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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Divo Stagi: “Racconto della mia vita”

22 Ottobre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Classe 1924, 95 anni compiuti, nativo di Fagnano, il paese confinante con il mio di Montuolo, Divo Stagi sembra un giovanotto. Fisico praticamente asciutto, di buona altezza, lucida la mente, invidiabile la memoria, lo conoscono in tanti a Lucca per il suo carattere gioviale, il piacere della conversazione e soprattutto l’amore per il prossimo. Si può dire che abbia mantenuto intatte le qualità che lo hanno contraddistinto nella vita. Tuttora si adopera per gli altri, a cui dona il proprio ottimismo e il prorompente desiderio di diffondere il bene.

Quest’anno, 2019, si è voluto levare la soddisfazione di scrivere anche un libro sulla sua vita. Vanità? No. Ancora una volta un servizio agli altri.
Infatti, ciò che incontreremo nel libro sono soprattutto le sue memorie di guerra e l’insegnamento secondo il quale ogni guerra porta con sé lutti e rovine che lasciano una traccia indelebile non solo nell’individuo, ma pure nella società, che ne resta sconvolta e marchiata per sempre.

“Attribuisco la mia formazione per il 50% alla mia famiglia, per il 40% ad alcuni dei tanti insegnanti della scuola che ho frequentato e per il 10% al gruppo e alla società.”. È, questa, la rappresentazione di una società scomparsa, e una delle testimonianze più forti del racconto autobiografico che andremo a leggere.

La famiglia e la scuola sono state fino alla metà del secolo scorso il caposaldo formativo di ogni generazione, fosse essa aristocratica, o borghese, o popolana. La famiglia soprattutto. La scuola lo è diventata a poco a poco, a mano a mano che l’insegnamento si diffondeva anche tra le classi più umili. Le amicizie avevano pure un loro peso, meno la società in cui si era inclusi, valendo molto di più la semplice vita dei rioni in città e delle corti in campagna.

Oggi tutto è rovesciato. La famiglia si è disgregata e le coppie facilmente si dividono al primo sentore di sofferenza e di inadattabilità, scomparso il dovere e il sacrificio soprattutto nei confronti dei figli. La scuola ha perso rigore e competenza, mobile ad ogni spirare di vento; lo studio e la preparazione didattica, anche del corpo docente, sono diventati una opzione individuale. Per fortuna, ancora ci sono famiglie, studenti e insegnanti capaci di testimoniare i propri doveri morali e civili, ma il loro numero è così esiguo che la loro influenza nella società è assai ridotta.

Disciolti questi valori, l’individuo si forma sull’esempio modaiolo diffuso da chi mira all’egoismo e al guadagno, diventando così, anche inconsapevolmente, una delle tante canne al vento. Libertà e desiderio si sono allontanati dal senso della coerenza e del dovere. La ragione è stata messa al servizio del piacere e del permissivismo, così che la società punta a divenire uno sfrenato e orgiastico sabba piuttosto che una comunità regolata da diritti e doveri.

La prima parte del libro, narrando l’infanzia e la prima giovinezza dell’autore, rievoca, appunto, usanze e tradizioni, tanto religiose che popolari, che si sono perse o non hanno più il rilievo e la suggestione del passato.

Ecco come si svolgeva il rito della comunione agli infermi: “A volte dopo la Messa c’era da portare la comunione agli ammalati e allora dalla porta laterale della chiesa si snodava tra le nebbie del mattino una piccola processione di povera gente con alcuni ceri accesi e Tanislao, il sacrestano che faceva l’infermiere all’ospedale, alzava con gesto solenne sopra il prete un ombrello di seta ricamato dalle suore di Vicopelago. Io precedevo il prete e portavo appeso al collo un altarino in legno pregiato fatto da Pellegro. Giunti alla casa del malato tutta la gente della processione sostava fuori in preghiera. Il prete ed io venivamo ricevuti dai familiari con tanto rispetto e accompagnati in camera del malato. A quel punto io aprivo l’altarino e lo posavo sul comò dove trovavo sempre steso un centro di lino bianco ben ricamato e due candele accese. Il prete tirava fuori da una scatolina d’argento che teneva appesa al collo l’ostia consacrata e tutti ci si inginocchiava per seguire le preghiere e la cerimonia della comunione. Al termine, se la casa del malato era vicina, la piccola processione rientrava in chiesa compatta, altrimenti si scioglieva fuori dopo un’ultima preghiera recitata tutti assieme.”.

La fanciullezza di Divo si dispiega tra la famiglia, molto religiosa, soprattutto la madre Emma che gli inculca “quello spirito di Fede”, e la Chiesa, che ha in Fagnano un parroco, don Federico, che lo vuole sempre vicino a sé, il quale gli lascia in eredità un bel tavolo da cucina affinché si ricordi sempre di lui. A don Federico succederà don Gino Modena, “Aveva 26 anni ma ne dimostrava ancora meno. Alto, magro, faccia bianca da studente appena sfornato dall’esame di maturità.”, al quale sarà lui a fare il discorso di benvenuto e ad offrire un mazzo di fiori. Don Gino morirà giovane, a 49 anni, nel 1955, a causa di un male incurabile. Aveva retto la parrocchia dal 1932 al 1955: “Quel prete influì molto nella mia formazione sia religiosa sia culturale.”.

Anche il padre Agostino (soprannominato Gustino), antifascista risoluto, sarà importante: “Ecco chi sono quelle persone lì, si chiamano fascisti e io sono antifascista. Per il momento non è il caso di dirti altro. Ne riparleremo quando sarai più grande ma da quella gente stacci più lontano che puoi.”; “Gustino aveva una fede robusta in Dio ma voleva saper poco di Chiesa e ancor meno di preti.”. Aveva trascorso vent’anni in America e “a San Francisco in California era riuscito a comprare un’isola creandovi una fattoria con 80 operai.”. Siccome Divo, incoraggiato dalla madre Emma, chiamata in famiglia la Baiocca (per via del suo cognome Baiocchi), tutte le mattine si alzava per andare a servire la Messa delle sei, Gustino non mancava di dire la sua, a lui e alla moglie, ossia che era tutta fatica sprecata: “Quando il Signore sa che gli vuoi bene, non occorre andargli a rompe’ le scatole tutti i giorni.”. Teme che il figlio sia indotto a farsi prete e un giorno, il ragazzo più grandicello, gli ricorda che lui tra i 5 figlioli è il più piccolo, ma l’unico maschio e deve tramandare il cognome di famiglia (ho conosciuto tre delle quattro sorelle di Divo, che in casa chiamavano anche col soprannome di Poldo: Diva, che abitava a Montuolo, come me – lei e mia suocera Angioletta erano molto amiche e anche parenti per parte del marito Americo detto Vincenzo -, Silvia e Lola. Non ricordo di avere conosciuto, invece, Gina).

Il fascismo, coi suoi riti, lo attrae. Gli inni patriottici soprattutto, e li insegna addirittura nella sede del Fascio a Fagnano. Ogni volta che si tengono riunioni fasciste è preso da entusiasmo: “A me questi incontri piacevano e ci partecipavo con orgoglio con la mia bella divisa ben stirata dalle mie sorelle e gli scarponi alla militare ammorbiditi col grasso di maiale, la sugna.”.

Ci racconta di una sfilata al suo paese in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, che avvenne il 28 ottobre 1924. Il corteo doveva fare omaggio ai caduti della Prima e della Seconda guerra mondiale, i cui nomi sono elencati nella lapide murata sulla parete del campanile della chiesa parrocchiale. Mentre sfilano, sull’uscio di casa ad osservarli c’è un certo Lazzaro Stagi, sui 60 anni. Il Vicesegretario Federale, Ceragioli, lo invita a prendere parte al corteo, ma lui rifiuta, cosicché il fascista “lo schiaffeggiò e lo spinse in casa a calci.”.

Divo ci fa sapere quanto quest’uomo odiasse il fascismo rivelandoci che aveva, per questo motivo, rifiutato di congiungersi al corteo che si recava a deporre una corona d’alloro presso la lapide dove erano scritti i nomi dei caduti del paese, di cui il primo era quello di suo figlio e il secondo quello di suo nipote.

È il primo degli episodi che lo indurranno a riflettere sulla vera natura del fascismo. Il secondo (“Pochi istanti che rovesciarono la mia vita.”) gli accade nel corso dell’adunata che si tiene in piazza San Michele in occasione della dichiarazione di guerra pronunciata da Benito Mussolini il 10 giugno 1940: “In quel clima sentii sbottare il Prof. Favilli che era proprio al mio fianco. Disse con voce alta e ferma: ‘Che come maestro quell’uomo non era buono a nulla, lo sapevo ma che come statista non si renda conto che con questa dichiarazione di guerra porta l’Italia alla rovina, non lo potevo supporre.’
Gli si affiancarono subito due militari in divisa della Milizia e lo trascinarono via. A scuola non si vide più e si venne a sapere che anche a lui toccò l’umiliazione della purga con l’olio di ricino ed il carcere in S. Giorgio per qualche anno. La sua famiglia rimase alla fame.”.

Un ragazzo di cognome Vignolo che aveva scritto sulla parete del gabinetto “Abbasso il Duce”, “fu sospeso per sempre da tutte le scuole del Regno.”.

Sorprende in questa lettura la lucida memoria dell’autore che non solo non dimentica i fatti che sono accaduti intorno a lui, ma ricorda anche fisionomie, nomi e soprannomi dei protagonisti. Bravo in tutto, come risulta dalla sua autobiografia, ha avuto in dono una memoria mirandolesca. Si potrebbero fare esempi a iosa, ma scelgo questo, assai suggestivo, poiché ci descrive un esorcismo fatto dall’insegnante di religione, padre Birindelli, un domenicano del convento di S. Romano, a Lucca: “Un pomeriggio di novembre, all’uscita della scuola quando già cominciava a far notte, io e un gruppetto di sei studenti dei più coraggiosi, bussammo alla porticina sul dietro del convento di S. Romano all’ora convenuta e Padre Birindelli ci fece entrare. Un corridoio stretto e poco illuminato conduceva alla grande chiesa che a quell’ora era chiusa ai fedeli.
Nel buio di tomba alcune candele disseminate qua e là tra i vari altari, creavano un po’ di luminosità con effetto cimitero.
Padre Birindelli accese qualche fioca lampadina e poi ci spiegò: ‘Mettetevi comodamente seduti dove volete e, se vi piace osservare da vicino ciò che io farò, potrete avvicinarvi quanto volete, ma vi raccomando di stare in assoluto silenzio.
Io arriverò in cotta e stola sacerdotale, accompagnerò una ragazza pervasa dal demonio e cercherò di liberarla con un rito assai impegnativo sia per me, sia per la ragazza. Raccomando di nuovo assoluto silenzio e non abbiate paura.’
Detto questo uscì di chiesa e dopo pochi minuti rientrò tenendo per mano una bella ragazza sui 18 anni, accompagnata dal padre, la quale avanzò con passo sicuro verso l’altare della Madonna collocato a metà della parete destra di chi guarda l’altare principale.
Padre Birindelli iniziò il rito leggendo sottovoce preghiere da un grosso libro posato sul leggio e ad un certo momento tracciò con la mano un segno di croce sull’immobile ragazza. Non l’avesse mai fatto: la ragazza emise un grido forte come un boato e balzò indietro. Padre Birindelli si azzittì per un attimo, poi prese la ragazza per mano, la ricondusse al posto di prima e riprese a leggere sottovoce. Dopo qualche minuto, finita la lettura, il frate zuppò l’aspergis nella piletta dell’acqua Santa e benedisse la ragazza la quale cominciò a saltare prima sulle panche, poi sugli inginocchiatoi e poi salì su di un alto panchetto laterale e piombò giù facendo un saldo mortale e gridando con urla disumane.
Il frate, impassibile, riprese a leggere e, ad una seconda benedizione con l’acqua Santa, la ragazza si allontanò di nuovo dal frate per qualche metro facendo enormi salti e poi si voltò di scatto e siccome ci sembrò di vederla piombare su di noi, scappammo tutti con la velocità di un fulmine e lasciammo la chiesa a gambe levate.
Dopo qualche giorno, all’ora di Religione, il Padre Birindelli ci disse che avevamo fatto male ad andarcene e che l’errore più grave da noi commesso fu quello di non avere avuto fiducia in lui.
Chiedemmo scusa assicurandolo che da quel momento avremmo creduto all’esorcismo ma di tornare a vedere non ne volle più sapere nessuno di noi.
Anche quell’anno fui promosso a pieni voti e il risultato lo conobbi quando attaccarono i cartelloni degli scrutini perché Padre Birindelli non era disposto ad anticiparci i risultati.”.

Siamo nel 1941, e anche Divo si prepara, insieme con altri giovani, alla guerra: “… l’inizio del nuovo anno scolastico, mi portò un’altra sorpresa: l’obbligo di seguire il corso premilitare che impegnava il pomeriggio di tutti i sabati dell’anno fino al richiamo alle armi: una bella doccia fredda! Per i giovani della mia zona si svolgeva nel paese di Montuolo. Eravamo una trentina dei quali solo io e un altro di Cerasomma avevano proseguito gli studi oltre la quinta elementare.
Non c’era una sede e il corso si svolgeva all’aperto sia in caso di sole, pioggia o neve, in Via della Polveriera lungo il poggio del fiume nel tratto di circa 800 metri che va dalla casa della pastora fino a Nave.”; “Per imparare a distinguere la destra dalla sinistra ci vollero diversi mesi e molte ripetizioni di domenica mattina per i testoni.”.

La scrittura dell’autore è spontanea e discorsiva, gergale quando occorre e affabulatrice, e rende in immagini ciò che racconta.

Divo si era costruito da solo una radio a galena e seguiva attraverso i comunicati di Radio Londra “l’andamento della guerra sui vari fronti…”; “Venivo così a sapere che ai primi del 1942 le operazioni sui vari fronti non andavano come ci veniva descritto dai nostri giornali o dai nostri professori, tutt’altro.”.

Nel 1943 si diploma ragioniere, ma corre il pericolo di essere arruolato nella Milizia, insieme con tanti altri studenti che avevano superato l’esame di Stato. Al Teatro del Giglio, dove sono stati radunati (“Il palcoscenico era affollato di Gerarchi in divisa e noi, più di un centinaio, ci fecero sedere nelle poltrone di platea.”), i gerarchi che presero la parola li invitavano ad arruolarsi poiché la Patria aveva bisogno di loro e “al fronte aspettavano queste forze fresche e che noi dovevamo arruolarci volontari nella Milizia.”.

Intanto apprende dalla sua radio a galena che il 10 luglio di quell’anno gli Alleati sono sbarcati in Sicilia.

Arriva il famoso 25 luglio con la caduta di Mussolini: “La gente sembrava impazzita e gli italiani diventarono improvvisamente da tutti fascisti a tutti antifascisti! Per prima cosa si avventarono sugli stemmi e simboli del fascio. Bruciarono ritratti del Duce e gagliardetti fascisti, con lo scalpello distrussero fregi e stemmi e cancellarono tutte le scritte sui muri inneggianti a Mussolini. I gerarchi diventarono invisibili ma, almeno da noi, nessuno li cercò e non mi risulta che ci siano state ritorsioni su di loro o che siano state loro restituite purghe di olio di ricino.”.

L’avanzata degli Alleati è inarrestabile. Le sorprese per Divo non mancheranno. Già si è reso definitivamente conto che le sue simpatie verso il regime fascista erano sbagliate e avrebbe voluto chiedere scusa a suo padre che era stato più lungimirante e lo aveva perfino avvertito sin da ragazzo, lasciandolo però libero di comportarsi come preferiva. Chi ha conosciuto Agostino (mia moglie tra questi), lo descrive come persona abile e intelligente, difficilmente ingannabile, molto attento e risoluto. Buona e generosa la madre Emma, la Baiocca.

Siamo all’8 settembre. Divo ha 19 anni, “in età di leva militare”: “Ricordo che in quei giorni mio cugino ‘Tondolino’, il compagno di giochi della mia infanzia che era militare in aeronautica di stanza all’aeroporto militare di Metato (PI), arrivò in corte col suo Capitano alla guida di un camion militare pieno di viveri. Il Capitano lo fece fermare in mezzo alla corte e dette ordine alle persone del posto di prendere tutto. Poi abbandonarono il camion nel greto del Serchio e si tolsero la divisa. L’esercito non c’era più!”.

È il momento in cui i tedeschi reagiscono ferocemente con rastrellamenti e rappresaglie. Un Comandante tedesco con suoi due attendenti prende alloggio nella casa di Divo. Il padre, che parlava bene l’inglese per i suoi 20 anni trascorsi a San Francisco e masticava anche un po’ di tedesco, riesce a farsi ben volere “da furbacchione com’era”, e tutto corre liscio. Il Comandante consente alla famiglia di ospitare in casa anche dei parenti fuggiti da La Spezia, “ben 14 persone di cui 8 bambini piccoli, parenti di mia madre”.

Per prudenza, ad un certo punto, Divo, consigliato dal padre, si allontana da casa e sale nei boschi di Meati presso la casa appartata della zia Adele, sorella della madre, a fare il boscaiolo (nella parte finale leggerete un dettaglio su questo lavoro, nel capitolo intitolato: “Il mio lavoro da ‘Ragioniere boscaiolo’”).

È da lassù che ode un assordante rumore e, incuriosito, scende al paese e assiste alla frantumazione delle campane: “Erano venuti i repubblichini assistiti dai tedeschi, a sequestrare le campane per farne cannoni.”; approfittando di un momento di distrazione di costoro “volli andare a prendere con le mie mani un pezzetto di campana che conservo ancora come reliquia perché in futuro parli come le pietre e racconti al mondo questa storia.”.

Giunge anche a lui e ai suoi coetanei l’ordine della Repubblica Sociale Italiana, trasmesso attraverso manifesti murali, di arruolarsi nell’esercito repubblichino, ma l’autore decide di non presentarsi e si nasconde sui Monti Pisani: “Me n’andai la mattina prima dell’alba, con un fagottino di viveri dopo essermi trovato inteso che il prossimo rifornimento me lo avrebbe portato una delle mie sorelle in cima al bosco della zia Adele, quando vedevo il bucato di lenzuoli appesi ad asciugare alla finestra di camera. (…) Mi cercai un punto dei più nascosti e mi costruii una piccola copertura di frasche dove potermi rifugiare per passarvi la notte.”. Incontra altri giovani renitenti (i primi partigiani) e stringono amicizia. Ogni tanto si ritrovano in punti del bosco concordati e conversano e non mancano di divertirsi: “c’era il ballo e arrivarono anche diverse donnine, giovani e meno giovani, disposte a tutto.”. Ma, al riguardo, Divo è prudente e si rifiuta di fare all’amore con loro: “non intendevo concedermi alla prima donnina che capitava e questo mi procurò delle occhiate di sbieco da parte di ragazze che conoscevo bene e che avevo respinto sebbene con molto garbo.
Anche quello era un rischio perché quelle donnine potevano diventare delle spie, ma feci bene ugualmente a correrlo perché al termine della guerra, nella villetta della levatrice De Rosas a Montuolo, furono dissepolti dalla Questura una ventina di feti ed io non me ne sentii sulla coscienza nemmeno uno anche se li avevo visti concepire tutti ed anche molti di più.”.

La zona in cui Divo e i partigiani si erano nascosti è conosciuta come “La Romagna”, e qui accadde il terribile eccidio che porta il suo nome. Chi va in pellegrinaggio all’Eremo di Rupecava, prima di inoltrarsi nel sentiero che conduce al santo luogo che ospitò anche Sant’Agostino, vede sulla sinistra il monumento che è stato dedicato ai caduti per mano dei nazifascisti. Tra quei nomi ve n’è uno caro all’autore, quello della donna, Iolanda, che un giorno, bussato alla sua porta, gli offrì “mani grandi ricolmi di pane.”.

Chi non veniva ucciso, una volta catturato dai tedeschi, era condotto a Lucca, alla Pia Casa, dove ormai i locali si erano riempiti di prigionieri. Succede anche a Divo di essere catturato e condotto lì, ma riesce a fuggire: “mi dettero un badile più peso di me col quale lavorai tutto il giorno, sostenuto dalle energie che potevano venire fuori da una gavetta piena di una poltiglia indefinibile.
La sera, a notte fonda, ci fecero disporre in fila indiana per ricondurci alla Pia Casa lungo il viottolo al lato dei binari ed io cercai di collocarmi al centro della fila stessa.
(…)
Nonostante la notte fonda, vidi una radura nella siepe di biancospino che costeggia la ferrovia e, con scatto fulmineo mi ci infilai portandomi dietro il badilone.
Al di là c’era un fosso pieno d’acqua e piano piano mi ci calai fino ad immergere anche le orecchie per sentire meglio i rumori e fu così che potei distinguere i passi leggeri dei miei compagni di sventura, dal passo pesante del militare armato che chiudeva la fila. Quando fui certo che il silenzio intorno era assoluto, uscii dall’acqua e cercai di rintracciare la via di casa infreddolito e umiliato come un povero cane randagio.”.

Gli Alleati ormai sono vicini, il loro cannoneggiamento è continuo. Si teme che anche Lucca venga colpita, e allora un gruppo di partigiani avverte gli Alleati che la città è stata liberata dagli stessi cittadini e i tedeschi sono fuggiti.

Stanno per arrivare a Lucca e chiudere così la guerra nel nostro territorio; vi giungeranno all’alba del 5 settembre 1944, ma il giorno prima a Divo capita di assistere alla morte del suo amico del cuore, Giovanni Bolcioni. Mentre tornano a casa, Divo avverte che c’è uno strano silenzio e lo dice all’amico, e sospetta che nelle vicinanze ci siano i tedeschi, ma “Giovanni proseguì e, quand’ebbe superato la villetta di Ada la magliaia, lo vidi crollare sotto una raffica di colpi di moschetto!”. Siamo in prossimità del ponte di Meati.

All’amico dedicherà alcune belle pagine per tramandarne la memoria. È da notare che anche in occasione del suo funerale, i rumori di guerra non tacciono davanti alla sua bara: “La cappella del cimitero era chiusa e poiché non trovammo la chiave, posammo la bara in terra davanti la porta d’ingresso che era vicina alla buca della sepoltura.
In quell’istante esplose una cannonata sul tetto della chiesa e fummo assaliti da una grandinata di tegole e calcinacci. Ci venne spontaneo di forzare la porta della Cappella per rifugiarci dentro ma non ci riuscimmo ed allora ci precipitammo nei fossati vicini. In men che non si dica arrivarono una decina di altre cannonate che sfondarono il tetto della Cappella del cimitero, scoperchiarono il tetto della chiesa e quello della canonica.”.

La narrazione prosegue oltre la liberazione di Lucca e ci rivela altre storie conosciute da pochi e che arricchiscono la testimonianza.

“La notte del 10 settembre, se non ricordo male, sentimmo rumori di camion, carri armati e camionette varie che si fermavano intorno alla chiesa.
C’era uno splendido plenilunio ma nessuno ebbe il coraggio di uscire per controllare che cosa stesse accadendo e solo al mattino, quando uscimmo per andare a lavorare nei campi, vedemmo lo schieramento di un esercito attendato sul piazzale della chiesa e nei campi vicini. Era arrivato l’esercito di liberazione e noi l’avevamo accolto con la stessa diffidenza riservata ai tedeschi, senza applausi e senza bandiere!”; “L’accampamento dei militari americani sostò da noi per molti mesi e, dopo un periodo di diffidenza, imparammo a convivere nel rispetto reciproco. La diffidenza derivava dal fatto che noi attendevamo l’armata americana come esercito di liberazione; invece, i primi ad arrivare furono truppe d’assalto composte da neri e marocchini con pochi scrupoli e alcune povere nostre donne furono violentate.
Ci furono risentimenti in vari paesi, ma dopo l’avanzamento verso nord delle truppe d’assalto e la loro sostituzione con truppe ordinarie, tornò la serenità.”.

Dopo aver ospitato nella sua casa il Comandante tedesco coi suoi due attendenti, il padre fa altrettanto con il Comandante americano e i suoi due attendenti, “Tommy di circa 20 anni e Andrea di circa 30.” (il quale ritroveremo verso la fine, nel racconto “La mia amicizia col soldato americano Andrea”). Il Comandante lo ricompensa fornendo molto cibo alla sua famiglia: “In casa nostra non mancava il cibo, ma le persone intorno a noi, e specialmente gli sfollati, morivano di fame.
Ogni giorno il Comandante ci mandava una quantità di alimenti sufficiente a sfamare una ventina di persone. Mio padre sceglieva l’indispensabile ed il resto lo regalava ai più bisognosi.”.

Questa che segue è la parte finale di uno degli episodi più letterariamente pregevoli per contenuto, scrittura, sapienza narrativa e capacità di controllo (per la verità, tutti i racconti finali si nutrono dell’espressione più eccellente della sua scrittura, che rivela anche toni ragguardevoli di sommessa ilarità; si legga in proposito “Finalmente si apre per me uno spiraglio: l’Università”).

Un colpo di cannone, sparato dai tedeschi, fermi a Ponte a Moriano da dove continuavano a colpire la città e la periferia, si abbatte su Via Boboli, a Sant’Anna. Quando la madre Emma viene a conoscenza del fatto, subito si preoccupa poiché lì abita il fratello Ghigo con la sua famiglia. Inforca la bicicletta, seguita da Divo, e giunge sul posto. La bomba ha colpito proprio la casa del fratello: “Saltò sulla bicicletta e si diresse a tutta velocità verso S. Anna. Io feci altrettanto, percorsi i quattro chilometri col cuore in gola ma non riuscii a raggiungerla.
Quando arrivai in Via Boboli lei stava aiutando i pompieri a rimuovere, con le mani, le macerie della casa sotto le quali c’era ancora mio zio che, da pochi minuti, era riuscito a dare segni di vita.
Mi unii a loro e dopo circa un’ora riuscimmo ad estrarre mio zio. Era scioccato, ma completamente illeso. Le sue prime parole furono: ‘Le ho sentite… le ho sentite morire tutte… perché non sono morto anch’io?’
Poco prima che arrivassimo noi, avevano estratto i corpi senza vita di mia zia Penelope, di circa 60 anni; di sua figlia Adina, di circa 40 anni e della nipotina di 9 anni.
Per tanti mesi avevano dormito al piano terra della casa, che era a tre piani e, proprio quella notte, avevano deciso di tornare a dormire nei propri letti ritenendo finito il pericolo dei bombardamenti. Dopo poco che si erano coricati, verso le undici, una cannonata tedesca, sparata da un cannone piazzato nella galleria ferroviaria del Piaggione, a Ponte a Moriano, colpì la loro casa e spazzò via i piani superiori.
Le tre donne morirono quasi subito, soffocate dalle macerie e lo zio si salvò protetto da una trave, ma non poteva urlare perché aveva la bocca piena di calcinacci. Quando arrivarono i pompieri, non riuscì a dare segni di vita e i pompieri se n’andarono.
Tornarono all’alba del mattino seguente e in quel momento lo zio Ghigo riuscì a muovere una gamba e a dare segni di vita.
Non era la prima volta che vedevo mia madre di fronte alle tragedie, ma questa era senz’altro la più grave. Non vacillò un istante. Non pianse. Parlava col fratello Ghigo come se lui riuscisse a capire.
Lo baciava. Lo rassicurava. ‘Ora fammi provare se muovi bene le gambe e le braccia’. Gli fece una visita come può fare un medico. Gli pigiava sul torace, lungo le costole davanti e dietro. Gli prese il polso e contò i battiti del cuore; poi disse: ‘Non ci hai fratture né colpiture, te la sei scampata e ora curati perché abbiamo tutti bisogno di te’. Poi aggiunse: ‘Ora ti vado a cercare un bel vestito perché vogliamo andare a salutare la tu’ gente e ti devi vestire bene perché Penelope ti ha sempre mandato vestito bene’.
I corpi senza vita della ‘su’ gente’: la moglie, la figlia e la nipote, erano stati composti dai pompieri, il meglio possibile, nella stanza che era stata, fino al giorno prima, il salotto della casa e che ora aveva la finestra e la porta come scoppiate.
Nessuno di noi riuscì a dire una parola e, dopo un lungo silenzio, mia madre guidò la preghiera per i defunti, poi andò a cercare il capo dei pompieri e gli chiese di accompagnare lo zio Ghigo e lei all’ospedale per una visita di controllo.
Quel cannone sparò ancora alcuni colpi all’impazzata; uno di questi colpì il Duomo di S. Martino e sfondò il tetto proprio sopra la cappella del Volto Santo e fece alcune vittime fra le quali due mie ex Insegnanti: la Prof. Calonaci, di francese e la Prof. Zagari, di musica.”.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli episodi narrati in questo libro, oltre la prodigiosa memoria che li ha preservati, ed è la Fede, con la ferma certezza che ogni cosa che accade sulla Terra, buona o cattiva, contiene sempre le risposte che Dio dà a ciascuno di noi.

Non è un caso, perciò, che l’ultimo racconto, “La Messa di Mezzanotte del Natale 1944”, ci riporti alla celebrazione del Natale di quell’anno per svelarci che, se l’autore è riuscito a superare gli aspri eventi della guerra, ciò è dovuto in gran parte alla sua fiducia in Dio e alla sua voglia di vivere in un mondo contraddistinto dalla bontà e dalla generosità dell’uomo: “E venne, finalmente, Il Bambinello in mezzo a noi. Venne puntuale, alla Messa di mezzanotte, a condividere le nostre miserie.
Venne, anche se sapeva di non poter essere accolto dal festoso doppio di campane sequestrate dai tedeschi.
Venne, anche se le nostre poche candele erano finte, non di cera, ma di legno tinto di bianco ed emettevano luce fioca prodotta da aggeggi che io avevo realizzato alla meglio ed erano alimentate dal petrolio fornitoci dall’esercito americano appostato in prima linea.
Venne, anche se le panche erano andate in mille pezzi, se il tetto della chiesa era stato scoperchiato e l’organo secolare azzittito dalle cannonate tedesche.
Venne, anche se il nevischio cadeva su tutti noi e nessuno osava aprire l’ombrello per rispetto al luogo sacro, nella consapevolezza di trovarsi al cospetto di Dio fattosi Bambino e infreddolito come noi.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart