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LETTERATURA: Tempo di grappoli

25 Settembre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti

[di Gian Gabriele Benedetti: “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Il nonno si era alzato prima del solito, quella mattina. Lo sentii dallo scricchiolio della scala in legno, mentre scendeva nella cucina grande. Non persi tempo. Sgusciai lesto dalle coperte e fui giù con lui, che mi guardò alquanto sorpreso.

“Che fai, piccoletto?” mi disse.
“Vengo con te, nonno. C’è la vendemmia, oggi!”
Infatti si apriva un giorno importante e particolare per chi vive in campagna. E per un bambino era una festa vera e propria, ma lo era anche per il nonno, per questo aveva interrotto molto prima del solito il suo riposo.
Una sciacquata veloce al viso con l’acqua della catinella, per levare il torpore dagli occhi, una breve colazione con pane e latte e poi subito fuori dall’uscio, ché il giorno-fanciullo ci trovasse pronti. Già il gallo cantava, dal chiuso del pollaio, alle porte dell’alba.
L’aria umida e fresca del primo autunno ci investì non appena fummo nell’aia davanti casa. Ci facemmo il segno della Croce, come nostro costume.
Le stelle erano sempre appese al soffitto del buio e Sirio non accennava a cedere il suo lume vivo, cullando ancora i sogni della notte. Il nero manto della terra vaporava profumi tenaci e solitari nell’aria quasi immobile.
Eravamo due ombre scure dal fiato fumante e dal passo incerto, ma i nostri pensieri non correvano pigri per via del sonno interrotto della mente: un’ansia sanguigna premeva nel petto.
Intanto s’apriva il dì ad oriente e scopriva man mano le morbide colline per i nostri occhi ansiosi. Ben presto la prima luce le rivestì di verderame. Nell’arcochiaro del mattino s’incurvavano i poggi a tratteggi di filari, allacciati con mani larghe di pampini a proteggere il rubino del grappolo maturo. La vite aveva spalancato le sue labbra colorate tra il materno smeraldo. Il volto paglierino del sole dell’ultimo settembre già dilatava l’intesa con l’orizzonte risvegliato e scopriva sempre più i segreti della valle. Brusio di brezza s’accucciava, come gorgoglìo stentato di voci lontane, ai piedi delle siepi e dei filari, intingendo le sue eteree vesti nei sentori di rugiade. Dormiva ancora il campo grande del granturco fatto, mostrando tutta la stanchezza dei suoi giorni estremi. Qualche uccello, anima levitata in fitte mosse, frantumava i silenzi pettinati del momento. Ma fu la campana, lassù dal borgo, ed il suo singhiozzare alto a dare il sussulto alle ultime brume adagiate nelle pieghe del terreno e a far tacere il canto delle rane laggiù nel fosso lontano.
E il tempo dei grappoli era pronto a distillare odori dolci-aspri di mosto e zolfo.
Ci volle poco alla vigna per riempirsi di voci e canti, che già bruciavano fatiche e timori a lungo sofferti. Uomini, donne, bambini, armati di cesoie, cesti e bigonce avevano preso con lena a staccare i grappoli turgidi.
La festa del vino era cominciata, come un sacro rito che si ripeteva sempre uguale, ma sempre col suo fascino che coinvolgeva tutti.
I cesti colmi venivano vuotati nelle bigonce di legno, che, non appena riempite ben bene, braccia robuste di giovani con vene sporgenti, lucide al sole, collocavano con cura e abilità sulle spalle e andavano a scaricare nel tino grande, pulito e sistemato a dovere nella penombra della cantina. Si vedevano salire a fatica e scendere rapidi lungo il pendio.
Il nonno era come un signore o un indomito guerriero, o come un dio agreste nel suo sacro cerchio. Conduceva le operazioni, dava ordini pacati e consigli; ogni tanto porgeva il fiasco ai vendemmiatori e diceva quasi con enfasi:
“Su, venite! Riempiamo i boccali e beviamo! Oggi è un giorno benedetto!”. E le braccia si alzavano al cielo quasi all’unisono e le bocche vogliose accarezzavano il nettare bruno.

Intanto riprendevano i canti le donne, tra il ticchettio incessante delle cesoie. Ed erano per lo più stornelli pieni d’arguzia e con qualche frase piccante, che faceva arrossire le più giovani e provocava la reazione, a volte anche pesante, dei maschi.
Noi ragazzi non avevamo attimi di tregua: “beccavamo” qua e là l’uva migliore e scorrazzavamo senza sosta a saporare, oltre che i dolci acini che ci rendevano le mani e il viso appiccicosi, tutta la letizia del momento e tutta la spensieratezza della nostra tenera età.
Quando l’occhio sconfinato del cielo accolse più alto il sole, fu allora che il nonno si staccò dal branco e si diresse verso la cantina. Io lo seguii: non volevo perdere alcunché di quello che faceva. Vidi che si tolse scarpe e calze, si rovesciò più volte in alto i pantaloni alle gambe e si infilò ancora agile nel tino, che già mezzo pieno cominciava a sfrigolare. Prese a pigiare con i piedi i grappoli e pareva danzasse con un ritmo sempre uguale. Lo vedevo dalle spalle in su. Intanto le bigonce piene continuavano ad arrivare e il nonno a “macinare” senza sosta.

A sera, quando si tinge l’orizzonte di porpora e l’aria torna sbarazzina, cessarono nella vigna, ormai depredata, i canti, le voci e i ticchettii. Anche il nonno aveva finito di schiacciare gli acini nel tino. Mi fece assaggiare il mosto: era acre e dolce ad un tempo. Poi si mise a sedere sulla soglia della porta di cantina con i piedi ancora nudi e rossi d’uva. L’orgoglio e la soddisfazione si leggevano nei suoi occhi saggi e buoni, anche se nel suo viso aleggiavano i segni della fatica, che approfondivano ancora di più i solchi del tempo. Tirò fuori dal taschino della camicia la sua pipa mezzo bruciacchiata dall’uso frequente e l’accese: era la prima volta che lo faceva in quella giornata. Tirò di gusto due o tre boccate: il fumo salì in aria e presto si perse. Lo seguì beato con lo sguardo e: “Anche quest’anno”, disse calmo e solenne, “ce l’abbiamo fatta, bimbo mio. La stagione ci ha assistito, l’uva è pigiata nel tino, il mosto già preannuncia una buona e abbondante qualità. L’annata è andata proprio bene, grazie a Dio, e le fatiche sono state ripagate”.
Alla famiglia non sarebbe mancato il vino.
Intanto si allungavano le ombre delle sera. Si sbiancavano qua e là le casupole alte, sperdute sulla soavità dei colli e parevano pupille stupite, quasi stregate dall’ultima luce sospesa laggiù al tramonto, lenta a morire. Lontano s’incupiva il bosco, cullato dal tonfo incessante delle castagne mature. Si era fatta più ardita la brezza: portava in giro l’odore del mosto, che ci inseguiva ovunque. Un fresco rumore sfuggiva dai cespugli intorno. Sopra di noi, di poco, si avvertiva l’inquietudine degli uccelli nel loro arrangiarsi per saziare l’ultima fame. Già si accendevano, slavate, le prime stelle in cielo. Anche la nostra casa grigia di sassi accese il lume. La mamma e la nonna si muovevano svelte e pratiche in cucina. Il fuoco era acceso e la fiamma rideva e discorreva lesta. Si preparava la cena per tutti.
Ora pareva che il respiro dell’autunno si facesse più vicino e fosse pronto a dar voce alla sua canzone colorata ed ammaliante.

———-

Ti sei lungamente spento, nonno mio, come la tua e la mia campagna, che non ha più aspetto e vigne e semi buoni, né chi rompe il ventre nero del terreno. A me è rimasto poco più che un ritaglio in dissolvenza nel sangue incenerito delle vene. Un ritaglio vacillante, soffocato, bagnato d’agonia. Ed io racchiudo questo grumo amaro, che nessuno può più togliermi dal petto.


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Bart