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STORIA: TEATRO: I MAESTRI: Lasci in pace Churchill

10 Novembre 2015

di Giorgio Zampa
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì 26 ottobre 1967]

Berlino, ottobre

L’« affare Hochhuth » è più compli­cato di quanto sembri. Se questo ap­parve chiaro ai tempi del Vicario, an­cora più evidente è oggi, a rappre­sentazione avvenuta de I Soldati. Da una parte un autore (relativamente giovane: trentasei anni) che, misura­to secondo una scala di normali valo­ri letterari, può considerarsi di terzo o quart’ordine: vale a dire inesisten­te. Privo di linguaggio, prolisso sino alla comicità o alla disperazione, con Wedekind, di Brecht, per tacere di una incultura di fondo che sembra finta, tanto è grossa, presunzioni, sul piano ideologico, pari solo all’incapa­cità di soddisfarle. Un riesumatore, negli Anni Sessanta, della drammatur­gia schilleriana, che riprende pari pa­ri, quasi non avesse mai sentito par­lare di Büchner, di Strindberg, di Wedekind, di Brecht, per tacere di Beckett e di Artaud (avesse almeno un’idea di Cechov!): confezionatore di mostruose torte storiche inzuppate di liquori fatti con l’estratto, rivestite di creme ottenute con polverine, cari­che di torri, pinnacoli, loggette a ba­se di zucchero (poco) e calcestruzzo. Quello che si dice un disastro senza remissione, da recitare, se mai, buttan­dola in parodia: fosse stato vivo Brecht quando andò in scena il Vi­cario, le risate che avrebbe fatto fare leggendo, tra una poppata e l’altra di sigaro, qualche pagina del testo.

D’altro canto, un dato impossibile da contestare. Questo scrittore al di sotto della mediocrità, arrivato al tea­tro in maniera casuale, privo di sto­ria, greve, bigior uggioso (basta ve­dere gli articoli che pubblica per ave­re un’idea della sua tensione), ha creato, con il Vicario, forse il mag­giore avvenimento teatrale del dopo­guerra, provocando una catena di rea­zioni negli ambienti più vari di mez­zo mondo. Nessuna operazione intel­lettuale condotta con intelligenza, fi­nezza, vigore intellettuali infinitamen­te maggiori dei suoi ha saputo appas­sionare, neppure alla lontana, tante coscienze come quell’impresa elemen­tare, grossolana: dall’uomo della stra­da a Karl Jaspers, che conta tra gli amici di Hocchuth non soltanto per­ché risiede anche lui, in esilio volon­tario, a Basilea.

Oscuro impiegato di casa editrice sino a cinque anni fa, Hochhuth è og­gi accolto da severe riviste letterarie (la Neue Rundschau, per esempio), si vede dedicata da Hans Maier una intera pagina formato quotidiano dal settimanale culturale di maggiore prestigio della Germania, Die Zeit, tie­ne occupati da mesi i redattori di Spiegel e nell’ultimo numero persino il suo direttore; in occasione della prima del 9 ottobre, alla Freie Volksbuhne di Berlino, il teatro di Piscator, richiama centocinquanta giornalisti e non so quante televisioni per una con­ferenza stampa che meriterebbe, è ve­ro, di trovare il suo van Itallie (Fauto­re di America hurrà!) per una replica in chiave di assurdo, ma che nes­suno scrittore al mondo potrebbe oggi sognarsi di avere.

