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Tobino, Mario

7 Novembre 2007

Gli ultimi giorni di Magliano
Il perduto amore
Tobino scrittore

Gli ultimi giorni di Magliano

Non sono molti gli scrittori che hanno saputo coniugare la bellezza della prosa con la sensibilità della poesia. Tobino è uno di questi: “Le piante hanno intorno soltanto cielo; sono abbracciate da quello. Ãˆ un paesaggio che sempre mi commuove.”, oppure: “Lei era la fidanzata della morte, avrebbe sposato quella, a tempo giusto, quando, secondo la regola, la vita era terminata.” Non a caso i grandi amori letterari della sua vita sono stati Dante Alighieri, a cui dedicò un romanzo: “Biondo era e bello”, e Niccolò Machiavelli, sul conto del quale compose la breve prefazione di un libretto fuori commercio, stampato a Lucca da Maria Pacini Fazzi editore su incarico della locale Cassa di Risparmio, dal titolo: “Machiavelli a Lucca”.

Questo romanzo del 1982, che si ricollega nel titolo a quello più famoso “Le libere donne di Magliano” (1953) è la risposta che lo scrittore viareggino dà alla legge Basaglia, con la quale si diede il via alla chiusura dei manicomi, tra i quali quello dove Tobino aveva lavorato per quarant’anni e vi aveva scritto i suoi libri: Maggiano, che è il vero nome di Magliano, ed è una località a pochi passi da Lucca, e vicinissima a casa mia.

Or non è molto mi recai a far visita al luogo e alle due stanze in cui Tobino visse e che conservano i suoi ricordi, oltre che tutti i suoi libri. L’edificio è in abbandono, desolato abbandono, e voglio sperare, come sento dire, che qualcuno presto provvederà a risistemarlo dignitosamente. Tobino è il maggior scrittore che abbia avuto la mia terra di Lucchesia, fra i molti cui ha dato i natali.

Sono gli ultimi giorni e fra poco il manicomio sarà chiuso, Tobino andrà in pensione, ha compiuto l’età prevista, settant’anni. Così i suoi passi in quel grande edificio, o il suo sguardo dalla finestra di una delle sue “due stanzette, tugurio e villa”, risvegliano i ricordi, accompagnandoli a una tenera malinconia. Tobino ha amato “follemente” i suoi malati, le sue donne soprattutto “perché ho avuto quasi sempre reparti femminili.” Scrive: “Mi vogliono dare l’addio o sono io che oscuramente bramo di rivederli?”

È arcinota la polemica di Tobino contro la legge Basaglia (“Possibile un’Italia tanto scervellata?” E anche: “Mi diano del reazionario, servo del Potere, ma la mia la debbo dire. È il mio dovere.”), e questo libro ne riporta i passaggi come un diario, nel quale occorre, tuttavia, distinguere i passi che riguardano la polemica da quelli ben più interessanti che si riferiscono al rapporto che Tobino ha sempre avuto, non solo con i malati come individui, ma con la follia, che definisce: “una delle più profonde, meravigliose, misteriose manifestazioni umane.” Leggete questa frase stupenda: “La follia è qui, angelo appollaiato sulla mia spalla, a cantarmi le sue arie.”

Sa già che “i novatori” vinceranno e il diario diventa così la lenta, triste, preparazione del suo addio: “mi fa piacere confessarlo, oltre che l’addio a Magliano vorrei, prima di andar via, dare anche l’addio a Lucca, amore che mi diventa sempre più vivo. Quasi ogni mattina la vado a trovare, a salutare, a scoprire.”

Noi Lucchesi sappiamo di questo amore. Quante volte io stesso l’ho visto in giro per la città, con gli occhi mossi su ogni cosa, i tetti, le stradine, le piazze, i palazzi, le chiese. Tutto riesce a far rivivere in questa sua splendente memoria, che ha saputo conservare il passato ancora avvolto nella tenerezza, nello struggimento, nell’amore: “Con loro sono invecchiato.” Il periodare di Tobino, assai particolare, diviene così l’unico possibile per manifestare un amore tanto grande. Si può dire che la sua scrittura sia andata oltre quella di Pea e Viani, nutrendosi di una sensibilità più completa ed elevata, che raggiunge il suo apice in quel romanzo straordinario che è “La brace dei Biassoli”.

Considerato ormai un medico dalle idee antiquate (“Un vecchio, un sorpassato.”), è assegnato ad un reparto di anziani, il numero 6, che viene anche chiamato reparto Cechov perché così ha il titolo un racconto dello scrittore russo: “Numero sei”, che fa riferimento al manicomio e ai malati di mente.

La penna di Tobino, quasi inconsapevolmente, “da se stessa s’intinge” e non può star lontana dalla follia. I malati, i nuovi del reparto Cechov, e i vecchi che resuscitano dalla sua memoria, cominciano a formare una galleria di ritratti singolari, come singolare è sempre la follia.

Scipioni è un infermiere che gode della stima e della confidenza del medico scrittore. È lui che lo sollecita a denunciare sulla stampa l’insensatezza della riforma. Questa non sarà mai in grado di assicurare al malato “la carità continua”, che altro non è che il “non perdere mai la pazienza, mai irritarsi, mai rimandare a dopo, ed essere ben consapevoli che mai avremo gratitudine da nessuno; al massimo, forse, il lampo di uno sguardo.” E ancora: “Son lasciati liberi di avvicinarsi alla morte e in lei affondare.”; “Non volevo più scrivere di pazzi. Ma, come posso? Questi bambini senza più culla.”

La libertà del malato nella sua follia, per cui “può urlare la propria persona”, viene ingabbiata dagli psicofarmaci, che introdotti nel 1952, se hanno consentito di liberarlo dalla camicia di forza, dalle sbarre, incidono tuttavia sulla sua possibilità di “esprimere se stesso”, non sono più gli stessi malati di un tempo, non li riconosce più, sono avvolti da una nebbia che li ottunde. È questa nebbia la loro nuova prigione: “la creazione sarà impedita, non si alzeranno le vele, la prua non fenderà il mare celeste, non ci sarà nessuna navigazione per l’infinito spazio.” Che gli psicofarmaci siano usati quindi con molto giudizio affinché non accada sotto il loro peso che “la personalità del malato da creatura umana si tramuti in ombra.”

Tobino ha un grande rispetto per la natura e per l’uomo, è sospettoso di ogni manipolazione, teme una minaccia della loro integrità. Se ne sente il geloso – ed ora solitario – custode, in qualche modo.

Non sempre la vita di manicomio lo ha reso felice; in gioventù era la mancanza di amici – lui sempre chiuso là dentro – a immalinconirlo. I letterati di Lucca, con cui aveva principiato a scambiare qualche parola, presto se n’erano partiti, chi per Milano, chi per Roma, e lui era tornato a sentirsi solo: “La solitudine mi bendava.” Per fortuna “mi dedicavo alla mia maledetta e matta passione letteraria”. Credo proprio che la letteratura, più che l’amore, abbia salvato la vita di questo scrittore. Dice a se stesso: “Quel che ti è rimasto, in te ancora sepolto, aprilo alla luce, stendilo nella scrittura. Questo è essere uomo.”

Tobino scrittore di coscienza e di anima, dunque: “Ardevo di raccontare la mia anima e il mio mondo.” Questo suo “diariuccio”, come lo chiama, conferma le sue qualità di grande affabulatore; pur in presenza di una materia ostica e burocratica come la Legge 180, egli riesce a trattenerci sulla pagina, arricchita dal profondo amore per il suo mestiere di “medico dei matti”. La sincerità, il non trattenersi vilmente, il non nascondersi mai, sono stati i pregi maggiori di questo schietto viareggino, a cui Lucca, che egli amò e cantò (“per le sue stradette c’è il cicaleggio di una sorridente saggezza.”) volle offrire la cittadinanza onoraria. Di Lucca ricorda due chiese: Santa Giulia e Sant’Anastasio, poco discoste l’una dall’altra, e un vicoletto lì nei pressi, il Vicolo della felicità, che “Aprendo le braccia quasi si toccano con le punte delle dita le opposte pareti.” e prosegue: “Stamani ero triste, ombre cupe su mie personali previsioni, e queste inaspettate gemme, di una tale semplicità, di una umiltà come un angelo che porge un fiore, mi hanno ridato fiato e speranza.” C’è spazio anche per l’amore di tutta la sua vita, un amore intenso e tuttavia pudico: quella Giovanna che lascia Roma per stabilirsi con la sua figlioletta nella casa che aveva a Fiesole. Tobino sente che non è ancora in grado di renderle onore come scrittore, ma non può fare a meno di “confessare che per lei, per la Giovanna, potei resistere per quarant’anni a non essere il solito psichiatra che fa la visita e fugge, ma invece io a abitare con i matti, viverci insieme, alzarsi la mattina e scorgerli alla finestra, essere la notte per addormentarsi e udire i loro richiami.” Difficile, davvero difficile, rendere la bellezza di una scrittura che credo non abbia l’eguale per vigore, libertà, indipendenza, ribellione, dolcezza e amore. Ciò che Tobino tocca, siano cose inanimate, siano persone, è carezzato ed illuminato dalla poesia. Egli ha nella rievocazione e nel grido la forza di un antico aedo.

E Lucca?: “Perché così ami Lucca?/Perché è un villaggio,/nonostante i marmi/ne ha il cicaleggio.” E ancora: “La città è tutta sorprese, necessario stare attenti, essere come in allarme, per sorprenderla e amarla. Lucca di giorno e di notte in se stessa si culla.”

(Ora su “Quaranta letture. Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea”. Marco Valerio editore, Torino, 2004. Pag. 314. Euro 16.

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Il perduto amore

Finii di leggere questo romanzo il 7 agosto 1979, nella pineta di Viareggio. La prima edizione Mondadori era uscita nel gennaio dello stesso anno, seguita da una seconda edizione nel febbraio successivo. A distanza di così tanti anni l’ho voluto riprendere in mano per una seconda lettura, cosa che faccio assai raramente. In questo caso, la sollecitazione mi è venuta dall’aver finito di leggere pochi giorni fa il libro di Umberto Fracchia, autore di origini lucchesi come Tobino, che, uscito nel 1921, porta lo stesso titolo.

In Fracchia il perduto amore è quello di Luisa, la donna che il marito non amava e che umile e dolce sacrificò la sua vita per lui, che troppo tardi scoprì quell’affetto così altruista e profondo. L’amore di cui parla Tobino nasce in tempo di guerra sul fronte libico, e non ha la tragica conclusione di quello narrato da Fracchia. Tobino torna a ricordare, con questo romanzo, la sua esperienza di guerra in terra d’Africa, dopo “Il deserto della Libia”, del 1952.

La tragedia qui accade all’inizio, quando casualmente, nell’ospedale da campo 129, da una pistola di un tenente medico parte un colpo che uccide all’istante un altro tenente medico. È l’occasione perché la “bella, fatale” infermiera contessina Romana Augusta Ludovisi, soprannominata Dedé, e il protagonista, il tenente medico Alfredo, “quello che delle volte zoppica un poco”, si conoscano. Alfredo (ancora una volta un personaggio autobiografico: “con i propositi che si era sempre fatto di non sposarsi per dedicarsi alla sua passione letteraria”) è stato trasferito da pochi giorni al campo, proveniente dal fronte marmarico, dove le schegge di una bomba lo hanno ferito, e mal si adatta a quella vita così differente, in cui mancano il calore, la solidarietà, la confidenza presenti invece sul campo di battaglia: “Non mi ci ritrovo in questo ospedale.” Soltanto quando fa visita ai feriti, che hanno combattuto come lui sul fronte, il suo carattere si trasforma e diventa gioviale, pronto in tutto a scoprire e a sollevare l’animo dei soldati. Ritroviamo in questo ritratto il medico Tobino che visita le sue malate febbricitanti di follia nel manicomio di Lucca, amorevole e solidale, come era stato anche il tenente medico Marcello ne “Il deserto della Libia”. La sincerità della sua commozione e la spontaneità del suo sentimento si trasmettono in ogni circostanza alla sua scrittura, la quale d’improvviso ne riluce, sprigionando quel personale baluginio in cui si fondono il narratore e il poeta: “Il tenente Alfredo era ogni mattina preso come da una ventata di frenesia e gli si sprigionava l’immaginazione. Questi erano gli uomini che lui amava, coi quali – persino in quella amara guerra – poteva nascere una sorta di felicità.” Oppure, quando pensa a Dedé: “Ancora mai si era detto se l’amava”. Non si possono scindere, infatti, queste due attitudini in Tobino; esse sono alla base della singolare qualità della sua scrittura, vigili sempre e pronte ad emergere e ad imporsi al lettore, come accade, al suo massimo livello, in quel capolavoro che è “La brace dei Biassoli”, del 1956. L’amore che nasce tra i due deve restare nell’ombra, segreto: “Erano anche tempi così intessuti, abitudini chiuse, il sesso una paura, la donna rinserrata, le confidenze spinose; la regola era darsi del lei.” Tra le tribolazioni della guerra, le atrocità e la tristezza dei sentimenti, Tobino sceglie, dunque, di far sbocciare il fiore tenero dell’amore. Lo prende per mano, lo accarezza, ne ha gelosa cura. Ne accudisce il seme, ne vigila trepidante la crescita: “I suoi soldati, laggiù a Tobruk, erano ormai come in un cannocchiale guardato alla rovescia. Nella coscienza di Alfredo regnava, cioè imperava, la crocerossina Ludovisi.” Eppure la guerra non è lontana. Un aereo nemico mitraglia il campo, facendo dei feriti. Uno dei soldati è stato colpito al fegato, è grave. Morirà. Scrive Tobino: “Il soldato era biondo, bello, aveva uno sguardo dolcissimo come perdonasse qualsiasi cosa, anche il destino.” La narrazione di Tobino è minuta, la scrittura mai si adagia nel sentimento e resta attenta, a volte diventa graffiante, come quando secerne ironia nei confronti della pavidità di taluni “prudenti ufficiali medici” o nei confronti del grosso farmacista, “ben piantato, sanguigno, gli occhi porcini, facili a diventare lucidi”, gonfio di fede fascista. Sono i giorni in cui si intravede la sconfitta. Gli Alleati avanzano e Alfredo ha modo, attraverso l’amico Tucci, un altro tenente medico, di conoscere gli inganni, gli intrighi che l’Alto Comando Militare aveva messo in atto falsificando trecento cartelle cliniche per far imbarcare sulla nave ospedale diretta in Italia molti grossi ufficiali raccomandati. Gli rivela l’amico: “Sono già tutti a Bengasi. Sani, sanissimi, vili. I malati e i feriti rimarranno in Libia; finiranno prigionieri, se sono fortunati. Hai capito? Domattina una macchina porta da qui, da Barce, con firme e controfirme le cartelle false a Bengasi. Gli eroi si imbarcheranno.” Di carattere schietto, risoluto, Tobino non ha mai sottratto la sua penna al risentimento e all’ira, quando si è trovato di fronte ai casi di viltà e di ipocrisia. Già in altri suoi scritti questa sua attitudine alla indipendenza di giudizio e questo suo amore per la verità ci hanno aiutato a conoscerlo umanamente. Tobino, infatti, specchia la sua anima e la sua umanità nelle sue opere. Si veda, per fare solo qualche esempio: “Il manicomio di Pechino”, in cui se la prende con la burocrazia, e “Gli ultimi giorni di Magliano”, in cui dichiara la sua contrarietà alla legge Basaglia che stabiliva la chiusura degli ospedali psichiatrici (“Possibile un’Italia tanto scervellata?” E anche: “Mi diano del reazionario, servo del Potere, ma la mia la debbo dire. È il mio dovere.”).

Come sempre, Viareggio e Lucca sono, anche se indirettamente, presenti nel romanzo. Si pensi che il capitano Trenta e il colonnello Guidiccioni, romano, “la grande potenza sanitaria di tutta la Libia”, portano i cognomi di famiglie illustri nella storia della antica città toscana. La Commissione medica, lo visita, prende atto della sua ferita, ma rifiuta di farlo ritornare al “suo paese” di cui sogna, “le fresche onde che si sciolgono sulla spiaggia”, oltre a “l’amato volto di sua madre.” Consigliato da Tucci, cerca l’aiuto del colonnello Guidiccioni, che è uomo severo, tutto d’un pezzo, ma anche “soldataccio scanzonato” a causa del suo debole per le crocerossine, il quale non lo lascia nemmeno finire e gli grida in faccia: “Via di qui. Pagliaccio!”. È il suo momento di debolezza e di umiliazione. Così torna al campo 129, a Mirks, dove, un giorno, al colonnello scappa una frase di troppo, riferita all’incursione aerea che aveva mitragliato le tende e causato molti feriti: “Fregnoni, dovevate scappare.” La frase non va giù al tenente farmacista, che vede in ciò il tradimento: “si mina l’esercito”, “si invita alla fuga, si comanda di scappare.” Si confida con Alfredo e gli legge la denuncia che spedirà al Supercomando di Bengasi. Alfredo assapora il piacere della vendetta (“Vediamo se ti ripago”), giacché non ha mandato giù quel “Pagliaccio!” dettogli dal colonnello, e così incita il compagno: “Spediscila.” La prosa ispirata di Tobino, quasi sempre dall’afflato poetico rimarchevole (“Il mare era di un azzurro cupo, gaudioso mistero, le onde sulla cima avevano trine, risate di ragazze.”, oppure: “Lentamente in cielo trapelò una rosa.”), riesce a dare alle emozioni un abbrivo particolare, tale che esse si muovono nel romanzo come personaggi dai quali tutti gli altri traggono la loro forza e i loro colori. Anche l’ironia ne risulta sublimata. Scrive Tobino, quando giunge la Commissione del Tribunale Militare per indagare sulla denuncia a carico del colonnello Guidiccioni: “Presso che tutti gli ufficiali erano scappati ma si vestirono da eroi; temerari, non ebbero nessun tentennamento. Erano stati proposti per una medaglia al valore, già se la vedevano brillare nel petto e davanti al Tribunale Militare – spinti da quel vento – risposero con fierezza, impettiti, il volto commosso”. Chi farà le spese della denuncia non sarà però solo il colonnello Guidiccioni, a cui viene tolto l’Alto Comando e ordinato il rientro in Italia, ma anche il tenente farmacista, che viene trasferito. Guai a toccare i potenti, ci fa capire Tobino.

Il perduto amore, questo delicato sentimento che affiora lungo il romanzo e lo addolcisce dalle miserie della guerra, acquista, dunque, un significato ben più alto di un occasionale innamoramento di due individui che s’incontrano e si corteggiano. Esso si pone come il punto di riferimento più alto, il solo che possa avvilire, se non addirittura annientare, i cascami e gli orrori della guerra, il solo che resti nel tempo a risarcire ed illuminare una vita: “L’amore tra la Dedé e Alfredo continuava; era divenuto diafano. A lungo si guardavano, si sorridevano, si sfioravano le mani. I baci erano radi; le labbra si premevano leggere. I corpi non si avvinghiavano.” E poco più avanti: “E allora spontaneamente accadde che si misero a sognare un ritorno in Italia, dove finalmente si sarebbero potuti a lungo, a lungo abbracciare.” Il ritorno in Italia avviene grazie alla intercessione della infermiera Ristori, bella e giunonica, “dallo sguardo assassino”, di cui è innamorato il colonnello Guidiccioni, che questa volta aiuta Alfredo a rimpatriare. Faranno il viaggio insieme.

Il racconto è minuto come ne “Il deserto della Libia”. Piccoli episodi prendono via via la scena, di per sé innocenti e innocui, come se l’occhio vi avesse posato lo sguardo per puro caso; e invece inanellano pensieri e sentimenti che contrassegnano sempre lo scorrere della vita, sia che ci si trovi su di un campo di battaglia che per le strade di una città pacifica, o a casa propria. Non muta – ci viene da osservare – la intrinseca natura dell’uomo a seconda delle circostanze in cui si rivela e si esprime, ma resta fondamentalmente sempre eguale a se stessa, e l’uomo si manifesta come un gigante dominatore degli avvenimenti. Ossia, essi acquistano un senso ed una loro vitalità solo grazie alla presenza dell’uomo: “Si passò lungo il porto. La nave ospedale era nel mezzo, bianca. Lungo una banchina due grossi vapori stavano scaricando. Spuntavano dall’acqua oleosa alberi di bastimenti, carene sventrate, bocche di ciminiere, da per tutto un che di putrefazione, un senso di solitudine e di paura, una disperazione pietrificata.” Giunto in Italia, pur avvertendo l’emozione del ritorno (“Rieccomi”), si sente calare addosso il clima della dittatura fascista. Fa una sosta di due giorni a Roma, presso una sorella: “In quei due giorni camminò per Roma e quanto più rivedeva lo spettacolo fascista, quanto più assisteva ai paludamenti, alle falsità, alle viltà della dittatura, tanto più gli si ripresentavano i soldati nel deserto libico, miseri, mentre colavano sangue e poi morivano, soldati che spiavano qualche cosa o forse erano la rappresentazione dell’incomprensibile umano destino.” Vedete come, in pochi tratti, Tobino fa emergere tutto il paradosso e tutte le colpe della dittatura fascista, tronfia e vuota, ipocrita e fasulla. Così pure quando si trova a pranzo in casa di Dedé, a Carpi, e conversa con la madre di lei, una contessa: “Il vino sulla tavola era il sangiovese, denso, generoso; Alfredo se ne limitò con rincrescimento temendo di divenire meno accorto, che gli sfuggissero parole sincere, accolte con sorpresa da quella signora calata a perfezione in una società che si stava dileguando.” Nella esperienza di guerra del tenente Alfredo vi è, perciò, assai più di una cronaca doviziosa di quel limitato percorso di vita: in virtù di un puntiglioso sguardo che l’autore feconda sempre con il cuore e la mente, noi ci troviamo immersi nelle pieghe dell’animo di un uomo che, pur e ancora vestito della sahariana (“non avendo altro vestito”), non ha mai dimenticato le sole vere ragioni che dànno dignità alla nostra esistenza. Come si è già annotato, Tobino non manca mai, infatti, nei suoi scritti, di mostrare risentimento e idiosincrasia nei confronti di qualsiasi forma di prevaricazione delle libertà e del pensiero, e ha sempre disdegnato e combattuto l’ipocrisia e la vanità.

Anche Dedé ha chiesto e ottenuto il rimpatrio. È tornata a Carpi, la sua città, e lo comunica ad Alfredo, che è rientrato a Pesaro, dove vive con la madre. Il loro amore si raffredda a poco a poco: “O mobile fantasia degli innamorati! un momento la loro donna è una fragola già tra le labbra, sotto i denti, un momento dopo è un’ortica.” Che cosa sono i sentimenti, dunque? Che cosa li smuove, che cosa li muta? Essi, come l’uomo, giganteggiano, stanno sopra la guerra, non solo, ma, sorti dall’uomo, ossia da quel mistero che è la sua intimità, mettono le ali, da crisalide diventano farfalla, e corrono liberi sopra la vita di ciascuno di noi e di tutti.

Eppure a Livorno, dove si reca per passare una nuova visita medica presso l’ospedale militare, si respira la paura dei bombardamenti, che ancora non vi sono stati, ma li si attende: “Avevano addosso una febbre, un’ansia di attesa, in alcuni una incredulità, in altri già la pupilla del terrore. I livornesi, come poi accadde, aspettavano la distruzione, le bombe che urlano nel cielo e poi schiantano, divelgono, bruciano, disfanno; anche la bella cattedrale con i suoi marmi bianchi e neri sarebbe stata frantumata.” Sopra tutto sta, però, il perduto amore. Tobino tratta l’amore (“è nato un fiore sentimentale”) con pudicizia, non solo in questo romanzo. Più che l’amore dei sensi, è l’intreccio e l’unione dei sentimenti che egli esalta. Anche nel momento in cui il legame tra Alfredo e Dedé si attenua, egli mantiene quel filo tenero e discreto che mette in comunicazione due anime. Quando l’amore sarà finito, Tobino scrive: “Ora tutti e due hanno i capelli bianchi, le rughe, spesso un mesto sorriso. Se per caso un giorno si incontrassero l’autore pensa che andrebbero l’uno verso l’altra guardandosi senza alcun rancore.”

Lo stile di Tobino, intriso di poesia, favorisce questo esito. Lungo il romanzo incontriamo ogni tanto le ardite costruzioni sintattiche con le quali l’autore, a partire da quel lungo racconto, “L’angelo del Liponard”, manifesta la sua intraprendenza e la sua ritrosia a contenere la scrittura dentro regole le quali mal si adattano ai modi espressivi della sua natura. Un esempio: la guerra sta per finire, la dittatura per cadere, egli fa dire a Alfredo: “La ribellione avanza sorda, dilaga, lunghe ingiustizie sociali, chi è stato prepotente, profittato, rubato e hanno male diretto, peggio comandato.” Chi ha conosciuto l’uomo Tobino non stenterà a ritrovare in questa frase tutta intera la sua personalità.

Alfredo va a lavorare in un ospedale di Firenze. Ha scelto Firenze perché ha una segreta passione per la letteratura e la città toscana è frequentata da artisti che vengono da ogni parte e s’incontrano al “Fauno Giallo”: “Iniziava alle sei l’arrivo dei letterati, si mettevano uno a uno ai tavoli, giovani, meno giovani, già attempati, e tutti avevano un pensiero interno che li arrovellava, cioè l’arte, la poesia, incontrarla, dirla nei quadri, negli scritti, con le sculture.”

Inizia così un periodo di grande fervore per Alfredo. Che è il periodo che Tobino vivrà, oltre che a Firenze, anche nella sua città di Lucca, frequentando il Circolo Renato Serra che si riuniva al Caffè Di Simo, in Via Fillungo, oppure andando in trattoria, di sera, a due passi dal manicomio, con gli amici più cari per parlare di arte, e “dove così spesso scintilla il bel parlare. E insieme si confidavano, discutevano, si accendevano.” La trattoria, dopo la morte di Tobino, ha intitolato a suo nome la saletta che lo scrittore abitualmente occupava.

La guerra si è allontanata dal romanzo; essa è diventata un’appendice della vita, che è percorsa e governata dalle trame intime e misteriose di cui ragione e sentimento sono soltanto le più conosciute, ma non le sole che presiedono al carattere e al destino di un uomo. Quando, giunta Dedé a Firenze, Alfredo le telefona per incontrarla e lei risponde freddamente che non può perché ha impegni con amici, Tobino sottolinea: “e invece, laconica, impassibile, ignara, inconsapevole che dall’altra parte del filo c’era Alfredo e la sua natura.” Che cos’è, dunque, che innalza un sentimento sopra tutti gli altri? Certamente non soltanto la forza intrinseca di quel sentimento, bensì un certo qual connubio misterioso e polimorfo che è il solo a proclamare e a qualificare la propria personalità. Se non addirittura qualcosa ancora di più complesso: “Ognuno ha le sue fiamme.” Come può succedere, ci si domanda, infatti, che quel tenero sentimento che portava continuamente alla memoria di Alfredo i suoi compagni incontrati sul campo di battaglia davanti a Tobruk, si sia disciolto e appaia dimenticato e sacrificato alla gelosia, ma specialmente all’analisi inesorabile e ostinata che scandaglia la fine di un amore? Che cosa diventa, perciò, il perduto amore? (“I pensieri continuarono a muoversi sul tema, sul perché, su i perché del perduto amore.”). È soltanto la fine di una relazione tra uomo e donna, o qualcosa di più? È la manifestazione, ossia, di una propria debolezza, di un vuoto della memoria, di un buco nero apertosi nella propria personalità? A tanti anni di distanza da “Il perduto amore” di Umberto Fracchia, lo stesso titolo di un libro diventa in Tobino l’occasione per penetrare, e inevitabilmente smarrirsi (“Si gettò così semivestito sul letto e principiò a piangere, a singhiozzare.”), dentro i recessi dell’animo umano: “Aveva sentito la Dedé con l’istinto femminile che Alfredo non pensava affatto a matrimonio, a famiglia, a carriera, indovinava che aveva chissà quale segreto e, per una sua nascosta sensibilità, aveva subodorato che doveva rimuginare qualche passione politica, confusamente la Dedé aveva captato qualche cosa di questo genere.” Sarà, infatti, la sua passione per la letteratura ad illuminarlo e a fargli comprendere che d’ora in avanti quello sarà il percorso fondamentale, aspro, irto di difficoltà, solitario, della sua vita: “E poi, come avrei potuto scrivere, sfogare questa passione che si abbevera di ogni vicenda, anche di quella politica, si nutre di ogni esperienza, anche di questa con la Dedé, ed esige solitudine e altri sacrifici?” Viene in mente “Pane duro” del conterraneo e coetaneo Silvio Micheli, nel quale la letteratura acquista il significato di un riscatto sociale non solo possibile ma agognato, mentre in Tobino è qualcosa di più profondo che ha radici nell’anima e richiede una vita di sacrificio, una dedizione assoluta. Tobino affiderà alla letteratura la sua vita. Vivrà, solitario, nella sua cameretta del manicomio di Lucca, avendo per compagni le sue letture e i personaggi dei suoi romanzi; si circonderà di pochi privilegiati amici coi quali discorrerà di arte. “Il perduto amore” è, così, anche, la forte, determinata dichiarazione della propria irrevocabile scelta, della propria vocazione e del proprio sacrificio. Così che, nel momento in cui Alfredo decide di non rispondere ad una lettera di Dedé, che finalmente dichiara di amarlo, Tobino scrive: “Avrei inoltre messo a rischio il mio lavoro, quello che davvero mi cuoce, messo in forse la libertà, non più secondo il mio piacere stare solo oppure in mezzo a una vociante compagnia, essere triste o allegro come mi viene. Quello che amo è non dipendere da nessuna convenienza, compagno di ricchi o poveri come la mia anima detta.”

Tobino scrittore

(Da: Sìlarus Anno XI -nn.60-61; Luglio-Ottobre 1975)

Il manicomio di Maggiano (così sinistro di notte, con le numerose finestrelle illuminate) è in linea d’aria a circa un chilometro dalla collina di Cocombola, dietro casa mia. Quando, passeggiando con la famiglia, raggiungo la cima, nel punto detto “a melano”, lo vedo sulla mia destra, imponente. Ė qui che ha lavorato per 35 anni, immerso in un paesaggio ancora verdeggiante e silenzioso, Mario Tobino, e qui verosimilmente hanno visto la luce, nelle notti spesso agitate del manicomio, i suoi libri e quindi i suoi personaggi.

La misura del dire è forse la qualità che ha fatto di Tobino un poeta e un narratore. Non è facile trovare nella letteratura buoni poeti che siano anche buoni scrittori, anzi si può riscontrare questa proporzione, che quanto più un artista è poeta tanto meno è narratore. Infatti: il primo trasfigura la realtà, la sublima, tanto che i valori che ne risultano escono fuori del tempo e dello spazio; il secondo, al contrario, rappresenta la realtà quale è, ed anche gli uomini che vi si muovono dentro, i cui sentimenti ed azioni sono legati al tempo e allo spazio.
Ė comprensibile perciò che un artista incline a sublimare la realtà si trovi impacciato nel momento in cui abbia necessità di raffigurarla, e viceversa.
Tobino può costituire un esempio di come, grazie alla misura del dire, si possano conciliare i bisogni e il temperamento del poeta con quelli del narratore.
In effetti, nei momenti in cui il poeta esplode e la realtà è per farsi sempre più rarefatta, impalpabile, oppure la furia del sentimento sta per prendere il sopravvento sull’uomo, Tobino, con un atto apparentemente semplice ma che richiede un grande sforzo e forse un grande sacrificio, si arresta; l’immagine, l’azione sono come sospesi, mozzati, quasi incompiuti, e il lettore intuisce la recisa determinazione di non andare oltre.
Subito dopo, le prime parole tracciano già un disegno disteso, sereno, in cui la mente riprende fiato, si riposa. Si avvertono, allora, il pericolo in cui la storia era per precipitare, la tempesta che aveva attraversato l’artista, nonché la lucida e sofferta determinazione di vincerla.
Tale qualità di Tobino emerge certamente anche per il tipo di narrazione scelta, legata a cose assai concrete quali sono i fatti della propria vita (le sue opere sono tutte autobiografiche, alcune cronachistiche come “Il clandestino” o diaristiche come “Le libere donne di Magliano”); in questo modo il poeta trova nel ricordo, nello svolgersi dolce della memoria il suo spazio espressivo, e il narratore nella concretezza degli avvenimenti e dei personaggi pone un vincolo, un limite sicuro al poeta (Tobino autore di romanzi di pura fantasia avrebbe incontrato nel suo temperamento profondamente poetico occasioni di smarrimento).
La poesia invece prende il posto della fantasia, scruta i fatti e i personaggi, sradicando dal loro intimo immagini e sentimenti.
Gli occhi hanno gran parte in questa operazione fondamentale dello stile narrativo di Tobino. Protagonisti e personaggi minori sono aggrediti nell’intimo dal Tobino poeta attraverso gli occhi: “gli occhi celesti piccoli e mobili” di Oscar Pilli; “gli occhi neri e vivi di un allegra pazzia” di Fatma; “gli occhi neri a volte smarriti in una vaga implorazione” di Summonti; “due occhi neri di velluto” di Jole; “due occhi giallini che fuggivano non per paura ma perché l’assenza di pensieri a ogni secondo li sgambettava” di Patrizi; “gli occhi grigi imperativi e brillanti di gioia” di Ippolito; “gli occhi belli, chiusi, serrati, leggermente gonfi” della Pitti; “i suoi occhi neri ancora due stelle che risplendono senza perché, senza curiosità” della Grimalda.
Vi è anche una gran voglia di narrare. Quando assiste a qualche avvenimento, desidera subito dopo rinchiudersi nel suo stanzino dentro il manicomio e scrivere: “mi nasceva il desiderio di ripartire, tornare in quella città che abitavo, in quella stanza che mi era capitato occupare, per mettermi a lavorare, descrivere quelle memorie” (“La brace dei Biassoli”).
Non si cura molto dello stile, preferisce seguire il cuore e scrivere nella lingua del popolo; donde certe anarchie strutturali (il taccuino del tenente Marcello, inserito bruscamente ne “Il deserto della Libia”), certi incastri, anche interessanti, certe riprese, come la notizia del figlio militare di Achille o la decisione del Bonaccorsi di concludere la sua vita non lontano dal manicomio, (in “Per le antiche scale”), ripetute più volte da Tobino, inframettendo altri fatti.
Anche questa dello stile non troppo lindo, spesso ribelle alla sintassi, è una sua scelta, e direi una scelta da poeta, il quale sente nella lingua del popolo un vigore che la rende viva, immortale.
Le sue intemperanze grammaticali: ad esempio la maiuscola dopo i due punti o la virgola anziché il punto e virgola, e più ancora le sue costruzioni davvero personali: “parlare con lui una volta almeno ancora” (in “Per le antiche scale”), “Ogni volta che Patrizi veniva dai Biassoli un lucignolo soffocava, stridendo un sibilo come fanno gli uccelli acquattati, la notturna civetta li serra” (in “La brace dei Biassoli”), tutto sommato rendono sanguigna la sua prosa, ricca di libertà, ribelle, e perciò anche superba, vigorosa.
Non manca una civettuola ricerca di preziosità, forse di stravaganze, comunque di parole desuete, più propria — direi — all’uomo che all’artista: la carcere; pensamenti; svegliare sospetti; farandolare; rubatore; ebluire; allumare; brusichìo; udirò; spenderono; vivettero; lucettero; timidità; pinzòchere; offerere; cauteloso; giù per su.
Il dialetto, secondo quanto si è detto, ha notevole parte e il suo uso interessa tanto la scelta della singola parola quanto la sintassi: aprire e chiudere (della luce); loro lì; agguantare; mentovare; dittaggio; rinvangare; pacciugare; sbilercio; strinare (per rimproverare); ci parlavo (per gli parlavo).

Il lavoro di medico di manicomio è stato congeniale senza dubbio al temperamento di Tobino, e forse è stata anche questa una scelta precisa. Ė in lui una grande quantità d’amore che lo stimola, direi lo obbliga, ad una ricerca infaticabile di altrettanto amore negli altri. Tutti i suoi personaggi sono al fondo buoni; la cattiveria è come una scorza, pericolosa sì, ma che non riesce ad incidere sul sentimento, che resta sempre puro, candido: “Tutto dipendeva dall’intelletto, era lui che si viziava, insaniva, lui la serpe.
I sentimenti erano puri, intoccabili” (“Per le antiche scale”).
Non incontriamo alcun personaggio profondamente cattivo nei romanzi di Tobino, nemmeno Inghirenti ne “Il clandestino”, il quale si diverte a torturare i prigionieri con una pistola a piumini più per la sua malattia che per cattiveria.
La letteratura diviene per Tobino lo strumento di tale ricerca. Durante la giornata è osservatore attento, non v’è gesto d’amore che, pur in mezzo alla cattiveria o alla pazzia, non sia colto dalla sua sensibilità. Nasce così il desiderio di analizzare più compiutamente quel gesto, di scoprire la storia o meglio la verità dell’uomo che lo ha compiuto.
La solitudine della sua stanzetta nel manicomio gli offre la quiete, la serenità per questa analisi, che ambisce toccare i recessi dell’uomo, che scava a fondo tra complesse e dense nebbie, le quali anziché scoraggiare danno forza a tanto accanito ricercatore.
Non mancano momenti di sconforto: “Oggi è Natale, ero solo, non sapevo dove andare e non mi riusciva scacciare, mentre si avvicinava mezzogiorno, una sconsolazione che sempre più mi pungeva come volesse farmi arrivare al pianto» (“Le libere donne di Magliano”).
Ma la sua scelta è un atto d’amore definitivo, un sacrificio vòlto a dare una speranza a tutti: “La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo” (“Le libere donne di Magliano”).
Le opere di Tobino son tutte quante il frutto di questa ricerca, sentita e desiderata, che tocca personaggi importanti e minori i cui gesti, anche insignificanti, diventano una chiave di lettura per penetrare in profondità. Gli occhi, si è già detto, giocano il ruolo più importante, ma qualsiasi gesto può diventare lo specchio di quella verità che l’autore cerca, e che è la bontà dell’uomo.
Leggete, ad esempio, questa stupenda descrizione di un gesto (per afferrare il cavallino-giocattolo) della zia Anna ne “La brace dei Biassoli”: “Quella povera donna stese lentamente l’artiglio della sua mano, il braccio mi parve lunghissimo, afferrò la groppa… Se lo avvicinò al petto, ve lo strinse”.
Il manicomio, ossia il mondo dei malati di mente, è così per Tobino, ricco di speranza e di coraggio, l’occasione di estendere la sua analisi anche laddove la ragione dell’uomo è sconvolta, e di renderla, con ciò, compiuta.
Anche la follia, è scritto in “Per le antiche scale”, è assetata d’amore, e il risultato a cui giunge è ancora quello che i sentimenti sono puri, intoccabili. Certo è che ogni volta che lo scrittore si cala attraverso i meandri della pazzia sino all’anima dell’uomo, ne restiamo sconvolti, terrorizzati. L’analisi della follia di suor Fulgenzia, del Federale, dell’Alfonsa, per citare qualche esempio, richiedono al lettore uno sforzo imponente per non esserne travolto, come se qualcosa di sovrumano, incomprensibile, dirompente ferisse la mente.
La follia infatti (dalle “ali di pipistrello”) è per Tobino anche questo: “Cosa significa essere matti? perché si è matti? Una malattia della quale non si sa l’origine né il meccanismo, né perché finisce o perché continua. E questa malattia, che non si sa se è una malattia, la nostra superbia ha denominato pazzia” (“Le libere donne di Magliano”).
E dobbiamo dire che tutti i personaggi migliori, taluni anche di rilievo, sono toccati dalla follia. Si guardi Bonaccorsi, Oscar Pilli, Saverio, Aimone, Inghirenti, Nencini, Alfonsine, la vecchia vicina di casa dell’R.T. (“gli occhi, due strabiche capocchie di spillo”), la Franciò, zia Anna, zia Virginia, Patrizi; le ali di pipistrello della pazzia svolazzano, fanno da sfondo a tutte le vicende dei suoi romanzi.
Essa, così misteriosa, imprevedibile, radicata dentro l’uomo, ha in sé anche il fascino della libertà e dell’anarchia, due temi che qua e là all’improvviso prorompono e incendiano il romanzo.
Annota in “Per le antiche scale”: “Sopra di me aleggiava la dittatura. Per consolazione avevo la psichiatria”.

Certe pagine di Tobino suscitano atmosfere suggestive, non prive di quiete, come se ad un tratto tutto rallentasse in attesa dell’avvenimento; con ciò lo stile non si fa prolisso, ma sollecita un’attenzione costante.
Sono pagine non frequenti, per la verità, ma allorché s’incontrano non si cancellano più dalla memoria; ricordiamo la esumazione di Alfeo, la storia di Alessandrina, l’uccisione di Alfonsine. Troviamo anche descrizioni rapide, di notevole intensità ed efficacia, quali quella della strega ne “Il deserto della Libia”, delle mosche (ibidem), dell’incontro del Bonaccorsi con la sorella “morta” in “Per le antiche scale”.
Eppure, se tutto quanto si è detto sin qui può bastare per fare di Tobino un singolare ed autentico artista, non si è ancora evidenziata la sua più significativa caratteristica, la quale è presente, aleggia al pari della pazzia in tutte le sue opere: la sensualità.
Ciò che dà piacere ai sensi: agli occhi, al tatto, al gusto in particolare, nel momento che è percepito dall’autore si arricchisce di umori profondi. I suoi personaggi sono, chi più chi meno, toccati dalla sensualità, dal piacere di nulla perdere di ciò che sta intorno e può dare voluttà, ebbrezza. Saverio, la Nelly, il Rindi, Oscar Pilli, zia Anna, zia Virginia, Bobi, la Franciò, Bonaccorsi sono alcuni esempi.
Ma tale sensualità non nasce dagli sviluppi del romanzo come fatto casuale; essa affonda le sue radici nell’anima di Tobino; gli stimoli esterni che possono anche esser dati dallo svolgersi naturale della storia o del personaggio sono raccolti dall’anima sensibilissima di Tobino ed arricchiti dalla sua enorme sensualità.
Una conferma significativa di ciò può esser data dall’episodio del tenente Marcello che, come medico, visita le tre giovani donne nella casa di Mahmùd, in cui d’improvviso l’ambiente si carica di sensualità che coinvolge tutti: autore, lettore e chiunque altro metta lo sguardo dentro quelle stanze. Altra conferma è offerta dalla descrizione della processione ne “Le libere donne di Magliano”, ove l’autore (come Stendhal, ma questi con miglior arte, più ricca e suggestiva) va a cogliere, nella generale confusione, un particolare, e cioè una ragazza seduta in disparte: “Sulla destra, seduta in quell’ombra, inconsapevole forse della sua bellezza, c’era una ragazza, splendente di gioventù”.
Ma ve ne sono molte altre, come gli eccessi di Oscar Pilli, l’amore tra Teresa ed Adriatico, la libidine del Bonaccorsi o delle nobildonne del Cairo “che poco imporporate dal pudore” segretamente si recavano al mercato di Murzuk “a scegliersi schiavi grandi come monumenti” (in “Il deserto della Libia”) o la misteriosa araba inseguita dal tenente Marcello.
Questa peculiarità di Tobino ha gran parte nella sua arte, e più precisamente nel momento in cui si mescola con la pazzia. Soprattutto le donne sono vivificate, illuminate da tale rimescolamento e, come ho avuto modo di dire in un altro scritto (“Le donne di Moravia”), Tobino è, insieme con Moravia e Tecchi, un grande creatore di figure femminili.
Le sue, a differenza di quelle degli altri due autori (anche queste tra loro diverse) sono sventurate, minate dal male, che le trasforma in furie quasi sovrannaturali, scatenate in piena libertà ed anarchia.
Gli occhi di Tobino entrano dentro di loro, percorrono le viscere, toccano i più nascosti recessi; niente sfugge, in un’analisi che, seppure affascinante, è spietata. Tobino resterà nella storia dell’arte per queste donne disperate; sconvolte nella mente, esse ritrovano nella sensualità più libera, più disordinata, l’ultima speranza.
Sono figure indimenticabili la Maresca: “si spogliava nuda sotto la doccia dei bagni stipati di gente e davanti a tutti si divertiva a lasciarsi zampillare per ogni dove i fili dell’acqua” (“Le libere donne di Magliano”), la signora Alfonsa, la Fratesi (“una tenerezza sempre vicina al pianto”), la Galli, che crede di essere violentata ogni notte, la Benni (“se l’infermiera era disattenta, si alzava le sottane e esponeva il sesso”), la “bionda”, la Pitti, la Crivelli, la “faina”: “Levava gli occhi. Lei, malata di mente, capiva con inappuntabilità matematica se chi aveva aperto la porta era un ingenuo. Allora, per pochi secondi ancora rimaneva immobile, come a bearsi di quel che era per succedere, poi si lanciava con nel volto la stessa espressione, teneva le due dita, indice e medio, acute, a forcella, e cavava” (“Le libere donne di Magliano”); la Marchi, Suor Fulgenzia, l’Armida, la Grimalda, la Sercambi, la Campani: “Ancora imberbe divenne meretrice dei soldati e con maggior piacere ricercava gli accampamenti della soldataglia fascista godendo alle loro bestemmie” (Ibidem); insomma una galleria eccezionale di donne, quando violente, quando tenere, quando piene di speranza, quando intristite dal male.
Tra tutte, lascia un ricordo assai delicato, ma anche tragico per il mistero che aleggia intorno alla pazzia, la quale ci può toccare repentinamente e poi anche subito sparire per sempre, la ragazza livornese “alta, bruna, il corpo duro michelangiolesco, bella e furente nella chioma nera e nell’espressione del volto, il petto sodo e gonfio, il ventre liscio, le cosce robuste, affusolate le gambe”. Scomparsa la malattia “si vergognò di trovarsi nuda, nascose le sue grazie, cancellò ogni precedente manifestazione” (“Le libere donne di Magliano”).


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Bart