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LETTERATURA: Una manciata di stelle (Una volta, a veglio)

3 Ottobre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti

“Il ricordo è l’unico paradiso
dal quale non possiamo venir cacciati”.
Jean Paul, Impromptus

E’ un mondo piccolo, il mio, ma grande
nella giara dei ricordi.
Spesso vi attingo, per ritrovarmi.

Era calata la sera. Il giorno, ormai corto, ci diceva dell’autunno inoltrato. In cucina si facevano scuri i muri e i pochi mobili stagionati. Solo il caminetto acceso dava qualche sbirciata di luce fiacca intorno. La mamma aveva appena lavato i piatti al grande acquaio di pietra e sistemato alla svelta la stanza.

Il babbo prese a coprire il fuoco con la cenere, perché la brace sotto si mantenesse viva per il ritorno.
“Andiamo!”, infatti disse il babbo poco dopo. “Andiamo che fa quasi notte”.
Fuori dell’uscio ci coprimmo un poco per via dell’aria che cominciava a farsi vispa e un tantino pungente. E in breve fummo sul viottolo, che si contorceva irrequieto fino a raggiungere la casa dei vicini.
Una fetta di cielo, oltre gli alberi del bosco, aveva un ultimo chiarore, lontano e smorto, che, per contrasto, tingeva di nero le vette sottostanti. L’altra parte del cielo, tutta quella sopra di noi, si era già messa a dormire e permetteva a qualche rara stella di affacciarsi labile sul primo buio che ci avvolgeva.
Camminavamo in fila indiana: io davanti. I nostri fiati un po’ fumavano, perché tutto era umido per le recenti piogge, e umida anche l’aria. Il bosco, il viottolo, i poggi vicini avevano l’odore della pioggia.
Nel frattempo, come nel gioco a rimpiattino, stava sgusciando da dietro il monte più alto una luna non del tutto viva, ma grande. Disegnò subito le nostre deboli ombre che si muovevano con noi. I miei piccoli passi le calpestavano. A volte queste si allungavano sull’erba dei poggi, a volte s’accorciavano, prendendo strane figurazioni. Ed anche se ero davanti, prima arrivavano quelle di mio padre e di mia madre, poi la mia. Ci accompagnava il frusciare dei passi e lo stormire più sottile delle fronde destinate al distacco.
Improvvisa, tra gli alberi gridò una civetta. Gridò una volta sola e forse scomparve. Il babbo disse: “Anche stanotte ha cantato la civetta vicino a casa”. E la mamma disse: “Porterà disgrazia”.
Continuammo in silenzio, quasi ad ascoltare il frusciare dei passi o lo stormire delle fronde, o ad annusare l’aria umida.

Intanto che camminavamo, le stelle rapidamente si moltiplicavano e la luna si faceva meno grande, ma più alta e più chiara. L’odore di pioggia riempiva le narici ed era dappertutto.
A malapena si distingueva la casa dei vicini, anche dappresso, per via del suo grigiore vecchio e quasi tetro. Solo una finestra, a piano terra, dava qualche segno di lume incerto.
Entrammo nella vasta cucina che c’erano già tutti: i padroni e gli altri vegliatori. E c’erano alcuni bimbi come me, di diverse misure, a seconda degli anni. Sul tavolo grande di legno, al centro, una lampada ad acetilene  s’affannava a dar luce.
Gli uomini si scambiarono subito parole gridate di saluto e forti pacche sulle spalle. Le donne si misero a chiacchierare fitto fitto, ma piano, quasi sottovoce.
Il mucchio del granturco da sgranare (giacché per quello ci eravamo radunati nella circostanza) si ammassava enorme là nell’angolo, dove, accanto, si apriva un occhio di finestra con la grata larga di ferro rugginoso. Le pannocchie secche parevano fatte con file ordinate di piccoli denti di un sorriso arancione. Anche il mucchio aveva lo stesso odore della pioggia, quando mi avvicinai. O forse l’odore di umidità o del muschio, non sapevo distinguere. Eppure era ben stagionato, dopo essere stato appeso per tanto tempo sull’altana alla carezza del sole.
I grandi, uomini e donne, si disposero in semicerchio di fronte al mucchio e le mani robuste degli uomini e quelle abili delle donne presero a sgranare le pannocchie. Usavano un uncino di legno con un chiodo rovesciato appositamente predisposto. A noi ragazzi toccava il tutolo da ripulire dai pochi chicchi rimasti. Dinanzi avevamo il grande caminetto color della pece con la fiamma del ciocco che vibrava alta. Io guardavo il fuoco e le forme lucenti nella stanza, che sembravano muoversi. Anche i volti e gli sguardi avevano rapidi movimenti. Poi guardavo la finestra con la grata, perché vi traspariva il chiarore della luna. E infine guardavo le mani al lavoro e il mucchio dei chicchi che aumentava aumentava a vista d’occhio. Ogni tanto vi immergevo le mani e le braccia e ne gustavo la carezza o il delicato solletico.
Non era cessato il chiacchierare dei grandi. Qualcuno prese a raccontare storie, anche di paure. Noi piccoli non osavamo nemmeno fiatare: dentro dentro lo spavento ci assaliva. Ma lì non eravamo soli!

Ad un certo punto arrivò il fiasco del vino e la padrona di casa portò i bicchieri.  Questi luccicavano ed anche il fiasco in alto luccicava. Il marito riempì i bicchieri alla svelta e tutti bevvero, e bevvero ancora. Ed erano più vivaci e parlavano con più foga.
Qualcuno attizzò il fuoco e vi mise altra legna. La fiamma si alzò, si mosse vivace da tutte le parti: gialla, rossa, celestina, color del granturco… E aveva la sua voce ed io l’ascoltavo. Le stesse ombre si ingrandirono, si allungarono e presero a ballare più svelte nella stanza. Andavano in su e in giù, in qua e in là, come se avessero bevuto troppo vino, pure loro.
Nel frattempo la finestra si era annerita. Aveva perduto il lume della luna. Ed io cominciavo a provare una certa stanchezza. Il sonno mi vinceva e dovevo fare una faccia proprio strana, perché i grandi se n’erano accorti. Sentivo che mi dicevano: “Arrivano i Pisani! Arrivano i Pisani!”*. Allora mi scuotevo un poco, però gli occhi non volevano stare aperti. Percepivo come lontani il crepitare del fuoco, il chiacchierare fitto, il raschiare degli uncini ed anche il frusciare del tetto, il tetto di brezza a tratti un po’ più forte. Tutto arrivava a me simile ad un ronzio distante distante. Poi avvertii il buio intorno e mi trovai fuori del tempo, in un mondo di favole, in un mondo irreale.
Mi svegliai che ero in braccio a mio padre, fra le sue braccia robuste, rassicuranti. Eravamo sul viottolo del ritorno. C’era ancora l’odore di pioggia ed anche il babbo aveva lo stesso odore della pioggia. Aprii un po’ gli occhi, pur ancora pieni di sonno. Lassù le stelle brulicavano più che mai. Parevano le piccole margherite di un prato a primavera. La luna era alta e chiara nel mezzo, forse ancora un po’ più piccola, ma più netta. E la sua luce saliva lungo la scala fino ad arrivare sul fienile di casa nostra e lo tingeva d’oro antico. Anche il grigio della casa era d’oro antico.
I miei occhi si richiusero pieni di stelle e di luna e così le mie mani, prima del sonno di tutta la notte.

* Modo di dire locale, quando si avverte che un bimbo ha sonno.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart