Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA: Un’altra terribile testimonianza di prigionia

27 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il maresciallo Enrico Pradelli ci narra le condizioni in cui si trovarono i prigionieri italiani chiusi nei vagoni in occasione del trasferimento, durato tre giorni e due notti, da un campo situato in Tunisia a un campo marocchino.
Il brano è, ancora una volta, tratto da “I militari italiani nei campi di prigionia francesi” di Andrea Giannasi, editore Tra le righe libri.

“Giunse finalmente l’alba del 15 marzo e la salutammo attraverso le fessure delle sconnesse tavole del vagone, aspettando ansiosamente che il treno sostasse e ci venissero aperti gli sportelli per poter soddisfare gli ormai impellenti bisogni corporali.
Il tempo passava, il sole aveva ormai infuocato le pareti della nostra prigione, ma il treno non accennava a fermarsi.
Come avvenne in altri vagoni, cominciammo ad urlare, ma una gragnuola di colpi dati con il calcio del fucile contro il tetto del vagone dalla guardia accoccolata in guardiola, rimbombò cupa nell’interno, accompagnata da minacce e chi un paio di fucilate in alto.
Desistemmo dal gridare e decidemmo di cercare il modo migliore per gettare fuori almeno le orine: usammo per l’occorrenza le scatolette vuote, interrompendo più volte l’operazione affinché l’orina non traboccasse insudiciando il carro e riuscimmo così a vuotarle lentamente attraverso li- fessure del tavolato.
Passarono altre interminabili ore ed alle normali necessità si unì lo stimolo impellente della fame. Consumammo la misera razione di pane ed aprimmo le altre sette scatolette di legumi per ventuno persone, dopodiché ci abbandonammo all’inerzia.
A notte alta fummo svegliati da un brusco scossone. Il treno si era fermato. Tendemmo le orecchie mentre la speranza si riaccendeva nei nostri cuori. Non sapevamo dove si era, ma il solo pensiero che forse eravamo giunti alla fine di quel viaggio infame bastava a farci scordare tutte le privazioni di quei due giorni.
Udimmo sbattere i portali dei diversi vagoni, finché anche il nostro venne rumorosamente aperto. Una torcia elettrica ci ferì gli occhi, intravvedemmo un ufficiale francese farsi largo fra l’incrocio dei nostri piedi girando il fascio luminoso su ciascuno di noi. Ci stava contando. “Ça va bien” mormorò, e ridiscese mentre il portello veniva nuovamente richiuso e tutto tornava nel buio più profondo.
Lo scambio delle consegne a cavallo dei due presidii era cosa fatta, ma per noi tutto continuava come prima. Il convoglio riprese a sferragliare e lo sgomento ricadde su di noi.
I dolori di ventre erano in continuo crescendo; nelle viscere fredde e dure quasi contenessero sassi, si iniziava una lenta intossicazione del sangue.
La nuova alba apparve fra le fessure del carro e noi riprendemmo ad urlare di disperazione ed ugual grido ci perveniva dagli altri vagoni. Rintronarono ancora i colpi sul tetto ed anche qualche sparo che ci fece desistere nel timore di vedere qualcuno cadere colpito da quei selvaggi.
Si trovò fra di noi un temperino sfuggito alle perquisizioni e tentammo di scheggiare una tavola del pavimento per praticare un foro. Improba fatica, dopo la quale eravamo riusciti ad allargare appena un po’ lo spacco di una fenditura esistente. Cominciò comunque il pietoso tentativo di svuotarci.
Con una scatoletta vuota facemmo una specie di imbuto e la parte più piccola venne infilata nello spacco a mo1 di minuscolo water, poi ci ritirammo nella parte opposta del carro per dar modo che uno di noi, riparato da un telo, riuscisse nell’intento.
Quasi tutti, tormentati dal dolore, facemmo quel ripugnante tentativo, ma la stitichezza ed il pudore c’impedirono di risolvere qualcosa, per cui vi rinunciammo. Lo scatolino, data l’impossibilità di gettarlo, venne legato ad un chiodo del soffitto e ci rimettemmo bocconi al suolo sperando che Iddio richiamasse in coscienza i nostri aguzzini.
Non ricordo se in quel giorno riuscimmo a consumare la magra razione. Anche la completa mancanza d’acqua era giunta a rendere ancora più drammatica la situazione.
Nel pomeriggio del giorno seguente, quando ormai si languiva, incapaci di qualsiasi reazione, il treno inaspettatamente si fermò ed udimmo che qualcuno cominciava a scendere dai vagoni con grida di liberazione. Allorché poco dopo aprirono anche la nostra prigione potemmo finalmente guardarci in viso alla luce del giorno. Eravamo irriconoscibili.

Ci rendemmo subito conto che occorreva anzitutto provvedere al rifornimento di acqua giacché si poteva ripartire da un momento all’altro. Con un soldato in condizioni di maggior resistenza raccolsi subito le borracce della squadra e filammo immediatamente ad una fontanella ai margini della stazione, mentre gli altri si gettavano lungo la scarpata per liberarsi l’intestino.
Per grande sventura dal rubinetto sgorgava un filo d’acqua ed impiegai così oltre venti minuti per fornire tutti i nostri recipienti con circa una diecina di litri. Ed altri dietro di noi spingevano e ci imploravano di far presto nel timore di restare privi della preziosa bevanda.
Il sole stava ormai tramontando e perciò le guardie indigene cominciarono a farci risalire nei vagoni con i soliti sistemi violenti. Naturalmente non feci in tempo a liberarmi il ventre e rientrai nel vagone ancora dolorante. Gli sportelli si richiusero ed il treno riprese l’interminabile marcia verso l’ignoto.
Altri due giorni infernali trascorsero, ed ancora una volta fummo contati in occasione di un altro cambio delle guardie. In queste ultime riconoscemmo dei Marocchini ed arguimmo d’essere arrivati ai confini tra l’Algeria ed il Marocco.
Il mattino del quinto giorno il treno si fermò e questa volta ci fecero scendere per la distribuzione di un rancio caldo. Mai pranzo ci parve più succulento di quella brodaglia di ceci e verdura che ci venne distribuita in quella occasione.
Ci fu pure concessa una buona ora per le nostre necessità ed intanto nei vagoni vennero introdotte le solite scatolette in misura di una ogni tre persone per ciascun giorno di viaggio: capimmo però che esso sarebbe durato altri quattro giorni. Aumentarono però lievemente la razione giornaliera di pane. La sera del settimo giorno il treno si fermò nei pressi di una stazioncina e questa volta fummo costretti a fare i nostri bisogni, fra i frizzi e le risate di una folla di curiosi che sembravano divertirsi un mondo allo spettacolo.
Poi di nuovo impiombati per altri due giorni sino a Port- Lyautey ove fummo definitivamente scaricati.
Una specie di capitan Fracassa, dalle indubbie caratteristiche di alcolizzato, ci accolse con ordini e contr’ordini, sino ad incolonnarci per il trasferimento al campo di concentramento. Poiché da oltre due giorni un soldato della mia squadra era stato colpito da febbre, chiesi che venisse trasportato al campo con un mezzo. Mi fu aspramente risposto che il cammino da farsi era breve e che, quindi, avrebbe potuto benissimo compierlo a piedi.
Consegnai ad un altro soldato lo zaino dell’infermo e, radunate le mie poche forze, trascinai quell’infelice, come meglio mi fu possibile, per i circa tre quarti d’ora che impiegammo per giungere a destinazione.
Quando arrivammo, l’ammalato venne deposto a terra e là rimase finché non si compì la presentazione del contingente al comandante del campo, il quale non seppe trovar di meglio che rimproverarci duramente perché eravamo giunti al suo cospetto con la barba lunga ed in disordine.
Naturalmente l’argomento gli serviva solo per fare dell’ironia sull’aspetto dei “valorosi soldati di Mussolini”.
Dopodiché entrammo nel recinto per iniziare quello che sarebbe stato l’ultimo anno delle nostre tristi esperienze.”.


Letto 294 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart