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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Renzo Pellegrini: “Strage al lager di Hindenburg”

24 Maggio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Pellegrini, nato a Castelnuovo Garfagnana nel 1921, insegnante elementare e giornalista, scrisse il libro dopo essere ritornato a visitare il lager della sua prigionia come Internato Militare Italiano. Il suo, dunque, è un racconto della memoria e una manifestazione di volontà affinché non si dimentichi.

Il libro è avviato da un breve saggio storico di Andrea Giannasi che dà un lucido quadro delle condizioni di vita sopportate dai nostri soldati prigionieri nei lager: “Molti i casi di fucilazioni o torture o esecuzioni sommarie di coloro che rappresentavano con maggior vigore la scelta di non collaborare.”. Vi si fa notare che anche quando arrivarono i sovietici a liberare i lager, i soldati italiani non riebbero la libertà, ma furono “addetti alla rimozione delle macerie o alla ricostruzione di strade. Ovviamente le condizioni alimentari mutarono, ma, seppur ben tenuti, si trovarono nuovamente prigionieri. Poterono tornare in Italia solamente tra l’autunno del 1945 e l’inverno del 1946.”. Più avanti troveremo, scritto da Pellegrini: “I sovietici avevano deciso – anche loro! – di utilizzare mano d’opera italiana nell’escavazione di trincee anticarro.”.

L’avvio del racconto precisa che si tratta di un ritorno al luogo della prigionia che ora ha un altro nome, non più Hindenburg, ma Zabrze, uno dei 45 sottocampi di Auschwitz “diventato un itinerario turistico”. La prima impressione che lo colpisce è quella specie di mascheramento che segue all’interesse di una speculazione economica. La mente dovrà fare uno sforzo per rammemorare: “Non ci sono più le reti metalliche che separavano i lotti dei prigionieri sovietici, vaganti come mossi da un ‘movie’ rallentato. Allampanati, le mani rattrappite alle maglie delle reti, attratti dai nuovi arrivati. Noi, allineati per cinque, in attesa dell’ispezione personale.”; “Un sospetto atroce ha accompagnato la mia visita all’’Auschwitz-Museum’: che il concentrato di aberrazione, catalogato, didascalico, sottovetro, rischi di trascendere l’immaginazione del visitatore per natura disponibile a respingere il mostruoso; che il tutto possa assumere l’aspetto di un ‘horror’, un ‘kitsch’, buoni per le forti sensazioni che alimentano il turismo, il mercato.

Il pudore dell’olocausto non è là.”.

Al tempo della prigionia, Pellegrini fa l’escavatore in una miniera di carbone e fu classificato internato militare italiano il 5 ottobre 1944, che: “ci rese del tutto indifesi, ancorché avesse mai avuto un significato la Convenzione di Ginevra del 1929.”.

Quando nel gennaio 1945 le truppe sovietiche stavano avanzando pericolosamente: “Coi civili, donne, ragazzi in prevalenza, fummo obbligati a scavare solchi, vasti e profondi, per ostacolare i carri armati sovietici.”. Ma non servirono a niente: “I bombardamenti in città annunciavano l’Armata Rossa vicina.”.

L’autore ci descrive gli ultimi giorni di quella prigionia, resa ancora più drammatica dal freddo intenso e dalla neve. I prigionieri erano tenuti sotto controllo dai “soldati in divisa bianca, con le batterie dei cannoni. Non tolleravano le nostre apparizioni fuori delle baracche.”.

Racconta di quando ridiscese in miniera con l’amico Danilo e altri “due chimici” per “sottrarsi alla deportazione tedesca nelle retrovie e allo scontro in città degli eserciti.”. Giunti in profondità: “Non c’erano la fila delle fiammelle ondulanti dei minatori, l’eco nelle gallerie dei passi strascicati sul tavolato, il fracasso del trenino coi carrelli in andirivieni, gli ordini degli ‘Staiger’, le bestemmie dei polacchi.”; “Dentro la guardiola del custode dell’ascensore c’era la luce elettrica. Una lampada era accesa e funzionava il telefono. Poco distanti trovammo le stalle dei cavalli ciechi: privati della vista erano utilizzati per il traino dei carrelli.”; “Nella notte fummo raggiunti da altri compagni.”.

Trovano l’altra uscita della miniera che li porta nell’area conquistata dai sovietici, e si fanno riconoscere: “I camminamenti sotterranei ci avevano fatto oltrepassare la linea del fuoco.”; scorsero “dappertutto cadaveri dei due eserciti, cavalli a gambe rialzate, carri armati bloccati.”; più avanti troveremo: “I cadaveri restarono nelle strade parecchi giorni. A sparire presto dalla neve arrossata furono i cavalli, smembrati dalla popolazione affamata.”. Altro atroce spettacolo gli si presenta quando i sovietici li sistemano in “una casa, forse una sede politica, forse un ritrovo pubblico, con un salone vastissimo: per terra, su delle panche, sui tavoli, tanti tedeschi ammazzati.”.

Torna nella galleria con l’amico Danilo e sale sull’ascensore per avvisare gli italiani che dalla galleria si può sfociare nell’area liberata, spinti dall’ “irrazionale bisogno di comunicare a tutti che i russi erano in città. Spuntammo fuori di notte.”, ma solo uno “dei duecento e passa italiani del rifugio”, pur “ferito a una gamba”, risponde all’appello. “Raggiungemmo l’Hermannschacht e ci trovammo davanti alla cruda, dolorosa realtà di tanti compagni ammazzati.”. Furono sei e in calce ne riporta i nomi. È la strage di cui al titolo.

I ricordi accompagnano continuamente la visita del lager. Basta poco per recuperarli dalla memoria: “Senza i ricordi non siamo nulla; l’amnesia cancella una vita.”.

Il suo intento è scoprire dove siano stati sepolti quei sei compagni.

Il parroco a cui si rivolge, Ginter Krol, è tedesco e gli dice di non saperne niente, ma una donna, Gabriela Wideva, “oltre il quintale”, gli rammenta che la sua “ricerca non avrà da lui un aiuto.”. Lei era bambina quando si compì la tragedia e ha visto dove furono sepolti. Proprio lì nel cimitero di quella chiesa, dove si trovano tumulati anche soldati tedeschi e sovietici. È insieme con i sovietici che sono stati sepolti, in una fossa comune. Gabriela spiega che “La sepoltura fu decisa il 7 febbraio, cioè una diecina di giorni dopo l’occupazione della città. Il freddo, intensissimo, impedì l’immediato disfacimento dei corpi. I cadaveri furono trasferiti sul sagrato della chiesa all’ingresso del cimitero in attesa che il governo della città autorizzasse la sepoltura.”.

Il parroco, più tardi, gli dirà: “Né dalla Germania, né dall’Urss, né dall’Italia, né da altrove è arrivato alla mia parrocchia un segno di attenzione per i poveri corpi che sono qui sepolti.”.

Tutto è cambiato nel vecchio lager. Ora al suo posto c’è un istituto penale. Si è cercato di nascondere le tracce del suo orribile passato. Entrato, ricerca le immagini di quei lontani anni e la mente ritorna a quella cinica strage che causò la morte dei sei italiani: “È qui, dentro le mura di questo carcere moderno, fra queste aiuole curate, questi prati con le siepi, questi alberi giovani, che la rabbiosa follia di un reparto militare sopraffatto, scaricò sugli inermi istupiditi e terrorizzati, l’ultimo conato di furore.”. Cerca di ricostruire la data dell’eccidio: “La strage, dunque, è della notte fra il sabato e domenica, fra il 27 e il 28 gennaio.”. Dal parroco Krol riesce a farsi mostrare finalmente l’elenco degli italiani caduti. Non può fotografare quei fogli, ma ne prende nota; uno di questi è lucchese: “Lucarotti era un alpino della Cunense, classe 1909, originario di Celle, il paese degli antenati di Giacomo Puccini, in provincia di Lucca.”. Il nome di battesimo di Lucarotti era Giuseppe.

Ricorda il momento in cui ebbe fine la sua condizione di prigioniero e di fuggiasco: “A Cracovia ci colsero l’8 e il 9 maggio la resa della Germania ai sovietici e il ‘V-E day’, vittoria in Europa.”; “Giungemmo in Italia a settembre su una tradotta: chi da Vienna, chi da Praga.”.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart