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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Vincenzo Pardini e la guerra nei suoi libri

26 Giugno 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Ci sono romanzieri che nel raccontare una loro storia, magari perfino di fantasia, incontrano la guerra e ne narrano i fatti quali veramente accaddero. Lo scrittore e giornalista lucchese Vincenzo Pardini è uno di questi.
Leggeremo insieme qualche brano tratto dalle sue opere, esaminate in ordine di edizione, e constateremo così quanto le contraddizioni e le atrocità di una guerra possano essere efficacemente rese in una storia che, anche quando sia suggerita dalla fantasia, resta solidamente ancorata alla realtà del suo tempo.
Vedremo, altresì, quanto i brani riportati, abbiamo valori letterari e storiografici insieme.

Ne “La mappa delle asce”, del 1990, troviamo il racconto: “Il capitano Raffo Ghilanti”, che è un reduce della Prima guerra mondiale, rimasto invalido. Si legge: “A Raffo mancava una gamba intera: camminava poggiandosi a una gruccia incastrata tra ascella e costato.
Quella mattina da uscio in uscio: «Raffo è partito col fucile!».
Lo seppero guardacaccia, carabinieri e anche il sindaco. Ma fecero finta di nulla: Raffo Ghilanti era stato promosso sul campo di battaglia col grado di capitano, per un’impresa lunga e complicata a spiegare, nei giorni di un’immane guerra: e fu «un eroe».
Ma c’era chi diceva d’averlo sentito urlare: «Accidenti alla guerra e agli eroi!». Lo gridava di notte, luce sfavillante nelle camere del maniero; e furibondo percorreva le stanze; la gruccia, sui pavimenti, rintoccava rintoccava.
Aveva imboccato il sentiero terroso. Parlava rapido, secco, scandiva nomi. Come passasse in rassegna un esercito.
Poggiando la gruccia, balzello anticipato da una scossa della spalla, allungava il passo della gamba buona.
Sudava: rivoli gli scivolavano da sotto le falde del cappello viola a larghe tese buttato sulle ventitré.
Gli occhi neri, profondi e incavati, lampeggiavano cupi al di là degli zigomi sporgenti come ossi spolpati. Le basette bianche, baffetti a moschina brizzolati, camicia porpora, cravatta nera, scarpa di vernice marrone, gli conferivano un’aria difficile a dirsi.”; “La gruccia slittava; Raffo barcollava; il fucile, un abbaglio, luccicava.
In certi meriggi di sole, la polvere pulviscolo contro le finestre, carezzava le canne di quel vecchio arnese; contava i battiti, perdendone il conto, degli orologi a pendolo; sfogliava incunaboli; allungava l’orecchio ai rumori della campagna.
Giorni, le urla dei condannati al plotone d’esecuzione, non gli davano requie. Stringeva i pugni conficcando le unghie nei palmi.
«La guerra no! La guerra no!», bisbigliava sudando. Metteva la testa nelle mani: un uomo magro, flagellato, s’arrampicava tra soldati e folla pei viottoli sassosi, taglienti; deflagrazioni gli echeggiavano vicino, polvere avvolgeva tutto. Lui, barcollante come un mutilato, arrancava arrancava.”.

Sono le conseguenze traumatiche della guerra, che segnano un reduce, per di più menomato gravemente, per sempre. Difficile liberarsi del ricordo.

Anche “La congiura delle ombre”, del 1992, composto da due racconti lunghi, ci manda segnali inquietanti. Nel primo, che dà il titolo alla raccolta, assistiamo all’interrogatorio del protagonista Tana: “Da dietro la lucerna, un volto sfocato e deforme, lo inquisiva adesso feroce. Poi fece un movimento e il prigioniero non vide altro; ebbe in faccia e negli occhi l’abbaglio d’una luce. «Cosa facevi da queste parti?», gli domandò alfine l’uomo. Tana seduto e accecato, contò quanto sapeva e aveva visto negli ultimi giorni. Alle sue spalle avvenne un incomprensibile mormorio. Mentre quello dietro il tavolo, imprimendo rabbia alle parole «Vuoi dunque dare a bere di non sapere di chi fucila e deporta e dei rivoluzionari che sono sui monti?». Accostandogli il fascio alle pupille, in una vociata che pareva ruggito, più che mai imperativo aggiunse: «Chiudete la porta!»; “Preso dalla paura, tagliò lungo un sentiero a mezza costa, tra i mirtilli. Vicino echeggiò un’esplosione; lontana, una raffica. Tana salì su un albero: da lassù scorse la cima dei contrafforti coi cannoni e i soldati. Un sibilo traversò l’aria; uno schianto fece tremare la terra e gli alberi. Risceso, si nascose nel folto d’un bosco, dove dall’inclinazione del sole, riconobbe l’ora dell’Ave Maria e ricordò che sua madre voleva si facesse il segno della croce. Poi marciò a lungo e senza meta l’intera notte. Verso l’alba, dietro un colle, trovò un casolare: nell’aia, su un sasso a fumare la pipa, sedeva un vecchietto con una barba che sembrava piume di gallina. Alzatosi, il vecchietto gli andò incontro dicendo: «È finita. È finita, bel mi’ giovanotto». «Cosa?», disse Tana. «La vita. Ho più di cent’anni e i tarocchi fanno cilecca, capisci?». «Ma la guerra è passata da qui?», gli chiese Tana. «Ehi!, tu pensi alla guerra e non sai che oggi è qui, domani là. Lascia perdere. Di’, piuttosto, da dove arrivi?». «Dalle montagne». «Sei un guerrigliero!», esclamò il vecchietto strabuzzando gli occhi e scialinguando sul bocchino della pipa. «Sì, ma i miei…». «Non ci badare. Oggi a loro e domani a te. Vieni dentro, avrai fame»; “A casa, Tana trovò tutto come aveva lasciato. Solamente in lui erano avvenuti dei mutamenti. Si sentiva fatto di disperazione e di morte. Il passato lo assillava notte e giorno con rimpianti, vergogne e rimorsi. Il paese stava per ripigliarsi. La sera, vecchi e giovani, si ritrovavano nelle osterie, nelle piazze dove i superstiti dei campi di concentramento e di sterminio contavano le loro. Per dimenticare e far dimenticare i giorni del disastro e del massacro.”.

Il secondo ha il titolo “La moglie del monco”: “Quell’anno ad andare in guerra furono molti. Tanto che nella piccola stazione al treno locale se n’era sostituito un altro: lungo e verde. Nei pressi dei vagoni, i carabinieri, vagliavano le cartoline della «chiamata». (…) Le reclute camminarono tre giorni e tre notti. Nel vagone di Arduino quasi mai si scambiarono parole. Ammutoliti stavano uno accanto all’altro. All’alba del quarto giorno il treno fermò in una stazione grande e deserta. Salirono su, in lucide divise, gli ufficiali. Uno di essi, la sua voce echeggiava da vagone a vagone, parlò e disse: – Si va alla guerra. La guerra, nei secoli ha nobilitato l’uomo. Le civiltà sorgono dalla guerra, e divengono grandi, le civiltà, quanto più terribili sono state le guerre -. In quel silenzio di     volti e di sguardi, col treno che aveva ripreso a traversare le stoppie, le sue parole parevano di uno che delira. Ancor più quando concluse: – Il nemico non è un uomo. È un bersaglio. Uccidere è una conquista. Perché più sono i morti e più grande è la vittoria -. Poi l’aria cominciò a divenire color cenere e da contro degli altipiani salirono funghi di polvere. In un paese diroccato e cosparso di macerie la tradotta si fermò. Gli uomini, scesi, vennero fatti marciare fino nel cortile di una caserma. Qui un capitano urlava non si capiva bene contro chi. Aveva l’accento straniero.”.

Qui è descritta una situazione che chissà quante volte un soldato si è trovato costretto ad affrontare: “Oltrepassata una barriera spinata Arduino venne avvolto da un fumo asfissiante; tra il fumo, dentro dei buchi scorse degli uomini con gli elmi. Qui nessuno dava ordini. Quasi gli ufficiali fossero fuggiti. Lui non seppe cosa fare. Se non buttarsi per terra. S’avvide allora che alcuni soldati delle buche, benché avessero i fucili imbracciati, erano morti. Schiacciato al suolo sentiva dei fischi sopra le teste, fischi che laceravano l’aria e parevano annientarla. Nelle buche altri soldati, ancora una volta col fucile spianato, erano rimasti immobili. Finché da una di quelle (ora Arduino confondeva i vivi coi cadaveri) sentì dirsi: – Ehi, recluta! Buttane uno fuori e vai al suo posto -. A dire questo era stato un piccolo, magro soldato col volto da bambino. Poi la terra parve sollevarsi. Sibili e sibili strappavano la memoria e l’anima. Arduino aveva afferrato uno di quei morti (era caldo ed ebbe l’impressione che fosse vivo) e lo buttò fuori. Calò nella buca dove stagnava un tiepido odore. «Già», pensò nel concitato ribrezzo del momento, «prima di raffreddarsi, ai morti viene la febbre!». In uno di quei lucidi istanti che solo nelle avversità acquistano luce, la memoria gli portò Rosa: gli parve di vederla aggirarsi attorno casa, forse nell’orto. Ma s’alzò un polverume nero intercalato da «All’assalto, all’assalto». La buca pigliò a tremare, l’aria a farsi livida e digrignata. La terra era un rullio. I soldati, anche i morti, avanzavano contro un’immane, tuonante sagoma. Ad Arduino pareva d’essere solo e aveva la mente vuota, molto vuota. La terra prese a mancargli sotto i piedi e sprofondò sopra dei morti (oppure dei vivi?). Dei cingoli e un ventre di ferro stavano passando sulle loro teste. Ed ebbe addosso della terra, tanta terra. Tutto crollava e lui stava spostando o reggendo qualcosa che lo schiacciava e che gli affogava la vista e la memoria. Poi rivide, livido e rotto, il cielo. I morti che parevano alzarsi da sotto la terra, nel fondo delle buche. Gli sembrò che l’anima fosse uscita da lui e gridasse.”.

Vi è magistralmente resa la condizione psicologica, assai turbata e drammatica, del soldato.

Un’altra situazione, questa volta ricorrente e quieta, è questa: “Al comando d’un capitano dai capelli bianchi ma dal volto giovane e pensoso, i soldati partirono su dei camion in vie larghe e polverose, dove perfino i pali della luce erano caduti. Vie ripide e strette sfociavano in una scabra, torrida vallata. Qui i mezzi fermarono. Da dietro delle sterpaglie, sbucarono nuovi ufficiali. Contro il sole le loro uniformi e i loro elmi parevano lumeggiare. Al seguito degli ufficiali i soldati presero a scendere le vie d’una montagna a tratti arsa, a tratti verdissima e profumata. Nel verde pascolavano cervi e vacche bianche, indifferenti al passaggio dell’esercito. Dopo saliscendi, tra coni di pietra e di muschio, il paesaggio cominciò a mutare. Raggirato un dosso, in un circo di rocce e abeti, semicoperti di frasche, comparvero i carrarmati, i cannoni e l’accampamento. Militari, dalle divise lacere e volti cupi, stavano attorno alle trune pulendo i fucili, preparando casse di munizioni; altri, in contenitori di ferro, accumulavano palle di cannone.”.

Da notare l’inciso che riguarda la natura che sta intorno agli uomini in guerra, distaccata e indifferente, come segno di spregio verso l’uomo e un monito.

Qui è descritto uno dei tanti appuntamenti, che la guerra ci riserva, sempre a sorpresa, con la morte: “In breve i soldati furono in fila e in breve, ricevettero dagli armieri uno zaino di munizioni e bombe a mano. Ma echeggiò un boato, cui seguirono delle grida: gli ordini di correre ai posti di battaglia. Aerei lasciavano cadere siluri che sollevavano vampate rosse e viola. Scheggiavano le rocce. Scavavano voragini nella terra. Il cielo, dianzi limpido, s’ispessiva di nubi. Dopodiché dal cielo ci fu un barrito infernale: spuntavano nuovi aerei. Cominciava una delle battaglie più cruente di quella guerra. Il suolo scuoteva, l’aria rimuginava, i cannoni buttavano fumo e fiamme. Dai dirupi, in funicolare, arrivavano i feriti. L’odore era il solito: di sangue e di merda. (…) Arduino e compagni erano adesso tra alberi mozzati, soldati morti, camion distrutti, muli squartati. In quel fango e in quei residui di visceri si misero a terra, ma non sapevano contro chi sparare. Da ogni dove sbucavano divise di un diverso colore: uomini, da quanto potevano vedere, dai volti pallidi, che si muovevano con agilità. Arduino aveva appena scorto questo, quando avvenne uno spostamento di terreno e lui, d’istinto, s’alzò per andare loro addosso. Ma lo prese un bollore; poi un gran freddo. E pensò perché i soldati morti non tornavano a camminare, a sparare.”.

Qui incontriamo i segni di un cinismo degradante alimentato dalla guerra e dalle sue terribili abitudini e assuefazioni: “Quando Arduino rinvenne, avvertì un dolore atroce. Dal letto fissava il soffitto della tenda: era quanto gli restava della vita. In quello, alto e torvo, venne un camice bianco: il colonnello medico che, accompagnato da due crocerossine, lo guardava come chi beffeggi l’altrui sorte. In un sorriso d’inferno gli disse: – Un braccio se n’è andato, ma poteva andare peggio -. Le due infermiere forse contente di quanto il colonnello diceva, sorridevano. O così sembrò ad Arduino.”.

In “Rasoio di guerra”, del 1995, troviamo il racconto “L’Aviatore”, dove si descrive il caso di un aereo precipitato e il soccorso portato all’aviatore superstite dalla popolazione: “L’aviazione “alleata”, per annientare l’esercito invasore, ne bombardava le postazioni e gli avamposti, le salmerie e i carriaggi. Tra sibili e deflagrazioni, in un’aria di cenere oltre il cui velame sole e luna diventavano luci lontane, le lande e i declivi della nostra storia erano ormai terra bruciata.

Finché un mattino l’aria schiarì, come dopo una tempesta, e negli sbancamenti degli altipiani fu avvistato il rottame d’un cacciabombardiere. I vecchi, le donne e i ragazzi (gli uomini erano o al fronte o a combattere in montagna), avvicinatisi ai resti carbonizzati, ne estrassero, mezzo ustionato, un morto. Adagiatolo in barella lo portarono comunque all’infermeria del paese. La sua condizione si mostrava disperata. Ma chi lo dava spacciato come un numero da lotteria dov’è ricredersi: d’improvviso l’aviatore aveva preso a mangiare come un lupo e come un lupo a guardarsi intorno; anche se, invece di parlare gesticolava e grugniva, tanto che il volto gli buttava fuoco e lo sguardo tempesta, dicevano.”.

Anche “Il postale”, del 2012, è ricco di riferimenti alla guerra (Prima guerra mondiale): “il generale Luigi Cadorna, nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito, stava muovendo le truppe per sferrare l’attacco agli austro-ungarici, mirato alla conquista dell’Isonzo. La guerra era cominciata”.

Troviamo questa bella descrizione di uno scontro aereo, che vede protagonista il famoso Francesco Baracca: “Le cannonate parvero sconquassare terra e aria; alle esplosioni e gli echi si unì un sibilo forte e costante. Poi, d’improvviso, cessarono lasciando posto a un silenzio insolito, dove ogni rumore e voce e cinguettio d’uccello sembravano finiti per sempre. Il valligiano gli offrì ospitalità; tanto per quel giorno, vista la battaglia, non sarebbero potuti andare sulla linea del fronte. Ricoverato Balio nella stalla, potevano riposare al piano soprastante. Liberio stava per staccare il cavallo, quando dal cielo provenne uno strano ronzare: due apparecchi, che a casa sua aveva visto qualche volta in alto come i falchi, usciti dalla polvere degli altipiani, sembravano rincorrersi come per gioco. Uno fece una picchiata; l’altro cercò di seguirlo, ma una virata lo spiazzò. ‘Quello che ha deviato è Francesco Baracca. Già l’altro giorno ha abbattuto un velivolo nemico’, proruppe il valligiano a Liberio.

Tutti, anche i bambini, stavano a testa in su, verso il cielo limpido ma traversato, a momenti, come dal fumo di un incendio nascosto tra le montagne. Fu in mezzo a queste bande di fumo, che i due aerei parvero affiancarsi, finché quello di Baracca, che si riconosceva dalla carlinga scura, si librò in alto. Poi s’allontanarono, come lo scontro fosse finito. Sennonché, virato, ricominciarono a venirsi incontro; quello austriaco prese quota: giunsero degli scoppi. Con una cabrata, Baracca lo affiancò; di nuovo esplosero gli scoppi e volarono in coppia per un lungo tratto, poi l’altro emise una scia di fumo nero e cominciò a precipitare verso il rilievo, che Liberio e gli altri avevano di fronte. L’aeroplano di Baracca, abbassatosi fino a sfiorare gli alberi, disparve come l’altro. ‘Sono entrambi in avaria’, mormorò il valligiano”. Assistiamo anche all’incontro dei due con Baracca, “piuttosto piccolo e di complessione leggera.”. Qui la descrizione di Cadorna e di Vittorio Emanuele III: “In una sala, dalle finestre schermate di tende nere, al fioco chiarore di lucerne posate sopra dei treppiedi, degli ufficiali in armi fecero cenno a Baracca e Liberio di entrare. Traversato un andito, furono in una stanza con al centro una scrivania, dove era seduto un uomo dalla faccia pallida, i baffi neri, lo sguardo burbero e diffidente. Liberio riconobbe Cadorna. Su una poltrona, vicina al caminetto acceso, stava seduto un uomo piccolo, dalle gambe corte e la faccia malrasata che fumava un Toscano. Riconobbe anche quello: Vittorio Emanuele III, il re. Ebbe un brivido. Non avrebbe mai creduto a un simile incontro. Nel silenzio, il crepitare del camino, accomunava gli uomini pensò.”; “Vittorio Emanuele aveva gli occhi cisposi e piccole croste tra la barba. Baracca lo salutò con un movimento di ciglia.”.

Ecco il momento in cui Liberio e Antea, ossia un padre e una madre, incontrano il figlio, vittima della guerra: “Da non capiva dove, provennero lamenti come di chi rantola e rumori di passi e movimenti. Infine, tra le ombre delle tende, si profilò una sagoma che avanzava poggiata alle stampelle. Non ebbe dubbi, era Amilcare. Accompagnato da due soldati avanzava a saltelli, una gamba sospesa da terra, avvolta nelle bende dal ginocchio in giù. La Luna lo illuminò, e Liberio gli vide il volto magro e barbuto. Sentì prendersi dalla commozione; gli andò incontro per abbracciarlo, ma quando furono di fronte desistette. Amilcare abbassò la testa, quasi non volesse vederlo. Un soldato allungando uno zaino a Liberio, enunciò:

“Gli effetti personali del bersagliere Amilcare Fraterni”. Liberio lo prese e si voltò per metterlo sulla diligenza, al cui portello era affacciata Altea che, voce rotta dall’emozione, mormorava: “Oh, il mio Amilcare, vieni, sali!”. Lui taceva continuando a guardare basso. Poi, avvicinatosi alla diligenza vi entrò, aiutandosi con le braccia.”.

Passiamo ora a “Grande secolo d’oro e di dolore”, uscito nel 2017.

Siamo ai primi passi del Fascismo: “La vita del paese aveva subito un cambiamento. In giovani e anziani era subentrata una forma di eccitazione, e molti vedevano Mussolini come amico o fratello, a cui si doveva devozione. Chi dissentiva era guardato con diffidenza e spregio. Tutti per uno, uno per tutti. Durante la monarchia, nessuno o quasi parlava del re, dei suoi meriti o demeriti. Adesso, invece, altro non si parlava che della guerra vinta in Etiopia, e di un condottiero degno dell’antica Roma: il duce Benito Mussolini, infallibile in politica come il papa nella religione. Uomini dei paesi vicini, fino a qualche tempo fa insignificanti, erano d’improvviso assurti a soggetti di rispetto. Nei giorni di festa, portavano la camicia nera, il fez e il distintivo del fascio sul petto. Entrati in un locale pubblico, i presenti dovevano alzarsi in piedi; chi si rifiutava, veniva malmenato.”.

Scoppia la Seconda guerra mondiale e dopo l’8 settembre 1943 l’Italia è in preda alla guerra civile, e numerosi sono i rastrellamenti ad opera dei nazifascisti: “Altri tredici prigionieri li portarono a Bagni di Lucca. Fra questi, uno riuscì a squagliarsela, buttandosi al bosco. Lei e Basilio gli davano spesso da mangiare e lui, un giorno, gli raccontò come fosse riuscito a evadere. Era un giovane di statura piccola, gli occhi grandi e blu. Chiuso dentro un reticolo sorvegliato dalle sentinelle, una notte di luna piena, al di là della rete, scorse una rosa selvatica. Pensò di coglierla per la fidanzata. Senza nemmeno guardare dove fosse la sentinella, steso sul dorso cominciò a insinuarsi sotto la rete. Uscitone a metà, ebbe davanti la faccia gli anfibi di un soldato. Chiusi gli occhi, gli parve sentire il mitra puntato alla nuca. Invece gli anfibi s’erano allontanati. Allora, colta la rosa, si allontanò lungo la riva del torrente e, in breve, raggiunse la boscaglia.

La mattina, davanti al camposanto di Chifenti, i nazisti fucilarono un altro prigioniero. Poi arrestarono i familiari del soldato che aveva raccolto la rosa: una giovane madre con un figlio di tredici anni. Visto che non rivelavano dove si trovasse il loro congiunto, i nazisti minacciavano di giustiziarli. La donna disse di non comprendere le loro domande. Allora il comandante convocò una strana donna, chiamata Monachina, una interprete, la quale riuscì a far capire ai tedeschi che la donna e il ragazzino erano, davvero, in buona fede, e nulla sapevano del loro familiare. Alle Foci di Gello, durante una perlustrazione, un drappello di nazisti incrociò due giovanotti, che scambiarono per partigiani. A nulla valsero le loro rimostranze. Fucilati, li nascosero sotto del fogliame. Sette soldati delle SS, tornando da Borgo a Mozzano a Gallicano, spararono sui passanti, uccidendone undici.”.

Si ricorda il sacrificio del “Gruppo Valanga”: “Alle pendici delle Alpi Apuane, nei pressi dell’Alpe di Sant’Antonio, in un conflitto tra partigiani e nazisti era morto un maresciallo tedesco. In Garfagnana, già frontiera della Linea gotica e da tempo sottoposta ad angherie naziste, la situazione peggiorò. I partigiani del Gruppo Valanga, comandato da Leandro Puccetti, non poterono che stare ancor più all’erta. La tensione dello scontro era nell’aria. Infatti alle tre di notte del 29 agosto 1944 nazisti e partigiani entrarono in combattimento. Sebbene soltanto in settanta contro un forte avamposto, i partigiani riuscirono a infliggere al nemico notevoli perdite, costringendolo ad arretrare. Leandro, ferito a morte, dopo quattro giorni di agonia, spirerà all’ospedale di Castelnuovo Garfagnana. E si tornò a temere che i tedeschi si spingessero nei paesi soprastanti, a compiere vendette contro la popolazione inerme.”.

Qui si ricorda la feroce battaglia di Sommocolonia, nei pressi di Barga: “All’indomani si seppe che, per sette ore, tedeschi e partigiani s’erano scontrati nel paese di Sommocolonia. Una battaglia forsennata, combattuta tra le case e nelle case, con caduti civili, incluse donne e bambini. Ma non si sapeva chi fosse il vincitore, visto che i tedeschi continuavano a mantenere le postazioni di Barga, Fornaci di Barga e proseguivano nelle razzie, affidando il trasporto del bottino a civili rastrellati e ai muli; una volta abbandonata una località, disseminavano sul terreno mine antiuomo. Molti i caduti in quei versanti. Si raccontava di camion interi coi cassoni pieni di morti accatastati. Insieme agli americani e agli inglesi di pelle bianca, c’erano individui di pelle scura: negri e indiani, sempre in prima linea, ma che spesso arretravano, lasciando ai partigiani il compito di contrastare i nazisti. Tra questi, dopo il Gruppo Valanga, s’era distinto il Battaglione Autonomo Patrioti Pippo, coraggioso e disciplinato alla stregua di un reparto militare.”.

La pace, tanto attesa, è però lenta a venire: “Per avere la certezza che la guerra fosse finita, avrebbero dovuto andarsene anche gli americani. Ma in Alta Garfagnana, pareva si trovassero ancora i tedeschi. Gli sfollati, esigenti e affamati, chiedevano mangiare spesso senza ritegno. Un mulo degli americani, che trasportava vettovaglie a quelli sull’Alpe, su un tornante della mulattiera precipitò, spezzandosi la schiena. Liberato dal carico e dai finimenti, in un baleno gli sfollati lo finirono, squartandolo e abbrustolendolo su dei bracieri improvvisati lungo la strada.”.

Come abbiamo potuto constatare, anche se non ha fatto la guerra, Pardini la conosce bene e che cosa ne pensa ce lo fa capire con le parole che mette in bocca, ne “Il postale”, al parroco di Liberio: “Quando la storia si crogiola nella violenza e nel sangue ho imparato a non avere dubbi: è opera di Satana. Non saprei darmi altre spiegazioni. Nessuno quanto lui sa prendere possesso dell’umanità innestando nei cuori i germi dell’odio e della ribellione verso Dio padre. Allora si scatena l’inferno nel vero senso della parola. Ciò che è sotterraneo affiora e travolge ogni cosa. Non resta che pregare, innanzitutto per coloro che, del delitto e del sacrilegio hanno fatto una ragione di vita, affinché si ravvedano.”.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart