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VARIE: Processo Salvini. Il fumus persecutionis

10 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Ieri sera ho assistito al dibattito che nella trasmissione Dritto e Rovescio condotta dal bravo Paolo Del Debbio si è tenuto sul processo che Salvini dovrà subire a riguardo del fermo della nave Gregoretti, con l’imputazione di sequestro di persona.

È stato un dibattito insufficiente e distorto e spiegherò perché. In verità, il conduttore e anche lo stesso rappresentante della Lega hanno cercato di raddrizzare la discussione sul tema reale, ma non vi hanno insistito abbastanza sicché il vero tema su cui essa si sarebbe dovuta imbastire non è emerso, facendomi dare alla fine un giudizio negativo su tutti i partecipanti.
Uno di questi, Matteo Ricci, invitato quasi fisso, sindaco di sindaco di Pesaro in rappresentanza del PD, pratica la tecnica del sovrapporre la propria voce a quella dell’avversario nel momento in cui sta per esprimere un concetto dirimente, e l’ho, per questo. paragonato a Gianfranco Librandi, di Italia Viva, che usa la stessa tecnica e la stessa insufficienza di analisi politica. Gianfranco Librandi è un ospite quasi fisso, pure lui, dell’altra trasmissione di successo di Rete4, Fuori dal coro, condotta da Mario Giordano (un’altra trasmissione riuscita di Rete4 è Quarta Repubblica, condotta da Nicola Porro, molto attento a ricondurre la discussione sul tema trattato e a rimarcarne i tentativi di distrazione). Mario Giordano, però, ha fatto una cosa egregia, ha deciso di intervistare Gianfranco Librandi (che vi si è sottoposto gradevolmente) per chiedergli se alle cose assurde che ogni volta dice, ci crede o meno, e se ambisca a diventare, grazie a ciò, un personaggio. L’ospite ha rimarcato che ci crede (Librandi è quello che alla negoziante che aveva puntata alla tempia una pistola, rimproverò di non aver premuto il pulsante dell’allarme che aveva sul bancone di oreficeria, e la signora gli ricordò che aveva, appunto, una pistola puntata alla tempia, e che, facendo come lui suggeriva, sarebbe morta).
Anche del Debbio, pertanto, dovrebbe fare la stessa cosa pensata e attuta da Giordano, ossia intervistare Matteo Ricci, poiché questi e Librando si somigliano come due gocce d’acqua.
Vi è poi, anch’essa quasi sempre presente, una giornalista, Sara Mancuso, che ha il tic di muovere sempre la testa a diniego di quanto va affermando uno degli interlocutori, e anch’essa lo interrompe nei momenti per lei pericolosi (somiglia all’altra giornalista,Claudia Fusani, presenza quasi costante del programma di Giordano). Le argomentazioni che porta sono spesso fuorvianti e ridicole. Basterà che il mio lettore segua una delle puntate future in cui i due saranno presenti, e capirà che le cose stanno proprio così.

Ma veniamo al punto della discussione di ieri.

Il dibattito si è incentrato sulla differenza tra i due casi della Diciotti e della Gregoretti, che ormai avrebbe dovuto essere superata essendo intervenuti vari esponenti di partito e vari giornalisti, fra cui Marco Travaglio e il politologo di sinistra Gianfranco Pasquino, non certo simpatizzanti di Salvini, i quali li hanno equiparati, sostenendo pure loro che la responsabilità di quanto accaduto alla Gregoretti è, pur essa, collegiale e attribuibile all’intero governo.
Il sindaco e la giornalista concludevano il loro ragionamento sostenendo che la Commissione, la cui riunione è prevista per il 20 gennaio, dovrebbe decidere di mandare a processo Salvini, distinguendo i due casi e facendo risalire la responsabilità di quanto successo per la Gregoretti al solo Salvini.
Il rappresentante della Lega, ad un certo punto, ha richiamato l’art. 95 della Costituzione, che attribuisce al presidente del Consiglio la responsabilità delle azioni del suo governo, ma, quando i due interlocutori avversari hanno fatto finta di non intendere, non ha per nulla insistito affinché si esprimessero sull’importanza dirimente di questo articolo.
Così come non ha insistito Paolo Del Debbio a trattenerli sui due casi accaduti durante il governo successivo giallorosso, con il ministro Luciana Lamorgese che ha tenuto, anch’essa, due navi ferme davanti alle nostre coste: la Ocean Viking per 11 giorni e la Alan Kurdi per 4 giorni, senza che la magistratura abbia avuto qualcosa da eccepire.

Tanto l’art 95 quanto le due navi fermate sotto il governo PD-M5Stelle sono infatti di una importanza risolutiva per capire che la Commissione chiamata a giudicare il 20 gennaio si trova davanti al fumus persecutionis da parte della magistratura nei confronti di Matteo Salvini e, dunque, la sua risposta non potrà che essere, se non viziata dall’odio politico, di rifiuto a far processare l’ex ministro degli Interni, salvando così il primato della politica con la P maiuscola dall’invasione di campo (peraltro ormai diffusa e debolmente contrastata) di un altro organo dello Stato.

Spieghiamone, ora, le ragioni

Con la premessa che la discussione avrebbe dovuto toccare anche soprattutto argomenti, i soli che possono mettere in luce la verità che si nasconde dietro il processo intentato a Salvini.

1 – Il pm aveva richiesto l’archiviazione del caso per mancanza di reato. Il Tribunale dei Ministri (un organo sempre della magistratura) ha respinto la sua decisione. Dunque, qualche dubbio sulla corretta applicazione della legge sussiste, e non è scontato che la ragione sia dalla parte del Tribunale dei Ministri.

2 – l’art. 95 della Costituzione recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.

I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri [cfr. art. 89].

La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei Ministeri [cfr. art. 97 c.1].”.

Da cui si evince, in forza del primo comma, che il presidente del Consiglio è corresponsabile con Salvini e, dunque, il processo dovrebbe riguardare pure lui.

4 – Il sequestro di persona non può avvenire su di una nave militare italiana, poiché essa è territorio nazionale; né può accadere che in una nave militare italiana si possano configurare reati di qualsiasi tipo (tutti, eventualmente, da dimostrare) e di cui sarebbe responsabile non il ministro degli Interni, bensì il Comandante della nave e il ministro della Difesa, a quel tempo Elisabetta Trenta.

4 – Due navi sono state fermate dall’attuale ministro Lamorgese durante il governo giallorosso: La Ocean Viking per 11 giorni e la Alan Kurdi per 4 giorni.
I due casi sono ancora più gravi, poiché le navi sono di bandiera straniera, e quindi si è agito su territorio straniero.
Eppure, finora nessun intervento si è registrato da parte della magistratura.

La conclusione non può che essere una: nel caso del processo richiesto unicamente nei confronti di Salvini (e non anche del Presidente del Consiglio) è presente il fumus persecutionis, e dunque la richiesta di processarlo va respinta.

Sarà così? Al 20 gennaio la risposta.


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