Il personaggio è troppo importante perché non si debba cercare, oltre la figura scialba anche fisicamente (seb­bene in cinque anni la sua iconogra­fia sia andata soggetta a cambiamen­ti: dallo sguardo velato, avrebbe det­to Giorgio Pasquali, del maestro di campagna in giubbotto di cotone con la chiusura lampo, all’espressione in­tensa, dolente, di oggi: mano alla tem­pia, piega alla radice del naso, bocca sensibile, colletto bianco) la causa del­l’interesse che desta. Non basta dire che essa è da vedere nell’abilità di sfruttare una situazione particolar­mente feconda, di lavorare intorno a un tema-torpedine, che sprigiona elet­tricità appena lo si sfiora. Certo, que­sto ha la sua importanza; ma non è tutto, altrimenti lo stesso sarebbe do­vuto succedere con lavori impostati su grossi personaggi e avvenimenti della storia contemporanea, Oppenheimer, i congiurati del 20 luglio e via discorrendo. Oltre alla scelta del sog­getto, conta quella che nelle scuole medie ancora si chiama l’esposizione, talmente elementare, insistita nei suoi schemi, grondante commenti da tut­te le parti in testi smisurati, che non hanno equivalente, è tutto dire, nep­pure in quelli di Shaw; e soprattutto la rispondenza che queste due compo­nenti trovano, larghissima, in un pub­blico privo di idee, abituato a una dia­lettica da caffè, il genere di pubblico che fa i pienoni e decreta i trionfi. Non per nulla Hochhuth è uno degli autori più acclamati dell’America cen­tro-meridionale.

Dopo il centro del Vicario Hochhuth, si vide subito, cominciò a pensare al­la doppietta. Su un settimanale tede­sco apparve una sua lunga intervista con due ufficiali della RAF che aveva­no partecipato ai bombardamenti di Dresda. Sebbene le conclusioni tratte dall’incontro fossero piuttosto confuse, non era difficile capire dove si vole­va andare a parare: ancora una pizza sul Male e sulla Storia, sulla incapa­cità a frenare la violenza dell’irrazio­nale; le cataste di cadaveri delle piaz­ze di Dresda accostate a quelle di Treblinka e di Auschwitz.

Da questo assaggino, Hochhuth do­vette sentire che la tesi di fondo tor­nava troppo gradita a chi lui non de­siderava precisamente avere come alleato e disponeva male il resto. Per tre anni rimase zitto. La gestazione laboriosa. Poi la primavera scorsa, visto che piove sempre sul bagnato, la polemica del « National Theatre », lo scontro tra lord Chandos, capo del­la commissione di controllo del teatro stesso, ministro delle colonie con Churchill durante la guerra, e Ken­neth Thynan, literary manager del N.T. Si venne a sapere che Hochhuth, oltre ad accusare Churchill di ster­mini in massa, lo faceva mandata­rio di un assassinio politico, condotto secondo formule e stile da Rigoletto. Lord Chandos considerava la versio­ne del così detto « affare Sikorski » data dall’autore tedesco come falsa ingiuriosa nei confronti dell’uomo di Stato che aveva portato l’Inghilterra alla vittoria, e proibiva la rappresen­tazione dell’opera.

Quello che si dice una partenza in tromba, quale nessun lancio pubblicitario avrebbe potuto preparare. Pochi, pochissimi sapevano chi fosse Sikorski, e subito lo Spiegel si incaricò di spiegarlo: capo del governo polacco a Londra, il generale era morto in un incidente aereo a Gibilterra nella pri­mavera del ’43. Quale fosse la sua funzione nel dramma di Hochhuth, af­fiorò a poco a poco, in maniera vaga: nessuno capiva bene che rapporto avesse la figura del militare che lan­ciava i suoi cavalieri contro i carri armati russi con il maresciallo del­l’aria Harris, per esempio, esecutore della maggior parte dei bombardamen­ti di città tedesche. Hochhuth informò che durante la fase preparatoria del suo lavoro si era imbattuto per caso in una persona in grado di affermare e provare che Sikorski, in un mo­mento particolarmente difficile dei rapporti anglo-sovietici, nella prima­vera del ’43, era stato sacrificato dal premier inglese alla ragion di Stato. L’informatore, asseriva Hochhuth gli aveva portato prove che potranno es­sere pubblicate solo fra cinquant’anni; intanto sarebbero al sicuro in una banca svizzera. Quello che si dice gial­lo su giallo.

Per l’autore del Vicario fu un col­po di fulmine. Corse dal suo amico David Irving, il giovane storico che lo aveva aiutato a documentarsi sui bombardamenti di Dresda, e insieme con lui si dette ad approfondire l’« af­fare ». Irving prese tanto gusto alla ricerca da scriverci sopra un libro, il cui titolo, Incidente, è desunto da Amleto; il volume, guarda caso, usci­to proprio il giorno della prima ber­linese di Soldati, non porta nessuna prova su una partecipazione diretta o indiretta di Churchill a un complotto per togliere di mezzo Sikorski. Que­sto anche se la morte de! polacco non fu, quasi per certo, accidentale; già prima di Gibilterra il generale era stato vittima di incidenti che Hochhuth non esita a definire attentati.

La struttura di un dramma, al cui centro era un conflitto tra militari re­sponsabili di bombardamenti a centri urbani tedeschi e il vescovo di Chicester, dottor G. K. A. Bell (1883-1958), un amico di Karl Barth che, bisogna precisare, già nel ’34 aveva protestato alla Camera dei Comuni contro le leg­gi razziste di Hitler; tra la violenza, la legge della guerra e la voce della pietà, della misericordia in difesa di .vittime innocenti, subì una modificazione decisiva. Come figura centra­le del lavoro s’impose, di forza, la fi­gura di Churchill, che fece arretra­re tutti i militari, riducendoli a figure di secondo piano, quando non a mac­chiette; l’« affare Sikorski » divenne l’argomento principale della vicenda, anche se il dramma si concludeva con un lunghissimo e inutile colloquio tra il premier e il vescovo.

La cornice fu presto trovata: il duo­mo di Canterbury rimasto, con le sue rovine, a testimoniare della furia de­gli « unni » (così Churchill chiamava sempre i tedeschi). L’azione si sareb­be svolta nel 1964, in occasione del centenario della fondazione della Cro­ce Rossa. Visto poi che, Schiller o non Schiller, qualche concessione al modernismo bisognava fare, venne de­ciso, probabilmente all’ultimo mo­mento, di combinare la rappresenta­zione come dramma in un dramma.

Un regista, certo Dorland, allesti­sce davanti alle rovine di San Miche­le una specie di Everyman, di mi­stero laico, per la ricorrenza del ’64 e a espiazione dei suoi peccati: ven­t’anni prima, come maggiore della RAF, aveva guidato in molte azioni sulla Germania una squadriglia di bombardieri. Fatto prigioniero dai te­deschi a Dresda, era stato costretto a partecipare a operazioni di sgombero della città dopo il bombardamento, e si era potuto rendere conto di cosa questo aveva significato. In una spe­cie di prologo Dorland, che ha i giorni contati perché effetto da un male in­guaribile, parla con numerosi perso­naggi, reali e immaginari, tutti con pretese simboliche. Vorrebbe che il suo spettacolo inducesse i capi di go­verno a interdire i bombardamenti di civili, a stabilire un diritto bellico dell’aria, come già esistono quelli del­la terra e del mare. I militari presen­ti lo contraddicono tutti, compreso il figliolo, antipatico tenente della NATO; unico a dargli ragione è un decrepito, tremolante scultore che sta modellando un angelo, secondo le re­gole della più orrenda precettistica cimiteriale, in un luogo scomodissi­mo, una specie di cabina montata su scale, nella quale, povero vecchio, nem­meno si rigira.

Il prologo finisce come è comincia­to, in modo incongruo; subito dopo comincia la vera rappresentazione data, come s’è detto, da un dramma nel dramma.

Il primo atto mostra il premier sul­la coperta del Duke of York, mentre sta navigando verso Scapa Flow. Sia­mo nella primavera del ’43, gli attori stanno insieme come i pupi di ma­dame Toussoult. Churchill ha vicino il visconte Chervell, suo consigliere segreto, il generale Brooke, la sua ordinanza-femmina, e tutti parlano in quasiversi, con goffi salti da una sil­laba all’altra. Winnie col berretto blu, il trequarti dello stesso colore, un enorme e inutile binocolo ciondoloni sul petto, è interpretato da O. E. Has­se; bastano poche battute, alcuni ge­sti, perché subito si riveli di una in­verosimiglianza oltraggiosa.

Invece dell’orso morbido dal viso rosa e infantile, di palpebra greve, mano moscia e gamba molle, che porta la sua maschera come un dio sco­nosciuto, abbiamo davanti una specie di cacciatore delle Alpi, vecchiotto e arzillo, che fa finta di arrabbiarsi, uno zio brontolone dal cuore grande così, cui bisogna perdonare tutto, anche i bombardamenti che ammazza­no tanti vecchi e bambini. Mancano lo spazzolino di tasso sul cappello e l’armonica. Sikorski, interpretato di Dieter Borsche che si veste da generale per sembrare un generale, vici­no a lui fa una magra figura. Con aria umile e fiera pretende cose im­possibili, territori che i russi si sono annessi nel ’39; non gli va bene neppure la linea Curzon. Churchill si arrabbia, fa cadere una seggiola, rin­contro finisce con un crac che sarà fa­tale, come può vedersi nel secondo al­to, al focoso polacco.

L’atto secondo mostra il premier in un letto da una piazza e mezza, della misura così detta da prete, in una brutta camera vittoriana, con in dosso una vestaglia ricamata a draghi d’oro: « Il letto e il campo di batta­glia », spiega Hochhuth, « sono i luo­ghi dove l’uomo scarica le sue tensioni più alte ». Sotto le coltri Chur­chill ha notizia, tra l’altro, che Sikor­ski, passando da Mosca a Washington, mette a repentaglio la compat­tezza del fronte alleato, fino al punto da fare temere una pace separata rus­so-tedesca. Freddo, onnisciente, oxonianamente vestito di nero, Cher­vell fa capire anche troppo a Chur­chill e agli spettatori che per il bene comune sarebbe bene impedire a Si­korski di volare tanto.

La notizia che il Liberator su cui si trovava il generale polacco si era infilato in mare, decollando a Gi­bilterra, che l’intero equipaggio era deceduto, a eccezione del pilota, sembra cogliere Churchill di sorpresa du­rante un party, per lui già abbastanza sgradevole, che tiene nella residenza ufficiale di campagna, a Chiquers. Sebbene abbia fatto di tutto per non incontrare personalmente li vescovo Chichester, che svolge una vera campagna contro la sua condotta di guerra, questa volta non riesce a evitarlo. Tra i due avviene uno scontro violento al punto che il premier, alla fine, mette alla porta o qua­si l’antagonista.

Il sipario cala, sulla scena, defini­tivamente. Nel testo, invece, si rialza ancora, per fare emettere dallo scultore e dal regista Dorland una piccia di banalità e concludere la « tragedia » con la notizia, quanto importante, che il « National Theatre » ha vietato la rappresentazione di Everyman.

La sera della prima, Nicolai Nabokov, direttore del Festival berlinese che presenta questi Soldati, manife­stò in platea la sua disapprovazione in maniera vivace, fischiando e zit­tendo alternativamente. Il pubblico, che si era vestito come per le grandi occasioni, lasciò in fretta la sala, qua­si fosse finita una cerimonia inevitabile e noiosa. Durante la rappresen­tazione successiva, alla quale assistet­ti, si ebbe qualche applauso a scena aperta: sempre nei punti, manco a dirlo, non si sa bene se più ridicoli o penosi, quando venivano profferiti apoftegmi da fare raccapricciare o Winnie, voglio dire Hasse, se combinava qualcuna, carezzava micio o usciva dal bagno seminudo, scoprendo bianche gelatinose coscie senili. Alla fine gli attori furono chiamati alla ribalta una dozzina di volte; c’era persino chi gridava, dalla platea; « Vo­gliamo Hochhuth! ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart