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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Augusto Mancini: “Memorie del carcere”

21 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

È un nome importante per la città di Lucca. La sua “Storia di Lucca” è ancora un punto di riferimento ineludibile.
Insegnante di greco e di latino all’Università di Messina e poi di Pisa, fu esponente attivo della Resistenza lucchese.

Il libro che insieme leggeremo è il diario della sua breve prigionia (“quei centotrenta giorni”) nel carcere cittadino di San Giorgio che si protrasse dal 5 gennaio fino al 14 maggio 1944. “Il 6 aprile quando si compiono tre mesi di carcerazione egli comincia a scrivere queste ‘Memorie del carcere’”, che si estenderanno fino a “metà settembre” del 1944. Nelle “tetre mura di San Giorgio (…) colla parola e coll’esempio rincuora i sofferenti e i dubbiosi.”; “Così chiudeva Silvio Ferri le parole, pronunciate per ricordare Augusto Mancini, il 29 marzo 1958, nella seduta solenne dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, di cui Mancini era stato presidente.”, scrive nella Premessa Donato Morelli, il quale annota che il suo arresto avvenne il 5 gennaio 1944: “Non vi erano accuse specifiche; ma egli era l’esponente maggiore dell’antifascismo lucchese, e su di lui si accentuavano i gravi sospetti di essere l’anima dell’organizzazione di bande di giovani, specialmente studenti, che si raccoglievano attorno al prof. Carlo Del Bianco.”. Morelli precisa che più che davanti ad un diario, ci troviamo di fronte ad una raccolta di memorie “che va dal 25 luglio 1943 al settembre 1944, poco dopo la liberazione di Lucca, avvenuta il 5 settembre.”.

Questo, dunque, è lo spettro storico di riferimento.

Mancini fu trattenuto nell’infermeria per tutto il tempo della reclusione. La sua finestra si affacciava sulle Mura e poteva osservare il passeggio che vi si svolgeva, nonostante che “affacciarsi è proibito”.

È spinto a cominciare il racconto dalla morte, che avviene proprio il 6 aprile, di un giovane recluso, Corrado Scremin, sconfitto dalla tisi. Prigionia e morte, mancanza di libertà e malattia sono sofferenze contigue, e l’una chiama l’altra. Pare essere questo il paradigma di riferimento: l’attesa della libertà, sotto qualunque forma si realizzi, è attesa di guarigione e di vita: “La morte dello Scremin, anzi voglio esser preciso del n. 5529 – poiché soltanto con la libertà o con la liberazione della morte un recluso ha diritto di riacquistare il suo nome”.

Lo sguardo di Mancini è indagatore e riflessivo. Spesso i fatti sopra i quali cade la sua attenzione sono sottolineati nel loro aspetto servile di assecondare leggi posticce in cui “la saggezza di chi deve applicarle consiste soprattutto nell’usare la massima discrezione e misura.”. In tempi di dittatura tutto ciò non solo è possibile, ma è la norma. Un’accusa precisa viene rivolta all’Arma dei Carabinieri, troppo severi, i quali, in molti casi, avrebbero potuto soprassedere: “Ma qualcuno di questi tutori dell’ordine si spinge anche oltre, specialmente se questo li faccia belli coi superiori.”. Addirittura li giudica più inclementi dei tedeschi; citando un caso, ammette che “deve riconoscersi che l’autorità militare tedesca si dimostrò sollecita della vera giustizia e corresse l’inganno in cui era caduta. Lo avrebbe fatto l’autorità fascista italiana?”.

La clemenza nell’applicazione delle leggi è uno dei temi cari a Mancini, e l’esperienza del carcere gli consente di approfondire: “Ma la società deve sentire e ragionare diverso: deve essere sempre pia, anche se crede di dover armarsi provvida contro pericoli che attraverso gli individui possano minacciarla, e non andare agli estremi nell’applicare condanne, e deve circondare sempre anche i detenuti, i reclusi, gli ergastolani di quelle cure che la società viene sempre più e meglio organizzando nel campo della previdenza.”.

