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VARIE: Da “L’uso politico della giustizia” di Fabrizio Cicchitto 1

26 Luglio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Ė un libro che consiglio ai giovani che non hanno conosciuto quegli anni ed oggi rischiano di fraintendere ciò che sta accadendo. La matrice è sempre la stessa. La radice non si è seccata. Chi ha vissuto, come me, questi fatti, ne riconosce i segni.
Qui si parla di Magistratura democratica (md), la potente, anche se minoritaria, corrente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm).

“La spaccatura fra magistrati legati al Pci e magistrati vicini ai gruppi della sinistra extraparlamentare, conseguente alla estrema politicizzazione di Md, ebbe conseguenze politiche e giudiziarie del tutto devastanti. Così scriveva «l’Unità» il 25 luglio 1978: «Spaccatura profonda in Magistratura democratica: una minoranza ha approfittato dei dubbi e delle esitazioni dello stesso esecutivo nazionale … per far passare una linea inaccettabile. Nel documento romano sono passati concetti di riconoscimento delle cosiddette formazioni militari armate. Nello stesso si parla addirittura di azione di via Fani». Le osservazioni dell’«Unità» ipotizzavano addirittura il rapporto di un settore di Magistratura democratica con i gruppi armati.”.

“Così Luigi Ferrajoli ha descritto il processo 7 aprile [sul processo del 7 aprile 1979 leggere qui]: «Questo processo è un prodotto perverso di tempi perversi. Esso infatti non ci interessa solamente in quanto vicenda emblematica delle deviazioni in atto del nostro sistema processuale e come esempio di scuola di come i processi non devono essere fatti. Esso segnala una degenerazione più profonda della nostra vita civile e politica e resterà come un sistema grave e allarmante di arretratezza medievale della cultura giuridica della sinistra che ad esso ha dato mano e sostegno: un segno di vizi antichi, o l’invadenza colpevolista nei processi, la loro strumentalizzazione, la concezione di essi come teoremi politici anziché come procedimenti di verifica empirica e induttiva di accuse univoche e determinate, la cultura e la pratica del sospetto, la logica dell’amico/nemico nell’accertamento giudiziario, il disprezzo delle forme e delle garanzie giurisdizionali su cui sarebbe ora di cominciare a riflettere senza paure, irrazionalità, animosità settarie e preconcette, né ancestrali riflessi d’ordine».”.

“Scriveva il dottor Colombo: «Dalla proclamazione della Repubblica ad oggi, infine, si è assistito ad un fenomeno forse unico nelle democrazie occidentali. Le due maggiori forze politiche, che rappresentano nel complesso circa i due terzi dell’elettorato, si sono trovate una sempre presente nelle compagini governative succedutesi nel tempo, l’altra sempre esclusa. Risulta che ima incisiva attività di opposizione politica alle linee di intervento governativo sia sempre meno attuale, e in molti casi svolta sol-tanto da frange di minima consistenza e di scarso peso politico. In sostanza cioè, nell’attuale fase storica, la funzione di opposizione si è svolta a livello politico del tutto marginalmente e superficialmente, sia nel suo aspetto di controllo dell’attività di governo che nell’aspetto di proposizione di nuove e diverse soluzioni di gestione della cosa pubblica. La mancanza di una profonda, incisiva e penetrante opposizione politica da parte degli apparati cui lo svolgimento di questa funzione spetta istituzionalmente e costituzionalmente ha indotto come conseguenza un fenomeno che riguarda direttamente la magistratura. Il controllo giurisdizionale, tradizionalmente e istituzionalmente diretto alla composizione dei conflitti e all’accertamento di comportamenti devianti di singoli, si è via via trasformato per una molteplice serie di motivi che hanno complessivamente portato al risultato di modificarne la natura. (…) Presa consapevolezza di questa situazione, sia il singolo giudice che la magistratura associata nel suo complesso si trovano di fronte alla necessità di una scelta. Ipoteticamente, le vie possibili sono due. Praticare consapevolmente questo nuovo ruolo del giudice, rendendosi conto della natura delle funzioni che gli sono devolute e facendone quindi un punto di riferimento essenziale della propria professionalità; ovvero rifiutare questa nuova immagine e ritornare alla figura tradizionale di magistrato, in posizione di rigorosa terzietà rispetto alle altre istituzioni dello Stato e alla collettività. Ritengo che la scelta sia sostanzialmente obbligata, perché una serie di motivi contingenti rende del tutto impraticabile e comunque soltanto apparente una prospettiva immediata di “ritorno alla terzietà” … Una scelta di terzietà in questa situazione avrebbe come conseguenza un rafforzamento dell’assetto sociale caratterizzato dalla carenza di opposizione. La posizione di terzietà del giudice, infatti, risulterebbe soltanto apparente perché anziché valutare dall’esterno i conflitti derivanti da una reale dialettica sociale, il giudice si troverebbe completamente inserito – e con ciò stesso partecipe – in una logica diversa, nella quale si troverebbe a confermare, con la sua attività, proprio lo schema sociale dal quale deriva la crisi della sua figura. Il giudice si trasformerebbe in una specie di funzionario burocrate, illuso di essere terzo in un confronto che si verifica con la partecipazione, tanto prevalente da essere quasi esclusiva, di una parte sola».”.

“Nella relazione di Borraccetti al congresso di Magistratura democratica svoltosi a Venezia nel 2000 il problema della contrapposizione frontale a Berlusconi fu posto in termini secca mente politici: «Il conflitto di interessi dell’onorevole Berlusconi pesa come un macigno sulla democrazia italiana … ha pesato e continua a pesare anche il conflitto di interessi dell’onorevole Berlusconi in materia di giustizia … Alcune circostanze che connotano questo schieramento di centrodestra legittimano consistenti preoccupazioni per l’ipotesi che esso vada al governo. Innanzitutto per l’anomalia del conflitto di interessi, poi per la presenza nello schieramento di componenti politiche, pur minoritarie, che si richiamano esplicitamente al fascismo e di componenti esplicitamente xenofobe: e, ancora, per il fatto che nel suo insieme esso tende a mettere in discussione i fondamenti dell’attuale assetto costituzionale adoperando a tal fine, specie nel suo leader, una demagogia fondata su parole d’ordine semplificanti e accattivanti che assecondano gli istinti meno nobili del corpo sociale».”.

Potrebbe bastare per farci capire di quanto ormai la magistratura da tempo abbia influito sull’assetto istituzionale del nostro Paese, fuoriuscendo dal suo campo operativo ben circoscritto dalla Costituzione.
Una riforma che ne limiti la insana volontà dominatrice e necessaria e urgente e deve cominciare dalla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart