenze la rissa era scoppiata per una questione di primato economico e sociale fra due dinastie di Magnati. Quella Bianca era capeggiata da Vieri Cerchi, quella Nera da Corso Donati, fratello di Forese e cugino di Gemma Alighieri. L’odio era divampato per futili motivi di prestigio. I Cerchi, ch’erano dei nuovi ricchi pieni di soldi, ma poveri di blasone, avevano comprato il più bel palazzo di Porta San Piero, dove abitavano anche i Donati che sin allora l’avevano fatta da padroni in quel sestiere. E li avevano offuscati coi loro sfarzi.

Corso non era uomo da subire un simile oltraggio. Di antica nobiltà guerriera, aveva conservato l’orgoglio e l’insolenza della sua casta. Era bello, coraggioso e beffardo. Lo chiamavano «il barone», e nella «società delle Torri», gli si riconosceva autorità di capo. Egli non ammetteva che questa posizione di preminenza gli venisse insidiata da un figlio di contadini come Vieri Cerchi che, arricchitosi col commercio e la banca, si era comprato il titolo nobiliare di Cavaliere.

Ma Vieri, anche se non aveva sangue blu, aveva i soldi e sapeva usarli. Meno tracotante e pittoresco del suo avversario, era però altrettanto coraggioso, tenace e accorto. Tolse a Corso, attraendoli nel vasto giro dei propri affari di banca, molti alleati di gran nome e potenza come i Cavalcanti, i Tomaquinci, i Pazzi, parte dei Frescobaldi.

E fin qui, era tutto normale, compreso il sangue che ogni poco correva fra le due fazioni: a Firenze le fazioni c’erano sempre state, e il sangue era sempre corso. Ma il conflitto di dinastie si trasformò in guerra civile, quando Bonifacio Vili pretese di servirsene per le sue ambizioni di potere temporale. Egli voleva — lo abbiamo già detto — annettere la Toscana agli Stati della Chiesa. E perciò aveva chiamato Carlo di Valois.

In quel momento, a Firenze, era al potere la fazione Bianca. Il Donati, che aveva cercato di rovesciarla con la corruzione e la violenza, era stato bandito. Ma il Papa lo aveva accolto e nominato governatore di una delle sue province. Così la fazione Nera era diventata il partito della Chiesa e del Valois, che scendeva dalla Francia, contro l’indipendenza fiorentina difesa dalla fazione Bianca.

Fu, per sua disgrazia, in questa emergenza che Dante venne alla ribalta politica. Per quali motivi si trovasse imbrancato coi Bianchi, non si sa. I legami di famiglia avrebbero dovuto spingerlo dalla parte dei Neri perché, grazie al matrimonio con Gemma, era diventato cugino dei Donati. Ma forse a trarlo coi Bianchi furono un po’ l’indignazione per le prepotenze di Corso e molto — crediamo — la solidarietà col suo vecchio amico Guido Cavalcanti, che «il barone» aveva tentato di fare assassinare.

Dante, in politica, aveva debuttato a trent’anni, nel ’95. Ma non aveva ricoperto che cariche minori. La sua carriera prese l’aìre solo dopo la vittoria dei Cerchi. E il fatto ch’egli si mettesse sempre più in vista, via via che svanivano le possibilità di compromesso fra le due fazioni, dimostra ch’egli vi svolse una parte di oltranzista, del resto in carattere col suo carattere. Nel maggio del ’300 lo mandarono ambasciatore a S. Gimignano. E nella sala del Consiglio di quella città c’è una lapide che ricorda la venuta del Poeta. A leggerla, si direbbe che Dante abbia riportato lì il suo primo trionfo. Invece risulta che la missione fallì.

Ma l’insuccesso non gl’impedì di essere, il 15 giugno, nominato Priore. Era la più alta carica elettiva, e non durava che due mesi. Ma quei due mesi gli bastarono per assumere una responsabilità tremenda che doveva costargli cara: lo sterminio della fazione Nera di Pistoia, che ostacolava la politica estera della Firenze Bianca. È difficile dire fino a che punto il sangue che corse (e ne corse molto) ricada su Dante. Però non c’è dubbio che le sue mani ne uscirono macchiate. E forse questo contribuì ad accentuare la sua intransigenza. Egli ormai era il nemico dichiarato del Papa che aveva scomunicato la città, e del Valois che in suo nome marciava su di essa.

Ci sembra quindi poco attendibile la notizia, tramandataci da Dino Compagni, che il Comune incaricò proprio lui di un’ambasceria di pace a Bonifacio. Boccaccio, suo primo biografo, racconta che il Poeta, ai Priori che gli proponevano quella missione, rispose perplesso: «Se io vado, chi rimane? Se io rimango, chi va?» Sono parole che somigliano al personaggio e al suo immenso orgoglio. Ma non crediamo che le abbia pronunciate perché escludiamo che la missione venisse proposta proprio all’uomo meno indicato ad assolverla. La Storia ha accolto la versione di Compagni solo perché la scena di Dante e Bonifacio di fronte e ai ferri corti esercita una suggestione drammatica cui nessun biografo rinunzia volentieri. Comunque, l’ambasceria fallì.

Firenze, che poteva mettere in campo migliaia di uomini bene armati, si arrese alle poche centinaia di cavalieri del Valois. Il Donati tornò coi suoi squadristi neri, e subito cominciò la «purga». Dante fu tra i primi nove a essere condannato al rogo, e ciò dimostra il rilievo che aveva assunto nella fallita resistenza. La sentenza porta la data del 27 gennaio 1302, e si può ancora leggere nel sinistro Libro del chiodo conservato negli archivi fiorentini. Ma fu pronunciata in contumacia perché il Poeta era già fuggito col fratellastro Francesco, suo volontario compagno di esilio.

La vendetta si abbatté sulla casa del bandito. Com’era uso fiorentino, i picconieri la presero d’assalto sotto l’occhio vigile del Podestà e quello — immaginiamo — bagnato di lacrime di Gemma. Il tetro edificio trecentesco, che ancora qualcuno si ostina a considerare la casa di Dante, non è quindi di certo la sua.

Da allora cominciò per lui una vita girovaga, di cui è impossibile ritracciare con esattezza gl’itinerari. Dapprima fu certamente ad Arezzo, rifugio dei Bianchi, e per un certo tempo prese parte attiva ai tentativi degli esuli di rientrare in patria con la forza. Ma i tentativi fallirono, e pare che la responsabilità fosse addebitata a Dante, che aveva consigliato di affidare la condotta delle operazioni al suo amico Scarpetta Ordelaffi Non sono che voci e supposizioni. Ma è accertato che Dante abbandonò presto quella «compagnia malvagia e scempia», com’egli la chiamò, per fare «parte per se stesso», com’era scritto del resto nel suo destino, cioè nel suo carattere solitario, sprezzante e scostante.

Prese la via del Nord e si stabili a Verona, ospite di Bartolomeo della Scala (o di suo figlio Alboino, non si sa). Verona aveva già trasformato il regime comunale in Signoria abbandonandosi nelle mani di quella ricca e potente casata. Il Poeta fu amichevolmente accolto nel palazzo e si sdebitò col suo anfitrione svolgendo per lui alcune missioni diplomatiche in altre città. A Padova ebbe la ventura d’incontrare Giotto, ch’era venuto a dipingervi gli affreschi della Chiesa dell’Annunziata. Si erano già conosciuti a Firenze, e si rividero con piacere.

Poco dopo si trasferì in Lunigiana, dai Malaspina. A quei tempi gli esuli erano sempre bene accolti prima di tutto perché chiunque poteva diventarlo da un momento all’altro, e quindi tutti avevano interesse a rispettare la regola dell’ospitalità; eppoi perché, quando erano di un certo livello culturale come Dante, facevano comodo: di gente che sapesse leggere e scrivere, 440 fuori del clero, ce n’era poca. Infatti Dante, anche per conto dei Malaspina, svolse trattative diplomatiche e notarili col Vescovo di Luni, e così si guadagnò il pane.

Boccaccio racconta, di questo periodo, una strana storia. Dice che Gemma, nel vuotare la casa prima della demolizione, aveva trovato in un forziere un manoscritto in versi. Dapprima li mise da parte senza curarsene. Poi li fece leggere a Dino Frescobaldi che se n’entusiasmò e, saputo che Dante era in Lunigiana, glieli rispedì con la raccomandazione di continuare. Erano i primi sette canti della Commedia che Dante considerava ormai perduti.

Non poté subito rimettercisi perché dovette andare in Casentino, chiamatovi dal Conte Guidi di Dovadola. Dante aveva con lui legami quasi di famiglia perché i loro rispettivi bisavoli — il Conte Guido Guerra e Cacciaguida — erano stati, pare, amici. E qui gli capitò una brutta disavventura sentimentale. S’innamorò perdutamente di una «femmina bella e ria», di cui Boccaccio dice ch’era «gozzuta». Altro di lei non si sa, se non che si divertì alle spalle del Poeta più che quarantenne attirandolo e negandoglisi con femminile crudeltà.

Qui si perde ogni traccia di lui, e l’ipotesi più accreditata è che abbia soggiornato per un anno a Parigi. Così dicono Villani e Boccaccio, mentre il figlio Jacopo, nei suoi cenni biografici sul padre, non fa parola di questo viaggio. Nel 1881 un filologo francese trovò negli archivi di Montpellier Il manoscritto di un poema in italiano, Il fiore, firmato Durante, cioè col vero nome di Dante. Era lo stringato riadattamento di un prolisso poema francese di contenuto pornografico. I dantisti hanno naturalmente sempre respinto con orrore l’ipotesi che fosse opera di Dante. Ma vi compare un sonetto, piuttosto ribaldo, che il Poeta aveva composto in Casentino. Sicché almeno il dubbio rimane.

Nel 1308 Dante era in Toscana, nuovamente immerso nella politica. Ve lo aveva richiamato la discesa in Italia di Arrigo VII che voleva, come abbiamo già visto, restaurarvi il potere imperiale. L’impresa era impossibile, ma Dante se ne infiammò fino a bruciarvi le sue ultime possibilità di perdono. Indirizzò una lettera solenne « a tutti e’ singoli regi d’Italia e a’ senatori dell’alma cittade, a’ duchi e a’ marchesi e a tutti i popoli» per invitarli a sottomettersi all’Imperatore. E andò — pare — a Milano per consegnarla di persona a Arrigo, che certamente ignorava chi fosse quell’uomo e a quale titolo parlasse in nome della Nazione. La quale Nazione dimostrò subito quanta poca intenzione avesse di sottomettersi. E, come abbiamo già detto, i più protervi di tutti furono proprio i compatrioti del Poeta.

Agli «scelleratissimi fiorentini» Dante scrisse allora un’altra lettera invocando sulla loro testa morte e distruzione. E una terza indirizzò ad Arrigo per sollecitarlo a castigare la città ribelle. Ne invocava la resa incondizionata, il massacro, l’incenerimento.

Probabilmente Arrigo non lesse mai queste missive. Ma i fiorentini, sì. E quindi c’è anche da capirli se, quando di lì a poco decisero di promulgare un’amnistia, ne esclusero il Poeta, cui non rimase altra speranza che l’esercito di Arrigo. Ma quell’esercito era debole, e Arrigo di lì a poco mori. Era la fine delle speranze di Dante.

«Povero assai, trapassò il resto della vita dimorando in vari luoghi per Lombardia e Toscana e per Romagna sotto il sussidio di vari Signori», dice spicciativamente il più serio e documentato dei suoi primi biografi, il Bruni. E purtroppo non abbiamo molto da aggiungere.

È quasi certo che il primo di questi Signori fu Cangrande della Scala a Verona, uno dei più pittoreschi e splendidi despoti dell’epoca. Teneva Corte fastosa e aperta a tutti gli ospiti di passaggio. Ma appunto per questo lo scontroso Dante non dovette trovarcisi molto bene e, pur restando agli stipendi del Signore, si ritrasse in una casetta per conto suo, dove lo raggiunsero i figli. Essi erano stati a loro volta banditi perché Dante aveva declinato l’invito a rientrare in patria facendo «offerta», cioè riconoscendosi colpevole e chiedendo perdono. Lo sdegnoso rifiuto del Poeta è documentato in una lettera, che però sembra apocrifa. Forse non rispose nemmeno.

Non si sa con esattezza quando lasciò Verona, né perché. Il Petrarca, capitato anni dopo nella città scaligera, vi raccolse la voce che Cangrande aveva preso in uggia Dante e si divertiva a umiliarlo. Questo è certamente falso: e lo dimostra la tenace gratitudine che il Poeta nutrì sempre per il suo anfitrione cui portava in visione i Canti della sua Commedia. La chiacchiera del dissidio doveva esser nata dal fatto che Dante a Verona non era mai diventato popolare anche se buona parte della sua opera vi aveva acquistato una certa notorietà. L’uomo non suscitava simpatie e non ne provava per nessuno. Non si era appastato con la vita di Corte, non aveva amici nello Studio, cioè nell’Università, dove forse aveva invano sperato di ottenere una cattedra.

Furono questi probabilmente i motivi che lo indussero ad accogliere l’invito di Guido Novello da Polenta di stabilirsi a Ravenna. Guido era anche lui uno di quei Signori del Trecento che un po’ con la violenza, un po’ con l’astuzia, avevano affossato gl’istituti democratici del Comune e istaurato un potere personale. Ma lo esercitava in maniera diversa da Cangrande, cioè con meno fasto e più tatto. In gioventù era stato uomo d’armi piuttosto avventuroso. Ma ora, con la maturità e col «posto» assicurato, si era convertito alla cultura. Viveva in un palazzo molto meno splendido di quello scaligero, ma accogliente e foderato di libri. Egli stesso componeva versi, piuttosto bruttini, ma rispettosissimi della grammatica e della sintassi.

Forse aveva già conosciuto Dante in occasione di qualche missione diplomatica che il Poeta avrà svolto anche a Ravenna per conto di Cangrande. Forse venne a sapere di lui da qualche terzina che sarà giunta al suo orecchio del- l’Inferno, già abbastanza conosciuto nel ristretto ambito della intellighenzia di allora. Forse era grato al Poeta di aver trattato con tanto affetto Francesca da Rimini, ch’era sua zia.

Non si sa.

Dante venne comunque su suo invito a insegnar retorica — pare — nello Studio, cui Guido dedicava cure particolari. La quiete, il silenzio, la criptica bellezza di quella città tombale, chiusa nelle memorie del suo glorioso passato, dovettero piacergli non meno dell’affabilità del suo Signore. La stima e la cordialità con cui si vide accolto sciolsero un po’ i nodi del suo carattere angoloso. Non è accertato dove prendesse casa: pare davanti al convento dei francescani, dove poi doveva essere sepolto. Comunque, vi si fece subito raggiungere dai figli Piero e Jacopo, e dalla figlia Antonia, che gli diedero il calore della famiglia.

Questi ultimi anni furono forse i più sereni della sua vita tribolata, certo i più redditizi come lavoro. Guido lo colmava di cortesie, e gli amici di affetto. In loro compagnia il Poeta faceva lunghe passeggiate nella stupenda pineta di Chiassi, soste sui sagrati delle cento chiese fra i monumenti bizantini e gotici, e amichevoli visite al palazzo. Ogni tanto Guido lo incaricava di qualche missione, ma riservandogli solo quelle più delicate per non distrarlo dalle sue carte. Fu così che una volta lo mandò a Venezia per risolvere una spinosa diatriba che minacciava di sfociare in una guerra fra le due città. S’ignora come Dante se la cavasse. Forse non fece nemmeno in tempo a svolgere il suo compito perché cadde ammalato e, sentendo approssimarsi la fine, affrettò il ritorno. Doveva trattarsi di una forma acuta di malaria perché aveva la febbre altissima e delirava. Quando arrivò a Ravenna era già allo stremo. Non si sa nemmeno se riconoscesse i volti dei figli e degli amici che si avvicendavano al suo capezzale.

Spirò nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321.

I contemporanei non si accorsero molto di quella scomparsa: Dante era molto meno conosciuto e ammirato di certi mediocri latinisti come Giovanni del Virgilio; e anche tra i poeti lo si considerava inferiore a un Guinizelli che Bologna aveva laureato ad honorem. La sua grandezza fu scoperta molto più tardi. Il primo a farsene un’idea abbastanza esatta, bisogna riconoscerlo, fu Boccaccio. Ma gli studi critici veri e propri su di lui cominciarono solo nel Settecento.

II Poeta non aveva sparpagliato il suo talento in una vasta produzione. Aveva debuttato con la Vita nova, scritta fra i diciotto e i ventinove anni, ch’è il romanzo poetico del suo amore per Beatrice secondo la convenzione (ahi, quanto visibile!) stilnovista. Alcune di quelle rime furono poi incluse nel Canzoniere, insieme ad altre, più schiette e immediate, composte nello stesso periodo. Il suo primo lavoro organico è il Convivio, che forse Dante cominciò all’inizio del suo lungo esilio per accreditarsi come uomo di dottrina presso coloro alla cui porta avrebbe bussato. È uno zibaldone che in 15 trattati doveva sviscerare tutto lo scibile del tempo. Grazie a Dio, il Poeta lo ridusse a tre soli forse perché anche lui ci si annoiò. Più importante è il De vulgari eloquentia, prima trattazione scientifica di lingua italiana. È incompiuta e, dal punto di vista filologico, grossolana e rozza. Per spiegare la diversità delle lingue, Dante si rifà alla torre di Babele. Ma, accanto a queste ingenuità, ci sono anche delle stupefacenti intuizioni. Dante ha compreso che il latino ormai è una lingua morta. Ma teme che quella «volgare» sia travolta dai dialetti per mancanza di un’«aula», cioè di una Corte, che elabori un «volgare» nazionale e illustre. Egli ha già previsto la tragedia della lingua italiana, che è proprio questa di non essersi mai formata. Il ghibellinismo di Dante e il suo sentimento monarchico sono meglio espressi in questo trattato, dove s’invoca l’« aula», cioè l’unità nazionale intorno a una Corte laica, che nel De monarchia, composto in onore di Arrigo VII e per dare un fondamento filosofi- co e giuridico alle sue pretese di restaurazione imperiale. Qui Dante ci appare solo come un nostalgico che sogna l’impossibile ritorno alla concezione medievale di un Impero e di un Papato che si dividono fraternamente il potere spirituale e quello temporale sul mondo.

Di lui restano anche 13 Epistole, delle molte centinaia che certamente scrisse nel corso della sua vita per annodare amicizie e soprattutto per romperne. Leonardo Bruni dice di averne viste molte altre e ce ne descrive anche la calligrafia: «magra e lunga e molto corretta». Infine, le mediocri Egloghe che scambiò con Giovanni del Virgilio e una Quaestio de aqua et terra che documenta insieme il suo interesse per la scienza e la sua ignoranza, ch’era poi quella del tempo in cui visse.

Son tutte operette che avrebbero conferito a Dante un rango pari a quello di Cavalcanti, se a illuminarle di riflesso non ci fosse la Commedia.

I dati anagrafici del capolavoro sono incerti. Boccaccio dice che Dante ne aveva già composto sette Canti prima di lasciare Firenze. Probabilmente l’idea di quella grande opera gli venne a Roma, quando vi andò per il Giubileo del ’300. E Dante lo conferma nel verso di inizio, «Nel mezzo del cammin di nostra vita», cioè trentacinqu’anni, quanti ne aveva appunto a quella data. Ma non è detto che, concepita l’idea, vi ponesse subito mano. È più probabile che gli sia maturata in corpo piano piano. L’impressione che se ne ricava, leggendola, è di qualcosa che, lungamente meditato, sia stato poi colato di getto. E questo avvenne di certo negli anni dell’esilio, probabilmente fra Verona e Ravenna, perché quella che vi alita dal primo all’ultimo verso è la disperazione del perseguitato che fa appello alla giustizia di Dio contro quella degli uomini.

Non è questa la sede per ritracciare il contenuto della Commedia, che tutti del resto conoscono nelle sue fondamentali linee architettoniche. Boccaccio dice che la prima intenzione di Dante fu quella di scriverla in latino. È impossibile non solo perché questo sarebbe stato contrario alle sue convinzioni letterarie, ma anche perché il latino lo maneggiava male. Il meraviglioso viaggio nell’oltretomba è diviso in tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna di trentatré canti che, con quello di prologo, formano un insieme di cento, numero perfetto. Ogni canto a sua volta è diviso in terzine di endecasillabi fra loro legate: il primo verso fa rima col terzo, il secondo col primo della terzina successiva.

Dante non poteva proporsi un «piano» più rigido e scabroso. Ma egli era il contemporaneo di Giotto e di Arnolfo, cioè dei grandi costruttori di Cattedrali, e anche lui volle elevarne una concepita secondo gli stessi rapporti e simmetrie. Poteva farlo perché aveva una padronanza assoluta del verso: egli stesso soleva dire che talvolta si era trovato in imbarazzo davanti a un’idea, ma mai davanti a una rima. E lo ha dimostrato coi suoi virtuosismi, riuscendo per esempio a chiudere tutt’e tre le Cantiche con la parola «stelle».

La Commedia non è un’opera originalissima. Il Medio Evo era pieno di racconti, derivati soprattutto dalla favolistica araba, di viaggi nell’oltretomba. Dante vi attinse, ma aggiungendovi qualcosa che lui solo possedeva: la Poesia. Essa non è presente in tutti i quindicimila versi del suo poema, che qua e là divaga o sbadiglia. Ma nessuno ne ha profusa di più alta di lui. Dante fa sorridere quando s’impanca nella filosofia. Credeva di essere un teologo e di scrivere una specie di Summa o compendio del pensiero cristiano. Viceversa in questo campo era rimasto alquanto arretrato anche in confronto a molti suoi coetanei che già avevano una qualche dimestichezza con le nuove correnti razionalistiche nate in Francia alla scuola di Abelardo e diffuse in Italia da San Tommaso.

Dante era rimasto al Medio Evo, con le sue superstizioni, i suoi terrori e la sua concezione del mondo come di un gran mistero, di cui solo Dio poteva fornire la chiave. Il suo orologio si era fermato al 1300, l’anno del suo esilio. Dopo, non aveva vissuto che di ricordi, ripiegato su se stesso e sul suo passato. Per tutta la vita i suoi pensieri avevano seguitato a ruotare su Firenze, Bonifacio, Corso, Vieri, Guido, Beatrice. Ma quando attinge a questo pozzo, la sua poesia è sublime, e lo è imparzialmente nella preghiera e nella bestemmia. I suoi stessi difetti umani — l’orgoglio, l’egocentrismo, la passionalità — sono la condizione prima ed essenziale della sua grandezza.

Non fu un precursore del Risorgimento e dell’unità nazionale, come qualcuno scioccamente ha detto. In politica era soltanto un reazionario che sognava l’impossibile restaurazione dell’unità imperiale. Ma diede agl’italiani lo strumento più necessario a diventar tali: la lingua. In questo Paese d’insopportabili retori latineggianti, il «volgare» diventò nobile solo grazie a Dante.

Anche se non avesse altri meriti, questo basterebbe a far di lui il grande «Padre della Patria».


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Bart