La narrazione della prigionia ci offre qualche notizia interessante. Una di queste riguarda la conta dei prigionieri che avveniva cinque volte al giorno “e coincide, di regola, col cambio della guardia, alle 3, alle 7, alle 16, alle 21, alle 24.”; “Chi è di guardia apre con gran frastuono a una a una le porte e entrano nella cella un altro agente con una lanterna che leva – o dovrebbe levare – su in alto fin sopra alla faccia del detenuto, seguito da un sottocapo e da un terzo agente. Accertata la presenza e l’identità dei detenuti, ciascuno nella sua cella, chi è di guardia richiude col rumoroso chiavaccio: poi i passi cadenzati col rumore del mazzo di chiavi della conta che si allontana, e l’infermeria torna in un silenzio di tomba.”.

Mancini fu tenuto in infermeria “per l’infreddatura e un po’ di bronchituccia innocua che avevo”; in realtà per rispetto del suo valore di uomo di studio. Precisa: “non solo perché di nome mi conoscevano, e sentivano forse un certo rispetto per la mia barba bianca, ma proprio perché in carcere ci venivo per antifascista. Questa prima impressione ebbe la più ampia sollecita e ripetuta conferma: anche in carcere i fascisti si contano sulle dita di una mano!”. Ma gode anche della benevolenza del direttore delle carceri, e ne dà atto: “Debbo invece alla cortesia e soprattutto alla comprensione del direttore delle carceri se io potei avere un trattamento di onesto privilegio: un tavolo, un calamaio con penna, lapis di vario colore, i libri che volessi da casa e dalla Biblioteca pubblica la cui direttrice mi si è dimostrata sempre di una rara gentilezza, e coi libri la carta necessaria, la maggior parte della mia corrispondenza, e oltre a questo la facoltà di stare oltre che nella mia cella in un’altra stanzetta, a seconda delle ore delle giornate invernali; mi fu pure consentito, a me come ad altri, di farmi venire il mangiare da casa, e fu, sotto ogni rispetto, un gran beneficio.”.

Il libro ci tratteggia a poco a poco la figura dello studioso, il quale, pur in carcere per motivi politici, alla cultura ha dedicato la sua vita e di essa respira e vive. Ci confida i suoi interessi, i suoi studi continuati in quei giorni di carcere, gli approfondimenti rimasti inesplorati che vuole riattivare grazie agli aiuti e alla comprensione che riceve dal direttore del carcere e dalla direttrice della Biblioteca pubblica.

Il suo primo pensiero resta sempre rivolto allo studio e soprattutto alla necessità che il passato venga in soccorso del presente. Numerose sono le citazioni lattine che compaiono quale ammaestramento che ci giunge dal passato.

È un’esperienza di carcere singolare, quella di Mancini, in un’Italia in cui il fascismo aveva cercato di sopprimere ogni libertà e di indirizzare pesantemente il mondo dell’arte e del pensiero.

Sono “memorie” di un’anima che non si è fatta imprigionare e che corre libera tra le aspre mura della reclusione. È il “Cogito ergo sum” cartesiano che non si piega alla violenza e alla tirannia. Per tutto il tempo della lettura, un tale principio ispiratore si fa sempre più manifesto. È la risoluta, robusta risposta di Mancini al sopruso. Della Biblioteca del carcere si fa un dovere di indicare gli autori di rilievo presenti, e le preferenze dei lettori, specificando a malincuore che la quantità dei libri originariamente di “tremilacinquanta” si è ridotta per incuria. Il divertente capitolo si chiude così: “Mi è stato detto qualche volta che io cercassi d’esser meno un topo di biblioteca, perché – bontà loro – potevo fare anche altro e di meglio, ma non me ne sono mai pentito, e nemmeno ora, qui, in carcere.”. Quando suona l’allarme “entro in Biblioteca a rileggermi – è la lettura preordinata durante gli allarmi – i sonetti del Belli.”. Ricorda con simpatia l’affetto che i Lucchesi hanno sempre avuto per i prigionieri inglesi: “Quando il primo contingente di feriti inglesi – allora erano soltanto inglesi – passarono dalla Stazione per le vie della nostra città, con quanta simpatia non furono accolti!”.

Dall’interrogatorio svoltosi presso il Comando dei Carabinieri emerge la figura di un antifascista risoluto e orgoglioso di essere riconosciuto da tutti per tale, ma anche la figura di un cittadino contrario alla violenza: “Tutti sanno che io non sono mai stato fascista e, data la mia posizione, è naturale si creda che io mi occupi anche di quello di cui non mi sono mai interessato.”. Dichiara di essere di fede repubblicana, “ma da tempo, anche prima del ’22, non ero più iscritto al partito.”. A domanda risponde che il giorno dopo la caduta del fascismo, “nel pomeriggio del 26 luglio io partecipai alla pubblica dimostrazione di giubilo per la caduta del regime…”. Il capitano che lo interroga gli fa notare che “invitato a parlare in piazza Napoleone voi non aderiste.”. Risponde: “Questo è vero.”.

Da alcuni fatterelli che accadono in carcere, che vedono protagonisti curiosi personaggi, Mancini trae dei brevi racconti di garbato gusto letterario, che contribuiscono a dare a quella specialissima prigionia un’aura di leggerezza, la quale è, pur essa, la risposta di un uomo ad ogni tentativo di negare o comprimere le sue libertà.

La forza della ragione, ed anche la forza dell’arte, impongono i loro colori di vita al grigiore della violenza e dell’intolleranza.

La figura umana di Mancini ne diventa simbolo. Ciò che di triste accade intorno è trasfigurato dalla potenza della libertà interiore.

Il lettore gusterà da sé queste storielle. Mi limito qui a riportare quella tratteggiata in poche righe, per renderne il brio: “Altre espressioni vivaci debbo omettere perché troppo lubriche, ma una, diciamo così, marginale credo di poter riferire: trovandosi con uno che a più riprese emetteva dell’aria, uscì a dire: ‘Ma lei, caro amico, solfeggia!’ con un tono che mi ricordava il celebre intercalare di Musco ‘esser cretini va bene, ma Lei esagera!’”.

Si ha la sensazione di avere tra le mani una specie di trattatello filosofico, politico, religioso, morale; una piccola summa costruita da una curiosità indagatrice che cerca di dare risposte agli interrogativi che segnano la vita di ogni uomo. Il carcere di San Giorgio, e specialmente la sua infermeria, divengono un palcoscenico di varia umanità unita da una innata voglia di libertà e di riscatto.

Mancini vi giuoca il ruolo di mentore, di suggeritore, di analista e di garante. Anche quando l’affollamento del carcere rende più difficile e complicato il contatto, Mancini non rinuncia al suo ruolo: “Ma non passarono molti giorni che un gruppo di giovani che sentivano nobilmente e profondamente la passione politica si avvicinarono sempre più a me e io fui lieto di essere con loro, anche se le nostre idee, pur essendo molto vicine, pienamente non combaciassero, ma si era all’unisono nel tono che doveva avere la nostra vita carceraria.”.

In occasione di una riflessione sui rischi del loro processo trasferito a Parma, ricorda il cattivo esempio dato da molti professori universitari, restii a manifestare il loro antifascismo: “Non pensai ai miei colleghi universitari, perché, purtroppo, i professori universitari, quasi tutti in cuor loro antifascisti, hanno dato nella cosiddetta era fascista una tristissima prova, non dico quelli per cui la tessera era condizione ‘sine qua non’ per adire i concorsi, ma quelli che avevano già raggiunto la stabilità, e tanto più triste quanto più innanzi essi erano nella carriera. Ce ne furono molti che, figurando firmatari del libro nero, cioè del famoso manifesto Croce, si dettero da fare per documentare, magari con una perizia, che non avevano firmato, cioè non avevano impugnato la penna, ma autorizzato altri a firmare per loro, e, spesso, questa documentazione è stata presa per buona.”.

In varie occasioni, Mancini fa notare che i tedeschi avevano un senso di giustizia migliore di quello, assolutamente scarso, dei fascisti: “i fascisti risultavano peggiori, molto peggiori, degli stessi tedeschi”.

Per sconfiggere il fascismo auspica l’unità degli antifascisti: “Fra i detenuti politici non si può non parlare di politica, ma a S. Giorgio assai di rado se ne è discusso seriamente, e le mie, più che risultanze di discussioni, possono dirsi constatazioni. D’altra parte io sono d’opinione che per qualche tempo – e Dio voglia sia breve – non si debba fra antifascisti accentuare e sviluppare le differenze, specialmente dottrinarie, ma intensificare il lavoro, che è comune, di ricostruzione e non dividerci troppo, diciamo, in partenza.”. Ha fiducia nel futuro, poiché ha fiducia nei giovani: “Ma i più, e soprattutto i giovani, hanno ormai veduto le cose altrimenti e condannano il fascismo non perché abbia perduto la guerra, ciò che è una conseguenza del regime, ma perché ha negato di diritto e di fatto la libertà in tutte le sue forme, ha estinto ogni virtù associativa, falsificato il carattere, impedito in tutti e in ciascuno una qualsiasi consapevole formazione spirituale, e ha fatto di un popolo che il nostro glorioso Risorgimento voleva fosse di liberi un’accolta di servi, per avidità di denaro, per vana ambizione, per fame o, come una nota e indovinata barzelletta interpreta le sigle PNF del partito fascista, ‘per necessità famigliari’.”.

In carcere si discuteva anche del futuro della monarchia. Qualcuno si mostrava indulgente, ma Mancini non le concede alcuno sconto e non le perdona l’asservimento al fascismo: “aveva finito nella vergogna del Fascismo, che, per il malvezzo delle appropriazioni indebite, aveva anche avuto la spudoratezza di dirsi continuatore del Risorgimento, di cui era invece la più sfacciata negazione.”. Alcune pagine sono dedicate a Giovanni Gentile, allorché in carcere giunse la notizia che il 15 aprile 1944 “avevano ucciso, mentre rincasava, Giovanni Gentile.”. Nonostante le scelte politiche opposte, Mancini ne dichiara la stima: “io solo lo piansi. Non potevo non piangerlo io che gli ero stato compagno di studi, amico sincerissimo nonostante le profonde differenze di sentire e di pensare in molte cose, io che, per lunga consuetudine, avevo il senso preciso del suo altissimo valore come uomo di scienza, come maestro, come volontà organizzatrice ed anche come uomo di cuore. Aggiungo subito che io non mi seppi spiegare, molti anni fa, come egli avesse potuto aderire al fascismo, ma più mi dolsi, pur riuscendo a spiegarmelo, che egli si legasse fatalmente di nuovo al fascismo dopo il 9 settembre.”; “ho sempre ritenuto il Gentile un liberale di vecchio stampo ripugnante per indole e per moralità del totalitarismo fascista, ed incapace, se volesse esser sincero, di ammettere o di tollerare qualsiasi violenza e menomazione della libertà dello spirito.”; “Ho scritto queste pagine – non so se troppe o troppo poche – dicendo aperto il mio pensiero sull’amico perduto, che molto ha fatto per l’Italia e più e meglio poteva fare, e più avrebbe potuto domani in un’Italia restituita a libertà che forse aveva in cuore, se non si fosse fatto sfigurare e travolgere dal turbine delle passioni, e notando qualche ricordo che scrivendo mi veniva alla mente.”. Questa testimonianza di Mancini è tra le pagine più belle del libro.

