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VARIE: Un po’ di autobiografia

26 Settembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il lettore di Facebook mi perdonerà se riporto qui un po’ della mia biografia, che potrebbe non interessargli e annoiarlo, del che sono quasi sicuro, salvo alcuni sinceri amici che spero si faranno attrarre dal piacere di conoscere alcune particolarità della mia vita e non respingeranno queste righe.

Ho promesso che il libro che sto scrivendo, “Un anno vissuto politicamente” (sono già usciti due volumi) sarebbe passato in contemporanea anche dalla piattaforma di Facebook nella quale vanto molti amici, credo giunti vicini al migliaio.
Sono convinto di essere ormai al termine della mia attività di scrittore, e che le poche che seguiranno, saranno le mie ultime opere (ho in mente “La letteratura gotica, con i protagonisti Francesco Mastriani e Carolina Invernizio, di cui gli amici stanno leggendo le anteprime, e un volume in cui raccoglierò le letture nuove che sono seguite ai volumi di varia geografia già pubblicati).
Voglio lasciare, infatti, una biografia sintetica ma veritiera e scritta di mia penna.

Sono cresciuto in uno dei rioni più popolari della mia città di Lucca, il rione di Pelleria (vi si conciavano in antico le pelli). Vi giunsi nel 1942 all’età di 40 giorni, abitando mio padre a Lucca dal 29 ottobre 1930. La mia nascita è avvenuta nel paese dei miei genitori, San Prisco, a sei chilometri da Caserta, essendo in tempo di guerra e desiderando mia madre Teresa di essere assistita dalla sua famiglia natale, bella e numerosa.
(Ricordo il mio paese natale nel libro “Omaggio a San Prisco”).
Ho fatto gli studi di ragioneria con profitto risultando sempre tra i migliori dell’Istituto (devo dire in verità che sono stato sempre o il primo o il secondo, battuto in questo caso per pochi centesimi).
Terminati gli studi ebbi (a quei tempi il lavoro non era difficile a trovarsi) molte lettere di assunzione da vari Istituti bancari. Scelsi il Monte dei Paschi di Siena e lavorai pochi mesi a Lucca, a partire dall’agosto 1961. Infatti, di lì a poco uscì il bando di concorso a otto posti della Cassa di Risparmio di Lucca e a novembre dello stesso anno lavoravo già presso questo importante Istituto, al quale devo moltissimo. Mi fu consigliato di fare il concorso dal mio parroco, don Silvio Giurlani, protagonista della Resistenza lucchese, per ragioni inerenti il pericolo che avevo, stando nel Monte dei Paschi, di essere trasferito lontano da Lucca. Sono contento che a don Giurlani sono riuscito a far dedicare dal Comune di Lucca e dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea una bella targa che ricorda il suo impegno nella Resistenza, la quale si può vedere murata sul lato della chiesa di San Tommaso in Pelleria.
Sempre in Pelleria, e nello stesso periodo, riuscii a far istallare una nuova e bella fontana (l’attuale), dopo che la precedente era stata abbattuta da qualche anno. Ricordo con piacere la leggenda che creai sulla fontana originaria che era collocata nella piazzetta di Pelleria negli anni della mia adolescenza, “La miracolosa fontana di Pelleria”.
Per la targa a don Giurlani devo ringraziare per la sensibilità dimostrata il presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di quegli anni, Lilio Giannecchini; per la fontana quella del vice sindaco di allora, Giovanni Pierami.
Una volta entrato alla Cassa di Risparmio di Lucca, mi interessai ben presto dei problemi inerenti il lavoro, iscrivendomi alla CISL bancaria, e dal 1970 al 1978 ne divenni segretario provinciale. Molti contratti integrativi stipulati presso la Cassa di Risparmio di Lucca e la Banca del Monte portano anche la mia firma.
Ero molto attivo nelle assemblee ed alcune di esse le ho tenute anche in ambienti non bancari, interessandomi ai problemi delle altre categorie.
I miei colleghi che mi leggono qui, possono confermarlo.
Ho cominciato a ricoprire cariche di reggente di filiale nel 1985 e vi ho fatto la mia carriera arrivando al grado di funzionario di 2° (sopra avevo altre due tra gradi e categorie da scalare, il grado 1° e la qualifica ultima di dirigente).
Successe che nel 1990, dopo l’estate, fui convocato dal Direttore generale Arturo Lattanzi che mi comunicò la sua intenzione di trasferirmi dalla funzione che occupavo di direttore dell’agenzia di Borgo Giannotti (importante frazione commerciale di Lucca) alla funzione di vice direttore della Sede centrale. Ricordai al direttore generale quanto gli avevo raccomandato al momento in cui mi assegnava la prima reggenza: Si ricordi di premiarmi nella carriera se farò bene, ma sarò disposto a fare l’uomo di fatica da adibire alle pulizie se farò male. Però si ricordi di non farmi mai ricoprire incarichi sottoposti. Io vorrò sempre avere la facoltà di decidere autonomamente (il dottor Lattanzi, vivente e immagino ancora attivo, come è stato sempre per sua natura, potrà confermare).

Promisi che, per rispetto dei favori che mi aveva concessi facendomi fare carriera, avrei comunque provato.
Mi giunsero numerose telefonate di dirigenti che mi assicuravano che quell’incarico sarebbe stato temporaneo e che ben presto ne avrei ricevuto uno ben più importante. Alcuni clienti di rilievo (tra cui lo scomparso Edo Puccetti) vennero a trovarmi per assicurarmi che si trattava della verità.
Giunse il giorno che mi recai a ricoprire il mio incarico presso la Sede centrale, e il bravo direttore Matteucci (ahimè, non ricordo piĂą il nome di battesimo) mi accolse con entusiasmo, assicurandomi – essendo stato edotto delle mie perplessitĂ  – che mi avrebbe concesso un’autonomia di giudizio e di decisione fino ad una certa cifra, senza che passassi da lui. Mi pareva di essere sulla buona strada, ma quella stessa mattina accadde che un cliente si presentasse a chiedere udienza al direttore, il quale in quel momento era assente. Mi proposi io di riceverlo, ma egli protestò che avrebbe parlato solo col direttore. Mi sentii umiliato, poichĂ© nel mio incarico a Borgo Giannotti avevo servito tra i piĂą grandi nomi dell’economia lucchese.
L’incidente mi rimase in gola e così tornato a casa nella nottata redassi la lettera di dimissioni, che l’indomani consegnai (assente, ahimè, il Direttore generale) al Capo del personale, il quale, allarmato, non voleva accoglierla, consigliandomi di aspettare il dott. Arturo Lattanzi che si trovava in missione a Singapore. Temendo un mio ripensamento, non accettai il consiglio e confermai con la consegna della lettera le mie immediate dimissioni.
Uscendo, salutai e ringraziai il direttore della Sede centrale Matteucci, il quale rimase sbigottito, e tornai a casa.
Confesso, ora che ne ho l’occasione, di aver usufruito di uno dei tanti privilegi che si potevano godere in passato, e massimamente nel lavoro bancario. Potei venire in pensione con 48 anni di età e 29 di servizio. Ma badate, la pensione dell’INPS, quella a carico della collettività, mi sarebbe scattata, come per tutti, al compimento del 60mo anno di età. Fino ad allora la mia pensione sarebbe stata erogata a carico della sola banca.
Perché mi ero deciso a dimettermi? Perché ritenevo più utile per me, anziché spendere del tempo in un lavoro subordinato che non mi avrebbe dato soddisfazione e adeguata autonomia, dedicarmi alla mia passione di sempre, la letteratura. Mi sentivo ancora in grado di principiare questa strada da me ambita, che avevo saggiato, durante il mio lavoro, con vari articoli su piccole riviste specializzate.
Chi mi legge potrĂ  capire quanto questa passione mi abbia condizionato e quale rischio mi trovavo ad affrontare avendo una famiglia a carico con tre figli ancora agli studi. Mia moglie e mio fratello Mario mi furono tanto vicini.
Ai molti che mi avvicinarono per offrirmi un nuovo lavoro in quel campo a condizioni vantaggiosissime, risposi motivando il rifiuto col dichiarare la mia gratitudine alla Banca che mi aveva consentito sino a quel punto (e un domani con la pensione) di dare una vita dignitosa alla mia famiglia.
Alla mia banca non ho mai fatto concorrenza di alcuna specie, ritenendo, quello, un gesto di villania.

Mi sono messo a scrivere, dunque, e continuerò a farlo, anche se per poco ancora.
Ai tempi del mio lavoro in banca ho difeso i deboli, come anche oggi li difendo con iniziative che sono nate da me, grazie al contributo di importanti collaboratori, e che sono tuttora attive. Una di queste risale al 1993 ed è l’Associazione culturale “Cesare Viviani”, il commediografo vernacoliere lucchese, che tanto ha divertito i lucchesi con le sue commedie e con le sue poesie.
Presso la Biblioteca Statale di Lucca, oltre ai miei libri, si può trovare la raccolta del quadrimestrale “Racconti e Poesie”, che stampavo e distribuivo a mie spese in tutta la provincia, presso edicole e librerie, e che tenni in vita dal 1992 al 1999. Le due iniziative, dell’Associazione culturale e del quadrimestrale, avevano lo scopo di dare spazio agli autori lucchesi per una loro formazione e per un confronto reciproco.
Ne sono ancora oggi orgoglioso.
Mi sono costate fatica e denaro, ma ne è valsa la pena.
Grazie all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori, ho difeso direttamente i lavoratori nelle varie preture della provincia, preparando da solo i vari ricorsi, nel mio studio se d’inverno, in giardino se d’estate. E ho vinto varie cause, una delle quali (sulle rappresentanze sindacali aziendali, le “rsa”) fece giurisprudenza e fu pubblicata sulla Rivista del Lavoro diretta dal prof. Ugo Natoli, che insegnava a Pisa e che ho avuto l’onore di incontrare.
Al tempo in cui dirigevo il sindacato ero abbonato a varie riviste del lavoro, nelle quali andavo ricercando le sentenze che potevano essere utili alla mia categoria, ed in generale ai lavoratori. Ogni volta che ne trovavo una, redigevo una circolare in cui la presentavo e commentavo, in modo che tutti ne fossero a conoscenza. Non ricordo quante ne redassi, ma chi le avesse voluto raccogliere, oggi ne farebbe un prezioso volume fotografante quel tempo. Purtroppo nemmeno io provvidi a conservarle, salvo la copia per il sindacato che ormai immagino perduta, come perdute saranno le riviste a cui ero abbonato.
Alla mia cara città di Lucca ho dato alcuni libri che ne evidenziano la squisita sensibilità verso l’arte, che la sua bellezza ispira ai suoi narratori, che sono numerosi e bravi: “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi” e “Scrittori di guerra lucchesi”.
Ho creato per lei 50 leggende (tra le quali “Le mura di Lucca”), alcune arricchendo quelle già note ed altre di nuova ispirazione, pubblicate nel mio adorato: “Lucchesia bella e misteriosa”, per la quale opera sto pensando ad una edizione nuova con una illustrazione colorata per ciascuna leggenda.
Le ho intitolato, la poesia “Lucca”, dedicandola al prof. Guglielmo Lera che molto l’apprezzò.
Fino al tempo ingrato e malaticcio del compromesso storico sono stato vicino alla Democrazia cristiana e al Partito socialista italiano, con una incursione nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria). Ma quando mi accorsi di quel che stava succedendo col compromesso storico (praticamente i contratti di lavoro furono tenuti fermi e scaduti) mi resi conto della ipocrisia della sinistra, disposta a scaricare i lavoratori pur giungere all’ambito (anche oggi) potere. Ho capito, cioè, che il vero fine del Partito comunista era, ed è ancora nei suoi derivati, quello del potere, e non quello della difesa dei deboli.
Ho scelto la Democrazia cristiana fino allo scandalo di Mani Pulite che mi procurò molta ira verso quel partito, e successivamente sono stato berlusconiano, ed oggi molto vicino al centrodestra, e alla Lega e a Fratelli d’Italia in specie. Perché ho perso la fiducia in Forza Italia (che era apparsa praticamente l’erede della Democrazia cristiana)? Perché Berlusconi non riusciva mai a tagliare il traguardo delle sue promesse. Arrivava vicino al filo di lana, ma, per una qualche pressione invisibile agli elettori, non tagliava il traguardo e si fermava. Ho sempre dato questa responsabilità al suo consigliere (tuttora lo è) Gianni Letta, che ritengo un pasticcione e un accomodante (ovviamente parlando di politica; non mi permetterei mai un giudizio al di fuori di questo ambito). Lo considero il responsabile della crisi berlusconiana. Ogni volta che Berlusconi stava per realizzare un progetto, ecco che il Presidente della Repubblica di turno (in particolare Napolitano) chiamava al Colle Gianni Letta, e al suo ritorno si vedeva Berlusconi stoppare ogni iniziativa utile a raggiungere l’obiettivo, con tanta rabbia dei suoi elettori.
Oggi, dunque, permangono in me tutte le riserve sulla sinistra che sempre di più (si veda l’attuale governo) è legata al potere più che all’interesse dei cittadini, al punto che per difenderlo non si confronta con l’avversario ma lo aggredisce e lo fa assalire dalle forze combattenti parallele, quali i giornaloni e la magistratura allineata, metodo tipico dei regimi autoritari.

Con l’attuale governo ci sono pericoli per la democrazia? Sì, finché non riusciremo a tornare a libere elezioni generali, il pericolo è esistente e si accresce sempre di più.
Durante la mia esperienza sindacale prima che si realizzasse il compromesso storico, trovavo molto vicini al mio sentire i partiti della sinistra e in specie il Pci, allora all’opposizione. Dal compromesso storico in poi, esso ha abbandonato la classe operaia, che oggi è meglio rappresentata – sembrerebbe un paradosso ma è così – dai partiti di centrodestra, che meglio percepiscono le esigenze dei cittadini. La sinistra rappresenta un mondo lontano dai lavoratori, quel mondo che con giusto disprezzo è nominato radical-chic.
Non troverete mai presente e rappresentata in questi quartieri snob, la miseria.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart