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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Andrea Giannasi e Marco Vignolo Gargini: “La guerra a Lucca. Dagli archivi tedeschi del Bundersarchiv Militärarchiv di Friburgo al Notiziario Lucchese”

7 Giugno 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Abbiamo a che fare con due autori già presenti in questa raccolta con proprie opere singole, e con un libro che, come recita il sottotitolo, è composto soprattutto da documenti.

Sarà perciò interessante visitarli insieme alla ricerca di notizie che possano offrirci, a completamento di quanto ci è stato presentato dai singoli autori di questa raccolta, un quadro di riferimento ufficiale di ciò che accadde nella città di Lucca.

La copertina di questo libro riporta un disegno eseguito dall’amico Dario Lustro in cui compare la stele che ricorda il luogo dove fu fucilato don Aldo Mei, del quale gli autori riportano in epigrafe queste parole: “Io muoio sereno per la sua salvezza e di tutta la sua famiglia godo di dare, sia pure indegnamente, come il mio Maestro Gesù la vita per la salvezza delle anime.”. Il pensiero è indirizzato ad un giovane ebreo di nome – strane coincidenze – Adolfo, da lui protetto.

Nella prefazione Emmanuel Pesi ci avverte che “I bandi e gli ordini tedeschi e fascisti, l’appello del Comitato di Liberazione Nazionale alla vigilia della liberazione, le testimonianze di alcuni protagonisti, come Augusto Mancini, Ireno Ulivi e altri resistenti, la dettagliata relazione sull’attività partigiana di don Silvio Giurlani e le memorie di don Fortunato Orsetti ci riportano all’interno di quel tragico mondo di guerra e ci aiutano a comprenderlo.”.

Don Silvio Giurlani fu il mio parroco nel rione di Pelleria; l’ho conosciuto bene e stimato per quanto è riuscito a fare in un rione popolare rissoso e anche un po’ malfamato, riscuotendo infine rispetto e ammirazione. Mi adoperai con successo affinché il Comune di Lucca gli dedicasse una targa commemorativa della sua attività di partigiano, che si può vedere sulla parete della chiesa di San Tommaso in Pelleria. Ho conosciuto anche don Fortunato Orsetti, allorché venne ospitato fino alla sua morte da don Silvio.

Il 10 settembre 1944, a due giorni dall’armistizio, i tedeschi presero il comando della città con un proclama a firma del comandante Tenente Colonnello Randolf, che cominciava: “A partire da oggi assumo in nome del Führer del Reich tedesco fino a nuovo ordine il comando su tutte le autorità militari e civili della Città e della provincia di Lucca. In esecuzione dei miei ordini la guarnigione della Città ha già deposto le armi. Sino a contrordine dichiaro per la zona a me sottoposta lo stato di emergenza.”.

La prima formazione partigiana in Lucchesia si forma subito dopo l’8 settembre: il 22 settembre si trova già dislocata in Garfagnana, “in località Campaiana, dove trovarono rifugio in alcuni caselli di pastori”. Ne troviamo indicati i nomi, tra cui quello del Prof. Carlo Del Bianco, “docente al Liceo Machiavelli”, che ne fu il capo e l’anima ispiratrice (“fu maestro dei giovani nell’amore alla Patria, nella virtù, nel disprezzo delle vanità umane, e primo additò a tutti la via da seguire.”), e quello di Sergio Mariani, di cui ci occupiamo in questa raccolta.

Naturalmente la repressione nazifascista non si fa attendere, cominciano i rastrellamenti e si affiggono manifesti che decretano la fucilazione per chi non si presenta alla chiamata alle armi e per chi diserta. Vittime di questo bando furono Mario Marveggio, nato a Sondrio, e Alberto Cassiani, nato a Mulazzo (Apuania), i quali furono fucilati il 25 marzo 1944: “i condannati furono condotti al cimitero di Lucca, fatti sedere su una sedia e posti di fronte al plotone di esecuzione comandato dal Ten. Guarino alla presenza del Magg. Casella. Come servizio d’ordine era stata organizzata una squadra di Carabinieri al comando del Magg. Cesare Ramella Dicella.

Il plotone di esecuzione composto da giovani come i due condannati per ben due volte sparò senza colpire Marveggio e Cassiani. Fu il Ten. Guarino a ucciderli con un colpo alla nuca.”. “Il 5 gennaio 1944 era già stato arrestato anche il prof. Augusto Mancini.”; “Il prof. Mancini venne liberato il 14 maggio del 1944.”.

Come si è scritto in principio, il libro è ricco di documenti che narrano di atrocità compiute nella terra di Lucchesia, alcune delle quali riguardano le torture subite dai partigiani fatti prigionieri dai nazifascisti. Una di queste ce la racconta la vittima Ireneo Ulivi: “Con una mano mi tenne la testa girata da un lato e con il pollice e l’indice dell’altra mi calcò forte sotto l’orecchio in un punto dove sono le ghiandole e i nervi che a tale urto e strofinature mi procuravano un dolore da non potersi descrivere.”; “E intanto menava colpi ai miei organi genitali, al viso, allo stomaco. Mi sentivo il sangue in bocca, la vista allucinata.”. Ben presto Lucca cadde nelle mani della Brigata Nera “Benito Mussolini” (poi “Natale Piagentini”) comandata da Idreno Utimperghe: “composta da circa 130 militi, ebbe campo libero in città e per buona parte della provincia. Iniziarono i dolorosi giorni del crollo della Repubblica Sociale e delle tante stragi compiute”, per vendette e ritorsioni. Tra queste l’assassinio di don Aldo Mei, nonostante l’intervento dell’Arcivescovo Mons. Antonio Torrini: “Venerdì 4 agosto alle 22 il sacerdote, parroco a Fiano, venne condotto fuori Porta Elisa, dove, dopo averlo costretto a scavarsi la fossa, fu assassinato dalle SS.”; “Venne ucciso con 28 colpi di mitra, ma prima di essere fucilato, volle, come Cristo, perdonare e benedire i suoi assassini.”. Queste le sue parole indirizzate al giovane ebreo da lui protetto: “Adolfo caro quanto la mia vita. Io muoio sereno per la sua salvezza e di tutta la sua famiglia – godo di dare, sia pure indegnamente, come il mio Maestro Gesù la vita per la salvezza delle anime. Una gran festa farò in paradiso quando diventerà cristiano e perché no? se il Signore lo vuole anche sacerdote a sostituire nella santa Chiesa questo povero indegno sacerdote.

Sia sereno sempre.

Aff.mo Sac. Aldo Mei”.

Si ricordano stragi e rastrellamenti accaduti in quell’estate del 1944: quella di Sant’Anna di Stazzema “dove i soldati tedeschi, con la complicità di elementi fascisti, in differenti località uccisero 560 persone.” (all’eccidio il regista Spike Lee ha dedicato il film “Martiri a Sant’Anna” del 2008; il pittore Serafino Beconi una serie di dipinti di grandi dimensioni); il rastrellamento del 2 agosto di 300 civili sulla collina detta “La Romagna” “tra Molina di Quosa e Pugnano.”; nella scuola elementare di Nozzano “i tedeschi avevano posto il comando. In quella scuola si perpetrarono torture, violenze di ogni genere e omicidi. Quando poi i tedeschi si ritirarono a nord l’edificio venne minato e distrutto.”; “Lucca visse anche il grande rastrellamento del 21 agosto, quando al mattino furono chiuse le porte e presidiate tutte le sortite delle Mura cittadine. Alle 8 una autovettura iniziò a girare per la città con un altoparlante: ‘Pena la morte e la strage, se tutti gli uomini dai 15 ai 50 anni non si presenteranno sulla strada ad esibire i documenti’. Plotoni di tedeschi e di camicie nere batterono Casa per casa la città, arrestando e conducendo i prigionieri alla Casa Pia.”. La Casa Pia divenne un luogo di raccolta di prigionieri, e “luogo sempre più ricettacolo di dolore.”. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre ci fu il rastrellamento della Certosa di Farneta che si concluse con l’eccidio di 12 certosini e alcuni civili. “Dei dodici monaci certosini, sei padri e sei conversi, uccisi nella Strage di Farneta, undici hanno ricevuto, il 5 settembre 2001, la Medaglia d’Oro al Merito Civile, concessa dal Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, mentre a padre Antonio Costa è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.” (da “Wikipedia”). Tra i civili fu arrestato anche il prof. Guglielmo Lippi Francesconi, direttore del Manicomio di Maggiano, ucciso poi alcuni giorni dopo nella strage nota come “La strage del Fosso del Frigido”. Finché “La mattina del 5 settembre alle ore 10,20 da Porta San Pietro fecero il loro ingresso in città venti soldati di colore guidati da un ufficiale, una pattuglia della 45° Task Force impegnata nell’avanzata, composte da aliquote della 92° Divisione di fanteria americana meglio conosciuta come ‘Buffalo’.”.

Di quel periodo il libro ci offre ora la relazione di don Silvio Giurlani, il mio parroco del rione di Pelleria. Una lunga relazione da me già conosciuta, ma che estraggo nei punti più salienti per non occupare troppo spazio; e quella di don Fortunato Orsetti, che tratterò allo stesso modo.

Don Giurlani: “Ottobre, novembre e dicembre 1943 – (…) Riesco a penetrare nell’Ospedale n. 4 e a dare assistenza e conforto ai prigionieri inglesi gravemente sofferenti, rimasti privi del Cappellano, buttato fuori dai tedeschi perché sospettato di avere agevolato la loro fuga, e in questo mi agevolò il Cap. Giulio Cesare Cerri.”.

“6 dicembre 1943 – Si riapre per italiani e tedeschi l’Ospedale n. 4; accetto il servizio religioso ma gratuito e rifiuto ogni pressione di passare in forza a detto Ospedale, nonostante il lauto stipendio repubblichino; ho dinanzi a me una missione da compiere per Iddio e per la Patria; che vale il denaro? E contemporaneamente do un forte esempio a qualche Ufficiale che intriga per prender servizio attratto da dio pecunia. Do così inizio ad un vasto movimento di valido aiuto che terminerò solo – e per poco colla mia morte – colla Liberazione di Lucca.”.

In quel tempo don Giurlani aveva 35 anni, essendo nato a Collodi il 30 marzo 1908 (morirà il 10 luglio 1977, a 69 anni). Il suo diario è una miniera e rivela un dinamismo ed una determinazione invidiabili. Io che l’ho conosciuto bene, posso affermare che tali qualità indomite restarono fino alla sua morte. Alcune persone che sono nominate le ho conosciute nel dopoguerra. Con un carabiniere che faceva il doppiogioco non ebbe esitazioni ad insultarlo, ne fa nome e cognome: “il brigadiere dei Carabinieri Noccioli, un nostro beneficato dell’Ospedale di C.R.I., elemento opportunista, che essendo venuto in ospedale dopo l’arresto del Ten. Magherini, per fare il sacrificato e il forzato ad ubbidire, dinanzi ad Ufficiali e soldati lo apostrofai con parole mordaci e lo chiamai traditore e delinquente”. Si rifiuta di prestare giuramento al Regime e viene convocato più volte: “mi presentai e al Ten. Colonnello Mario Alcamone e dinanzi a vari Ufficiali dichiarai che doveva giurare chi era scappato dal proprio posto di responsabilità l’8 settembre 1943 e salutando militarmente, non romanamente, mi allontanai da quel Comando tanto opportunista, senza ideali, traditore; ma il giuramento collettivo non avvenne.”. Per questa disobbedienza sarà rimosso dall’incarico e sostituito all’ospedale, con suo dispiacere “perché questi eventi potevano privarmi di preziose informazioni e di ampie possibilità di aiuto alle aumentate formazioni partigiane ed a tanti giovani”. Ma non si abbatte: “Sulla fine di aprile e nella prima decade di maggio mi recai più volte in bicicletta al lontano campo di concentramento per politici in Colle di Compito dove era stata concentrata Suor M. Agostina Mifaud, suddita inglese, già in servizio dal 1941 all’Ospedale Militare n. 4 che avevamo tolta dal carcere locale gettatavi dal CS e dopo vario lavoro riuscimmo a farla relegare in un Monastero alla Pieve di Camaiore, dove io stesso la accompagnai.”.

Don Giurlani, appartenente ad una famiglia impegnata nell’industria cartaria con stabilimenti a Collodi e in Emilia Romagna, non possedette mai un’automobile, e andava in giro con la sua bicicletta da donna di color nero.

Fu impegnato in varie attività e nel suo resoconto ne fa distinti capitoli: attività ospedaliera, collegamento con formazioni, C.L.N., C.M.L.N., alimentazione, U.D.A., Questura, Guardia di Finanza, X Flottiglia Mas, Carabinieri, Prigionieri di guerra: “Non posso tacere il seguente fatto: quando si previde la chiusura dell’ospedale, quasi tutto il materiale di farmacia, undici casse, mi fu consegnato dal Cap. Farmacista Acilio Tommasi, di questo, parte spedivo settimanalmente alle formazioni, parte somministrai all’ospedale civile, giorno per giorno il caporale Perfetti veniva a fare rifornimento per l’ospedale n. 4, la rimanenza, ancora in grande quantità, mi fu portata via dalla brigata nera nel furibondo assalto dato alla mia casa.”; “l’ospedale divenne ricovero a staffette partigiane, ricovero di vari partigiani – per 24 giorni nascondemmo ben 19 partigiani – ricovero di partigiani feriti, nascondiglio di armi e munizioni, di convegno, di studio di piani ecc. ecc. Per oltre quarantadue giorni solo per il vitto si ebbero più di cinquanta presenze giornaliere.”; “nella notte tanto desiderata del 4 settembre, dall’ospedale partirono le prime squadre cittadine armate (oltre 150 armati) che contribuirono a liberare Lucca e dintorni. (…) La notte del 4 e la mattina del 5 settembre mi cercarono i cari partigiani, ma io, che, per informazioni datemi, non ero più sicuro in una soffitta, perché cercato per fucilarmi dalla brigata nera, mi ero potuto allontanare clandestinamente dalla città”. In un altro documento che non è in questo libro – si tratta della testimonianza del Serg. Magg. Rodrigo Masone – si legge: “Il 29 agosto 1944, alcuni militi della Brigata nera capitanati dal Ten. Lio Rossi, alle ore 12,20 assaltarono l’abitazione di Don Giurlani, vicino all’Ospedale, ormai denunziato come uno degli animatori del movimento partigiano: tanto io che i miei uomini non ci abbattemmo: dovevamo salvare il nostro Cappellano che da un anno lavorava in mezzo a noi: mi aveva confidato la mattina alle ore 9,30 che si recava in Prefettura per strappare un permesso per oltrepassare il Serchio, dove doveva compiere una missione per ordine del C.L.N. Disponemmo subito un servizio di sorveglianza […]”.

La relazione del mio parroco così prosegue: “Troppo dovrei scrivere se dovessi esporre il lungo tormentoso lavoro, di ogni giorno, specialmente per finanziare e alimentare le formazioni, accogliere notizie, trasmetterle, seguire i movimenti dei nazifascisti, studiare i piani per le azioni immediate e future. E non posso dimenticare le varie visite in varie soffitte e tuguri dove bravi e stimati professionisti, attendevano il momento di scattare.”. Ricorda un episodio di grande coraggio e sprezzo del pericolo: “Non posso tacere l’azione del S. Tenente Mario Bonacchi che travestitosi da brigata nera con documenti avuti con magistrale abilità dal dott. Giusti, si presenta al carcere e preleva un giovane e due signorine che dovevano essere fucilate, ree di aver aiutato i partigiani: il giovane fu inviato subito in una formazione, le due donne le rinchiusi io stesso nel convento delle Suore Zitine.”; “Nel gennaio 1944 consigliai il giovane Ferruccio Poli ad arruolarsi nella X Flottiglia Mas per riferirmi tutto ciò che poteva interessarci”. Non perdonò le esecuzioni sommarie dei fascisti: “Simili atrocità non debbono rimanere impunite. Su questi fatti tengo dichiarazioni firmate dal Poli Ferruccio e dal Sergente Rugai Sergio.”. Questo parroco si occupò un po’ di tutto, era presente ovunque: “Non posso tacere l’appuntato Lelli Mario che settimanalmente mi forniva tabacchi per i partigiani.”; “Ebbi relazione, per ordine del dott. Melosi, membro del C.L.N. col Capitano dei CC.RR. Ceccarini alla fine di maggio e da quel tempo lo trovai pronto e volenteroso e quando dovette fuggire mi consegnò in tempo l’ordine di scarcerazione di otto giovani che furono rilasciati, in precedenza aveva fatto fuggire di notte il patriota Modena, arrestato dai fascisti.”.

Leggendo questa relazione, torno a domandarmi come sia stato possibile che per tanti anni l’opera di questo autentico e generoso partigiano, sia rimasta nascosta, e abbia dovuto prendere io l’iniziativa per fargli dedicare una targa che ne ricorda l’eroico impegno. Così termina la sua relazione: “Non posso dire nulla sulle squadre di azione cittadine nel momento della Liberazione, perché, come tutti sanno, quindici giorni prima, ero sfuggito per miracolo, dico per miracolo, perché ogni giorno ho pregato Dio, per la Patria e per me, alle ricerche della brigata nera e mi trovavo rinchiuso nella canonica del parroco di S. Cassiano a Vico, Don Baldaccini Gino, e potei rientrare a Lucca solo dopo quattro giorni dalla Liberazione e cioè l’8 settembre, un anno preciso di sofferenza terminava, l’era fulgida della libertà cominciava.”. A conclusione di questa testimonianza, si ricorda che in un’ala dell’Ospedale “San Luca o della Misericordia in via Galli Tassi” fu aperto “nell’estate 1942” il campo di prigionia PG 202 che ospitò “un primo gruppo di 566 prigionieri inglesi.”; poi chiuso il 1 marzo 1943, quando “ospitava ancora 375 prigionieri.”.

Don Fortunato Orsetti (di cui rammento l’alta figura e i bei capelli bianchi): ricorda l’episodio della campana della chiesa della Misericordia di cui era Correttore che non volle fosse fusa “per la raccolta del bronzo per la Patria.”: Fui minacciato e minacciai. La campana non si tocca. Suonerà a morte prima per voi e poi per me. Il primo che sale sul campanile salta alla piazza. La campana è lassù.”; “Quante volte la sera, alla Pia Casa, mi è stato detto: niente malati, a te pastore fare caput. E vi tornavo; ma se non fossi stato assai svelto qualche volta ero rimasto in trappola come il povero Aldo Mei.”; “la 1a sera del triduo di S. Croce, la prima cannonata fu su San Martino e proprio sulla cappella del Volto Santo. Ma il Volto Santo fu veramente bravo perché è sempre là.”. Interviene quando i tedeschi vogliono far saltare la chiesa della Misericordia: “Al momento che i tedeschi abbandonarono la città, dopo la Messa, il guardiano di servizio mi disse, nella scuderia un tedesco trapana sotto le colonne, fanno saltare tutto. Accorsi e vidi, trapanava.”. Gli mostrò che sopra le scuderie c’era la chiesa e i tedeschi, presa visione, si allontanarono. Quando arrivarono in città gli americani “Ricomparve finalmente il Segretario Orsi. Poi tanti altri. Tanti a comandare… ordini e contr’ordini. Tutta gente con meriti matricole vecchie, uno aveva fatto più dell’altro. Ma per andare a togliere le salme in avanzato stato di putrefazione, a Pontetetto, Ponte a Moriano, in Vinchiana ed altrove nessuno si mosse e toccò a me e a due vecchi portantini e a Quartuccio.”. Quartuccio è il leggendario vetturino lucchese che con il suo cavallo Charlot portava in giro per Lucca i turisti, che raccoglieva alla Stazione ferroviaria, e si prestava a tante altre commissioni, come, ad esempio, il trasporto dei defunti. Si racconta che tanto lui che il suo cavallo non riuscivano a sottrarsi al fascino di una mescita di vino, e quando la incontravano vi facevano sosta allegramente. Segue una descrizione dei cadaveri putrefatti che non ho trovato da altre parti. Per questo la inserisco: “A S. Gemignano di Moriano, sempre sotto i colpi di cannone, con casse a povero, con una maschera antigas inservibile avuta dall’igiene, raccolsi le salme col badile. Migliaia dì inquilini bianchi si muovevano a torciglione fuori e dentro il cadavere. Un odore!!!

Le strade sfossate dai bombardamenti e cannonate piene di rami ed alberi stroncati e divelti. I due vecchi portantini non venivano avanti, dovetti prendere le casse da solo su ordine del Prefetto. Quando l’autista sentì l’odore, e vide il morto che usciva fra una tavola e l’altra delle casse, fuggì lontano nei campi, e mi ci volle del buono a convincerlo di venire via colla macchina. Ti giuro, dissi, che quando hai messo la macchina in movimento e corri non senti più nulla. Venne, finalmente, e partimmo. Giunti al cimitero di Lucca, anziché aiutarci a scaricare scappavano tutti. Un impiegato dell’igiene che aveva portato un bottiglione di disinfettante per servirsene sul posto, lo rividi quando la macchina era per ritornare a Lucca e scese al Giannotti. L’autista voleva lasciare il camioncino al Camposanto. Non lo voglio più.

Lo convinsi a portarlo all’igiene per disinfettarlo e per togliere centinaia di esseri viventi di cui io pure ero pieno. Resisterono ad ogni trattamento di disinfezione e fra una tavola e l’altra del camioncino non finirono più d’uscire. Resisterono anche al trattamento di acido puro che grondando per terra corrodeva i sassi ed altri guizzavano vivi. Il camioncino stesso fu attaccati dall’acido. Fu trattato, ma fu poi inservibile. Così o peggio negli altri posti soprattutto nei campi minati. Per me, una mezz’ora di doccia ai Bagnetti e così sia. […]”.

Corredata da fotografie dell’epoca, tra le quali il funerale di Manrico Ducceschi”, il leggendario “Pippo”, comandante dell’”Esercito di Liberazione Nazionale – XI Zona Patrioti”, la raccolta ci presenta altri documenti interessanti costituiti in massima parte da articoli estratti da “Il Notiziario Lucchese”, “un foglio di due pagine, al prezzo di una lira che rappresentò, a 15 giorni dalla Liberazione, il 20 settembre 1944, un atto fondamentale di rinascita sul piano dell’informazione, dopo oltre venti anni di stampa controllata dal regime fascista.”; “nacque come organo del C.N.L”, stampato “presso la tipografia Torcigliani; la redazione si trovava in Corte Portici, nei locali di corrispondenza del giornale ‘La Nazione’.”. Vengono presentati “brani” che “riguardano 27 numeri del ‘Notiziario Lucchese’, che coprono un lasso di tempo che va dal 20 settembre 1944 al 22 ottobre dello stesso anno”. Ne segnaliamo quelle parti che ci offrono la possibilità di integrare il quadro della guerra a Lucca tratteggiato fino a qui.

Il primo sindaco di Lucca, dopo la liberazione fu “Gino Baldassarri, 47enne comunista nominato dal C.L.N.”. Più avanti, nel numero 9 di lunedì 2 ottobre, sapremo che il primo prefetto fu “l’Avv. Comm. Giovanni Carignani, fino ad oggi presidente del C.L.N., valoroso combattente e mutilato della prima guerra mondiale, decorato al valore con Medaglia d’Argento, professionista stimato e provetto, intrepido e inflessibile assertore della sua fede e dei suoi principi”. Nel numero 3 di venerdì-sabato 22-23 settembre, si fa un accenno al problema del mercato delle vettovaglie: “Abbiamo assistito, proprio in questi giorni, a spettacoli tutt’altro che edificanti mentre gli agricoltori portavano i loro prodotti al mercato all’ingrosso. Abbiamo visto, ad esempio, birocci carichi di frutta e di pomodori presi d’assalto – fino al loro giungere da porta Giannotti in piazza S. Frediano – da gruppi di rivenditrici ambulanti che volevano accaparrarsi la merce, offrendo chi un prezzo, chi un altro: una specie di gara che va a tutto svantaggio del consumatore perché il produttore è portato, naturalmente, a dare la propria merce a chi la paga di più.”; “Arrivavano così in piazza del mercato birocci seguiti da questo urlante codazzo di donne e lì altra cagnara per avere la precedenza negli acquisti.”. Nel numero 4 di domenica 24 settembre si dà l’annuncio che la squadra di calcio, la Lucchese, scenderà in campo, dopo il fermo del periodo bellico, e allenata da Canali, nella seguente formazione: Valentini, Ragghianti, Donati; Matteoni, Nelli, Paolinelli; Pergola, Peri, Guerrieri, Michelini, Petri. La partita inizierà alle 16 contro la Rappresentativa della 5a Armata e la Lucchese vincerà 5 a 1. In seguito ci saranno altre partite con squadre degli Alleati, tutte vinte dalla Lucchese.

Si dà notizia della morte del “Patriota Brunero Paoli”, “assassinato dalla soldataglia tedesca costretta alla ritirata.” sui Monti Pisani. I suoi funerali si svolgeranno, con grande concorso di folla, due giorni dopo nella chiesa di S. Pietro Somaldi. Martedì 26 settembre, nel numero 5, si rileva che “Continua, di notte, la rabbia tedesca, che si abbatte distruttrice sulla nostra città, sui sobborghi, sulle campagne. Il cannone, indiscriminatamente, vomita sulle abitazioni civili le sue micidiali granate che seminano, ove cadono, morte e terrore.”. Il 28 settembre una di queste granate colpirà una casa di S. Anna causando la morte della “piccola Ada Maria Buchignani, di 4 anni, deceduta all’ospedale, Adina Baiocchi, di 40 anni, e Penelope Del Chiaro, di 64 anni, entrambe morte all’istante.”. Lo stesso cannoneggiamento è riservato a Viareggio.

Nel già citato numero 9 di lunedì 2 ottobre si accenna al costante impegno degli Alleati nel rifornire di generi alimentari la popolazione. Un accenno speciale è fatto a riguardo dell’aiuto recato ai ricoverati del Manicomio Provinciale di Maggiano. Leggiamo nel numero 10 di martedì 3 ottobre: “Fuori delle mura un gruppo tedesco si era nascosto sul campanile di S. Iacopo alla tomba e di là sparava. Squadre guidate da Modena fecero una sortita per snidare questi tedeschi; e un altro gruppo di patrioti guidato da Guglielmo Bini entrò in azione a Porta Sant’Anna. Ma il nemico non si rassegnò a subire i colpi delle squadre patriottiche: la notte del 10 un apparecchio tedesco lanciò spezzoni e le artiglierie aprirono il fuoco sulla città. Fortunatamente gli edifici monumentali non riportarono danni; sono stati distrutti o devastati, invece, tutti gli impianti industriali della città.”.

Nel numero 11 di mercoledì 4 ottobre ci viene ricordata una località, nei pressi di Camaiore, Pioppino, dove i nazisti compivano stragi ed esecuzioni sommarie e si dà notizia della eroica morte del Ten. Giuseppe Martinelli, lucchese, e si rimprovera la città per averlo dimenticato. Questa località, ma con il nome di Pioppetti, indicata sempre nella zona di Camaiore, è menzionata due giorni dopo, nel numero 13 di venerdì 6 ottobre, per il rinvenimento di 34 cadaveri trucidati dai tedeschi il 4 settembre 1944, “dopo aver subito le più crudeli sevizie”. Il 6 settembre viene ucciso in località Acquacalda, alla periferia di Lucca, un ragazzino di 15 anni, Pietro Piegaia. Il padre assiste impotente all’assassinio: “Poco lungi il padre Luigi, da una alta finestra dietro la quale, a sua volta nascosto, spiava le intenzioni della pattuglia di criminali, assisté impotente e terrorizzato, al misfatto senza nome. La madre del giovanetto udiva da casa la sparatoria e un subitaneo presago orribile dubbio l’assalì: corse nella via e vide il figlio disteso, morente, in una pozza di sangue.”. Sono ricordati in altri successivi numeri i nomi dei patrioti lucchesi uccisi dai nazisti: il tenente degli Alpini, Ilio Menicucci, Luciano (o Filippo) Amadi, Amedeo Ghivizzani, Antonio Poli, Narciso Pini, Ulisse Viani. Altri saranno qui citati in seguito.

Traiamo dal discorso di insediamento tenuto il 1 ottobre dal Prefetto reggente di Lucca, Giovanni Carignani, riportato nel numero 14 di sabato 7 ottobre, questa frase significativa, poiché spesso non si ricorda più il sacrifico compiuto, in morti e in feriti, dagli Alleati, i quali furono determinanti per la liberazione dell’Italia: “E penso che se il cielo della Patria va ora rasserenandosi sotto l’iride della libertà, tutto questo è grande merito degli Eserciti alleati ai quali perciò – dopo aver salutato con fraterna solidarietà le vittime – deve andare il sentimento della riconoscenza imperitura di tutto il popolo lucchese.”.

Il numero 17 di mercoledì 11 ottobre dà notizia del rinvenimento nella cava di Balbano di tre cadaveri barbaramente uccisi dai nazisti: Giuseppe Pera e i fratelli Aladino e Emilio Barsuglia, oggi sepolti nel cimitero del loro paese di Sant’Angelo in Campo.

Interessante, almeno per me che ci ho scritto sopra un romanzo, è il rimbrotto che il quotidiano numero 21 di domenica 15 ottobre, rivolge alle cosiddette donnine allegre che si concedevano ai soldati stranieri, prima ai tedeschi, poi agli americani. Angela, la protagonista del mio romanzo, “La scampanata”, è una di quelle, insieme con la sua amica Caterina; entrambe hanno i mariti prigionieri in Germania. La scampanata, un fracasso di suoni provocati da piatti, pentole e quant’altro di simile, era il rito che si riservava nelle corti ad una di queste donnine quando era scoperta, come accadrà a Angela. Riportiamo il passo che ci consegna il libro e che riguarda questo fenomeno di costume caratteristico dei periodi di guerra: si ricorda che siamo nel 1944: “Ci piace vedere la cordialità con cui parecchie nostre ragazze trattano gli amici, come ieri ci disgustava il contegno che le stesse ragazze tenevano coi nostri nemici tedeschi. Fraternizzare con gli amici è cosa più che naturale, mentre mostruoso era il modo col quale certe signorine, sempre in cerca di… novità, stavano, e parevano orgogliose di stare, con i tedeschi.

Ne abbiamo viste – e ne vediamo — di quelle che han cambiato… nazionalità con una disinvoltura e una leggerezza tali che è da domandarsi se esse hanno, o no, dei genitori, dei fratelli, dei parenti insomma, che possano richiamarle a un più corretto contegno. Sì: contegno: perché anche con gli amici, per aver diritto al rispetto, occorre conservare quella dignità e riservatezza che sono poi indizio di educazione e di civiltà.

Bisognerebbe che questi elementari concetti fossero ben fissi nella mente delle nostre donne, di quelle donne, cioè che amano le novità e cercano la compagnia là dove la trovano, senza andar molto pel sottile.

La buona educazione di un popolo la si vede da mille piccoli indizi ed uno di questi, forse il più appariscente, è appunto il contegno che questo popolo tiene in occasioni come quelle che si presentano nel periodo che attraversiamo. Se non si osservano certe limitazioni, il meno che possa capitare è di esser giudicati come un popolo leggero. E questo non deve essere.

Non sono certo le ragazze di cui parliamo che, per noi, possono formare un elemento di giudizio, ma chi non conosce il popolo nostro può esser tratto in inganno. Ed è perciò che ci piacerebbe di vedere che anche le «internazionali» si comportassero con dignità.”.

Il numero 23 di mercoledì 18 ottobre, ricorda il danno che il primo bombardamento sulla città provocò alla Cattedrale di San Martino: “In quel rabbioso pomeriggio settembrino – era la sera del 10 – mentre i fedeli stavano affollando il nostro bel S. Martino ed era appena cominciata la funzione del triduo che precede la maggior festa lucchese, una granata tedesca grosso calibro, sfondato il tetto della cattedrale e la volta sottostante, precipitò fragorosamente nella chiesa nel brevissimo spazio che intercorre fra la cappella del Volto Santo ed il perimetro interno della basilica. Travi del peso di parecchi quintali, gran copia di materiale caddero in pochi metri quadrati. Molte persone che ivi si trovavano rimasero non si sa come illese; poche altre ferite leggermente; un ’altra che si trovava dal lato opposto della chiesa, colpita al petto da un masso, morì. Nessun danno degno di rilievo alla magnifica cappella del Simulacro; solo il pinnacolo cadde insieme con qualche foglia della cupola della cappella che per trovarsi proprio verticalmente al disotto dello squarcio del soffitto per un vero miracolo, non andò (come sarebbe logicamente dovuto) distrutta.

Ma i danni al Tempio non sono stati lievi e le riparazioni apporteranno una spesa di molte centinaia di migliaia di lire. Si dovrà riparare il tetto, costruire un tratto della volta e decorarla, rifare gran parte di una trifora mediante quel materiale che è stato possibile ricuperare dalle macerie e con altro nuovo riparare un dipinto seicentesco di un altare, rimettere i vetri a tutti i finestroni che già in gran parte erano caduti per spostamento d’aria prodotto da precedenti esplosioni di cui i tedeschi ci hanno gratificato e fare altri lavori minori.

Alcuni affermano che per tutto questo occorrerà una spesa che oltrepassa il milione e noi, dato il momento, non stentiamo a crederlo. Può l’Opera di S. Croce sostenere e anticipare questa spesa? Provvederà il Governo, si dirà, è un danno di guerra. Sì, ma frattanto nessuno può lavorare, diremo così, a credito e tutti i lavori sono urgenti.”.

In ottobre riprenderanno anche le attività scolastiche.

Lucca si salvò dalla rapina tedesca delle opere d’arte “appartenenti alla Pinacoteca comunale e al Civico Museo” in quanto esse furono nascoste nella Certosa di Farneta: “Queste opere per misura precauzionale vennero a suo tempo trasportate nella chiesina del convento della Certosa, a Farneta, e, fortunatamente, nonostante che i tedeschi penetrati nel convento abbiano ivi commesso tutte quelle rapine e tutti quei delitti ben noti, le opere d’arte non sono state toccate essendo state poste in luogo difficilmente ritrovabile.”. Il fatto richiamato è quello dell’“irruzione delle truppe naziste, nella notte tra il 1° e il 2 settembre 1944, nella Certosa di Farneta, con un bilancio definitivo di oltre quaranta morti.”.

Così si annuncia la riapertura del Teatro del Giglio, nel numero 26 di sabato 21 ottobre: “La guerra è passata lasciando dolori e sofferenze anche a Lucca. Il ‘Giglio’ riapre i battenti ai suoi spettatori che domani affolleranno il teatro in ogni ordine di posti. Lo spettacolo avrà inizio alle ore 15 precise.”.

Come il lettore avrà già avuto modo di constatare, questo volume è frutto di letture e ricerche ben selezionate, le quali ci offrono dettagli importanti di un periodo di grandi sofferenze per l’Italia e la città di Lucca, mettendo doverosamente in risalto quanto le forze Alleate abbiano fatto per venire incontro alle varie esigenze, soprattutto alimentari, della popolazione, non solo lucchese. Ne trarremo, dunque, un prezioso arricchimento.

Dopo la lettura del decreto di Amnistia voluto da Togliatti, pubblicato integralmente, abbiamo altri documenti interessanti tratti dal Bundersarchiv Militärarchiv di Friburgo.

Ce ne dà conto e annuncio esplicativo il terzo capitolo che si apre con il titolo “Lucca occupata dai tedeschi”, il cui Comando (contraddistinto con il numero 1015) venne insediato a Bagni di Lucca nell’albergo Continentale con competenza sui territori di Apuania, Pistoia, Pisa e Livorno, dove restò dal 29 ottobre 1943 fino al 10 aprile 1944, traslocando poi, “per motivi di sicurezza”, a Castellare di Pescia. Da questi documenti che riguardano, per scelta, solamente il periodo che va “dall’occupazione tedesca del 10 settembre 1944 fino alla Liberazione.”, si ha un quadro della guerra a Lucca vista dai tedeschi. Immagino che la traduzione sia a cura del coautore Marco Vignolo Gargini, conoscitore della lingua tedesca oltre che di altre, come lo spagnolo, l’inglese, il francese.

Nell’Ordine di comando n. 5/44 al punto 4 si legge: “L’accesso di truppe e individui alle abitazioni delle località di Lammari, Borghetto e Lunata (circa 5 km a nord-est di Lucca) è vietato a causa della difterite e della scarlattina.”. A mano a mano che si prosegue nella lettura, si resta colpiti dalla accuratezza, in ogni campo, delle istruzioni impartite dalle Autorità militari tedesche, che non mancavano di tenere sotto stretto controllo ogni situazione presente sul territorio amministrato. Pignola e accurata questa informazione che il Comando di Bagni di Lucca riceve dall’ufficio del Generale plenipotenziario dell’esercito tedesco in Italia, con data 31 marzo 1944: “Dal 12 al 15.3 nell’area intorno a Torino, in particolare a Valle di Lanzo, pare sia stato effettuato da parte di aerei nemici un lancio di armi, attrezzature e generi alimentari oltre a casse con saponi, noci e penne stilografiche con carica esplosiva. Questo materiale dovrebbe essere utilizzato dai ribelli. Pare che i pezzi di sapone e le noci siano imitati in modo eccellente.

Occorre informare gli appartenenti agli uffici subalterni e richiamarli all’attenzione sull’utilizzo dei suddetti soggetti.

Comunicare immediatamente nel caso del verificarsi dell’evento.”.

Il 1aprile 1944 si informano gli uffici che gli obiettivi da colpire da parte degli Alleati sono segnalati ai medesimi “tramite lancio di sfere bianche luminose da terra. Subito dopo il lancio delle sfere luminose sulla stazione merci di Padova veniva effettuato l’attacco da parte di aerei che sorvolavano l’obiettivo.”.

Il 7 aprile si danno istruzioni per controllare gli interpreti italiani e stranieri, sospettati di essere al servizio del nemico: “questi ultimi devono essere informati su argomenti militari solo in misura sufficiente per poter svolgere il loro lavoro, e non devono venire assolutamente a conoscenza di segreti militari.”. Si offre anche una casistica di comportamenti sospetti e si danno istruzioni per individuarli. Ricordando “la notte dei lunghi coltelli” (la strage delle SA perpetrata dalle SS, tra il 30 giugno e il 1 luglio 1934), è interessante annotare questa raccomandazione che in qualche modo è alimentata dallo stesso spirito diffidente: “Le strutture della Wehrmacht nelle quali hanno luogo adunate numerose, necessitano di accurata sorveglianza e di occasionale ispezione da parte di persone competenti/vigili del fuoco, genieri, ecc.”.

Il 26 aprile con l’ordine nr. 28/44 sono date disposizioni circa l’armamento delle unità italiane: “Le richieste da parte di comandi italiani di permettere l’armamento ai vigili del fuoco italiani, alla polizia locale (Pubblica sicurezza) e alla sorveglianza delle fabbriche sono generalmente da rifiutare. La sorveglianza armata di fabbriche di armamenti è possibile solo se viene garantito il controllo da parte tedesca.”.

Sulla limitazione delle processioni religiose all’aperto interviene l’ordine nr. 30/44 del 5 maggio 1944, che consente soltanto quelle che hanno “tradizioni di vecchia data.” Si salva, dunque, a Lucca, la millenaria processione del Volto Santo (detta “Luminaria”) che si svolge ogni 13 settembre per le strade della città.

Il 7 maggio 1944 si raccomanda agli ufficiali e ai soldati tedeschi di non farsi sfuggire informazioni militari verso persone che potrebbero approfittarne e con le quali, a causa della lunga permanenza delle truppe tedesche in Italia, si è raggiunta una certa confidenza: “La truppa va quindi costantemente informata su ciò, sottolineando il pericolo che le chiacchiere possono causare sia contro se stessi e sia contro la pubblica sicurezza.”.

Si provvede anche a dare istruzioni sulle misure igieniche da osservare nelle località bombardate, soprattutto a riguardo dei cadaveri (Ordine di comando n. 33/44 del 22 maggio 1944).

Seguono tre rapporti, dai quali si possono estrarre altre notizie interessanti. Il primo è datato Lucca, 11 giugno 1944 in cui si lamenta da parte del Comando tedesco l’insufficiente aiuto ottenuto per controllare la propria zona di competenza, e in particolare Lucca, diventato “un distretto così importante in questo momento”; “Secondo le deposizioni dei prigionieri, ci sarà presto uno sbarco a sud di Livorno vicino a Viareggio e a Forte dei Marmi.”. La Provincia di Lucca è in arretrato sui pagamenti relativi “alle spese di acquartieramento (…) Nonostante le molteplici richieste telegrafiche e per iscritto da parte del capo della provincia, il Ministero delle Finanze italiano non ha messo a disposizione i fondi richiesti.”; “Eccellente la situazione per la coltivazione delle piante e della semenza.”.

Difficoltà nel reperire patate e zucchero.

Il secondo rapporto ha la data Lucca, 15 giugno 1944: “La situazione morale del popolo è influenzata gravemente dalla conquista di Roma e dal veloce avanzamento degli anglo-americani al nord di Roma, come anche dall’invasione in Francia.

Ci si aspetta un’imminente ritirata del fronte tedesco fino all’Appennino e in parte uno sfondamento degli americani con serie conseguenze per l’esercito tedesco. In conseguenza di questi fatti l’intera popolazione si è preparata al futuro controllo del territorio da parte degli americani. (…) I carabinieri abbandonano in parte già da settimane le loro caserme e sono passati alle bande (antifasciste) oppure irrintracciabili. (…) Quello che caratterizza il clima a Lucca è il fatto che in generale ci si aspetta un assalto delle bande (antifasciste) nel capoluogo di provincia.”; “Gli allarmi aerei hanno raggiunto un numero altissimo, quasi insuperabile; a Lucca ce ne sono fino a 19 al giorno.”; “La lotta al mercato nero nel campo del vettovagliamento ha scarso successo”; “Per importanti operazioni di fortificazione sono stati impiegati ca. 300 lavoratori di Lucca.”. Si precisa che “In seguito a continui attacchi aerei a bassa quota, l’unità si è vista costretta a restituire tali lavoratori a causa della mancanza del necessario personale addetto alla sorveglianza. Una parte dei prigionieri è fuggita mentre un secondo gruppo è stato ucciso durante la fuga.”.

Interessante è la lettera num. 7561/44 datata 3 luglio 1944 in cui si rilevano gli esiti negativi di alcune prove di sorveglianza a cui sono stati sottoposti i soldati tedeschi. In realtà, contrariamente all’immagine che ci siamo fatti circa la loro preparazione e severità, anch’essi avevano debolezze e distrazioni comuni a tutti i mortali. Una delle prove è questa (tutte fanno sorridere): “Passare per la postazione come ‘civile’ con ‘una carabina’ per attirare l’attenzione degli addetti della Wehrmacht o dei posti di guardia o delle pattuglie.”; esito della prova: “Disattenzione e indifferenza di tutti gli addetti della Wehrmatch interessati che hanno lasciato passare il civile armato contrariamente alle istruzioni.”.

Un’altra annotazione è legata al rapporto finale (il terzo) datato Lucca, 10 agosto 1944, in cui si rileva: “Appena l’italiano intuisce che per gli uffici tedeschi è di interesse che i veicoli vengano impiegati per il loro uso esclusivo, farà di tutto per togliere dalla circolazione il suo automezzo mediante un sabotaggio non dimostrabile.”.

Il certosino e lodevole lavoro che abbiamo seguito fino a qui si chiude con una ricca bibliografia e con una sintetica “Cronologia degli eventi in Lucchesia dall’Armistizio alla Liberazione”, che costituisce un utile riassunto degli avvenimenti più importanti accaduti nel territorio lucchese, trattati o accennati nel libro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart