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VARIE: Il carattere che non riesco a cambiare

4 Giugno 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Non è la prima volta che mi succede ciò che mi è capitato ieri presso l’ufficio postale del mio paese di Montuolo.
Tutte le volte me ne dispiaccio, ma sempre ci casco, da quando avevo assai meno anni.
Ė un difetto del mio carattere che non riesco a correggere, ma è anche quello molto probabilmente che mi ha portato a ricoprire nel passato incarichi di rappresentanza sociale a tutela di taluni diritti della collettività. Hanno avuto fiducia, forse, nella caparbietà con la quale mi hanno visto combattere alcune battaglie, anche giudiziarie, quando lo Statuto dei lavoratori con il suo art. 28 mi consentiva di difendere (io che non ero avvocato) i lavoratori, nelle preture della mia provincia. Una delle cause da me vinte (scrivevo l’atto di citazione nel mio giardino) ebbe il privilegio di finire, perché unica e passata in giudicato, sulla rivista del Diritto del Lavoro (copertina gialla) diretta dal giuslavorista Ugo Natoli. La sentenza che ebbe valore e riconoscimenti in tutta Italia consentì di costituire in tutti i posti di lavoro le rappresentanze sindacali quando a comporre le quindici unità necessarie era un lavoratore stagionale: un risultato notevole. La mia controparte era il Monte dei Paschi di Siena, difesa dal compianto Avv. Pier Luigi Del Frate). Ho potuto godere anche della stima di un altro principe del diritto del lavoro, Giuseppe Pera, padre della scrittrice, Pia Pera, purtroppo prematuramente scomparsa nel 2006.

Spesso Raffaella, mia moglie, mi rimprovera di non fare gli affari miei e mi pronostica sempre che un giorno troverò qualcuno che me le suonerà di santa ragione. Ho una certa età e spero che quell’eventualità non mi capiti ormai più. E che comunque mi protegga il cielo, anche se il fisico, al momento, è ancora integro e robusto.
Mi ha ricordato, quando gli ho confessato il fatto di ieri, che troppe volte ho rischiato di finire a botte una mia disputa verbale, anche con persone fisicamente più robuste di me. Una volta, all’estero, stavamo assistendo ad una esibizione pubblica. Eravamo molta gente ordinata in tante file. Mia moglie ed io eravamo in seconda fila. Accanto a me c’era un ragazzino che non riusciva a vedere perché quelli che stavano davanti a lui erano più alti. Spasimava vinto dall’ansia di poter vedere qualcosa. Allora io mi avvicinai alla persona che stava davanti al ragazzino facendogli notare che poteva dare il suo primo posto al piccolo dietro di lui, poiché in seconda fila avrebbe potuto vedere lo stesso. Niente da fare. Allora presi il ragazzino e lo misi davanti a quella persona, costringendola, quindi, ad accettare forzatamente la mia proposta, dopo un suo brontolio accompagnato da quello dei suoi amici. Tutto finì bene, e sempre ho avuto la fortuna di veder concludersi senza troppi intoppi questi miei comportamenti. Che tuttavia mi hanno sempre ispirato una riflessione: Perché mi devo occupare dei fatti altrui? Che cosa mi spinge a reazioni scomposte di questo tipo?
Ogni volta che mi accade, faccio il proposito di non farlo più. Ma non tengo mai fede alla mia promessa. Quel moto, al limite dell’irrazionale, mi coinvolge e mi domina.
Ieri è successo che mi trovavo in fila e con la mascherina, a causa del coronavirus, davanti all’ufficio postale di Montuolo, intorno a dieci alle tredici. Ad un certo punto mi rendo conto che una cliente che si trova già allo sportello servita dal personale, non esce più e vi permane per un tempo che giudico eccessivo, rispetto a quanto avviene con l’altra impiegata, la quale smaltisce la clientela in tempi ragionevoli. Domando a quelli che stanno in fila davanti a me, da quanto tempo quella persona si trova ancora allo sportello. Una signora mi risponde sconsolata: Almeno quaranta minuti. Non posso crederci. Le impiegate che servivano la clientela e presenti presso l’ufficio postale erano in tutto due, ovviamente un numero inadeguato a smaltire quella fila. Aspetto un po’, ma quella signora ancora non esce. Allora esco dalla fila ed entro nel locale, per far capire che siamo impazienti, e che fuori c’è una lunga fila di persone che a quell’ora, o devono preparare il pranzo (le donne soprattutto) oppure (gli uomini soprattutto) sono nell’intervallo di lavoro e devono anche poter mangiare. Poi esco e attendo. Ancora nulla, ma sto fermo e aspetto il mio turno. Che arriva. Me la sbrigo in nemmeno 4/5 minuti. Lascio il posto al cliente successivo e mi reco presso lo sportello da cui pare che la cliente non possa o non voglia scollarsi, e le faccio notare, questa volta con un tono un po’ risentito, che deve rendersi conto che fuori si è formata una lunga coda di persone che hanno fretta di essere servite per varie ragioni e che non è ragionevole che una persona possa occupare uno sportello (dei due in servizio) per più di un’ora (a tanto eravamo arrivati). L’Impiegata mi dice che la cliente può fare tutto ciò che vuole e che io non ho il diritto di interferire.
Le rispondo che io sono stato servito e potrei tacere, ma che non trovo giusto che ci sia indifferenza per la gente che continua a fare la coda per via dei lunghi tempi di quello sportello. Alle insistenze dell’impiegata, rispondo che la colpa di quanto sta succedendo è: o dell’impiegata troppo lenta a servire, o della cliente, che è venuta a fare tante operazioni proprio nell’ora di chiusura, noncurante delle esigenze dei clienti che, avendo solo la libertà di muoversi da mezzogiorno in poi, erano costretti ad una lunga attesa. Poi mi sono ritirato, uscendo dall’ufficio. Ma non contento, ho voluto aspettare la cliente per capire di più. Si è trattenuta per altri dieci minuti e poi è uscita. Allora l’ho avvicinata e le ho chiesto se era disposta a dirmi che tipo di operazioni stava facendo (me ne intendo un po’, poiché ho fatto il direttore di banca), vista la lunghezza dei tempi. Mi ha risposto che viene una volta al mese e in quell’occasione fa tutto quello che avrebbe dovuto fare volta per volta. Le ho ricordato che siamo in tempi di coronavirus e raccomandato che la prossima volta evitasse di venire all’ultimo momento della mattinata, ma molto prima, e magari fissando un appuntamento con l’ufficio. Quando le ho chiede che lavoro facesse, mi ha risposto che era una pensionata!


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart