Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

Tarticchio, Piero

3 Febbraio 2019

Maria Peschle e il suo giardino di vetro
Nascinguerra

Maria Peschle e il suo giardino di vetro

Ci sono libri che gridano la loro testimonianza di dolore e si cerca di non ascoltarli, poiché interrogano la nostra coscienza di uomini incerti e titubanti, spesso colpevoli e ipocriti.

Piero Tarticchio, grafico-pittore, scrittore e giornalista, nato a Gallesano-Pola nel 1936, è un autore che ha dedicato la sua vita a denunciare il dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati, resi tali dal Trattato firmato dall’Italia a Parigi il 10 febbraio 1947. Sono numerosi i suoi libri e gli articoli su questo tema: “Le radici del vento”, 1998; “Parole & Sogni”, 1999; “Nascinguerra”, 2001; “Visioni”, 2004; “Storia di un gatto profugo”, 2006; “L’impronta del Leone alato”, 2010; “La capra vicina al cielo”, 2015, ed infine “Maria Peschle e il suo giardino di vetro”, 2019, di cui ci occuperemo.

“Un intero popolo, fiero delle proprie memorie e tradizioni, cercava la forza per sopravvivere alle soperchierie della storia, la croce che si trascinava appresso era un fardello di tristi presagi per un avvenire incerto nell’esilio voluto in grembo all’Italia, creduta madre per lingua e tradizioni, ma che all’entrata del porto di Ancona, aveva accolto i suoi figli con una grandinata di insulti e maledizioni.”; “quel tripudio di bandiere rosse con la falce e il martello  che manifestava tutta la rabbia e l’ostilità dell’Italia rossa per la migrazione di un popolo in fuga.”.

Furono accolti così gli esuli che avevano sperato di trovare consolazione e accoglienza dalla loro Patria. Al termine troverete una lettera firmata dallo zio Armando in cui sono descritte le condizioni disperate in cui essi si trovarono a vivere.

Chi osserva queste scene è Maria Peschle, una giovane istriana di diciotto anni, rimasta senza famiglia, che si trova insieme a tanti altri come lei sulla nave “Toscana”.

La sua delusione è una ulteriore profonda ferita: “Quell’incontro ostile e inaspettato con i fratelli italiani è stato più doloroso di un manrovescio in pieno viso.”.

I comunisti italiani non accettarono che qualcuno si fosse rifiutato di sottomettersi al regime di Tito. A quelli che arrivarono con il treno negarono, nelle stazioni che attraversavano, perfino l’acqua per dissetarsi.

Quando da Ancona gli esuli prendono il treno e giungono a Bologna: “certi che la Croce Rossa avrebbe distribuito un pasto caldo (…) l’altoparlante della stazione ha diffuso l’annuncio che il sindacato autonomo dei lavoratori delle Ferrovie dello Stato aveva proclamato lo sciopero in segno di protesta contro il ‘treno dei fascisti’ fermo sul terzo binario.”. Piero Tarticchio compie un dovere civile nel ricordare queste atrocità: “stiamo pagando il debito di guerra sottoscritto a Parigi dal nostro governo per la sconfitta dell’Italia e di tutti gli italiani.”. Sono le tracce di una Italia che, uscita dal fascismo, ancora ne ripete le gesta: “Sporchi fascisti non vi vogliamo, il vostro posto è nelle foibe, tornatevene a casa vostra.”.

Maria sta raccontando la sua storia a suor Maria Benedetta che l’ha accolta nel convento milanese delle suore canossiane del Giambellino per darle rifugio: “mi chiedevo dove fosse finito l’ideale di Patria che i miei genitori mi avevano insegnato ad amare fin da bambina.”.

Non ci sono fronzoli nella scrittura di Tarticchio; essa è nuda e diretta, non ammette incertezze e interpretazioni. Sebbene la protagonista abbia un nome di fantasia, essa è il simbolo di quel tragico esodo. È una storia che grida vergogna per come ci siamo comportati nei confronti di italiani come noi, che avevano scelto, non senza dolore e sacrificio, di vivere in un Paese libero, quale, dopo la guerra, era diventata la loro Patria. Maria Perschle già si configura come la nostra coscienza, ridestata e scossa, la quale fa riaffiorare una colpa affinché sia monito perenne alla nostra ipocrisia. Come potemmo perpetrare un tale abominio?: “Passare tra due ali di folla in delirio, con i pugni alzati in segno di minaccia, è stato come subire la beffa delle forche caudine.”; “Tutti i viveri a noi riservati, sono stati gettati nei cassoni delle immondizie e il latte destinato ai bambini versato sui binari sotto i nostri occhi increduli.”.

Maria racconta alla suora gli avvenimenti accaduti nella sua città di Pola, pochi giorni prima della fine della guerra. Anche lì bombardamenti continui, macerie e morti. I titini già si muovevano a fare pulizia politica e etnica. Tocca alla famiglia di Maria; la sera del 12 aprile 1945 tre individui bussano alla porta; subito dopo che è stata aperta ode una sventagliata di mitraglia: “In meno di pochi secondi, il destino della mia famiglia si era compiuto.”. L’obiettivo era un professore di Padova, Silvano Belci, che era andato a trovare la famiglia di Maria. I titini lo stavano ricercando per ucciderlo poiché era membro del CNL. In quei giorni i partigiani slavi si stavano macchiando di azioni abominevoli: “Il piano dei titoisti di far pervenire segretamente alla Gestapo informazioni relative ai luoghi dove si nascondevano alcuni capi storici dei partigiani italiani, si rivelò diabolico. Gli slavi non si limitarono alle soffiate, ma diffusero il sospetto che le colpe fossero da addebitarsi a faide interne al CLN.”; “Tito e i suoi accoliti instaurarono un regime di terrore che agiva subdolamente sulla comunità di etnia italiana. Anche la religione fu presa di mira e perseguitata.”.

Chi ha letto i libri di Giampaolo Pansa ha modo di constatare la somiglianza tra gli eccidi che si consumavano nel Nord Italia e questi raccontati nel libro di Piero Tarticchio. Stessi metodi, stessa ferocia, stessa perversa matrice ideologica: “I partigiani slavo-comunisti miravano a balcanizzare il territorio che, a memoria d’uomo, era sempre stato latino.”; “In Istria, a guerra ormai finita, sono avvenuti fatti volutamente oscurati dall’imposizione dei più forti e dalla coltre del tempo, avvenimenti che rimarranno impuniti per gli anni avvenire e forse per opportunismo politico, per amnesie o dimenticanze, saranno ignorati per sempre.”. La somiglianza con quanto negli stessi mesi accadeva in Italia è raggelante e dimostra che un disegno ben organizzato era stato concepito dall’ideologia comunista a partire dalla guerra di Spagna. Si era stabilita una strategia della violenza e dell’intimidazione così intensamente perseguita da sconsigliarne, anche dopo anni dagli eccidi avvenuti, una riesumazione e una denuncia. Chi ha tentato di farlo ha subito un tale linciaggio ed un tale isolamento da mettere a rischio la propria vita. Ancora oggi la democrazia italiana paga il pedaggio di quegli anni sanguinari.

Tarticchio documenta puntigliosamente ciò che ha consegnato alla narrazione di Maria, che sempre più figura come emblema di una storia taciuta e falsamente dimenticata. Il lettore, come è accaduto per le rivelazioni presenti nei libri di Pansa, si accorgerà ben presto che tali avvenimenti, per la loro crudeltà, restano ancora scomodi, e ancora si cerca di ostacolarne la conoscenza, senza, peraltro, mai riuscire a smentirli.

La domanda è se sia giusto ottundere la storia, cercare di nasconderla o addirittura soffocarla. La Storia è sempre espressione di ideali che nascono all’interno dell’umanità, ci appartengono, chi ce li nasconde è colpevole. L’uomo è in grado di valutarli da sé e stabilire le colpe e le responsabilità. La Storia, quando è raccontata tutta intera, solo allora diventa maestra, altrimenti è falsa e ipocrita. Il lavoro di Tarticchio è coraggioso, e si sviluppa in un contesto in cui la verità è ancora oltraggiata. Mi viene in mente il libro di Eros Sequi, del 1953, “Eravamo in tanti”. La passione per il comunismo è assoluta in lui, non vi sono tracce delle atrocità compiute dai titini, nonostante l’autore si adoperasse (era insegnante) per mantenere viva l’italianità di quelle popolazioni. Non le conosceva, nessuno gliene aveva parlato? Vorrei credere che sia stato così. La testimonianza di Tarticchio non ha riserve; legato alla sua Istria, con il padre infoibato quando aveva nove anni, quelle atrocità le ha vissute sulla propria pelle. Non le può ignorare, non può passarci sopra. Sarebbe una colpa, un’offesa alla verità.

È ricordato anche l’assassinio, nel 1943, di Norma Cossetto, una studentessa universitaria di 23 anni, “rapita da diciassette partigiani titini e violentata dal branco per tutta la notte.”, e poi “torturata prima di gettarla nuda e sanguinante nella foiba di Villa Surani.”. È il crimine rievocato nel film “Red Land”, uscito nel 2018 per la regia di Maximiliano Hernando Bruno, film che è stato oggetto di ostracismo per le verità narrate. Il vizio di nascondere, come vedete, è duro a morire. Quando la verità non ci piace la si contrasta con ogni tipo di azione, dalla menzogna al nascondimento, ad una politica di ostacolo, alla ipocrisia.

Maria ricorda quanto sia stato difficile e pericoloso il suo cammino verso il confine italiano e l’autore annota: “I tormenti dello spirito non durano in eterno, ma possono diventare insopportabili e condurre alla follia per coloro che li trattengono a lungo dentro di sé.”.

Il 14 marzo 1947 lascia il convento per immergersi nella nuova vita. Intorno a sé vede ancora intatte le conseguenze della guerra; va aventi “come un automa dallo sguardo assente”: “Ogni casa diroccata mostrava lo spettacolo deprimente della propria tragedia. Le macerie che avevano ingombrato le strade erano state rimosse ma, all’interno degli edifici bombardati, cumuli di detriti sembravano piangere la loro sorte. I muri perimetrali rimasti in piedi erano spettri, muti testimoni di un’immane sciagura.”.

L’Autore ha una calligrafia limpida, scorrevole; anche quando non indugia sugli avvenimenti storici e adopera la fantasia per animare la sua storia, lo fa da narratore sicuro dei suoi strumenti, educati alla chiarezza e alla semplicità. Tutto vi si svolge in modo lineare, e il lettore non fatica a trovare dentro di sé le immagini di quell’inquieto percorso del dopoguerra. Si vedano le belle descrizioni; una delle prime riguarda il castello di Cerroalto del barone Gabrio Ascanio degli Almieri, appartenuto alla sua famiglia da ben il 1160. Ne diamo un piccolo stralcio: “Assai simile a una fortezza, il maschio si ergeva austero sopra un costone roccioso che, con un salto di ottanta metri, scendeva perpendicolarmente nei fitti boschi di querce del fondovalle. Gli facevano da sfondo gli Appennini con le verdeggianti selve di faggi e conifere, querce e castagni. Il borgo trasmetteva emozioni antiche che richiamavano alla mente il periodo medievale. Nelle loro forme severe spiccavano i torrioni merlati alla guelfa, i camminamenti, le segrete, le cisterne e i ponti levatoi. Le linee strutturali del castello garantivano solidità e sicurezza.”.

Maria è un esule che porta dentro di sé l’amore per la sua terra, ne continua a sentire i profumi, sa che le saranno di compagnia e, proprio per questo, non saneranno mai le sue ferite: “noi profughi istriani, fiumani e dalmati siamo gente per bene, gente semplice, onesta, educata alle buone maniere. Non siamo ladri, malfattori o criminali come qualche giornale ci ha definiti. Abbiamo perduto tutto quanto avevamo per inseguire un sogno… una chimera chiamata libertà.”.

La suora l’ha aiutata  a trovare lavoro presso Rodolfo Confalonieri, che l’assume a servizio in casa sua, un avvocato, nato nel 1906, che “per la sua serietà e dirittura morale, alcuni amici avevano tentato di convincerlo a entrare nel mondo della politica a soli trentatré anni, ma lui aveva rifiutato asserendo di non essere abbastanza abile a raccontare frottole alla gente. Soprattutto sosteneva di non essere ancora disposto a portare il proprio cervello all’ammasso.”.

Seguiremo, dunque, la vita di Maria, esule istriana, e le problematiche insorgenti dal suo inserimento in una società tutta diversa dalla precedente, sapendo già che la sua storia sarà anche quella di molte sue compagne, e perciò storicamente significativa.

Si sospetta che Maria abbia la TBC, una malattia tipica di chi ha patito le sofferenze di guerra; i nostri prigionieri sopravvissuti ai lager nazisti, tornarono in Italia afflitti, per la maggior parte, da questa insidiosa malattia, e prima di rientrare presso le loro famiglie dovettero sostare in vari ospedali del Nord Italia, tra cui, in modo speciale, quello di Merano. L’avvocato, sempre premuroso con lei che considera come una figlia, la invia presso un amico, il barone Gabrio Ascanio degli Almieri, che la ospiterà nel suo castello di Cerroalto, dove il clima è più sano e, con la costante assistenza di un medico, potrà guarire. Scende alla stazione di Reggio Emilia, dove l’attende Osvaldo, l’autista del barone, mandato a prenderla. Alla stazione c’è tanta nebbia: “Da una carrozza di terza classe scese una giovane donna con in mano una valigia di cartone pressato tenuta insieme con lo spago.”; “La giovane aveva il volto pallido, parzialmente nascosto da una sciarpa di lana che le fasciava il collo, ma sufficientemente lunga da coprirle anche il capo.”.  Queste due citazioni, insieme alle altre che già si sono fatte, danno l’idea della felice scrittura compositiva di questo autore, il quale riesce in pochi semplici tratti a disegnare immagini e atmosfere. Non ho timore a dire che è una scrittura che mi ricorda quella del grande Charles Dickens. Oltre alla semplicità e alla felicità descrittiva possiede anche quella della fascinazione, mettendo il lettore in una situazione di speciale attenzione e curiosità. Quando è, sull’auto guidata da Osvaldo, in prossimità del castello, il panorama la incanta: “Pigramente adagiato sopra un costone roccioso, Maria notò un paese da cartolina illustrata, in parte contornato da mura possenti e da case addossate le une alle altre edificate sull’orlo dell’abisso. Come nei sogni, l’antico borgo pareva una bella addormentata sulla cui fronte, a farle da corona, si ergeva un castello da fiaba.  (…) Il suo giardino di vetro, a lungo fantasticato nel suo immaginario, era proprio lì sotto i suoi occhi e ora finalmente poteva toccarlo con mano.”.

È avvertibile l’intento dell’autore di compensare, con le sue virtù descrittive e l’amore per il suo personaggio sofferente, l’esule che è stata ferita nel fisico e nello spirito e che sta tentando di ritrovare la serenità perduta. Se ne è fatto compagno e guida. La sensazione di dolcezza che emana dalle pagine è tenera e sussurrata, intima. La si percepisce solo attraverso il candore più prezioso dei nostri sentimenti. I dialoghi sono espliciti e adeguati ai personaggi che si confrontano. Questa prima parte è senza dubbio la migliore del romanzo, la più ricca di virtù narrative.

A Maria sembra di vivere una favola. Sono lontani i tempi di guerra; il suo ricordo sta sfumando, vinto dalla bellezza che le sta attorno. Scende nel salone, un po’ buio, dove il barone – ancora non si conoscono – l’attende per la cena. Ciò che vede è ciò che ha soltanto visto nei suoi sogni: “Mentre avanzava, la giovane ebbe tutto il tempo di guardarsi intorno. Vide un salone enorme che l’oscurità rendeva ancora più grande; intravide dipinti antichi alle pareti, alcuni ritraevano personaggi in costume, forse gli antenati del barone; notò due rastrelliere simmetriche contenenti armi medievali da taglio, alabarde incrociate e armature da torneo. Completavano l’arredo grandi arazzi, trofei di caccia grossa e una pelle di tigre stesa sul pavimento con la testa impagliata e gli occhi di vetro. Al centro della sala notò un grande tavolo di legno massiccio, al di là del quale s’intravedeva un camino acceso di stile rinascimentale. Tra il bagliore delle braci, si consumavano crepitando i resti di un grosso ciocco di rovere. Dalle pieghe annerite dalla combustione uscivano timide fiammelle e qualche scintilla saliva vorticosamente nella cappa del camino, come inghiottita dalla bocca di un enorme orco nero. Poco discosti dal camino, due enormi mastini napoletani, con collari di cuoio e borchie d’acciaio, se ne stavano mollemente sdraiati, con gli occhi chiusi, come se dormissero.”. Come si può vedere l’atmosfera medievale è resa con la facilità e l’esattezza di un Walter Scott. Se non fosse che si sta parlando della storia di un’esule istriana, potremmo credere di trovarci immersi in uno dei romanzi del grande scrittore scozzese. I dialoghi tra Maria e il barone sono improntati alle perfette regole della cavalleria. Sono momenti in cui anche il lettore trova una pausa dal delirio e dalle atrocità della guerra. Anche a lui (oltre che a Maria) l’autore concede un momentaneo ristoro dalla sofferenza. La ragazza ne è ora lontana e ricorda ampiamente la sua infanzia: “Nel mio giardino di vetro comunicavo con le piante oppure parlavo con le cose inanimate che mi circondavano, dando loro dei nomi. Un giorno incominciai a colloquiare con il muro di cinta dell’orto, sperando che mi rispondesse.”. Spiegherà che il giardino di vetro “È stata la visione immaginifica di un sogno fantastico, una realtà dell’anima, o meglio il mio sogno di bambina, a cui sarebbe bastato un sospiro per farlo svanire.”. Un sogno come un arcobaleno disegnato su di una bolla di sapone: stupendo e fragile.

È un tentativo di liberazione, ciò che Maria va facendo. Togliere l’infezione della guerra dai suoi ricordi: “Non voglio più abbassare la testa. Non voglio più essere triste. Non voglio più aver paura di soffrire, devo trovare la forza per raccogliere i cocci del mio cuore, incollarli e riprendermi quella felicità a cui tutti i giovani della mia età hanno diritto.”.  Il tentativo dell’autore di donare a Maria un mondo diverso e forse anche di favola, collegando il futuro alla felicità della sua infanzia, è esplicito e dimostra quanto anch’egli abbia ricercato nella propria vita questa unione tra il passato e il futuro e ne conosca le difficoltà: difficoltà di tale asprezza che solo la felicità di una narrazione può consentire di superare. Siamo immersi in un’oasi di pace; il Natale è descritto con tutta la bellezza e l’armonia della tradizione; i canti natalizi davanti al castello e la neve che è caduta quella notte hanno reso l’atmosfera colma di suggestione e di magia. La ragazza sta vivendo davvero un sogno tradotto nella realtà. Il romanzo offre la sensazione che Maria abbia oltrepassato una porta speciale, oltre la quale la cattiveria del mondo è cancellata, è sconosciuta. Vengono in mente le atmosfere di tanti libri di favole in cui si cerca la felicità, in particolare quella narrata ne “L’uccellino azzurro” di Maurice Maeterlinck, del 1908, da cui, nel 1976, George Cukor trasse il film “Il giardino della felicità” con Elizabeth Taylor. Il mondo favolistico, di cui è piena l’opera di questo autore belga, che fu premio Nobel per la letteratura nel 1911, sembra assai vicino a quello che compare in questo romanzo di Tarticchio. La guerra è profondamente lontana. Le vibrazioni che emanano dalla storia hanno ora la coloratura romantica del sogno, e si avvertono con la grazia di una carezza. Si sprigionano sul limitare di un confine indicibile e raro, e ciò è percepibile specialmente nei dialoghi tra il barone e Maria. Ed è proprio il barone ad alimentare e incoraggiare l’illusione di un rapporto effettivo tra realtà e sogno: “Maria Peschle sentì dentro di sé che stava arrivando il momento di aprire il suo cuore a colui che, seppure diverso per status e cultura, le dimostrava umiltà e pazienza nell’ascoltare le sue storie fantastiche.”. Nel corso di uno di questi dialoghi, Maria gli dice: “Prendiamo per esempio i fiori: è incredibile come siano felici i fiori, sprigionano felicità e la regalano senza chiedere nulla in cambio. Le margherite di campo, con la loro semplicità e purezza, donano una sensazione di gioia e di serenità a chi li osserva.”.

Quando il barone conduce Maria nella sua tenuta in Maremma, incontriamo altre belle descrizioni che confermano l’attenzione accurata di questo autore per l’ambiente e il paesaggio. Non poche volte, e in particolare ora che siamo in Maremma, vengono in mente i disegni macchiaioli: “Nella valle circostante, una piccola mandria di buoi dalle lunghe corna si stava spostando al piccolo trotto spinta da tre butteri a cavallo.”. Ma questa abilità è confermata ogni volta: “Il sole stava facendo capolino dalla cima dei monti dell’emiliano, tingendo di rosso l’orizzonte parzialmente coperto da nuvole alte e sfilacciate. Il chiarore dell’aurora stemperava nel cielo l’ultimo baluginio delle stelle e uno spicchio di luna, dai contorni alonati, svaniva a poco a poco nell’azzurro, sempre più intenso, del cielo. L’aria era ancora fresca e pungente.”. Il barone Gabrio Ascanio degli Almieri e Maria, rientrati al castello dalla visita in Maremma, stanno facendo una passeggiata mattutina su di un sentiero di montagna innevato “tracciato dal passaggio di animali” e “si sentiva il rumore degli scarponi che affondavano nella neve.”.

Maria vive un suo Eden tutto speciale, anche con esperienze nuove e inattese: “Legati alla vita con una corda doppia, il barone e Maria salirono per un vallone scosceso fino ad arrivare davanti a un pianoro innevato e inondato di luce.”. Sono diretti ad un eremo, “un capanno in mezzo ai boschi”, abitato da Tosco, “un uomo imponente, un vero gigante alto un metro e novanta. Un personaggio solitario, schivo e riservato, a volte perfino ruvido.”. La natura le è amica e le si manifesta con generosità. Come se stesse pagando un suo debito verso di lei. Maria “era consapevole che stava vivendo un sogno fantastico.”. Questa è la descrizione dell’eremo: “una casupola semplice e rustica, costruita in parte con pietre grossolanamente squadrate e il resto con tronchi di abete. A di là della casetta si vedeva un laghetto di montagna dalle acque verdi, limpide e freschissime.”. E qui sono dentro il capanno con Tosco: “Illuminati dalla luce incerta di una lampada a petrolio, i tre parlarono della natura circostante e della beatitudine di una vita da eremita in quell’angolo di paradiso.”. Si tocca il punto più lontano dalla guerra. La stessa Maria pare cambiata. Ora il suo carattere è divenuto deciso e forte. Può tenere testa a chiunque, non ha più soggezione. Cede solo all’amore: “Ricordo solo vaghi fremiti di piacere che mi travolgevano fino a farmi perdere la testa.”. È successo al ballo di fine anno 1949 tenutosi nel castello del barone, verso cui Maria avverte una attrazione che non aveva mai provato di tale intensità, e si sforza di soffocarla.

L’autore apre le porte anche per questa esule ad un sentimento opposto all’odio che contraddistingue ogni guerra. La ragazza sta vivendo il contrappasso che taglia nettamente e rovescia il suo passato con un presente foriero di speranze. Ma sarà davvero così?

Tarticchio è generoso con la sua protagonista. L’accompagna in questo viaggio di redenzione con la trepidazione e la generosità di un padre. Ogni volta che appare questo sentimento, la scrittura vi si modella con una marchiatura fortemente romantica.

Il lettore si domanda quale effetto possa provocare su Maria un cambiamento così repentino rispetto al suo doloroso passato. Avverte la virulenza che si agita in lei, e che forse il mondo che si era creato all’interno del suo giardino di vetro non corrisponde alla ben più complessa e difficile realtà. Il rapporto con essa dei sentimenti muta, e a volte in modo inatteso, confondendola. Maria non è ancora donna, deve fare molta strada: ha attraversato la guerra ed ora affronta una realtà che non conosce, in cui i sentimenti si affinano e diventano pervasivi. È posta dinanzi al dilemma della sua maternità. È rimasta incinta, ma desidera liberarsi del barone, poiché non vuole sacrificare all’amore la sua indipendenza: “Voglio decidere da sola, voglio essere padrona di me stessa e non abbassare la testa davanti a nessuno, tanto meno assecondare le smanie di chicchessia.”. Bianca (che ha il doppio dei suoi anni, e attende un bambino), la moglie dell’avvocato Confalonieri, presso cui Maria è di nuovo tornata una volta lasciato il castello del barone, l’aiuta e le dà consigli, e ammira la forza della ragazza che può perfino esserle di esempio. È una nuova guerra quella che sta per affrontare l’esule istriana? Il giardino di vetro si è infranto? Ha saputo colorare di speranza e di suggestioni il suo futuro, ed ora si allontana dal suo ricordo? Così parrebbe: “Per la mia dignità non intendo calarmi nella parte della povera ragazza sedotta e abbandonata.”. Sembra che Maria se ne stia rendendo conto, ma subito reagisce affidando il suo futuro al bambino che deve nascere: “Il mio bambino è la visione di un sogno custodito per anni dentro di me e concluso in un paese da fiaba chiamato Cerroalto.”. Bianca le risponde: “Però ti sei servita di lui per realizzarlo.”. Dopo la guerra, riprende da qui il suo cammino per diventare donna: “Che altro ho al mondo, dal momento che il destino mi ha tolto ogni cosa che avevo… (…) Oggi mi sento una persona diversa, il mio animo è più temprato, più forte e consapevole che il resto della mia esistenza la dovrò condividere con l’essere che verrà.”. La maternità, dunque, la farà diventare donna.

La scrittura asseconda il percorso e si riconduce al modello iniziale, in cui le tracce romantiche sono appena percepibili. È la scrittura che preferisco. Basteranno questi esempi a darne la misura assai controllata: il nonno Toni sta morendo e confida a Maria, la sua nipote prediletta: “Nel corso della mia vita sono stato fortunato, il buon Dio mi ha fatto dono di due cose meravigliose: la mia terra e la gioia di vedere nei tuoi occhi la grazia, la bellezza e la determinazione di mia madre della quale porti il nome. Bambina mia, devi giurarmi che sarai per sempre fedele a questa nostra terra benedetta. L’Istria è una grande madre generosa con i suoi figli e dona i suoi frutti a chi la vive e lavora.”. Maria non la pensa proprio allo stesso modo: “La nostra terra è povera, arida, fatta di pietre e di vento. Come una puledra nevrile è bellissima ma difficile da domare. Una minuscola porzione del pianeta sulla quale si sviluppa a grumi una natura meravigliosa e primitiva insieme. Una terra bruciata dal sole d’estate e spazzata dalla bora d’inverno.”. È in occasioni descrittive come queste che l’autore dà il meglio di sé. La parentesi maremmana ha svolto, dunque, una sua funzione di collegamento rivelandosi come un bozzolo in cui ha dovuto annidarsi una gestazione necessaria, quella che ha condotto alla maternità.

Siamo tornati al tema principale del romanzo: le ragioni di un esilio e la sua dimenticanza da parte di chi dovrebbe conservarne la memoria: “Temo che le tribolazioni della mia gente saranno presto dimenticate, ma rimarranno per sempre nella memoria di chi le ha vissute. La propaganda legata alla Resistenza partigiana sta negando le nostre storie e le farà passare come le fantasie di elementi sovversivi, reazionari e fascisti. Ne sono certa.”. Di nuovo è messo al centro del romanzo il tema della denuncia riguardo alle ostilità ideologiche impegnate a negare questa parte scomoda della nostra storia sul fronte orientale. Il romanzo torna a impregnarsi di impegno civile fortemente avvertito e gridato. Dopo l’8 settembre 1943: “In meno di due settimane i partigiani di Tito scesero dai monti, diventarono padroni del territorio e diedero inizio alle vendetti più truci. (…) Circa 800 persone – alcuni dicono di più – scomparvero nelle foibe senza lasciare traccia.”; “Ogni idea politica non allineata con il comunismo di Tito fu perseguita ed eliminata.”. Maria, che sta raccontando all’avvocato Gonfalonieri, gli fa leggere l’articolo apparso su “l’Unità”, il giornale del Partito Comunista Italiano, il 30 novembre 1946, in cui si trova scritto: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico calzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva e coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle nostre città e vi sperperano le ricchezze rapinate non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”. Questa presa di posizione dei comunisti italiani riporta al caso dei migranti di forte attualità, e mostra quanto la politica italiana sia facile ai cambiamenti e, dunque, scarsamente affidabile. La denuncia insita nel racconto di Maria non può che essere anche nostra. Dirà Maria, colma di rabbia: “Mi osservi bene avvocato: secondo “l’Unità” io sarei una brigante nera, una criminale che ha trovato rifugio in Italia per sperperare le ricchezze rapinate al popolo slavo.”. Viene in mente lo stesso errore che il Partito Comunista Italiano commise negli anni Settanta quando apparvero le Brigate Rosse e l’Italia fu percorsa da delitti efferati. Dichiarò che si trattava di compagni che sbagliavano e solo quando fu ucciso un comunista, la medaglia d’oro al valore civile Guido Rossa, compresero che a sbagliare era il partito. Troppi errori gravissimi che hanno pesato sul prestigio e la credibilità della politica, ritenuta ormai inaffidabile e corrotta, ma anche incapace di analisi veritiere sulla società.

L’avvocato pone a Maria una domanda interessante: “Quale differenza passa tra i comunisti di Tito che hai lasciato in Istria e quelli che ti hanno accolto in Italia?”. La risposta della ragazza è perentoria e sferzante: “Quelli italiani vanno in chiesa.” Come darle torto, vista la nostra attualità in cui fanatismo religioso e fanatismo ideologico si stanno saldando e mettono in discussione la laicità dello Stato. A riguardo di Tito si ricorderà nel finale  che fu “coperto di onorificenze dallo Stato italiano.”.

Il romanzo ci narrerà, infine, con un ritmo serrato, il succedersi dei fatti che vedranno crescere i figli di Maria, Oberon, e di Bianca, Lodovico. La vita anche per loro avrà alti e bassi, turbolenze e acquietamenti. Maria Peschle, l’esule istriana, che tanti anni prima, sbarcando ad Ancona, era stata insultata coi suoi compagni di viaggio, da una folla di odiatori, ora è colei che con saggezza e pazienza saprà ricucire gli strappi del destino. Sarà lei, che vide morire i suoi genitori falciati dalla guerra d’odio, che con il suo amore diventerà il perno di ciò che resterà delle due famiglie, la sua e quella dell’avvocato: “Maria Peschle ormai ottuagenaria, col passare del tempo, non diventò mai la nonna bonaria ma continuò ad essere per tutti mamma Maria.”. Quando Maria morirà, il 24 aprile 2012, scopriremo anche che il barone Gabrio Ascanio degli Almieri aveva nutrito in silenzio, nonostante fosse stato respinto, un grande amore per lei: “Durante tutto questo tempo, l’ho amata con la mente e col cuore”. Lodovico lo farà capire a Oberon domandandogli, a proposito del matrimonio celebrato in articulo mortis tra il barone e Maria: “Come definiresti la perseveranza di un uomo che ha aspettato pazientemente oltre cinquant’anni per riparare un torto fatto a nostra madre sposandola?”.

Il romanzo ricorda anche la “più grande strage terroristica italiana”, quella di Vergarolla, avvenuta il 18 agosto 1946 nel porto di Pola, “in cui morirono 110 italiani, soprattutto bambini.”, ancora immersa nel silenzio della Storia.

Nascinguerra

La ristampa di questo libro, uscito per la prima volta nel 2001, è il segno che la difesa di certi valori storici e morali è ancora viva. Piero Tarticchio, classe 1936, ha passato una vita a sensibilizzare i suoi lettori al dovuto rispetto dei popoli contro i tentativi di epurazione e di mortificazione. Ha difeso il diritto alla vita e alla dignità di ciascuno a qualsiasi etnia o religione appartenga. Nel 2019 è uscito un altro romanzo, carico di questo significato: “Maria Peschle e il suo giardino di vetro”, che ci narra il calvario che dovettero subire le popolazioni dalmate e istriane. Il padre di Piero fu uno dei tanti infoibati e lui era ancora un bambino, quando fu costretto a lasciare la propria casa.
“Nascinguerra” è un romanzo fortunato, poiché è stato accolto favorevolmente dal pubblico, non solo per la bravura narrativa dell’autore, ma proprio e soprattutto per il messaggio che recava con sé. Questa ristampa ne conferma il successo.
Il primo che avvia il romanzo si chiama Adelchi, nato nel 1937 (un anno dopo l’autore, da ciò è facile individuare che si tratta dell’autore stesso) in un paesino intorno a Pola, Gallesano, che, per la tranquillità che regna tra gli abitanti, costituisce la radice della storia, da cui tutto parte e a cui tutto fa riferimento: “Più che altrove la bellezza si vestiva di semplicità e ogni più piccolo spazio, inserito in un contesto intricato come una ragnatela tessuta da un ragno sapiente, aveva la sua ragione d’essere. (…) Il tutto avveniva secondo una sequenza di riti e tradizioni, indispensabili per la sopravvivenza della popolazione contadina vissuta nella prima metà del Ventesimo secolo.”.
Il suo nome, Adelchi, richiama l’omonima tragedia manzoniana e ne riassume benissimo lo spirito di sofferenza.
Il romanzo si avvarrà di vari narratori, i quali paiono includersi l’uno nell’altro e interscambiarsi per l’unicità dei fini. Adelchi, in ogni caso, rimarrà sempre sottotraccia a ciascuno di costoro
Adelchi cresce tra la guerra e i racconti di guerra di suo padre, il quale intanto gli costruiva, lui ancora bambino, una biblioteca che lo avrebbe aiutato a diventare un uomo.
Dunque, ecco già rappresentati gli architravi di un’esistenza che voglia essere non solo felice, ma in grado di offrire sostegno nella vita di ciascuno: affetto, serenità, istruzione, famiglia.
Sono architravi che non devono cedere al peso di una modernità che potrebbe corroderli e distruggerli. La guerra è il veleno che li inquina e li logora, poiché fatta di sopraffazioni e di crudeltà: “Il tempo passò e la guerra, quella vera, quella che semina distruzione e morte, arrivò a pochi passi da casa mia. Nel 1944 le bombe caddero a grappoli su Pola e molta gente morì sotto le macerie.”.
Bisogna saperla capire, la guerra, per non esserne sopraffatti. Essa, mentre tutto sconquassa, ha un fantasma che la rappresenta e lo si deve saper vedere, con il suo colore cupo e con la sua vastità simile ad una nuvola nera: “Anche se avevamo appena sette anni, eravamo in grado di capire che a Pola, tra esplosioni fragorose, lingue di fuoco che si levavano alte nel cielo, colonne di polvere e case sventrate, la gente moriva davvero.”.
È un romanzo che, avvalendosi della verità, non ha remore e denuncia ogni ingiustizia sorta dalla guerra. I partigiani titini sono all’opera per cacciare gli italiani dalle loro case, e non risparmiano violenza ed eccidi. Troppo forti per opporre loro una resistenza degna di questo nome.
Ancora sopraffazione e violenza, crudeltà nascoste sotto false mascherature, s’impongono: “Sentivo mio padre raccontare che nell’entroterra istriano i partigiani slavi di Tito avanzavano, terrorizzando la popolazione e soffocando ogni afflato di italianità.”.
Si avvertono le premesse di una tragedia immane, quale sarà quella istriano-dalmata, che ancora oggi è appena mormorata e se, qualche più vigoroso accento si è conquistata, lo si deve a scrittori come Piero Tarticchio.
Il lettore si accorgerà presto che non sta leggendo un romanzo ma la cronaca di una calamità che ha riguardato un popolo. Le terre istriano-dalmate saranno pressoché desertificate dall’azione dei titini, che si macchiarono di reati turpi come quelli delle foibe, i crateri profondi in cui gettavano legati con filo di ferro coppie di essere umani ancora vivi.
È un romanzo della memoria, un romanzo che non dimentica; un romanzo di rifiuto e di resistenza: “Non mi persi d’animo. Non ebbi cedimenti neppure quando fui costretto a lasciare la terra dove ero nato e, insieme a quanto restava della mia famiglia, affrontare l’esilio come una scelta di libertà.”.
Non è vendetta quella che si evoca in questo libro, bensì giustizia, la giustizia della Storia. La verità che spetta a chi ha sofferto: “io non volevo né guarire, né dimenticare.”. La definizione che dà dell’opera d’arte, può chiarire ulteriormente: “Ogni creazione racchiude in sé ispirazione, fascino e misticismo. Raramente è un fenomeno fortuito, destinato a cadere nel vuoto. Sin dal suo concepimento l’opera d’arte si distacca dal suo autore e acquisisce una propria autonomia, diventando un’entità indipendente dotata di un soffio vitale.”.

L’ufficiale e giornalista inglese, Charles Graham Fortune, che impianterà le fondamenta della storia narrata nel romanzo, chiede a Adelchi un incontro perché ha da narrargli un fatto importante accaduto nella sua terra, della quale tesse le lodi e dice, fra l’altro, significativamente: “Attraverso leggende e ballate sono state tramandate storie di uomini venuti da lontano che provarono a domare un territorio impervio e difficile. Sopravvissuti al ferro romano, furono indotti al retaggio della terra, ma non vennero mai totalmente purificati dai loro impulsi primordiali. Si dice che il rosso cinabro delle zolle smosse dall’aratro sia simile al colore del sangue rappreso di coloro che hanno difeso quella frontiera. Lì più che altrove la dignità, l’onore, l’orgoglio, la fedeltà, la passione, il dolore e la morte, non hanno solo valenze prive di anima, ma assumono per certi versi i loro significati più puri e autentici.”.
I popoli non si estinguono; nessuna violenza li doma.
Quando comincia il racconto del giornalista si eleva a sdegno e a rivolta la scelta dell’Italia di soccombere alla Conferenza di Pace tenutasi il 16 ottobre 1946 a Parigi, allorché le Forze vincitrici della guerra stabilirono che “buona parte dei territori dell’Istria, con Pola, Fiume e la Dalmazia”, sarebbero passati alla Jugoslavia.”.
Espressione del dolore e della protesta è una donna toscana, Maria Pasquinelli, che uccide il rappresentante degli Alleati in quelle terre, il generale inglese Robert de Winton.
Sono una protesta e un dolore che esprimono senza equivoci la volontà corale di restare su quelle terre amate e di restarvi come italiani: “L’esodo, per noi istriani, è la fine del nostro mondo. Noi non siamo emigranti e nemmeno profughi, come vuole farci credere il C.L.N., ma esuli. L’emigrante parte per sua libera scelta, anche se dolorosa; altrettanto fa il profugo, ma entrambi sanno che se vorranno un giorno potranno far ritorno alle loro case. L’esule invece non ha certezze, né speranze: sa perfettamente che il biglietto di viaggio che gli è stato consegnato è di sola andata.”.
Il romanzo è tutto volto alla conferma di questo amore e di questa resistenza, alla fine mortificata ingiustamente e con crudeltà. La delusione nei confronti dell’Italia è palpabile e ci accompagnerà per l’intero romanzo: “noi speriamo sempre che il trattato di pace che vorrebbero imporci gli Alleati venga respinto dal governo italiano.”; “Non ci resta che confidare in un colpo di scena che rimetta tutto in discussione. Se dovessimo abbandonare in massa questa terra, per noi sarebbe la fine del nostro mondo.”. Dirà più avanti l’anziana maestra signorina Egle Schwarz: “Tutte le sere prima di addormentarmi rivolgo un pensiero a Dio e gli chiedo: fa’ che questo momento sia solo un brutto sogno. Fa’ che domani svegliandomi possa scoprire che tutto è rimasto com’era prima della guerra.”.
Nascinguerra (soprannome di Armando Benussi) ne è il simbolo più elevato e ce ne viene narrata la commovente e suggestiva storia (anche quella del suo bisnonno Tristan Fournier, sergente maggiore dell’esercito francese reduce della campagna di Russia combattuta da Bonaparte, di cui ci fa conoscere il tortuoso peregrinare), quale espressione di una tragedia che coinvolse tanti di quella terra: “Sotto i bombardamenti perì sua figlia Iole, insieme a Tino suo marito, poi fu la volta della moglie Fosca e per ultimo, travolto da un destino infame, se ne andò anche suo nipote Martìn.”.
In lui si può riconoscere l’intero popolo istriano-dalmata: “Nascinguerra parlava con il mare, si identificava in lui, la sua persona emanava un profumo di salsedine. Amava il mare così profondamente da portarselo dentro e custodirlo come il bene più prezioso: il mare era il suo mondo e lui lo elevò oltre ogni limite dell’immaginazione”. Era uso dire: “Per risorgere bisogna prima morire.”.
Il ricordo che, al momento in cui la bara sta calando nella fossa, gli tributa un’anziana donna, la signorina Egle Schwarz, che era stata la maestra del villaggio, la quale ha deposto su di essa dei fiori, ha il tono di una rivendicazione e di una rivalsa che non si piegano alla sconfitta e all’umiliazione: “nessuno potrà più chiederti se vuoi essere italiano o slavo.”.
Come si vede, i valori che questo romanzo esprime sono quelli che discendono da una tragedia mai dimenticata, la cui ferita conserva, racchiuso nella cicatrice, il grande amore per l’Italia, che ora pare averli dimenticati: “Una città in agonia si spegneva fra l’indifferenza dell’Italia, che trent’anni prima l’aveva fortemente voluta e ora la stava abbandonando con il fastidio che si prova per un’amante scomoda. I polesani lasciavano le case al loro destino, con la stessa rassegnazione con la quale si vede morire un malato terminale. Sembravano ritornati i tempi della peste, le porte e le finestre erano sprangate con tavole inchiodate agli infissi come croci di Sant’Andrea. Un velo di tristezza calava dal cielo: una sottile malinconia, palpabile e opprimente si espandeva nelle strade vuote, nelle piazze, nei vicoli, sulle rive, si avviluppava al mobilio e alle povere cose, ammucchiate sulla via in attesa di essere caricate sulle navi.”.
Tarticchio sa raccontare, la sua scrittura ci scivola addosso lasciandoci un senso di freschezza e di appagamento e al lettore è consentito tutto lo spazio per capire e riflettere. Qui abbiamo la dimostrazione di una capacità di sintesi esemplare: “Dal cielo la pioggia scendeva a dirotto e, spinta da forti raffiche di vento investiva di traverso i muri delle case fino a renderli traslucidi.”.
Di Nascinguerra, (quando il giornalista lo conobbe era ospite di una casa di riposo per marinai) sa tracciare un ritratto che è espressione di quella terra e del suo dolore: “Quando mi trovai di fronte all’anziano pescatore, notai sul suo volto i segni di una profonda sofferenza, un dolore antico, nascosto nei tratti di un candore primitivo. Mi colpirono i suoi occhi, di una tonalità che non avevo mai visto prima: erano viola con l’iride illuminata da pagliuzze dorate. Lo sguardo sembrava spento, come se dopo essere passato attraverso una lunga e tormentata esistenza avesse perduto ogni interesse per la vita.”.
Vi si leggono bellezza e delusione, il prima e il dopo. Qui, il dopo si è fatto tragico: “Mentre lasciavo l’Istituto l’avevo visto rientrare, trascinando penosamente la gamba di legno, con una mano reggeva la gabbietta, con l’altra si appoggiava a una gruccia.”.
Il lettore si accorgerà che ogni personaggio, non solo Nascinguerra, rappresenta quella terra ferita e abbandonata. Terra e uomini sono una cosa sola, così che la storia del vecchio marinaio è la storia di un dolore.
Il romanzo si apre anche ad ampi spazi consentiti dalla genealogia di Nascinguerra, che il lettore gusterà con piacere, soprattutto quando si rievocherà la ritirata dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte a seguito delle sconfitte subite in Russia nel 1812, che segnarono il suo declino. Sono pagine che ci fanno ricordare quelle narrate da Victor Hugo ne “I miserabili”. La signorina Egle Schwarz, che narra la storia di un antenato di Nascinguerra, un sergente francese di nome Tristan Fournier, ci dice che la pronipote di questi, Angiola (che poi è la madre di Nascinguerra), affermava che il bisnonno: “Malediva quella terra desolata e la neve che la ricopriva a perdita d’occhio, ma soprattutto odiava il gelo che gli paralizzava le membra.
Aveva percorso migliaia di miglia, sopportando privazioni di ogni sorta, in cambio di niente.”.
Questo è ciò che osserva e incontra nella sua ritirata: “I soli riscontri in tanto biancore erano i cadaveri dei soldati non ancora ricoperti dalla neve, le carcasse irrigidite dei cavalli, le sagome dei carri e gli affusti dei cannoni bloccati nella morsa del gelo.”.
Ci sono momenti in cui il romanzo diventa epico e dimostra che siamo di fronte a un autore che sa modulare i vari registri della sua storia. Gli stessi passaggi da un narratore all’altro sono fluenti, quasi impercettibili. Sappiamo che la scala di essi è composta in alto da Adelchi. sotto il quale giganteggia il giornalista inglese per il suo interesse e la sua curiosità che fanno da stantuffo al treno del racconto, e subito dopo gli altri, dall’inglese stesso generati, anch’essi in una successione che li marca e dà loro spessore.
Questo, ad esempio, è il ritratto di uno di loro, Gigi Bucher: “Bucher evitava le scampagnate nei paesi dell’entroterra, aborriva gli scherzi goliardici, mal sopportava le baldorie chiassose che finivano in pantagrueliche abbuffate e colossali bevute.
Si rifiutava di esporre la sua pelle delicata ai raggi del sole d’estate e in quanto ai bagni di mare, non sapendo nuotare, li schivava come il diavolo evita l’acqua santa.
Biasimava gli amici che bazzicavano i bordelli, frequentati da sciami di marinai. Non gli piaceva il gioco delle carte, tantomeno amava le sfide al biliardo.
Per contro gli piaceva andare alla stazione, preferibilmente di sera per assistere alla partenza dei treni. Lo esaltavano le locomotive a vapore, quelle che dalla ciminiera sbuffante emettevano un fumo acre misto a scintille le quali, dopo il calar del sole brillavano come lucciole nella notte. Gli piaceva passeggiare sotto la pioggia. Aveva una vera passione per il cinematografo ma non perdeva mai l’occasione per assistere alle rappresentazioni liriche che si tenevano d’estate nella grande Arena.”; “Si era scordato persino di prendere moglie, non tanto perché provasse indifferenza per le donne, ma semplicemente perché, preso com’era dai suoi libri non trovava il tempo per avvicinarle, conoscerle, frequentarle e corteggiarle a dovere.”.
Sono descrizioni che hanno caratura psicologica, in cui si nota una scrittura limpida e classica, con la quale il ritratto del libraio esce a tutto tondo con la rappresentazione di un’anima incerta tra l’essere adulta o ancora un po’ bambina. Per quanto riguarda la sua fisicità, essa è resa in maniera visiva: “L’aspetto del libraio era quello di uno spilungone, magro e precocemente ingobbito. Aveva il volto pallido e affilato, una folta chioma di capelli scuri e crespi, il naso ricurvo, gli occhi nerissimi e infossati nelle orbite erano sovrastati da sopraccigli arruffati. Portava costantemente un paio di occhiali a pinza piccoli e stretti.”. I dettagli con cui sono disegnate talune descrizioni rivelano che Tarticchio, oltre che scrittore, è attento e sapiente grafico e pittore (le sue opere figurano in musei, circoli culturali, biblioteche, collezioni pubbliche e private), capace quindi di evidenziare, con bella sintesi, particolari minuti e significativi
Questa è la descrizione dell’anziana maestra Egle Schwarz: “Minuta nel fisico, tanto da sembrare più piccola di quanto non fosse, l’anziana maestra aveva il volto racchiuso in un perfetto ovale, incorniciato da capelli bianchi argentati, lisci e gonfi ai lati e raccolti sul capo con un pettine ambrato di tartaruga. Aveva gli occhi grandi e chiari, lo sguardo sereno ma deciso, come di una persona sicura di sé che sa ciò che vuole e come ottenerlo.
Portava occhiali piccoli, con una montatura sottile e vestiva con la raffinata eleganza delle signore del suo rango, senza mai ostentare stravaganze o civetterie di sorta. Indossava camicette di crepe de chine bianche, grigie o nere, rifinite con pizzi di sangallo. Le piaceva adornarsi con cammei finemente lavorati, spille di pietre dure tagliate a marquise oppure con medaglioni fermati al collo da una fettuccia di velluto nero. Diceva di non amare le perle, perché le considerava lacrime degli innamorati delusi, raccolte dalla luna per evitare che andassero perdute. Un concetto decisamente romantico che contrastava con la sua volontà energica riguardo le sue scelte esistenziali.
Calzava stivaletti allacciati da una fila di bottoni che arrivavano fino oltre la caviglia, sfoggiava cappellini dai toni scuri, molto sobri, tutti rigorosamente muniti di veletta che le celava parzialmente il viso. Nonostante i suoi settantasette anni aveva la pelle bianchissima, liscia, esangue; le mani sempre ben curate, le dita lunghe e affusolate.”.
Una descrizione puntigliosa. Un’altra, questa volta corale, il lettore potrà trovarla più avanti quando è tratteggiato il mercato di un paese di nome Dignano. Ciò per avvalorare le qualità plurime dell’autore.
Un ulteriore esempio della felice e piacevole scrittura di cui è capace, lo si potrà rilevare e godere dalle belle pagine che descrivono il maldestro approccio di Gigi Bucher con la signorina Eleonora Balducci, nativa di Lucca e impiegata delle Poste di quel paese, una cliente della sua libreria, che gli si presenta così: “Per qualche anno ho studiato pianoforte. Noi, gente della Lucchesia, siamo stati un po’ contagiati dall’artista di casa nostra, quel Giacomo Puccini che lei avrà di certo sentito nominare.”.
Esse sono, per la loro qualità artistica, pagine di rilievo del romanzo, che troveranno una replica più avanti quando il bisnonno di Nascinguerra, Tristan Fournier, incontrerà quella che diventerà sua moglie, la bella mugnaia di nome Fiorina: “La bella mugnaia non rispose, tuttavia l’uomo comprese che quel complimento, come un dardo di Cupido, aveva colto nel segno. Non abituata alle galanterie, che la sua grazia e la sua bellezza avrebbero meritato, la giovane riprese il suo lavoro, non prima di essersi passata il grembiule sul viso, per ravvivare il biancore delle gote dovuto alla cipria di frumento.”; “La giovane possedeva un dono prezioso, che molte ragazze hanno sempre sognato: sorrideva con lo sguardo.”.

Il lettore si accorgerà da sé che sono narrazioni, anche quella che riguarda l’incidente della piccola Régine, figlia prediletta di Tristan, di una compostezza esemplare. E anche quando c’è da rappresentare una tragedia, come quella che si troverà nella Parte seconda, allorché una furiosa tempesta di mare colpirà Nascinguerra intento alla sua pesca, l’autore, come se stesse dipingendo un quadro, sa rendere viva e pregna l’immagine drammatica, padroneggiandola.
Tornano gli accenni alla Seconda guerra mondiale che, oltre alle stragi causate dai bombardamenti su quelle terre, aggiunse la lotta che i partigiani titini facevano agli italiani senza risparmio di crudeltà: “Gli stessi antifascisti, che consideravano i partigiani di Tito come liberatori, hanno dovuto ricredersi davanti alla ferocia dimostrata dagli slavi nei confronti degli italiani durante i quarantaquattro giorni in cui hanno occupato la città, prima che arrivassero gli Alleati.
Negli archivi del G. M. A. – Governo Militare Alleato – sono depositati migliaia di rapporti che denunciano esecuzioni sommarie, torture, stupri e vessazioni di ogni genere commesse dagli slavi di Tito a persone civili di ogni età, sesso e convinzione politica; per non parlare della crudeltà dimostrata contro militari italiani disarmati. I titini hanno palesato subito la loro ferocia diventando persecutori della peggiore specie.”.
Quella lotta si ripercosse in Italia: “Nell’Italia del dopoguerra, i comunisti di Togliatti, che avevano abbracciato la causa della falce e martello agli ordini impartiti dal Soviet Supremo di Mosca, divulgarono l’equazione che tutti gli esuli erano reazionari e fascisti, mentre i titini, marxisti-leninisti, venivano considerati liberatori.”. Verso la fine troveremo: “Arrivando in Italia, molti esuli vennero accolti con indifferenza o addirittura con il fastidio che si prova per un parente scomodo. Eravamo un corpo estraneo che tentava di inserirsi in un tessuto sociale che non voleva intrusioni. Da una parte degli italiani fummo considerati individui politicamente pericolosi; un branco di opportunisti, che sfruttavano la loro condizione di profughi per accaparrarsi il poco lavoro disponibile. Ai funzionari delle questure fu ordinato di prenderci le impronte digitali e di schedarci, quasi fossimo dei delinquenti. Lei non può nemmeno immaginare quanto avremmo voluto che la nostra diaspora fosse conosciuta e ricordata, invece intorno a noi si costruì un muro di silenzio.”.
Sappiamo dalla Storia il boicottaggio a cui gli esuli furono sottoposti, ai quali si negò, durante le soste alle stazioni ferroviarie, perfino l’acqua per dissetarsi.
Il romanzo è la narrazione di una morte annunciata. A poco a poco la vitalità di quella gente operosa si spegne nella rassegnazione dolorosa: “Stiamo tentando di sbarazzarci di tutto: pentole, posate, piatti, boccali, bicchieri, tavoli e sedie.”. Pola, la città cara all’autore, è la vittima per antonomasia di una sopraffazione che non ha trovato difensori: “Alle volte mi domando da che parte stia Dio”.
La riflessione che incontriamo nella Parte seconda, può essere una risposta? Scrive l’autore, mettendo le parole in bocca ad un pescatore, Nicolèto Papadopolis, che fu amico di Nascinguerra, il quale ha deciso di restare e per questo è accusato ingiustamente di simpatizzare per Tito: “Tutte le cose animate e inanimate del pianeta possiedono uno spirito che le guida e che si manifesta attraverso forme diverse, non sempre facili da individuare.”. E nell’esergo con cui apre un capitolo dedicato proprio all’altro amico, ‘l Grego, troviamo queste parole di Anthony Burgess, tratte da “L’antica lama”: “A Dio non interessa che si neghi la sua esistenza: lui sa di esistere e ciò gli basta.”.
Quella di credere in Dio è una scelta non facile. ‘L Greco l’ha rifiutata: “Confesso che non ho mai cercato Dio, né Lui, credo, abbia cercato me. Nascinguerra tentò di convincermi a percorrere con lui la via della fede, ma quella strada io non l’ho mai trovata, forse perché la mia mente era confusa e piena di dubbi. Non so nemmeno se sono stato battezzato.”.
‘L Grego è l‘espressione della caparbietà e della disperazione: ossia di una ribellione che si conquista stringendo i denti: “Ma questo è il mio mondo, mi appartiene per diritto di nascita e io non lo rinnegherò mai.
Voglio vivere qui fino alla fine dei miei giorni, perché mio padre era istriano e il padre di mio padre lo era da generazioni. Non mi importa il prezzo che dovrò pagare per questa scelta.”.
Attraverso le parole del giornalista è rivendicato il diritto degli istriani di abitare quelle terre che occupano da millenni; “Nonostante le diversità storiche e culturali, per secoli italiani e slavi hanno avuto rapporti di buon vicinato, tolleranza reciproca, pur mantenendo ognuno la propria identità, la propria lingua, la propria religione, i propri usi e costumi.”.
L’inglese, però, richiama il suo interlocutore alla verità dei fatti: “Molti italiani nella penisola credono di avere vinto la guerra solo perché una parte di essi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si è schierata contro il fascismo. La verità è che l’Italia è stata sconfitta e la cambiale che ora deve pagare si chiama Istria, Fiume e Dalmazia.”. E con triste partecipazione al dolore, prosegue: “credo che passeranno molti anni prima che la tragedia dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati possa venire riconosciuta nella sua giusta dimensione. Quando questo avverrà, se mai avverrà, del passato culturale istro-latino-veneto, sopravvissuto per quasi venti secoli su questa terra, sarà rimasto poco o nulla.”.
Quando cominciamo a conoscere meglio Nascinguerra (la sua figura domina la Parte seconda del romanzo), ci pare di vederlo nella sua modesta casa di pescatore, avvolto da riti e tradizioni che lo avevano formato. In casa teneva un piccolo lume acceso davanti all’immagine della Madonna per ricordare la suocera Catina, la madre della moglie Fosca: “Il culto dei morti sì perpetuava in Istria da secoli, attraverso una minuscola fiammella tenuta accesa giorno e notte. Sì pensava che quel piccolo bagliore avesse il potere di attirare e di trattenere le anime dei defunti nel luogo dove avevano vissuto durante la loro vita terrena.”.
Quando si alza al mattino presto per andare a pescare con la sua barca, una ‘batana’ chiamata ‘Mia Regina’: “Inspirò profondamente l’aria del mattino e diede il buon giorno al mare, alla natura circostante e alla vita. Era una sorta di rito propiziatorio che l’uomo compiva tutte le volte che andava a pesca. Così facendo, Nascinguerra era convinto di diventare parte integrante degli elementi, che riconoscendosi in lui lo avrebbero accolto non come un estraneo ma come un amico.
Ripetendo quel gesto arcaico, tramandato per generazioni, il pescatore rivelava la parte più pura e più ingenua del suo essere.”.
A certe usanze al limite della superstizione, come quella che riguarda ‘il nodo di Salomone’, l’autore dedicherà alcune pagine illustrative: “le fiamme, che si levavano alte nella notte, simulavano il rogo sul quale un tempo venivano bruciate le streghe, con quel rituale anche le contrade venivano ripulite da ogni malocchio o sortilegio.”; “Lo sanno tutti che Nascinguerra era un convinto animista, che da giovane esercitava i segni. Perché farne un mistero?”; “Il simbolo della ‘Croce di Salomone’ era il solo mezzo, conosciuto dal naufrago, per difendersi dal dolore esorcizzando l’aggressione del male.”. Avremo un capitolo intero dedicato al diavolo: “Ebbe la sensazione che due fanali accesi gli frugassero nell’anima. Gli sembrò che in quell’occhiata si concentrasse un’energia sorprendente: il potere sordido di un essere malvagio dotato di una forza medianica devastante.”; “Un acre odore di zolfo bruciato, come di fiammiferi da cucina appena accesi, si diffuse tutt’intorno ammorbando l’aria.”.

Nascinguerra diventa in qualche modo il simbolo del popolo istriano. Dirà ‘l Grego: “Dalle nostre parti, indipendentemente dal fatto che si sia credenti o meno, tutto ciò che è bene viene identificato con Dio, il male invece è sempre opera del demonio.”. E forse anche qualcosa di più assoluto che ci consente di immedesimare quel popolo non solo al mare ma alla natura tutta, visibile e invisibile. Nacinguerra aveva detto all’ufficiale giornalista: “Ho venduto l’anima al diavolo in cambio di una gamba nuova.”. Di lui troveremo scritto: “Il mare era tutta la sua vita e molti suoi compagni asserivano che nelle sue vene scorresse sangue salato.”. C’è un gabbiano, ‘il cucal’, a cui ha dato il nome di Checo, che lo aspetta ogni mattina e appena lui muove i remi, si alza in volo e lo segue: “l’uccello lanciò un grido acuto, come il vagito di un neonato, spiccò un salto, si levò in volo e puntò diritto verso il largo.”. Sarà Checo a svelare ai compagni che lo stanno cercando dove si trovi Nascinguerra, ferito e in balia della tempesta: “Era incredibile che quella creatura selvaggia, nata libera e vissuta in spazi aperti, provasse una forma di riconoscenza, nei riguardi di colui che l’aveva sfamata.”.
Gli animali hanno una gran parte nella vita di Nascinguerra prima e dopo la menomazione fisica che lo costringerà a camminare con una gamba di legno. Infatti, abbiamo già visto come il gabbiano sia stato importante per la sua salvezza, ma a guarirlo dalla prostrazione in cui era caduto, fu una piccola cagnetta, una ‘s’gnèsola’ (che significa: piccola cosa, di poco conto), “dal mantello sale e pepe, con sopracciglia e mustacchi spioventi, occhi neri e fulvi e un musetto dall’espressione buffa.”; “Grazie alla sua vivacità, al suo scodinzolare allegro e spensierato, avvenne il miracolo che la donna auspicava: in meno di tre mesi al pescatore tornò la voglia di vivere.”. C’è anche un pesce, il grongo, “un re marino”, che gli comparve quando era isolato sullo scoglio e, alla sua vista, gli tornarono la volontà e la forza di resistere: “Non ho dubbi, è stata la presenza del grongo a rendere più sopportabili le lunghe ore di solitudine.”; “Dopo due anni quel legame divenne così saldo, che la bestia gli veniva incontro a prendere i bocconi direttamente dalle sue mani.”. Il suo rapporto con il grongo avrà una svolta tragica che in qualche modo ci ricorda, oltre al Giuda del Vangelo, il rapporto tra il capitano Achab e la balena bianca in “Moby Dick”, il capolavoro di Herman Melville. Quelle sulla morte del “grongo gigantesco”, ma specie sulla terribile tempesta che gli devasterà la barca, saranno pagine avvincenti sia sotto il profilo psicologico che avventuroso, che creeranno una suspense che si scioglierà solo a conclusione del libro.
La disgrazia accaduta al nostro protagonista è una sorgente di valori positivi che devono appartenere agli uomini, e che invece sono spesso repressi o addirittura dimenticati; tra questi la solidarietà. I paesani regalano a Nascinguerra una barca in tutto simile a quella che era andata distrutta. Non solo gliela comprano, ma la dipingono dello stesso colore, battezzandola, in aggiunta, con il nome “Mia regina II”, affinché gli ricordasse quella di prima.
È un altro momento in cui la scrittura fa emergere la coralità dei fatti e dei sentimenti quali gangli vitali della nostra esistenza: “Questo dono è un atto di amore e di stima nei tuoi confronti perché nasce dal cuore di coloro che ti vogliono bene.”; “Non viene, come tu pensi, dalla pietà della gente, ma dalla loro solidarietà.”.
Il mito che avvolge la figura di Nascinguerra, con la sua forza e poi la sua sconfitta, riassume la storia del popolo esule, che millenni di storia avevano radicato e fatto crescere sulla terra rossa davanti al mare Adriatico e che la ingiustizia unita al sopruso e alla violenza avevano cacciato in direzione di una Italia “creduta madre per lingua e tradizioni, ma che accolse i suoi figli con il cuore duro di una matrigna.”.
Le pagine finali paiono riassuntive dello spirito che sempre ha aleggiato sul romanzo, quello malinconico di un addio: “Il nostro dramma è di sentirci stranieri nei luoghi in cui siamo nati e dove abbiamo vissuto per millenni”; “I cambiamenti sostanziali, avvenuti in Istria con la balcanizzazione, evidenziavano nuove realtà. La lingua, i suoni, i sapori e le usanze si rivelavano estranei e incompatibili con qualsiasi riferimento con il passato.”. Furono in tutto 350.000 gli esuli di quelle terre, “i cui antenati hanno vissuto qui per millenni”; “Dei 32.000 abitanti di Pola, 28.000 optarono per l’Italia.”.
Il romanzo (che in appendice contiene una ricostruzione storica del dramma giuliano-dalmata), compenetrato nella storia di Nascinguerra, si rivela essere, dunque, un grido di dolore e di rabbia volto a far ricordare, a chi ha colpevolmente dimenticato, la tragedia di un popolo cacciato dalla sua terra; e porta dentro di sé, palpitante, il sogno e la mestizia del suo autore.


Letto 753 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart