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Toschi, Daniela

7 Gennaio 2009

Piste di sabbia
Surkafkiano. L’ultimo Processo (coautrice Bianca Stefania Fedi)

“Piste di sabbia”

Daniela Toschi è nata a Capannori nel 1956 e vive a Lucca.

Dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia si è specializzata in Psichiatria presso l’Università degli Studi di Pisa.

Dal 1988 al 2012 ha svolto la sua attività professionale come dirigente medico presso la U.O. Psichiatria della Valdinievole (Pistoia). Dal settembre 2012 al giugno 2016 ha svolto la stessa attività presso l’Azienda USL Versilia.

Anche ora che è in pensione, continua a occuparsi dei suoi principali interessi in ambito psichiatrico (psicotraumatologia, storia della psicoanalisi, legami tra creatività, spettro traumatico e neurosviluppo, psicologia delle masse) tenendo conferenze  e pubblicando articoli.

Collabora come consultant e relatrice all’Associazione Bridging Eastern and Western Psychiatry.

È socia dell’Associazione Culturale Sándor Ferenczi e della Società Italiana di Psicoanalisi e psicoterapia Sándor Ferenczi.

Frequenta inoltre il corso di laurea in Scienze delle Attività Motorie e Sportive, per approfondire il ruolo della pedagogia e dell’intelligenza corporeo-cinestesica nello sviluppo del bambino in un’ottica di prevenzione dei disturbi mentali.

Ha pubblicato: “Zu Tode Werstehen: The Trial da Kafka a Welles”, in “I Registi della Mente”, a cura di Ignazio Senatore, 2015; “Dislessia come Trauma”, in “Giovani Adulti con DSA. Diagnosi, aspetti psicologici e prospettive di sviluppo”, a cura di E. Ghidoni,  G. Guaraldi, E. Genovese, 2015; “Monellerie dell’Es: l’enfant terrible e la sorgenking”, in “Pierino Porcospino e l’analista selvaggio”, a cura di Giancarlo Stoccoro, 2016; “L’enigma Margaret Severn: dalle maschere alla scoperta del Sé”, in “The Wisebaby – Il Poppante Saggio – in Rivista del Rinascimento Ferencziano. N.01/2018”.

In ambito letterario ha pubblicato racconti di viaggio (“Piste di Sabbia- Note di Viaggio in Africa Meridionale”, 2002; una raccolta di poesie “Eterna Camelot”, 2004, tradotta in inglese e ampliata col titolo “African Camelot, Clash of Voices”, 2007. Nel 2011 ha vinto il premio Rimbaud con l’opera fantastica per il teatro dal titolo “Il Fuoco degli Estinti” (coautrice Bianca Stefania Fedi), 2012.

Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Surkafkiano” (coautrice Bianca Stefania Fedi).

Altri racconti o saggi su arte, letteratura e su etica e cultura africana compaiono in pubblicazioni con autori vari e su web.

Ci occuperemo di “Piste di sabbia”, poiché l’autrice è una psichiatra con la passione per i viaggi.  Attratta dalla cultura africana e dall’ecologia, da oltre venti anni trascorre le vacanze campeggiando in Africa. Il marito è appassionato ancora più di lei, e così la coppia si ritrova a percorrere ogni tanto itinerari inconsueti, fuori dalle linee del turismo ufficiale, in mezzo a sorprese e a difficoltà improvvise. L’esercizio, l’esperienza consentono loro di resistere e di tornare a casa arricchiti di sensazioni e di immagini. L’Africa è la terra preferita, l’Africa più nascosta, quella che invia loro i messaggi più suggestivi. Daniela non ce la fa a tenere tutto per sé, e così racconta agli altri attraverso i suoi libri: “Ho raccolto qui storie di incontri con animali, paesaggi lontani e persone diverse, così come si raccontano al ritorno agli amici (e soprattutto ai loro bambini, che si divertono molto ad ascoltarle), e vi ho aggiunto alcune riflessioni.” Questo brano è tratto dalla introduzione dell’autrice, già di per sé ricca di attrattiva e di fascino: “Sono tuttavia convinta che in viaggio il tempo scorra diversamente, e particolari luoghi e situazioni lo dilatano a dismisura.” A proposito dell’incontro con culture diverse e dei processi psicologici che si avviano nel viaggiatore, osserva: “Viaggiare, ricordiamolo, significa anche saper tornare. Per saper tornare, bisogna innanzi tutto non perdersi.”
In viaggio uno dei piaceri più avvertiti è quello di poter incontrare altri viaggiatori come noi, per sentirsi vicini la sera intorno ai falò, quando più avvertita è la paura delle belve, sempre affamate e in cerca di prede. Daniela ne ha una paura esagerata, lo sa ma non può farci nulla. Ha visto come i leoni squartano le prede, uno spettacolo orribile: “È la morte meno dignitosa che posso immaginare.” Una notte sente dei piccoli rumori, sembrano quelli di uno sciacallo, e invece sono di un branco di elefanti: “Bestioni che pesavano tonnellate facevano lo stesso rumore che può fare un minuscolo topo.”
Per chi non ha mai esplorato luoghi come questi, il libro, scritto con semplicità e gradevolezza, è una miniera di conoscenze. L’autrice riesce a farci viaggiare con lei, ad essere con lei presenti in quei luoghi. La penna è delicata, una sapiente mano femminile indagatrice ci sa porgere esperienze emozionanti conservandone intatti i colori e i profumi: “Ci aveva colpito l’inconsueta luminosità del paesaggio, che sembrava deserto. Poi sotto un’acacia scorgemmo una giraffa, completamente immobile. Guardammo meglio e vedemmo altri animali altrettanto immobili all’ombra degli alberi. Li guardammo a lungo aspettando che si muovessero. Ma erano come fissati nel paesaggio incandescente. Poi, come dal niente, come per magia, comparvero alcuni elefanti. Attraversarono il fiume, neri e lucidi. Sparirono uno alla volta negli alberi e il paesaggio parve immobilizzarsi di nuovo.”
Lo fa trasmettendoci anche i suoi timori davanti ad una natura che appare immensa e misteriosa. Riuscire a compenetrarsi, a capirla, ad intuirla anche, non è facile: “Forse sono una iena, in fondo. Cioè qualcosa di imperfetto, di stonato, in questo paesaggio.”
Quando la bellezza ci colpisce, vorremmo fermare il tempo, per trattenerla con noi per sempre. Invece non si può: essa ci ammalia e si allontana. Si prova una grande nostalgia per quell’attimo fuggente. Tutta quella perfezione e quella bellezza misurano la nostra finitudine. In Africa succede spesso: la natura ci scuote e mette alla prova la resistenza dei nostri sentimenti e il vigore della nostra personalità. La bellezza, la perfezione potrebbero, infatti, travolgerci. L’autrice sottolinea questi passaggi con delicatezza e partecipazione: “vorremmo che il tempo si fermasse in quei momenti, invece continua a scorrere trasformando l’incanto di un attimo in una precoce nostalgia.”
Peter, il bambino che porta l’autrice e il marito Fausto, psichiatra pure lui, sul fiume Okavango, su una piccola barca, si guadagna da vivere in questo modo. Vorrebbe andare all’università; intanto ha messo da parte diciassette dollari namibiani per potersi comprare le scarpe, che ne costano settantacinque. Pur essendo abituato a contemplare la bellezza dei luoghi, ogni volta ne resta affascinato, e osserva la natura con lo stesso entusiasmo e con la stessa folgorazione che sorprendono il turista.

Ma a volte accade, quando siamo eccessivamente felici, che l’orizzonte dei pensieri si espanda, e allora pensiamo a cose tristi, intensamente.” La felicità non è mai pura, contiene, anche se minuscola, una venatura di tristezza. È una conseguenza della complessità dell’animo umano, e soprattutto del mistero del nostro rapporto con il creato: “Peter viene da un mondo antico (o da un mondo possibile) che noi stiamo cercando. Lui ha bisogno del nostro mondo (le scarpe, l’università…) e noi abbiamo bisogno del suo.”; “Cercare di capire perché Peter mi fa pensare che dobbiamo crescere per diventare come lui, per ritrovare qualcosa di adulto presente nell’infanzia che da adulti si perde.”
L’autrice, allorché assorbe la bellezza che si trova davanti, la trasforma immediatamente in un dono. Il viaggio non è solo contemplazione, bensì intimità e arricchimento: “quello che in fondo ricerco in questi viaggi è imparare da persone molto diverse qualcosa che ci possa aiutare a vivere in una maniera migliore.” Il silenzio strappato e imposto dalla bellezza si fa conduttore di una emotività che scuote e sollecita la mente. È per questo, anche, che la felicità è sofferenza.
L’autrice ha una tale grazia nel porgerci la sua esperienza di viaggiatrice, che il lettore si sente trascinato nei luoghi rappresentati assumendo i sentimenti e le sensibilità di cui il testo è colmo. Non sembri esagerato andare con la memoria ai libri della scrittrice danese Karen Blixen, morta nel 1962.
Daniela Toschi, pur non essendo scrittrice professionista, ne ha tutte le qualità, anzi qualcosa di più, che deriva da una innocenza della scrittura, non inquinata dall’uso continuo e indiscriminato della parola: “Poi sentimmo chiamare e vedemmo una ragazza che correva verso di noi, scendendo la collina dietro al villaggio. Correva a piedi nudi con una grazia tale che sembrava volare.” Ci fa desiderare altri viaggi raccontati con la stessa quieta ricchezza data dall’amore. Daniela è senza dubbio, anche lei, come altri del passato, una esploratrice dell’anima, di quella “parte dell’anima incontaminata dalle numerose e diverse culture in cui ci siamo declinati o coniugati.”
Non immaginavo di trovare tanto interesse per un libro di viaggi e di appassionarmi alla scrittura dell’autrice, che sa alternare a descrizioni esemplari, momenti intensi di riflessione, racchiusi in una frase semplice e apparentemente innocua: “La natura e gli animali non annoiano mai, se ne desidera ancora di più, sempre di più e sempre più da vicino.”
Non so quanto sia stata consapevole che il suo modo di rappresentare le cose e i sentimenti altro non è che il frutto di quell’universale sentire che ci rende simili l’uno all’altro. L’io narrante, infatti, si trasforma in ciascuno di noi: “Cosa m’interessava in particolare? Mi sarebbe piaciuto sapere il nome di tutto quello che vedevo, perché ero sopraffatta dalla bellezza di ciò che mi circondava e avevo bisogno di parole che mi aiutassero a delimitare e distinguere quella massa informe di sensazioni visive, e non solo visive. Ero curiosa dell’erba, ad esempio. C’erano almeno due distinte qualità di erba dorata. Mi sembrava fondamentale saperne il nome. E poi c’erano gli uccelli. Ce n’erano di tutti i colori, di tutti i tipi. Ognuno aveva il suo particolare canto. C’erano dei cespugli spogli che attiravano il mio sguardo. Davano come morbidezza al paesaggio, e risalto alla tessitura del cielo.”
Le calza a pennello questa definizione che l’autrice fa dell’artista: “L’artista è colui che afferra qualcosa dal cielo e lo porta agli altri uomini. È questo il suo desiderio: afferrare questo qualcosa, e distribuirlo.”
Una lezione per coloro che, bravi a scrivere, fanno della scrittura un mestiere finalizzato al denaro. In realtà, l’artista non è mai quella parte professionale e mercantile che appare, ma ciò che nel suo intimo lo spinge al dono.
Nel libro appaiono anche le contraddizioni presenti nell’Africa: schiavitù, violenze, sopraffazioni, sfruttamento dei forti sui deboli, disparità tra la ricchezza e il consumismo ostentati dal turista, da una parte, e la povertà dei residenti dall’altra; e il pericolo che la presenza di una civilizzazione occidentale inquini e distrugga l’antica e serena consuetudine di vita: “Vanno a scuola e imparano molte cose, ma non la loro cultura tradizionale.”
Gli occhi dell’autrice, nel mentre restano affascinati dalla magia di un’Africa sorprendente, misteriosamente mai uguale a se stessa (“L’Africa parla, anche se le cose che dice sono difficili da capire.”), osservano anche i segni di un pericolo minaccioso, ancora sottile e sotterraneo, ma già percepibile: “l’umanità ha preso una piega storta, a un certo punto, non si sa bene quando. Ha rotto l’equilibrio. Forse non poteva farne a meno, e forse non c’è rimedio.”
E allora?: “occorre porre un freno alla nostra smania possessiva, affinché non distrugga tutto ciò in cui vale la pena di far sopravvivere il nostro spirito.”
È una raccolta di esperienze che ci insegna molte cose, trasformando l’Africa in un banco di prova per tutti noi, in un esame di ciò che siamo e siamo stati, ma soprattutto in un monito a prendere coscienza che il cammino intrapreso dall’uomo deve essere corretto, così che la bellezza che ancora sopravvive non venga cancellata per sempre dalla nostra stupidità.

“Surkafkiano. L’ultimo Processo”

Una storia scritta a quattro mani, che s’immerge nel mondo contorto e inquieto del grande scrittore cecoslovacco.
Con tanto di accusa e giudice, si processa nientemeno che lui, Franz Kafka. L’occasione è offerta dalla scoperta, in una biblioteca, di un suo libro dato alle fiamme, di cui alcune pagine sono state danneggiate.
La cosa miracolosa è che in Tribunale è presente l’autore, nonostante sia morto tanti anni fa (il processo si celebra nel 5777): “Era seduto da solo, senza avvocati al suo fianco. Si vedeva a malapena, così sottile, quasi evanescente, vestito di nero; ma quanta vitalità ed energia emanavano da lui nonostante la magrezza e il pallore del volto!”.
Tosca Amadei, la protagonista, è incaricata della perizia sullo stato mentale dello scrittore: è pazzo e socialmente pericoloso? Per rispondere deve leggere i suoi libri, numerosi suoi scritti mai pubblicati, nonché bibliografie su di lui.
Le autrici dispiegano la loro opera attraverso questo percorso post mortem.
Mettono intanto in risalto i suoi traumi giovanili, tra i quali quelli dovuti alla morte di due fratellini e l’essere rimasto l’unico maschio (ha ancora tre sorelle, che moriranno nei lager nazisti), e per di più con una salute cagionevole, tanto che il padre non lo apprezza.
Deve affrontare una grave forma di tubercolosi che lo condiziona per tutta la vita (morì a 42 anni) e lo rende di carattere instabile soprattutto nei rapporti sentimentali. Ha terrore del matrimonio. In una lettera indirizzata alla prima fidanzata, Felice Bauer, scrive: “Riesci a capire? Ho la precisa sensazione di andare in rovina col matrimonio, col legame, con la dissoluzione di questo nulla che sono io.”.
La protagonista, nel leggere gli scritti kafkiani, dialoga con l’autore, come a chiedere risposta ad alcuni interrogativi sollevati a riguardo della sua personalità. Perché Kafka si sentiva vecchio?: “Sono vecchio perché sono ebreo.”; “Sono vecchio quanto il popolo ebraico, quanto l’ebreo errante.”.
È una scelta, quella del dialogo, indovinata, la quale ci dà l’idea di un Kafka sempre presente innanzi a lei, che lo esamina, lo indaga, vuole penetrarne la psiche.
Un confronto che desta molto interesse, poiché a mano a mano si sciolgono i nodi e molti dei suoi segreti si appalesano e si rendono disponibili all’analisi. Quest’ultima, necessaria al fine di contrastare l’accusa sostenuta da un abile avvocato, Guido Tanzman, “famoso psichiatra forense.”. Tosca sarà accompagnata nella sua perizia psichiatrica da fantasmi, messaggi, voci, sussidiari alla sua ricerca: “Qualcuno la spiava, non c’era ombra di dubbio”. Tutto ciò grazie ad una tecnologia avanzata di tipo orwelliano (la storia, ricordiamolo, è ambientata nell’anno 5777).
Come era fisicamente Kafka? Sono riportate le parole di Gustav Janouch, che lo conobbe quando lo scrittore aveva 37 anni: “(…) alto e slanciato. Aveva i capelli neri pettinati all’indietro, il naso a gobba, meravigliosi occhi grigio azzurri sotto una fronte stranamente bassa e un sorriso dolceamaro sulle labbra.”.
Ci sono dubbi perfino sul colore dei suoi occhi, che Janoluch definisce “grigio-azzurri” e Marie Majerowa “castani e timidi”.
Com’era la sua voce? Ce lo dice sempre Janouch: “Parlava con sottile e velata voce di baritono meravigliosamente melodiosa, benché per altezza e intensità non uscisse mai dal tono medio. La voce, il gesto, lo sguardo, tutto irradiava la calma della comprensione e della bontà.”.
Ci interessa sempre di più arrivare a conoscere come da queste minute ricerche su Kafka, la protagonista tragga le sue conclusioni e stenda la sua perizia.
È un altro dei motivi che attraggono il lettore, il quale vede farsi carne e ossa un’immagine di Kafka che finora aveva liberamente estratto dalle sue opere. Ancora Janouch: “Le sue parole sono sassi, il suo modo di parlare è reso angoloso dalla tensione.”; “Sapeva illuminare col baleno di una sua osservazione anche gravi controversie e si sforzava di non apparire mai profondo o addirittura spiritoso. Qualunque cosa dicesse, gli usciva dalle labbra schietta, ovvia, naturale.”.
Come scriveva Kafka? Ce lo dice il suo accusatore Tanzman: “Sapeva usare con precisione e rigore la lingua tedesca. Dall’analisi dei manoscritti pare che sovente scrivesse di getto senza bisogno di procedere a correzioni, anche se usava frasi lunghe e articolate che toglievano il fiato nella lettura, eppure sintatticamente perfette.”; “Ricorrono nei suoi testi frequenti ‘nodi di illogicità’: essi vanno considerati elementi preziosi che hanno lo scopo di sollecitare nel lettore una riflessione ermeneutica. Sono quindi da ritenersi studiati ad hoc e non possono essere attribuiti ad alterazioni formali del pensiero.”.

E Kafka cosa pensa di se stesso?: “Diabolico in tutta la mia innocenza.”.
La psiche è un labirinto così contorto e perverso che può condurre alla follia o all’arte.
Chi voglia indagare su Kafka rischia molto: “È pericoloso. È tossico, tossico come il veleno. Va preso a piccole dosi e avvelena comunque.”.
Si rischia di essere contagiati, e Tosca avverte il pericolo: “C’è qualcosa di contagioso nelle cose che scrivi. Si attaccano addosso come virus. E ora, ecco, sto provando quello che provavi tu.”. Sta penetrando in Kafka come un nuovo sangue nelle vene. Sta percorrendo il tragitto minuto e molecolare della sua vita.
La scrittura ce ne offre la tessitura e ci rivela che le penne delle due autrici, impersonate da Tosca e dall’amica Bianca, usano lo strumento psichiatrico con affabulazioni diverse, che vanno da una limpidezza logica di Tosca ad una riflessione di Bianca più irruenta, da interlocutrice insoddisfatta, a dimostrazione che l’impatto con lo scrittore non è affatto cosa semplice.
Non ci troviamo di fronte a un romanzo, dunque, ma ad una ricerca, tra romanzo e saggio, dell’anima di un artista, il quale ha riversato il breve arco della sua vita nelle proprie opere con la meticolosità di un maniaco. Dirà Milena Jesenská, improvvisamente comparsa davanti a Tosca, la Milena delle “Lettere a Milena”, che viveva a Vienna (morirà anche lei in un campo di concentramento per aver cercato di salvare degli ebrei), la quale tradusse dal tedesco al cecoslovacco le sue opere (Kafka considerava inadeguata la lingua patria), e con la quale lo scrittore sentiva di avere un’affinità intellettuale: “Lui era uscito dalle file degli uccisori per osservare, e osservava. E registrava, come un sismografo, quello che solo lui sentiva accadere nel mondo. Ma si è lasciato morire prima, lui. Noi che gli siamo sopravvissuti, invece, abbiamo dovuto assistere a ben altro: alle conseguenze estreme di ciò che lui aveva osservato. Quelle le ha lasciate a noi.”.
Perché, dunque, lo si vuol considerare socialmente pericoloso? La sua solitudine, la sua malinconia, il suo pessimismo, la sua insistenza nell’esplorare il comportamento umano, la sua mania di denigrarlo e di immergervisi in un tentativo di autodistruzione, sono davvero pericolosi per tutti noi, così da subire una censura e una condanna?
Sempre Milena, aveva affermato: “Era l’uomo più buono che abbia mai conosciuto. Era l’uomo più singolare che avessi mai incontrato e non c’è nulla che mi abbia colpito tanto quanto uno sguardo nel suo cuore.”; e ancora: “Frank [così Milena chiamava Kafka, anziché Franz) non può vivere. Non ha la capacità di vivere. Non guarirà mai. Morirà presto. Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convenzione… Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. Perciò si è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti.”.
Tosca pone una domanda all’amica Bianca, germanista in grado di dare chiarimenti sul significato delle parole usate da Kafka: “se non possa rilevarsi un tratto di autismo sottosoglia, come direbbe la professoressa De Bond: la sua difficoltà a sentirsi nella realtà, e il suo doverla costantemente ricostruire con l’intelletto.”.
La vita di Kafka è stata tutta vissuta nei suoi scritti, sia quelli editi che quelli rimasti manoscritti. Con essi ha misurato i suoi palpiti, le sue tribolazioni, le sue ansie, le sue tenui speranze, i suoi incontri con l’umanità. Fuori dai libri l’immagine di Kafka è inautentica.
Attraverso la figura emaciata di Milena, che compare da un oltretomba di sofferenze (il lager di Ravensbrüch in cui è morta), è simboleggiata anche la crudeltà del nazismo e dell’uomo: “Qualcuno ci salverà, racconteremo tutto e non accadrà mai più.”. Tosca la disillude: “Non ti illudere. Alcuni – pochi in verità – sono stati salvati, è vero; e qualcuno di loro ha raccontato al Mondo cose a cui il Mondo non voleva credere. e il Mondo infine ha dovuto crederci, ma solo un po’, e poi ha dimenticato.”. Tanto che Tosca cerca di capire se Kafka, nel misterioso labirinto dei suoi scritti, abbia preavvertito tutto questo, e ciò, dunque, possa essere stata la causa profonda del suo malessere.
Milena è ora al centro del libro: “Nessuno può saperlo, nemmeno lui, che anzi si tormentava nel dubbio che niente e nessuno legittimasse la sua scrittura, ad eccezione della sua caparbia volontà. Quel che è certo è che Frank descrisse le radici di un orrore che non si cancella con l’oblio: un secondo peccato originale. Forse è stato solo uno dei tanti orrori della Storia, il più grande, credo, ma non ne sono sicura. E chissà, forse questo orrore c’è sempre stato e lui poteva vedere il passato che gli altri dimenticano, oppure nel presente riusciva a vedere i germi di quel futuro prossimo. Ma più probabilmente ciò che vedeva era il ‘sempre’: ciò che è sempre stato, è, e sarà.”.
Da questo ritratto emerge un Kafka imponente e tragico portatore di quegli orrori.
Tutto il libro, a ritroso, e sino ad arrivare al principio, ne viene toccato e illuminato. La stessa Tosca è coinvolta dal raggio di questa illuminazione.
Milena racconta: “mi guardai intorno con occhi nuovi e capii di colpo che tutto quello che stava accadendo non era che la letteratura di Frank incisa nella carne del Mondo.”. E ancora: “Io ho visto con gli occhi di Kafka.”.
Un libro coraggioso e impegnativo che non ha avuto timore di affrontare un mito della letteratura, e il lettore non potrà che rimanerne soddisfatto e riconoscente.


Letto 2015 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart