Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

STORIA: Poveri e ricchi nel medioevo

15 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno IX- N. 45; Gennaio-Febbraio 1973; e N. 46; Marzo-Aprile 1973)

PARTE PRIMA: La condizione dei poveri

Ė mia intenzione, con questo breve lavoro, ripercorrere il medioevo, alla ricerca di testimonianze che mi rafforzino nel convincimento che la storia è soprattutto una lotta, una guerra fatta, più che di battaglie, di piccoli, lenti e apparentemente insignificanti movimenti, i quali sono dati dal popolo ovvero dalla moltitudine dei deboli e dei poveri: e ogni volta il movimento impercettibile incontra la resistenza del ricco-potente.
Questi, a sua volta, solo raramente ricorre alla battaglia e la sua difesa è soprattutto organizzata sulle strutture di una società di cui è l’artefice.
PerchĂ© si è scelto il medioevo e non l’antichitĂ , oppure il rinascimento?
PerchĂ© tanto l’antichitĂ  che il rinascimento, riguardo alla evoluzione della classe dei poveri o, per intenderci meglio, dei “brassiers”, vale a dire di coloro che hanno solo le proprie braccia per vivere, offrono situazioni statiche e il movimento sociale tocca soprattutto la borghesia fino allo strato appena superiore ai brassiers, quello dei “laboureurs”, cioè dei contadini proprietari di un attacco di animali e degli strumenti di lavoro, di condizione, quindi, “agiata”.
Il medioevo, invece, a causa delle invasioni barbariche, rappresenta un ciclo completo di storia, in cui tutto si muove in un principio instabile e precario ed anche se saranno i ricchi e la “melior pars” a prevalere e a stabilire le strutture della società feudale, i poveri trovano, nello sconvolgimento generale, l’occasione di un inserimento che, improduttivo nei secoli subito seguenti, sembra dare solo oggi i primi risultati.
Il lettore si troverà di fronte a molti documenti, ma questo ho fatto di proposito, così come già in altre occasioni, perché ciascuno possa riflettere e considerare singolarmente, accettando o rifiutando il motivo conduttore che ho voluto suggerire.

HOMO DE POTESTATE

Mentre il vassallo, nel medioevo, veniva definito “uomo di bocca e di mani” a significare un’intimità che egli aveva con il signore, pur essendo inferiore a lui, il contadino era chiamato “homo de potestate”, cioè che è in potere del signore.
Un cantore della vita cavalleresca francese celebra il suo eroe, padrone di molti servi, con queste parole: “Fu un grande signore; i suoi cani lo amarono molto”.
Ma i servi, cioè i brassiers, erano ben lungi dal godere i privilegi dei cani del signore, i quali allietavano i suoi svaghi e perciò erano ben custoditi e assai più apprezzati, mentre, come scrive il bolognese Azzone nel 1200: “al giorno d’oggi le condizioni dei contadini sono indicibilmente cattive: faticano e deperiscono per insufficienza di cibo».
Eppure la società cristiana, intorno all’anno mille, si vantava che i tre ordini: preti, guerrieri e contadini formavano un “triplice popolo” e

“Queste tre parti che coesistono non soffrono per il fatto di essere separate: i servizi resi da una sono la condizione delle opere delle altre due; ciascuna a sua volta si incarica di aiutare l’insieme. Così, questo triplice gruppo non è meno unito, e è così che la fede ha potuto trionfare e che il mondo può godere la pace”.

Il vescovo Adalberone, autore del passo sopra riportato, scrive anche, nel 1020.

“L’altra classe è quella dei servi: questa sventurata genia non possiede nulla se non a prezzo del proprio lavoro. Chi potrebbe, con l’abaco in mano, fare il conto delle occupazioni che assorbono i servi, delle lunghe marce, dei duri lavori? Denaro, vestiti, nutrimento, i servi li forniscono a tutti quanti; nessun uomo libero potrebbe vivere senza i servi”.

Il povero è, dunque, necessario, non solo perché risparmia al signore il lavoro manuale, esecrato tanto dai nobili che dal clero, ma soprattutto perché permette loro di accumulare la ricchezza, grazie al suo sfruttamento.
Se il povero non ha cibo, anche la sua casa è misera: è di paglia impastata con argilla o di legno e si riduce ad un’unica stanza; al posto del camino c’è un foro nel soffitto e non ha mobili né arredi.
La casa del ricco, pur rispondendo alle esigenze di mobilità del tempo, per cui gli arredi più importanti erano smontabili ed alcune tappezzerie avevano più d’un uso, era costruita di pietra, poiché ciò era indice di prestigio e di ricchezza.
Secondo Baudri de Bourgueil, la camera da letto di Adele di Blois, figlia di Guglielmo il conquistatore, aveva le pareti ornate di tappezzerie che illustravano l’antico testamento e le “Metamorfosi” di Ovidio, e di arazzi che raffiguravano la conquista dell’Inghilterra. Il soffitto era variamente dipinto e costituiva il pavimento un mosaico di mostri e di animali. Il letto a baldacchino era sorretto da otto statue.
La necessitĂ  di nutrirsi spinge molti a rinunciare alla libertĂ  per asservirsi al signore.
Così scrive il monaco Salviano nel 440:

“Tutti quelli che si sono stabiliti nelle terre dei ricchi subiscono una metamorfosi come se avessero bevuto alla coppa di Circe, poiché i ricchi prendono a considerare come proprio bene quelli che hanno accolto come degli stranieri che non appartengono loro; questi liberi autentici vengono ad essere trasformati in schiavi”.

E il concilio di Tours, alla fine del regno di Carlomagno, constata:

“Per varie ragioni i beni dei poveri sono stati, in molti luoghi, fortemente ridotti, vale a dire i beni di quelli che sono conosciuti per essere uomini liberi, ma che vivono sotto l’autorità di potenti magnati”.

OSSESSIONE DELLA FAME

Forse l’aspetto più peculiare del medioevo è l’ossessione della fame. Il contadino, lo abbiamo detto, pur di assicurarsi una manciata di cibo, arriva a rinunciare alla propria libertà e diviene oggetto, cosa del padrone.
La “Leggenda aurea” è piena di storie di santi che fanno apparire il pane per sfamare il povero. Così la letteratura, che riflette bene lo spirito del tempo, offre personaggi alla continua ricerca di cibo.
Nel “Roman de Renart” si legge :

“Renart si trovava nella sua signoria di Malpertuis, ma come era triste e preoccupato il suo cuore, non avendo il minimo nutrimento. Era magro e debole, tanto la fame tormentava il suo ventre. Vede venirsi incontro il figlio Rovel che piange di fame, e Hermeline, la moglie, egualmente affamata”.

Nella canzone di gesta “Aliscans” il protagonista Renouart riesce a mangiare un pavone in due bocconi.
Il prezioso testo dello “Elucidarium” così dice della fame:

“La fame è uno dei castighi del peccato originale… Dio gli impose dunque la fame perchĂ© lavorasse sotto la costrizione di questa necessitĂ  e potesse così ritornare alle cose eterne”.

La fame del medioevo non ha però la sua causa, ovviamente, nel peccato originale. Se è vero che le terre non erano sfruttate al meglio e il contadino imparava appena a conoscere la rotazione triennale e il nuovo attacco del bue o del cavallo all’aratro, bisogna pure ricordare che la popolazione era assai esigua e Parigi, ad esempio, la più popolosa città della cristianità settentrionale, contava non più di 80.000 abitanti e soltanto Venezia e Milano, all’inizio del XIV secolo, superavano i centomila abitanti.
La causa, o meglio le cause della fame furono le calamitĂ  naturali, che infierirono particolarmente sul medioevo, come la peste e la carestia, e soprattutto il sistema feudale, che prelevava quasi tutto dai poveri a vantaggio dei ricchi.
La peste appare nel 543, venuta dall’oriente e imperversa sull’Italia, Spagna e Gallia per più di mezzo secolo. Di essa ci ha lasciato memoria Paolo Diacono, due secoli più tardi:

“I figli fuggivano abbandonando i cadaveri dei loro genitori senza sepoltura, i genitori abbandonavano le viscere fumanti dei loro figli. Se per caso restava qualcuno per seppellire il prossimo, condannava se stesso a restare senza sepoltura… Il secolo era riportato al silenzio di ere lontanissime: non un grido nelle campagne, non il fischio di un pastore… I frumenti con il tempo di mietere ormai trascorso, aspettavano ancora intatti il mietitore. Le vigne, nell’inverno che giĂ  si avvicinava, mostravano sui tralci senza foglie i grappoli lustri… Gli antri dei pastori diventano sepolture umane, e le case degli uomini rifugio di fiere”.

Insieme ad essa arrivano i danni provocati dai topi, come risulta negli Annali di Basilea del 1271, dalle cavallette nell’873 in Germania, Spagna e, nel 1195, in Ungheria e in Austria. Compaiono intorno al Mille anche varie epidemie come il fuoco di S. Antonio, la lebbra, la risipola (il fuoco di S. Silvano), la tubercolosi, fino al ritorno della peste nel 1348, di cui ci ha lasciato un realistico ritratto il Boccaccio.
Sul fuoco di Sant’Antonio così scrive nel 1090 Sigeberto di Gembloux :

“Molti, imputridendo sotto l’effetto del fuoco sacro che consumava l’interno del loro corpo, mentre le membra bruciate annerivano come carbone, morivano miseramente; oppure, perduti mani e piedi perché andati in putrefazione, erano risparmiati per vivere ancora più miseramente”;

Da “Vitae Paparum Avenionensium: Clementis VI Prima vita” stralciamo, invece, queste righe sulla grande peste del 1348 in Provenza:

“Molti anche, colpiti dal male e che si pensava fossero destinati a sicura e rapida morte, erano trasportati, senza la minima discriminazione, alla fossa per essere inumati: così un gran numero fu seppellito vivo”.

Nel 1221 la Polonia è colpita dalla carestia; nel 1223 è la volta della Francia, nel 1263 tocca alla Moravia; nel 1277 all’Austria:

“Vi fu in Austria, in Illiria e in Carinzia una tale carestia che gli uomini mangiarono gatti, cani, cavalli e cadaveri”;

nel 1280 è Praga a subirla.
Chi fa le spese di tutte queste continue calamità — occorre dirlo? — è il povero, il quale è anche sottoposto a vere e proprie epurazioni, come risulta in questa storia genovese del XIII secolo, tratta dal “Novellino”:

“In Genova fu un tempo un gran caro, e lĂ  si trovavano piĂą ribaldi sempre che in un’altra terra. Tolsero alquante galee e tolsero conducitori e pagarli, e mandaro il bando, che tutti li poveri andassero alla riva ed avrebbero del pane comune. Andarvene tanti, che meraviglia fu… Andaro suso. I conducitori furo presti: diedero dei remi in acqua, ed apportarli in Sardegna. E lĂ  li lasciaro…”;

o è costretto al suicidio:

“una terribile carestia si diffuse nel popolo e lo distrusse… Si dice che spesso quaranta o cinquanta persone, spossate dalla fame, s’incamminassero insieme verso l’abisso o verso il mare e vi si precipitassero tutte insieme tenendosi per mano” (Beda)

La piĂą terribile di tutte fu, tuttavia, la carestia del 1032-1034, di cui il monaco Raoul Glaber ha lasciato questa impressionante testimonianza:

“Gli uomini si misero, sotto l’impulso di una fame divorante, a raccattare per mangiarle ogni sorta di carogne e di cose orribili a dirsi. Per sfuggire alla morte alcuni ricorsero alle radici delle foreste e alle erbe dei fiumi. Infine… cosa sentita raramente nel corso dei secoli, una fame furibonda fece sì che gli uomini divorassero carne umana. Dei viaggiatori venivano rapiti da gente piĂą forte di loro, le membra venivano fatte a pezzi, cotte al fuoco e divorate. Molti che andavano da un posto ad un altro per sfuggire alla carestia e avevano trovato, strada facendo, ospitalitĂ , furono sgozzati durante la notte e servirono di nutrimento a quelli che li avevano accolti. Altri, adescando i bambini con la vista di un frutto oppure di un uovo, li attiravano in luoghi appartati, li massacravano e li divoravano”.

PARTE SECONDA: La condizione dei ricchi

Il sistema feudale poggiava sull’accaparramento di quasi tutta la produzione rurale assicurata dai contadini. Ad essi restava appena il necessario per vivere.
Di questa rendita, il signore feudale consumava pressoché il 97% per spese militari, di sussistenza, equipaggiamento, costruzioni, lusso e appena il 3% era reinvestito, con la conseguenza della staticità dell’economia medievale. Egli, inoltre, introduceva le nuove invenzioni tecnologiche, più che per conseguire un vantaggio economico, per consentire nuove entrate fiscali con il pagamento delle tasse di uso.
Michael Postan ha calcolato che nell’Inghilterra del XIII secolo la rendita feudale prelevava piĂą del 50% del reddito del contadino, al quale, a maggior scorno, erano assegnate le terre piĂą povere; il signore sfruttava anche il suo divertimento nelle taverne del villaggio, che gli appartenevano.
Gregorio I ci ha lasciato testimonianza dell’esosità e crudeltà del sistema feudale:

“La Corsica è talmente oppressa dalla tirannide degli esattori e dal peso delle imposte che gli abitanti possono provvedervi a stento vendendo i loro figli”.

Mentre il contadino trova nel pane la soddisfazione e la ricompensa delle sue estenuanti fatiche (la durata media della sua vita è di 30 anni), alla fine del medioevo (1488), il signore si siede a tavola per mangiare: “spàresi molto belli”, “picciole polpe con ficatelli”, “carne di starne arrostita”, “teste di vitelle e manzetti intiere”, “capponi, salami, presuti, cingali”, “castrato intiero arrosto”, “tortore, pernici, fagiani, quaglie, dordi, beccafichi”, “pollastri cotti con zuccaro”, “pavone arrosto con diversi condimenti”, “mistione di uovi, latte, salvia, fior di farina e zuccaro”; e tutto

“in piatti d’argento e d’oro et erano accompagnate da fiaccole accese e trombe che andavano suonando avanti le vivande; e nelle medesime fiaccole v’erano gabbie d’uccelli e quadrupedi di tutte quelle sorte di viventi che furono mandati in tavola cotti; e appresso furono introdotti nel luogo del convito commedianti, rappresentatori, saltatori e cianciatori oltre ai trombetti, ai suonatori, ai musici eccellenti e ad altri che correvano sopra la corda…” (da “Historie del lago Maggiore, del Ticino e di Milano” di fra Paolo Morigi milanese).

Ma il piacere della tavola non era sufficiente ad appagare il signore e, quanto piĂą il contadino si affannava e torturava nel lavoro, egli ne consumava il profitto inseguendo ideali di guerra, alla ricerca del prestigio e della gloria.
Il trovatore Beltrando dal Bornio ha cantato l’ideale bellicoso degli uomini di guerra del medioevo, del quale riporto volentieri questa strofa:

“Ve lo dico: nulla per me ha sapore, / nè mangiare, riè bere ° dormire, / quanto il sentir gridare: “Avanti!” / dalle due parti, e sentir nitrire / cavalli disarcionati, nella foresta, / e gridare: “Aiuto! Aiuto” / e veder cadere nei fossati / grandi e piccoli nella prateria, / e veder i morti con nel costato / pezzi di lancia e con i loro stendardi”.

LA CHIESA

In un periodo storico in cui il povero è addirittura tipizzato come un vivente brutto, goffo, dagli occhi distanti, stupido, la Chiesa non muove un passo per lui.
Il vescovo di Parigi Maurice Sully, sforzandosi di parlare in volgare per essere ben compreso, si rivolge al popolo, intorno al 1170, con queste parole:

“Buona gente, date al vostro signore terreno quello che gli dovete. Voi dovete credere e capire che al vostro signore terreno dovete censi, taglie, cottimi, servizi, trasporti e cavalcate. Date tutto in tempo e in luogo debito, integralmente”.

E nel 1336, l’abate cistercense di Vale Royal, nel Cheshire, gli fa eco, facendo giurare sulle Sacre Scritture a suoi contadini di essere: “dei villani, loro e i loro figli dopo di loro, per tutta l’eternitĂ …”.
I chierici comporranno orgogliosamente un poema dal titolo “La declinazione” del contadino”, al quale sono dati i peggiori attributi.
Amaramente Geoffroi de Troyes scrive:

“I contadini che lavorano per tutti, che si stancano continuamente in tutti i tempi, con tutte le stagioni, che si danno ai lavori servili disprezzati dai padroni, sono oppressi incessantemente, e questo per provvedere alla vita, ai vestiti, alle frivolitĂ  degli altri… Sono perseguitati con l’incendio, con la rapina, con la spada; sono gettati nelle prigioni e in catene, poi sono costretti al riscatto, oppure si fanno morire violentemente di fame, si infliggono loro ogni genere di supplizi…”.

Alleata al signore, la Chiesa ignora il povero e occupa il suo tempo ad accrescere la potenza e la ricchezza. Presto sarĂ  alleata anche del mercante, prima disprezzato, e lo difenderĂ  davanti alla oziosa classe signorile.
Come ha dimostrato Robert Génestal, essa, e specialmente il monastero, assolverà nel medioevo sopratutto alla funzione di “istituto di credito”.
Carlo il Buono di Fiandra deve infierire contro i chierici, che avevano fatto incetta di cereali e si opponevano alla distribuzione di essi durante la carestia del 1125. Vuotati i magazzini,

«la penuria cessò; quell’approvvigionamento bastò alla cittĂ  di Bruges, nonchĂ© a Ardenburg e a Oudenburg per un anno”.

Qualche volta la Chiesa sembra, sottilmente, prendere la parte del povero; in realtĂ  è l’interesse di ricchi abati e vescovi che difende, come in questo patto di pace che il vescovo Warin di Beauvais sottopose al re Roberto il Pio:

“Non porterò via nĂ© bove, nĂ© vacca, nĂ© altra bestia da soma; non prenderò nĂ© il contadino, nĂ© la contadina, nĂ© i mercanti, non prenderò per niente i loro denari e non li costringerò a riscattarsi. Non voglio che essi perdano il loro avere a causa della guerra del loro signore e non li fustigherò per togliere loro la sussistenza. Dalle Calende di Marzo fino a Ognissanti non prenderò nĂ© cavallo, nĂ© giumenta, nĂ© puledro sui pascoli. Non demolirò i mulini e non prenderò la farina che vi si trova…”.

Spontanea e terribilmente amara risulta così questa esclamazione di un anonimo ecclesiastico del XII secolo:

“noi, i capi della Chiesa, siamo più timidi dei rozzi discepoli del Cristo, all’epoca della Chiesa nascente. Noi neghiamo o taciamo la verità per timore dei secolari; noi neghiamo il Cristo, la verità stessa! Quando il predatore si getta sul povero, noi rifiutiamo di portare aiuto a questo povero. Quando un signore tormenta il pupillo o la vedova, noi non gli andiamo contro: il Cristo è sulla croce e noi facciamo silenzio!”

Il suo molto denaro la Chiesa sapeva dove spenderlo: in cattedrali e nel lusso dei prelati. Essa teneva gli occhi tanto alti al cielo da non accorgersi che il popolo di Dio aveva fame.
Contro S. Bernardo che rimproverava il fasto nelle chiese

“Cosa si vuol ottenere con tutto ciò? Forse di far sorgere nei cuori il timore di Dio, la pietà e il pentimento? o vanità delle vanità, anzi vanità non tanto inutile quanto piuttosto senza criterio. Splende la chiesa nelle sue pareti, ma langue nella persona dei poveri; ricopre d’oro le proprie pietre, ma abbandona nudi i suoi figli. Con quanto si sottrae ai bisognosi, si reca servizio agli occhi dei ricchi”,

Sugero di San Dionigi risponde:

“Tengo fermo che noi dobbiamo anche rendere onore al rito del Santo Sacrificio… per mezzo dello splendore dei vasi sacri, di ogni forma di purezza interiore sì, ma anche di magnificenza esteriore”.

Alla fine del medioevo, nel 1478, John Morton, vescovo di Ely, dà un banchetto “grande e costoso” durante il quale sono serviti circa 33 squisiti e ricercati piatti.
Gli ordini dei mendicanti che apparvero nei primi due secoli dopo il Mille: valdesi, francescani, domenicani sopratutto, rappresentarono, infine, l’insofferenza del mondo verso questa Chiesa ambigua, a mezza strada fra terra e cielo.

LA RIVOLTA DEI CONTADINI

Tanto il signore che la Chiesa, gaudenti compagni nella spartizione del bottino medioevale a danno dei poveri, sapevano quel che facevano.
Ben presto la loro più grande preoccupazione è quella di proteggersi dai contadini. Al calar della notte, chiusi nei loro castelli, armano le mura di sentinelle; il giorno le strade sono piene dei simboli della loro oppressione: la forca, il palo della gogna, la prigione, al fine di intimidire il popolo.
Tuttavia, già nell’897, a Torino, ci si ribella contro il vescovo e verso la fine del X secolo Ottone III promulga dure leggi contro i “servi anelanti alla libertà”.
Lo sfruttamento è così intenso e sistematico che tutto il medioevo ribolle dei tentativi dei poveri di liberarsene. Nel 1074, a Colonia, secondo quanto scrive il monaco Lamberto di Hersfeld, il popolo si ribella all’arcivescovo, che li governava troppo severamente:

“E siccome avevano delle armi, dispiaceva loro che si potesse pensare che essi non erano tanto coraggiosi quanto il popolo di Worms e sembrò loro vergognoso di essere sottomessi come delle donne al potere dell’arcivescovo che li governava tirannicamente.”

A Le Mans, nel 1070, la rivolta è diretta contro Guglielmo il Bastardo. Il cronista dell’episodio, un ecclesiastico, commentando gli eccidi che i contadini compirono, conclude, con significativa ipocrisia: “E fecero tutto questo senza ragione”.
A Laon, nel 1111, la ribellione finì con il massacro del vescovo Gaudri, al quale un contadino tagliò un dito per appropriarsi dell’anello.
A capo delle rivolte furono spesso uomini giusti, di condizione superiore a quella dei contadini, che mal tolleravano l’oltraggio alla dignità umana sistematicamente fatto dai ricchi e dalla Chiesa.
Due preti comandarono i “diecimila” poveri contro i monaci di Bury St. Edmunds nel 1327. Stefano Marcel guidò una delle più spaventose sommosse del XIV secolo: la “jacquerie”, dal nome “jacques” che indicava in Francia il contadino; Enrico di Dinant, nel 1253-1255, guida il popolo contro il patriziato di Liegi. Nell’agosto del 1378 scoppia a Firenze il tumulto dei “Ciompi”, cioè degli addetti ai mestieri più umili nell’arte della lana.
Scrive Pio Carlo Falchetti, alla fine del secolo scorso:

“Gli abusi, le prepotenze, la miseria li spingevano maggiormente a desiderare di prender parte ai magistrati e di entrare nei Consigli, per migliorare la propria condizione. Pertanto una ragione economico-politica incalzava il popolo minuto e gl’infimi artefici, o Ciompi, a chiedere riforme”.

Che la condizione dei poveri fosse la medesima in tutta Europa e che il sistema feudale tenesse gli umili come in una ferrea morsa di stenti e di soprusi, lo dimostra il fatto che queste sollevazioni si ebbero dappertutto, a catena o consentanee: nel Belgio, in Francia, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in Boemia.
I signori arrivarono a comminare il taglio della mano o dei piedi agli operai che allacciavano accordi con i compagni di altre città. Sulla violenza delle repressioni del signore, abbiamo la narrazione di Guglielmo di Jumièges e Wace, in occasione della rivolta dei contadini normanni, nel 997:

“li rese tutti tristi e dolenti: / a parecchi fece strappare i denti / e gli altri fece impalare, / levare gli occhi, tagliare i pugni, / a tutti fece arrostire i polpacci / anche se ne dovevano morire. / Altri furono bruciati vivi / o immersi nel piombo bollente”.

Se da una parte il medioevo ha rafforzato il potere nelle mani dei ricchi e dallo sconvolgimento portato dai barbari sono stati essi a trarre il maggior vantaggio, dando alla societĂ  una struttura rigidamente gerarchica, questa ha generato i molti movimenti popolari, grandi e piccoli che, non tollerando la crudezza e l’inumanitĂ  dell’oppressione, hanno lentamente maturato nell’umile servo il sentimento dell’uguaglianza sociale.
Egli esclamerĂ  nel 1381:

“Siamo uomini fatti a somiglianza del Cristo e ci trattano come bestie selvagge”.

La corsa verso l’uguaglianza sociale, tuttavia, non è ancora finita.
Il medioevo le ha dato l’abbrivo, ma la resistenza di chi è abituato a comandare e a sfruttare il povero è tenace; sommosse, tentativi di insurrezione si ripeteranno in tutti i secoli fino alle soglie del ’900.
Oggi — si veda in questa rivista il mio articolo “La società e il lavoro” [Non sono stato in grado di rintracciare il numero della Sìlarus che lo pubblicò. Sìlarus ha pubblicato altri miei articoli, che ho deciso di non recuperare. N.d.a.] — il dualismo ricco e povero è lungi dall’essersi affievolito e forse siamo alla vigilia di un confronto definitivo.
I lavoratori, ossia i poveri di ieri, si oppongono ai padroni, non più in sparuti gruppi, ma uniti, con una forza di urto senza precedenti. Il ricco, che non può reggere lo scontro frontale giovandosi di eccidi e di barbarie come un tempo, ha creato nuovi strumenti di difesa: i mezzi di comunicazione, come la stampa e la televisione, coi quali cerca di presentare al popolo una realtà piacevole e di distrarlo dalle sue aspirazioni di giustizia sociale.
La nuova battaglia vede così il gigante-popolo alle prese con la astuzia del ricco: quello di vincere lo stordimento e la lusinga dei mezzi di comunicazione è forse l’ultimo ostacolo, non facile, superato il quale si può sperare nella giustizia e nell’uguaglianza.

(Fonti: “Storia d’Europa” di David Thomson, Feltrinelli 1963; “La società feudale” di Marc Bloch, Einaudi 1949; “La voro e tecnica nel medioevo” di Marc Bloch, Laterza 1969; “Signori, Contadini, Borghesi. Ricerche sulla società italiana nel basso medioevo” di Giovanni Cherubini, La Nuova Italia 1974; “L’economia rurale nell’Europa medievale” di Georges Duby, Laterza 1970; “Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo” di Henri Pirenne, Sansoni 1956; “Le città nel medioevo” di Henri Pirenne, Laterza 1971; “Breve storia economica dell’Italia medievale” di Gino Luzzato, Einaudi 1958; “Storia d’Europa” di A.H.L. Fisher, Laterza 1969; “L’autunno del medio Evo” di Johan Huizinga, Sansoni 1966; “Il Medio Evo” di Gioacchino Volpe, Sansoni 1969; “La rivoluzione commerciale nel medioevo” di Roberto S. Lopez, Einaudi 1971)


Letto 383 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart