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STORIA: SCRITTORI LUCCHESI: Roberto Andreuccetti: “La signora di Grenoble”

16 Agosto 2019

di Bartolomeo Di Monaco

L’apertura del romanzo conferma la qualità di sensibile e lucido narratore di Andreuccetti, che già abbiamo apprezzato nei suoi romanzi di guerra, che toccano la Prima (“Vittoria amara”) e la Seconda (“L’ombra sulla gora”) guerra mondiale.
Qui siamo negli “anni di fine ottocento”.

“Gli zoccoli dell’asino che percuotevano il terreno aspro e compatto del sentiero erano l’unico rumore, assieme allo stormire delle fronde, che si perdeva fra le forre ed i pendii di un paesaggio che sembrava fuori dal tempo.”.
Lo conduce a Frantoio, “piccola località del paese di Tempagnano.” (siamo nella zona natale dell’autore, Valdottavo), “un giovane aitante di carnagione scura con capelli bruni e folti e con un paio di baffetti ben curati che facevano bella mostra sotto un naso affusolato. Gli occhi erano luminosi, grandi ed espressivi e la corporatura robusta, ma armoniosa.”. Si chiama Francesco, ha venticinque anni, e da poco ha sposato Maria, “una ragazza figlia di poveri contadini” (in realtà, adottata, e non si conoscono i veri genitori). Fa il calzolaio e si sta recando dal suo paese Loppeglia a Frantoio ad abitare coi suoceri, poiché questo è stato il desiderio di Maria. Lungo il cammino è pensieroso, non sapendo se, lavorando in un nuovo paese, riuscirà ad avere una clientela sufficiente a mantenere la nuova famiglia. Ma anche: “Come sarebbe stata la convivenza con gli anziani genitori della ragazza?”.

Questi si chiamano Silverio e Agata, i quali, senza figli, quando ancora erano giovani avevano deciso di adottare un bambino che, divenuto grande, li avrebbe aiutati nel faticoso lavoro dei campi. Dopo varie peripezie riescono però ad avere in adozione una bambina, che ha il nome di Maria Trovatini: “era stata abbandonata alla Ruota degli Esposti di Firenze quando aveva soltanto pochi giorni di vita e le era stata assegnata come presunta data di nascita il 9 di giugno del 1872.”. Restano comunque soddisfatti e l’accudiscono con dedizione e amore: “Maria era dotata di un fascino particolare, dovuto alla sua grazia, ma soprattutto alle maniere educate che la caratterizzavano. Aveva capelli biondi sciolti che cadevano sulle spalle ed arrivavano ad accarezzare il seno, occhi chiari e luminosi che richiamavano la lucentezza del sole, labbra morbide e naso affusolato ed un corpo slanciato con un portamento elegante. A fare da corollario a tutto questo, un sorriso radioso in grado di ammaliare chiunque si fosse soffermato a parlare con lei.”.

La semplicità e rotondità della scrittura, di sicura impronta classica, ed anche i temi che si stanno toccando, ricordano molto da vicino il grande Charles Dickens.

Qui si sta alimentando il fuoco del caminetto in una veglia d’inverno: “Dopo ripetute emissioni d’aria, mediante contrazioni e dilatazioni del torace, che a volte provocavano capogiri, la fiamma tornava nuovamente vigorosa e si gettava in alto ondeggiando, quasi impegnata in una danza; ricadeva poi di colpo e ripartiva di nuovo aggredendo il pezzo di legno che sotto di essa scoppiettava ed emetteva strani lamenti. A volte colonie di formiche uscivano dalla loro tana nel tronco destate dal calore, cercavano una improbabile via di salvezza e finivano invece per cadere sui carboni ardenti.”. Ma non sempre ci si radunava in casa del vicino: “A volte, quando i nuclei famigliari erano particolarmente numerosi, il luogo di ritrovo era la stalla, ambiente a volte più tiepido delle cucine affumicate. C’erano i mucchi di fieno e di paglia che alleviavano il freddo pungente, ma soprattutto c’era l’alito caldo degli animali che infondeva un po’ di tepore.”. Descrizioni così visive ne troveremo tante nel corso della lettura e tutte fanno corona intorno ad una vita che, pur piena di stenti, aveva trovato un modo felice e solidale di superare le difficoltà quotidiane. Tutto si scioglieva e anche si dimenticava, quando la sera ci si trovava intorno al fuoco e si chiacchierava un po’ di tutto, ci si confidava e qualcuno si metteva a raccontare vecchie storie, anche di guerra, o leggende. Non mancavano mai i ragazzi che vi assistevano ammaliati e costruivano a poco a poco la propria identità.

Non era facile guadagnarsi da vivere: “Nelle selve i boscaioli toglievano la corteccia e squadravano i tronchi di castagno abbattuti durante l’inverno.

Lungo la mulattiera altri uomini incitavano i muli impegnati nell’ardua impresa di trascinarli a valle e indirizzavano agli animali parole pesanti ed ingiurie accompagnate da nerbate sulle natiche arrossate dalla frusta e piagate dalle punture di numerosi insetti.”.

È questo l’ambiente in cui si trovano a vivere, una volta sposati, Francesco e Maria.

Francesco si preoccupa del suo lavoro di calzolaio e teme, che venendo da fuori, i paesani di Frantoio lo evitino. Del resto hanno già un calzolaio: “Mentre Maria faticava sotto il sole, Francesco, più fortunato, se ne rimaneva invece nel proprio laboratorio di calzolaio in attesa di clienti, ma in quei giorni torridi di luglio poche persone si facevano vedere perché in parecchi e soprattutto i giovani, approfittavano della bella stagione per camminare scalzi.”; “Francesco, nei frequenti momenti di ozio andava meditando che se le cose fossero continuate così, con pochi clienti e poche commissioni di scarpe nuove, non ci sarebbe stata alternativa ed avrebbe dovuto lasciare l’attività di calzolaio per dedicarsi a quella di contadino.”; “in quel momento la gente del Frantoio si teneva lontana dal suo negozio e lo faceva sentire quasi un estraneo.”; “Nonostante fossero trascorsi oltre quattro mesi dall’inizio dell’attività, i clienti erano ancora scarsi.”. Un buon guadagno lo avrebbe ricavato dal fare un paio di scarpe nuove, anziché dei rattoppi, “ma gli abitanti della zona erano soliti dare quell’incarico al vecchio calzolaio che da anni lavorava alla Polla, frazione distante poche decine di metri dal Frantoio.”. Il nome del vecchio calzolaio è Beppe e ha “quasi ottant’anni.”.

Tra le credenze di quei luoghi ce n’è una particolarmente avvertita e che genera paura: quella dell’esistenza sul Colle di San Graziano di una consorteria di streghi, spiriti malefici che soprattutto di notte girano nei boschi cacciando chi li percorra. Andreuccetti è un abile e coinvolgente raccontatore di leggende e il lettore si troverà di fronte alla triste storia di Gecche che osò sfidarli. Fu trovato morente con il cranio fracassato ed una spalla spezzata. Durante la sua ricerca di notte, in quanto la moglie ne aveva denunciato la scomparsa, Francesco, Maria, ed un amico ubriacone, Arnaldo, avevano incontrato una volpe. Così è ben descritto quel momento: “Francesco indirizzò la lanterna verso quel suono, pensando potesse trattarsi di Gecche. Il giovane si rese ben presto conto di quale fosse stata la causa di quel rumore; uno splendido esemplare di volpe femmina stava trasportando nella tana un suo piccolo dopo averlo saldamente afferrato con i denti.”.

Nei suoi libri, e dunque anche in questo, l’autore è sempre attento a consegnarci squarci delle tradizioni del passato: “Le donne, dopo aver fatto il bucato, con un catino recuperavano il ranno, l’acqua sporca di cenere che fuoriusciva dalla base della conca e dopo avervi immerso uno straccio lo passavano sul pavimento. Dopo quel trattamento le mattonelle riacquistavano una lucentezza temporanea, ma l’odore acro del ranno invadeva la casa e vi rimaneva per ore.”. Per le donne, soprattutto anziane, “La rocca e il fuso erano i compagni fedeli di ogni giornata e nei ritagli di tempo venivano adoperati; in estate durante i momenti di riposo e le chiacchiere sull’aia e nelle ore d’inverno nelle veglie davanti al fuoco.”.

L’autore ha un grande amore e un solido attaccamento al passato, e quando ce ne disegna i temi se ne avverte il sentimento.

Maria, che era rimasta incinta, è vicina a partorire. In quel frangente, non potendo chiedere consiglio all’inesperta mamma adottiva Agata, che non aveva avuto figli, lo chiede a Teresa, la moglie di Arnaldo, e alla vedova di Gecche, ma avrebbe voluto chiederlo anche alla madre vera, e si domandava chi potesse mai essere e perché l’avesse abbandonata: “il pensiero della madre naturale sconosciuta, riaffiorava prepotentemente.”.

Ecco ricordata un’altra tradizione legata alla superstizione, il giorno in cui Maria ha le doglie e sta per partorire: “Agata si preoccupò di chiedere alle ragazze vicine di casa se avessero le ‘loro cose’ perché in quel caso era categorico che dovessero allontanarsi dal capezzale della partoriente.”; la donna “durante il ciclo era considerata un essere di categoria inferiore da tenere a distanza ed anche gli streghi avrebbero potuto approfittare di quei giorni per impadronirsi della sua anima.”. Più avanti, quando ci si accorge che il figlio di Maria stenta a crescere, lo si porta da una fattucchiera che leva il malocchio, Natalina: “Il rito consisteva infatti nel versare delle gocce di olio in un catino contenente acqua e dopo aver recitato alcune preghiere, guardare il comportamento di quelle gocce. Se si riunivano e rimanevano compatte il malocchio era debellato, ma se si spandevano nel catino frazionandosi, voleva dire che qualcosa nel rito non aveva funzionato. Si poteva tornare però sempre a ripeterlo in un momento successivo.”.

La sapevate questa precauzione adottata dai contadini quando percorrono un sentiero ripido in discesa?: “Durante le giornate asciutte e ventose invece, per non scivolare si adottava un semplice accorgimento. Sia gli uomini che le donne orinavano e passavano poi la suola delle calzature su quel liquido, in maniera da renderle meno scivolose e scongiurare così le cadute.”.

Le condizioni economiche di Francesco e Maria si erano complicate con la nascita del figlio Giovanni, sicché Francesco medita di andare in Belgio a lavorare in miniera, ma è Maria a decidere di andare in Francia a fare la balia, cioè ad allattare i figli delle famiglie ricche, attività ben remunerata che, però, poteva impegnarla anche per oltre un anno: “A detta di Berto tante donne tornavano presso la propria famiglia dopo tre anni di lontananza e dopo essere diventate ricche.”. A quel tempo si usava, ed erano molte le donne italiane che sceglievano quella strada. Berto “era un distinto signore” che andava in giro a convincere le persone che avessero bisogno di un buon lavoro ad emigrare.

Non fu facile convincere Francesco: “Per una donna che chiedeva di recarsi all’estero per fare la balia, era necessaria l’approvazione del marito, che doveva recarsi in comune e firmare una dichiarazione di assenso all’espatrio.”.

Andreuccetti ci fornisce anche queste minute informazioni sul passato, contribuendo a costruire nella mente e nella visione del lettore l’epoca in cui questa storia accade.

Il baliato comportava una disciplina dura e totalmente dedicata al bambino e quasi teneva in un isolamento forzato la donna andata a balia, impedendogli di allontanarsi o di avere rapporti con il marito o estranei onde evitare malattie. Avevano cattiva fama presso il popolo, poiché ritenute preda facile di padroni libertini: “Il patema che assillava le donne impegnate nel servizio di balia era comunque il rimorso nei confronti del figlio lasciato a casa”, il quale al suo ritorno non l’avrebbe più riconosciuta come madre, affezionato invece a chi lo aveva allattato per così tanto tempo. La sua mamma adottiva, Agata, arriva a dirle: “Sono convinta che la tua sia una decisione dettata dall’impulso di andare a conoscere il mondo senza pensare ad altro.”. Anche queste considerazioni inducevano Maria a domandarsi chi fosse stata la sua madre naturale, che aveva avuto la forza e il coraggio di abbandonarla alla ruota di un convento di monache.

Ma Francesco e i genitori adottivi cedono e, trovata una giovane balia per Giovanni, Olga, lasciano che Maria, fortemente decisa, si rechi in Francia. Tra le varie famiglie che le vengono sottoposte, sceglie quella del “Conte Frederic Rolland Boulevard de la Bastille n° 10 Grenoble, Francia.”; “Altra prerogativa che doveva avere la candidata all’allattamento, era quella di aver partorito per la prima volta.”.

Quella che segue è una descrizione altamente visiva: “Il treno correva nella notte accompagnato dall’asfissiante graffiare delle ruote sui binari e dal continuo ondeggiare delle carrozze. Il lungo convoglio attraversava viadotti e gallerie, penetrava con il pulsare degli stantuffi e con lo sferragliare degli ingranaggi nelle viscere delle montagne e ne usciva con un sibilo prolungato.”. Maria è sul quel treno e sta attraversando le Alpi.

Sul treno sale la polizia francese per controllare i passaporti. A quel tempo veniva anche richiesta la consistenza del denaro che ci si portava dietro per valutare se il migrante fosse in grado mantenersi e non finire nell’accattonaggio o nella criminalità: “Quegli uomini vollero infine conoscere la consistenza del denaro che la ragazza portava con sé.”. Vollero anche controllare “la carta di espatrio dov’era specificata l’esatta destinazione e il lavoro al quale era destinata.”. Oggi, rispetto all’impeto della migrazione che coinvolge l’Italia e l’Europa, si fa spesso riferimento alla migrazione degli italiani. Ebbene, essi potevano emigrare solo se avessero del denaro a disposizione per affrontare i primi giorni dall’arrivo e un posto di lavoro già determinato al momento della partenza. Oggi, dunque, si sta facendo un po’ di confusione e il paragone con il nostro passato è improponibile.

La narrazione si alterna sempre tra la nuova vita di Maria e la famiglia del marito e dei genitori, così che l’autore ci offre la storia come su due specchi vicini l’uno all’altro e il lettore è messo nella condizione di poter confrontare le situazioni, il loro evolversi e individuarne le differenze.

Maria giunge alla stazione di Grenoble: “La gente era in continuo movimento, chi stava recandosi ai treni e chi era appena sceso da un convoglio, mentre una piccola folla stava facendo ressa davanti alla biglietteria. Alcuni ragazzi che trainavano carretti offrivano la loro mercanzia, bottiglie d’acqua, biscotti e sciroppi di frutta, mentre altri vendevano giornali e gridavano le notizie dell’ultima ora.”.

Andreuccetti si conferma ottimo narratore, ci cui si avverte il respiro ovunque: ancora alla Stazione di Grenoble, dove in una grande piazza stanno le carrozze che attendono i passeggeri: “Le carrozze che arrivavano e che partivano senza sosta con il mulinare delle ruote e con il calpestio degli zoccoli dei cavalli sul terreno arido e terroso, sollevavano nell’aria un nugolo di polvere che penetrava le narici e si fermava sugli abiti e sui volti di quella folla variegata.”. In tutte le descrizioni troviamo sempre dei particolari che ci indicano le qualità di attento osservatore di Andreuccetti.

Eccoci alla villa del conte Rolland, che “era circondata da un grande parco nel quale si ergevano piante di specie diversa ed aiole con fiori di ogni tipo intersecate da vie e viottoli con panchine in legno per la sosta durante le passeggiate.”; il cancello in ferro che dava accesso alla villa era “finemente lavorato con figure di animali e di fiori”; distribuita su tre piani e risalente al “periodo antecedente la rivoluzione”, “Era composta di quasi cento stanze”; “Le numerose sale poste al piano terra, erano adibite al ricevimento degli ospiti.”. Potete immaginare la meraviglia provata da Maria, accolta dal maggiordomo in livrea, Pierre, nel trovarsi davanti a un tale spettacolo di eleganza e di ricchezza.

Scrittura e ambiente ci riportano alle suggestive atmosfere create dalla grande letteratura dell’Ottocento e il richiamo a Stendhal non è fuori luogo.

Compare il conte Frederic Rolland, “una imponente figura di uomo comparve davanti a lei.”: “Al primo impatto le sembrò un uomo affascinate, sicuramente uno degli uomini più belli che avesse mai incontrato. La carnagione bianca del viso, illuminato dalla luce del sole, lo faceva assomigliare ad una statua scolpita nel marmo, gli occhi chiari, gli zigomi alti ed il naso diritto erano incorniciati in un ovale perfetto del viso. Aveva capelli folti e neri e non portava baffi né barba.”. Anche Charlotte Brontë e il suo “Jane Eyre” (1847) vengono in mente.

“La donna era rimasta senza parole davanti alla prorompente bellezza e alla signorilità del conte Rolland; si era anche stupita che quell’uomo parlasse l’italiano”. Lo parla bene, gliel’ho confessa lui stesso, perché è figlio di madre italiana, la contessa d’Alba.

Il lettore pensa subito a Francesco e ai pericoli che sta correndo con una moglie che si trova introdotta in un ambiente capace di avvolgere, lusingare e irretire. L’autore pone già il tema: saprà Maria resistere e rimanere fedele?

Il conte così l’accoglie: “Avevo richiesto una donna robusta e in salute, ma non mi aspettavo di veder arrivare una ragazza graziosa e dallo sguardo ammaliante.”.

Al contrario, in casa di Agata, Silverio e Francesco, si stava vivendo un momento di miseria. Silverio non poteva più aiutare nel lavoro dei campi e così Francesco decide di abbandonare il suo per dare una mano. Pensarono anche di chiedere aiuto a Peppe, il marito zoppo e ubriacone di Olga, la quale continuava ad allattare Giovanni, e in quei momenti Agata si recava a controllare che al figlio di Olga, rimasto solo, non accadesse qualche disgrazia: “Durante le veglie accanto al fuoco si raccontava che in alcuni casi sfortunati, la biscia, dopo essersi avvicinata alla bocca del bimbo per suggere i rigurgiti di latte, aveva infilato la testa fra le sue labbra facendolo morire soffocato.”.

Maria deve allattare una bambina, Adeline, nata da “circa quindici giorni”. Conosce la madre, Charlotte, che parla un italiano stentato: “la donna, che denotava una giovane età aveva i lineamenti del volto delicati, due occhi chiari e luminosi ed una carnagione candida, quasi color latte accentuata dalla luce di una lanterna che la faceva risplendere sotto la sorgente soffusa dei suoi raggi.”. Adeline dorme “in una lussuosa camera da letto ricca di mobili antichi con suppellettili di ceramica, con arazzi sulle pareti e con un letto sovrastato da tendaggi di seta.”.

Il contrasto fra le due situazioni in cui si vengono a trovare il figlio di Maria, Giovanni, nella sua casupola del Frantoio, “dove c’era appena spazio per la culla di vimini”, e Adeline, è stridente e contribuisce a dare l’idea di quanto la sposa di Francesco avvertisse le lusinghe della sua nuova situazione. La governante Sandrine mostra a Maria due grandi stanze e le dice che “erano lo spazio a lei riservato per la notte.”. E questo è il suo corredo, “composto di numerose unità; dagli indumenti intimi, mutandoni di pizzo e sottovesti di flanella, ai vestiti da casa, gonne, grembiuli, pettorali ricamati e camicette di seta e di trine. Ed ancora cuffie e manicotti di un bianco candido.”; questo il suo letto: “il materasso era morbido e le lenzuola di seta vellutata.”.

Il lettore sente salire dalle pagine il forte profumo della seduzione e si aspetta di controllare al più presto se quanto intuisce si avvererà. Andreuccetti è abile, e ci ha mostrato un quadro in cui, in controluce, si vedono le ombre nere del demonio tentatore. Quasi l’atmosfera di un thriller.

Quando è libera dal dare la poppata ad Adeline, qualche volta esce nel grande giardino. Sono i momenti in cui pensa alla sua terra natale: “La donna si sedeva ogni tanto sopra una panchina contemplando i magnifici fiori sparsi nelle aiuole, ma vagava con la mente verso orizzonti lontani.”; “Ripensava alla sua terra aspra e difficile, ai campi di grano, ai verdi declivi, ai prati cosparsi di grandi pagliai ed alle lunghe file di piante di noci e di noccioli che correvano lungo il rio di Tempagnano.”.

Con la forza del suo ricordo riesce a trasferire la sua terra ai confini della sua dimora, come una prosecuzione ancor più incantata di quei leggiadri giardini. Il contrasto tra i due mondi, ne fa sorgere uno nuovo dove amore e appagamento della bellezza e dei sensi si congiungono. Maria è il punto di unione che riesce a fecondare questa nuova nascita. Il giardino di Grenoble si è arricchito dei colori e delle passioni di un piccolo paese della valle del Serchio.

L’autore annota: “Il conte Frederic Rolland si fermava spesso a parlare con Maria durante le sue pause di lavoro e stava entrando sempre più in confidenza con lei.”.

In quei giorni, a Grenoble le donne protestavano in piazza reclamando lavoro nelle fabbriche e l’esercizio del diritto di voto, finora riservato soltanto agli uomini. Anche questa è una novità per Maria e “suscitava in lei un particolare piacere.”.

I processi di cambiamento si stanno rivelando sempre più intensi. Grenoble è per Maria un laboratorio di crescita e di conoscenze, mentre il suo paese si configura sempre più come il bozzolo che le ha dato la vita.

Il lettore attende la mutazione. Si domanda verso quale direzione essa porterà questa donna i cui natali, non dimentichiamolo, sono sconosciuti.

Non è facile il cambiamento, le resistenze del passato si fanno sentire: “Maria era presa da una grande malinconia e da un senso di solitudine”. Il conte se ne avvede e, quando le consegna la busta mensile contenente ottanta franchi”, le dice anche che le regalerà un abito e l’indomani le consentirà di andare da sola a fare una passeggiata in città. Cresce ovviamente l’ammirazione di Maria per il conte: “Quell’uomo aveva avuto tutto dalla vita, andava pensando Maria. Oltre che generoso era titolare di un enorme patrimonio, ma soprattutto era di una bellezza statuaria che ammaliava chi aveva la fortuna di stargli accanto.”; “Maria avrebbe desiderato abbracciare il conte Frederic Rolland, tale era il fascino che quell’uomo suscitava in lei.”. Sentiamo che Francesco si allontana.

C’è una frase che colpisce Maria, quando il conte le chiede di dargli del tu: “Vorrei che nel mondo non esistessero differenze fra nobili e plebei, perché tutti siamo esseri umani confinati a vivere sotto lo stesso cielo.”.

La marcatura romantica si fa sempre più precisa.

Maria accetta e vorrebbe abbracciare il conte per quella confidenza e “L’abbraccio che Maria avrebbe desiderato poter scambiare con quell’uomo arrivò, poiché fu il conte a cingerla ai fianchi e ad avvicinarla a sé.”; “Quella stretta terminò perché la donna ebbe un attimo di smarrimento, si allontanò dal conte, preoccupata di aver osato troppo e fu colpita da un improvviso senso di colpa.”. Ma Francesco è sempre più lontano.

Troviamo una annotazione interessante allorché il conte dà consigli a Maria che il giorno dopo andrà in giro per Grenoble da sola. Tra essi ve n’è uno legato anche alla nostra attualità: “Ci sono assembramenti di donne e di uomini che protestano per motivi diversi. Non soltanto quello delle signore che accampano la parità di diritti con l’uomo, ma anche l’altro degli operai delle fabbriche della periferia della città che vedono insidiato il loro posto di lavoro da una massiccia presenza di tuoi connazionali. Tu muoviti, cammina, osserva, cattura gli angoli più belli della nostra città, ma, se puoi, non rivelare che sei italiana per non avere spiacevoli sorprese.”.

Quando arriva il mattino successivo e indossa l’abito sceltole dalla contessa Charlotte: “Si sentiva una donna diversa, si rimirava nello specchio e le sembrava che la persona che vedeva riflessa non fosse lei.”.

I passaggi del mutamento sono graduali e vengono registrati dall’autore attraverso tratteggi psicologici leggeri ma pervasivi. Il passeggio in cui si trova immersa nel centro della città la incanta: “in mezzo ai grandi e alti palazzi, circondata dalle numerose vetrine, confusa fra gente elegante ed artisti di strada, in un mondo fantastico e vivo, a Maria parve di essere improvvisamente uscita dalla realtà e di vivere un sogno.”. I richiami storici, oltre a dimostrare gli studi a monte dell’autore, arricchiscono il quadro dell’ambiente in cui è venuta a trovarsi Maria, elevandone la suggestione.

Di nuovo, come era successo alla stazione il giorno del suo arrivo, sente in vicinanza un coro di voci di donne che reclamano il loro diritto ad essere equiparate agli uomini nel salario e nel voto. Attirata dalla curiosità, le raggiunge e istintivamente si unisce a loro, anche nelle grida. Poi si rende conto di essere vestita in modo elegante, mentre quelle donne indossano miseri stracci, e se ne vergogna: “La ragazza ebbe di colpo la sensazione che la città di Grenoble avesse due nature. Quella godereccia e frivola dei ricchi, delle luci nelle vetrine e degli spettacoli serali e quella difficile dei poveri, degli operai, delle donne sfruttate e degli artisti di strada.”.

C’è una inattesa sorpresa. A Grenoble si è trasferito per lavoro anche Antonio, e i due si incontrano per caso in un parco. Antonio la riaccompagna alla villa e, una volta arrivati, si salutano abbracciandosi. Maria è in ritardo di un’ora e il conte è ad attenderla accigliato e li vede. La rimprovera e l’avverte che non uscirà più dalla villa. Le sue ore di riposo le trascorrerà, com’era avvenuto fino ad allora, passeggiando nel parco.

Ci accorgiamo che, non il piccolo Giovanni, ma Francesco, al momento, è fuori dalla mente di Maria, e vi sono entrati due uomini, uno diverso dall’altro, il ricco conte e il misero operaio Antonio.

Francesco, che nel mese di luglio aveva lasciato la bottega per aiutare Silverio e Agata nei campi, si stava domandando, infatti, se Maria l’avesse dimenticato. Ed invece riceve la lettera di Maria, che gli invia l’intera mesata ricevuta dal conte, e gli conferma il suo amore. Ma non fa cenno all’incontro con Antonio. Su Francesco, invece, si spargono maldicenze, e si sussurra che egli possa avere una relazione con Olga, la balia del figlio Giovanni, una ragazza molto carina, che ha il marito, Peppe, sempre ubriaco. Dicono che Francesco, in astinenza della moglie, non poteva non aver cercato di approfittare della ragazza, che trascorreva nella sua casa gran parte del suo tempo.

Andreuccetti ha aperto, a vantaggio del lettore, due saporosi fronti imbevuti di curiosità e attese. Quando Francesco invia i suoceri Silverio e Agata a Loppeglia dai suoi genitori per una quindicina di giorni, onde far respirare a Silverio, malato di bronchi, un po’ di aria buona e resta solo in casa con Olga, che spesso si trattiene l’intera notte per allattare, le voci malevoli si intensificano: “agli occhi di tutti i due stavano facendo vita da coniugi.”.

Finché, giunta la voce alle orecchie del marito Peppe, questi, ubriaco come al solito, si mette a sbraitare e ad accusarlo davanti alla sua casa, cosicché attira un bel po’ di gente curiosa di controllare la reazione di Francesco. Questi, “perfettamente conscio che non avrebbe potuto rinunciare alla presenza di Olga presso la propria abitazione”, cercò di calmarlo, assicurandogli di non aver mai torto un capello a sua moglie: “Ricordalo! Olga fa un grande servizio allattando mio figlio ed io la ricompenso! Credo che da questa mia ricompensa ne tragga vantaggio pure tu!”.

Nell’alterco Peppe, però, grida e si lascia scappare: “Noi non vogliamo i tuoi soldi! Che poi sono quelli di tua moglie che è andata a fare la puttana in Francia! Se è vero che mi hai fatto cornuto è anche vero che cornuto lo sei anche tu!”. Lo scontro degenera e vengono alle mani, finché Peppe è preso da altri e trascinato alla sua abitazione.

L’episodio mette in collegamento le due scene di vita che abbiamo visto snodarsi in solitaria indipendenza sui due distinti specchi che abbiamo immaginato all’inizio. Ma quelle scene ora si intersecano, s’incrociano e si ricompattano in un movimento di insieme che tende ad annunciare l’avvicinarsi di momenti assai drammatici disegnati da un destino tanto mai somigliante a quello che abbiamo conosciuto nelle opere di Thomas Hardy, il grande scrittore inglese: “Peppe aveva urlato davanti a tutti che Maria era andata a fare la puttana in Francia ed anche se Francesco si sforzava di credere che non era sicuramente così, la lontananza dalla moglie contribuiva a creare in lui una certa ansia e velati dubbi.”.

Olga continua ad andare ad allattare Giovanni; giovane, ma energica e risoluta ha messo a stare Peppe dandogli un bel po’ di legnate sulla schiena. Ma il tarlo di quelle parole su Maria, ha cominciato a rodere la mente di Francesco.

La narrazione di Andreuccetti si conferma abile e condotta con una proprietà di stile tale che molto spesso ci richiama la scrittura, come si è visto, di classici dell’Ottocento.

Ecco una bella e delicata descrizione di una sera di settembre a Grenoble: “Era una sera fresca di settembre con un sottile filo di vento che scendeva dalle montagne ed accarezzava come una mano leggera gli alberi del viale che portava alla Bastiglia. I rododendri del parco andavano sfiorendo, mentre nelle aiole le rose avevano perduto il loro fulgore e si affacciavano con i petali sfilacciati sopra il lungo stelo.”. Non si possono fare descrizioni come questa (e tante altre nel romanzo) se non si hanno le speciali doti di sensibilità e di osservazione.

È sul calare di questa romantica sera che Maria, giunta al cancello d’ingresso della villa, dopo aver passeggiato per i viali “dell’immenso parco”, si trova davanti Antonio, che le rivela che è da qualche sera che la sta aspettando. Si stringono calorosamente le mani, divisi dalle sbarre del cancello. Antonio le confida che si sente osteggiato da tutti, “come una lepre braccata dai cani!”. I francesi non gradiscono gli italiani, che sottraggono loro il lavoro, e ne ostacolano la vita, anche con la violenza (nelle piazze si ode spesso il grido di “Italiani fuori da Grenoble!”).

Il corteggiamento reciproco ha successo e i due “si scambiarono un tenero bacio.”.

Il tema che si intravvede dell’infedeltà è antico quanto il mondo e colmo di mistero, sempre insondabile. Come non ricordare il tradimento di Emma nei confronti del marito Charles nel capolavoro “Madame Bovary” (1856) di Gustave Flaubert!

Ricevuta dal conte l’autorizzazione ad uscire di nuovo, Maria è felice perché andrà ad incontrare Antonio, con il quale è convinta di avere un semplice rapporto di amicizia, “ma il suo pensiero era invece catturato da un altro uomo: il conte.”.

La psicologia della protagonista si fa contorta ed insicura, preda di un tumulto di sentimenti prima sconosciuti che l’hanno colta impreparata. È una tempesta che si sta scatenando nel suo cuore e nella sua mente.

Poiché anche il conte continua a corteggiarla, l’autore ci informa che “Tre uomini ed un bambino erano il motivo del suo affanno.”, e a proposito del conte Frederic annota che questi “stava a poco a poco facendo breccia nel suo cuore, anche se lei tentava disperatamente di non arrendersi a quella evidenza.”.

Il corteggiamento, così come ci viene presentato, ossia condotto con astuta gradualità, ci induce a dubitare che il conte assomigli al bellimbusto e seduttore Rodolphe Boulanger, che, sempre nel romanzo “Madame Bovary”, seduce Emma per poi abbandonarla al suo sfortunato destino: “Maria stava resistendogli, ma ancora per poco. Frederic era convinto di questo e stava giocando con la ragazza come fa il gatto con il topo.”.

Ed ecco che sul ponticello del lago del parco su cui stanno passeggiando, “La ragazza non fu più in grado di resistere e sotto la spinta di una forza misteriosa, porse all’uomo le labbra.”; “Il bacio fu lungo e appassionato”. Ma il conte non riesce ad andare oltre per una reazione improvvisa di Maria, che gli chiede di essere ricondotta alla villa. Così accade, ma i due non si sono accorti che a spiarli in quell’occasione era la contessa Charlotte, insospettitasi da tempo.

Al Frantoio, accade che Olga non ha più latte, la si crede incinta, e la gente mormora che il padre del nascituro sia Francesco. Si ripete la lite tra Peppe e Francesco, e volano i soliti insulti. Francesco si dichiara innocente ancora una volta. Ma di nuovo Peppe profferisce quella frase terribile, quando Francesco gli rinfaccia che è grazie ai suoi soldi che può mantenere la famiglia: “Certo! Con i soldi di tua moglie che fa la puttana in Francia!”.

Così è descritto l’allontanamento di Olga dalla casa: “Momenti sereni in mezzo a persone amiche che di colpo dovevano essere cancellati, solidi legami familiari improvvisamente perduti, la gioia per poter tenere fra le braccia un bambino amato come un figlio di colpo negata.

Olga, mentre camminava nel buio penetrando la nebbia e procedendo furtiva come un gatto randagio, asciugava con il dorso della mano le lacrime che colavano copiose dai suoi occhi.”.

Contemporaneamente anche a Grenoble qualcosa sta cambiando. La contessa Charlotte va incontro a Maria che sta passeggiando nei viali del parco e le ingiunge di non farsi “più vedere assieme a Frederic.”.

Olga e Maria stanno allattando il bambino di un’altra donna e si trovano in situazioni simili come madri costrette per denaro a fare da balia, e, pur così lontane tra loro, subiscono gli stessi strali del destino. Il ricordo in entrambe della casa di Silverio ed Agata suscita in loro la malinconia di una felicità perduta. Questa è Maria che ha appena ricevuto il severo rimprovero della contessa: “Mentre percorreva lentamente i viali del parco, la donna ritornò col pensiero alla sua casa lontana affacciata su di un’aia fangosa, a quella modesta, silenziosa dimora appoggiata ad altre nel piccolo centro del Frantoio, quasi nascosta alla vista come un nido rinchiuso fra rami frondosi. Quella casa dove dimoravano i suoi familiari in attesa del suo ritorno; i genitori, il marito Francesco e suo figlio Giovanni.”.

Le circostanze che coinvolgeranno Antonio e il conte Rolland faranno luce non solo sui due personaggi dando loro la giusta dimensione, ma chiariranno il loro rapporto con Maria, in cui troveremo mescolati franchezze e meschinità.

Grenoble continua ad essere pervasa dall’avversione verso i lavoratori italiani; tumulti, violenze, uccisioni si accrescono ogni giorno sotto gli occhi della gendarmeria, che non riesce a sedarli. Il conte ha timori che la situazione possa coinvolgere anche lui, avendo a servizio Maria, un’italiana.

Tutto sembra precipitare in un disordine materiale e morale.

La storia di Grenoble è la storia vissuta dai nostri migranti non solo in Francia, ma nel mondo. Quando l’economia è debole e poco è il lavoro, gli uomini se lo contendono a morte, rigenerando primitivi egoismi e fobie.

Quanto sta succedendo intorno a Maria, riapre in lei il ricordo del passato: “Francesco e Giovanni le mancavano e si sentiva in colpa per non poter essere loro vicina.”.

Pare che lo stordimento che l’aveva indotta a dimenticare si stia dissolvendo.  Addirittura la donna comincia a pensare ad una fattura degli streghi, ossia “che qualche potenza maligna avesse influenzato le sue vicende.”.

Sono gli alti e bassi di una donna che si sente sola, diventata psicologicamente labile. Di lì a poco, cede alle lusinghe del conte: “Le due bocche si serrarono in un bacio appassionato ed intenso. Maria dimenticò le sue pene e le sue sofferenze ed allontanò per qualche attimo la sua malinconia.”. Poi nel momento più delicato, reagisce: “Ti chiedo scusa ma non posso!”. E l’autore annota a riguardo del conte: “Ad umiliarlo nella sua pulsione di maschio era stata una ragazza di umili origini, una contadina della valle del Serchio, nata da genitori ignoti ed adottata da due coniugi che non potevano avere figli.”; “Il pensiero della donna andava anche a Charlotte, la moglie di Frederic che stava soffrendo perché aveva scoperto che il marito cercava di tradirla.”.

La vena romantica di questo romanzo si accentua particolarmente nella vicenda della protagonista, e pare dividerlo in due. Mentre appare vicina al naturalismo (ad esempio, di Zola) nel racconto della vita che scorre al Frantoio, si avvicina alle tensioni romantiche presenti (per restare nell’ambito della letteratura francese) in Stendhal.

Il libro apre una parentesi, approfittando della figura di Leonildo che fu un garibaldino (la sua promessa sposa, una bella ragazza del Sud, Claudia, farà un terribile fine), e si sofferma sulla Repubblica romana che, durata cinque mesi, fu travolta da un’alleanza voluta da Pio IX, che portò le truppe francesi comandate dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot alla sconfitta dei triumviri Mazzini, Armellini e Saffi. Al momento della caduta di Roma, Mazzini indirizzò una lettera ai Romani, in cui sono contenuti motivi di attualità. Egli scrive: “Fuori il governo dei preti! Libero voto!”, poi, dopo aver scritto queste parole, si affida a Dio: “In nome di Dio e del popolo siate grandi come i vostri padri.”. Vi è espressa anche in queste brevi frasi la necessaria distinzione tra Stato laico e Chiesa, fondamentale in uno Nazione moderna e purtroppo oggi messa in discussione da un’ambivalenza che tocca specialmente i cattolici.

Maria riceve l’invito di Frederic di visitare in carrozza Grenoble e accetta. È estasiata da ciò che cade sotto i suoi occhi e l’essere all’interno di una elegante carrozza, vestita con l’abito che le è stato regalato da Charlotte e seduta accanto ad un uomo bello e ricco, la esalta ancora di più: “Maria dimenticò per qualche attimo le umili origini di donna contadina e mentre osservava le dame elegantemente vestite sopra le carrozze che incrociava, si paragonava a loro come se anche lei fosse stata trasformata da una magica mano in una signora francese.“. Quante reminiscenze letteraria suscita questo romanzo! Non vi pare di avere davanti la favola di Cenerentola che vestita di stracci si ritrova adornata di una veste sontuosa e di scarpine di vetro preziose tra le braccia del principe in un ballo che la delizia e che seduce entrambi?

Il suo sogno, pensa Maria, mentre la carrozza gira per le strade di Grenoble, “era divenuto realtà.”.

Di nuovo, vale la pena di annotare la complessità psicologica di questo personaggio, che appare talvolta forte e talvolta fragile. Maria sta sospesa tra realtà e sogno, tra avvilimento ed esaltazione: “Maria amava sempre di più la città di Grenoble, con i suoi suoni e con la sua vita frenetica.”. Al termine della passeggiata in carrozza, “l’uomo e la donna si scambiarono un bacio, questa volta appassionato e travolgente.”.

Emma Bovary fu travolta dal desiderio e dalle lusinghe di un mondo che aveva sempre desiderato, pagandone duramente le conseguenze. Maria saprà resistere?

Andreuccetti continua questa altalena psicologica sulla personalità della sua eroina, riuscendo a tenere desto l’interesse del lettore, ancora incerto sull’esito finale di questa esperienza che è entrata nella vita di Maria come la biscia della tradizione popolare che entra nella bocca del neonato e lo soffoca. Sarà così?

Ha il permesso dal conte di tornare da sola in città: “Quei due giorni stavano facendo dimenticare a Maria i problemi della sua famiglia ed i suoi personali, come se il fascino di quella grande città della Francia fosse riuscito a creare uno schermo in grado di nascondere i pensieri più cupi.”.

Al lettore non rivelerò niente di più sulla sorte di Antonio, che scoprirà da sé: l’amico di infanzia che aveva di nuovo incontrato a Grenoble, ma sarà grazie alla sventura di questo personaggio che sarà smascherato il conte e rivelata la vera natura del suo rapporto con Maria: “Quel castello che si era costruito, quell’appiglio al quale si era aggrappata per vincere la malinconia di giornate altrimenti monotone e grigie, era di colpo crollato.”.

Quel parallelismo tra Grenoble e il paese di Frantoio a cui si è fatto riferimento continua; mentre Maria sta sopportando una delusione cocente, nella sua terra natale è scoppiata un’epidemia di tifo, causata dall’infiltrazione “dei liquami di una fogna nella polla dove veniva attinta l’acqua per l’uso domestico.”; “La solidarietà, prerogativa della gente contadina, era venuta meno di colpo; non si facevano più le visite agli ammalati e parecchie persone costrette a vivere mediante l’aiuto dei vicini si ritrovarono senza assistenza.”.

A causa del tifo che colpisce, Concetta, la nuova balia di Giovanni, la quale aveva sostituito la povera Olga, che sta aspettando un bambino, l’epidemia colpisce anche Giovanni, che ha compiuto un anno, e stava rimettendosi in salute grazie al buon latte di Concetta e delle pappine che ha incominciato a mangiare. Muore: “Il respiro di Giovanni divenne a poco a poco più debole fino a spegnersi del tutto allontanando anche l’ultimo barlume di vita in un corpicino già immobile.”.

Perché questa morte, si domanda il lettore? E viene da pensare che sia la punizione di Dio per la madre che l’ha abbandonato ed è andata sì a cercare lavoro all’estero per sollevare la famiglia dalla miseria, ma nello stesso tempo non ha resistito al fascino e al desiderio di una vita diversa e migliore.

Le due realtà, che all’inizio sembravano distinguersi in due specchi diversi e paralleli, ormai sono alimentate e unite dallo stesso percorso di dolore. La stessa scrittura ha preso a scorrere all’unisono amalgamandosi in un fluire dove predominano rassegnazione e morte: “In quel tragico momento Francesco volse il pensiero a Maria, a quella donna che ignara del destino crudele che aveva il più caro dei suoi affetti, nella villa di Grenoble divenuta da oltre un anno la sua prigione, attendeva notizie.”.

Quando la madre riceve la lettera: “Una pugnalata inferta con violenza nel suo petto non avrebbe potuto provocare dolore più grande nell’animo di Maria.”.

Sconvolta fugge dalla villa: “Maria udiva soltanto insistente il suono di una voce; era quella del figlio Giovanni che la implorava di non lasciarlo solo.”.

Ci accorgiamo, così, che per tutto il romanzo Giovanni, pur così piccolo, ancora incosciente, in realtà, per un naturale istinto e per una naturale vocazione, aveva sempre desiderato la mamma, e non si era mai staccato da lei.

È un romanzo che mescola insieme fragilità e coraggio, sogno e delusione, morte, punizione e rimorso, tutti sentimenti che, secondo il loro peso e la loro misura, determinano la specialità della vita di ognuno di noi.


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Bart