Il 14 maggio viene scarcerato; ne racconta la vicenda. Tornato a casa continua le sue memorie: il 15 maggio scrive: “Finisco di scrivere queste mie memorie a casa, al tavolo di studio da cui fui allontanato la sera del 5 gennaio.”. Per evitare di essere riconosciuto muta qualche tratto della sua persona: “Evidenti ragioni di prudenza mi avevano consigliato a disperdere i miei connotati, tolta la barba, pettinato, quei pochi capelli rimasti, con la divisa, un paio d’occhiali neri, un cappello di panama, una cravatta a nodo, non più la mia svolazzante cravatta nera, un bastone, e le prove fatte mi davano la certezza di non essere riconosciuto: stando zitto, ero al sicuro: barba, occhi, voce non dicevano più nulla.”. Una lezione sull’attualità, un po’ distratta e sciagurata, ci vengono da queste parole scritte sotto la data del 24 agosto 1944: “Chi accoglie l’ospitalità di una casa ne deve osservare i costumi e le leggi o venirsene: ricordo che nella mia famiglia il giorno di Pasqua il babbo distribuiva a tutti uno spicchio d’ovo benedetto e tutti noi ci si segnava e si diceva il ‘Pater noster’ prima di cominciare a mangiare e i nostri ospiti – che sempre ce n’era qualcuno – facevano lo stesso, e così io ho fatto trovandomi in casa di ebrei e avrei fatto se mai mi accogliessero i mussulmani.”. Una riflessione e una testimonianza di vita che dovrebbero mandare a memoria coloro che, italiani, vorrebbero disfare le nostre leggi e le nostre tradizioni in ossequio ad un’accoglienza speciosa che altro non è che una resa e una sconfitta di civiltà.

Trovata ospitalità presso l’ex seminario degli Oblati, dovrà lasciarlo perché preso di mira dai nazifascisti pronti ad una perquisizione per l’avviso ricevuto da una lettera anonima di essere diventato un rifugio di antifascisti.

Il libro si arricchisce di notazioni storiche sull’avvio, già prima dello scoppio della guerra, del Comitato antifascista lucchese che vide in Mancini il promotore e l’ispiratore. A questo riguardo scrive, invocando la concordia tra i partiti: “Ho rilevato qualche punta dei rappresentanti comunisti ai cattolici e qualche atto d’imperio dei comunisti stessi sugli altri, come rappresentanti del partito numericamente più forte.”. E continua con una annotazione anch’essa di attualità nel momento in cui, in questi mesi, si tende a mescolare Stato e Chiesa, inclini in troppi a sottoporre la laicità dello Stato al vaglio dei canoni religiosi: “I cattolici si debbono convincere che se accettino, come dichiarano in modo assoluto il principio della libertà, anche nel campo religioso, e se non hanno come non credo, alcuna ‘arrière pensée’, non hanno ragione di non accettare le linee del programma democratico: certo non debbono avere nostalgie per il ‘Sillabo’ né per l’enciclica di Pio X sulla Democrazia Cristiana e debbono considerarsi dei democratici che ricongiungono la loro azione, non diversa da quella degli altri, a principi religiosi, a che nulla è da eccepire.”.

Al termine è ricordatala la figura di Leandro Puccetti, che guidò il glorioso Gruppo Valanga, falcidiato dalla rappresaglia tedesca. Durante lo snodarsi delle memorie non si è trovato invece un cenno all’opera fondamentale resa da ‘Pippo’, il leggendario capo della XI Zona Partigiana, sotto le cui direttive operò anche il Gruppo Valanga. Numerosi sacerdoti sono ricordati come protagonisti della Resistenza lucchese, tra cui don Aldo Mei e don Arturo Paoli.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart