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LETTERATURA: Verità, varietà e coerenza nella produzione letteraria di Mario Tobino

12 Ottobre 2007

di Marisa Cecchetti

Parte I

Mario Tobino è nato a Viareggio il 16 gennaio 1910, secondo di quattro figli. Il padre, farmacista, era di Tellaro, nel golfo di La Spezia, la madre era proprietaria di terre a Vezzano Ligure.  Ha un’infanzia libera, trascorsa con i figli del popolo, a giocare nel Piazzone e sul molo. Nelle vacanze estive, da ragazzo, si imbarca su qualche bastimento e le vacanze diventano avventurose ed alimentano la sua fantasia.  

Studia a Massa Carrara, a Viareggio, a Pisa. Studente di liceo classico non ha grande amore per lo studio e la disciplina. Un periodo in collegio a  Collesalvetti funziona da correttivo alla sua insofferenza agli studi. Il momento della scoperta dei classici è importantissimo per lui: Tacito, Orazio, Machiavelli, Dante. Da loro non si separerà mai più.
Di questa infanzia libera lui va molto orgoglioso, perché lì sono le sue radici. Siamo all’inizio del ‘900 e Tobino cresce senza pregiudizi sociali, un ragazzino della teppa di strada, ma in mezzo ai ragazzi del popolo  riflette sulle differenze che individua nel loro stile di vita, sviluppando un senso profondo della giustizia che lo porterà a combattere ogni divisione di classe ed ogni forma di discriminazione. Rimane costante la gratitudine verso il padre che gli ha permesso di vivere così, anche se è stato sempre consapevole di avere un destino diverso, in quanto  figlio  di un farmacista, non di un marinaio. Gli altri si imbarcano, per lui ci sono gli studi e l’Università.
Nel libro Sulla spiaggia e di là dal molo,  del 1966,  racconta questo suo legame a Viareggio, che si chiama Medusa nella finzione letteraria. C’è la storia di questo borgo sorto nel 1200 tra le paludi e popolato da 400 persone, ( i viareggini furono 400, liberi, anarchici, ignoti, fanciulli) che si  sviluppa grazie a Maria Luisa di Borbone  all’inizio del 1800. Racconta la sua vita con i ragazzi del Piazzone, i suoi giochi, ma allo stesso tempo lo spirito di libertà e l’anarchia dei viareggini, ricordando addirittura tre giornate di una rivoluzione del 1921, scoppiata in seguito ad una partita di calcio persa contro i Lucchesi. Ne evidenzia con estrema puntigliosità le differenze con i Lucchesi poi sorridendo conclude così: “ma si sa che tutto il mondo è paese e non c’è alcuna differenza tra lucchesi e viareggini e viareggini e lucchesi. Siamo tutti poveri uomini in attesa di essere mangiati dalla morte”. Compare la morte, il senso del tempo che cancella e porta via tutto, tema ricorrente, ma non tale da incidere sulla forza della vita. Anzi, dei viareggini sottolinea l’amore per la vita, di Viareggio ricorda la bellezza della passeggiata con i suoi bagni fantasiosi e colorati, prima dell’arrivo del grande turismo, e la presenza di nomi famosi,  Petrolini, che lui definisce  “aedo del nostro tragicomico tempo”, Puccini, il pittore Lorenzo Viani. E la forza e il mistero del mare, con le figure dei marinai, dei capitani, le loro imbarcazioni dalla chiglia simile ad un’anfora greca. E le donne fiere e belle che aspettano per lunghi mesi il ritorno del padre, del fratello, del marito. Della ragazza  viareggina dice la straordinaria bellezza, “snellissima di fisico, capace di divincolarsi e sfuggirti come uno scoiattolo, dagli occhi neri, il petto piccolo da amazzone, il ventre liscio, abituata a nuotare e remare senza tema, a gareggiare contro le onde e nei giochi sulla spiaggia“.

L’amore per la sua terra lo porta addirittura a fare un parallelo tra Viareggio e l’America. “L’America crebbe in nazione e si formò una razza di uomini di mare. Similmente successe a Viareggio con la enorme differenza che quei navigatori avevano dietro la potenza della loro patria, i viareggini erano soli con la loro arte marinara. Però furono le stesse avventure, lo stesso ardire, la voglia di avanzare finanziariamente, e in profondo un animo di Ulisse, il desiderio dell’ignoto, l’allegria e il coraggio della libertà
Nell’ Asso di picche (raccolta di poesie dal ‘47 al ‘54 edite nel ‘56) lui dice di Viareggio: O Viareggio più bella dell’Oriente/ che nell’immacolato celeste delle tue sere/esali l’acuto profumo dell’oleandro,/ in te sono nato/ in te spero morire./ E lacerino le trombe l’aria, /solenni e motteggiatrici,/ quel dopopranzo di malinconia pensierosa/che trasporteranno al cimitero/l’unico poeta.
Non si può evitare di riconoscere, insieme a qualche illustre critico, e cito il suo amico Felice Del Beccaro, che gli ha dedicato una monografia,  una certa tendenza dell’autore a mettersi al centro della scena, a fare un po’ il teatrante. Elemento che compare anche in questi versi e che gli perdoniamo volentieri.
A proposito della sua infanzia così scrive: ” Sono nato nel Piazzone, sono amico di Ganzù, di Truppino, di Adriatico, di Tanacca, di Tono. Insieme con loro sono stato a rubare l’uva, io, che ero figlio di un farmacista e mia madre possedeva a Vezzano delle terre…Eravamo amici, si stava insieme, si giocava, ci si picchiava ferocemente. Il turpiloquio e la bestemmia erano i nostri innocenti sorrisi…sono stato tra loro a chiedere il soldino ai signori sul molo, che benevolmente gettavano la moneta; noi ci si tuffava, la afferravamo con la bocca e si tornava su mostrandola serrata tra i denti. Fu un tempo  felice e fui sempre grato a mio padre di avermi lasciato libero… Con loro andai a rubare il rame ai calafati i darsena…con loro a fare cicche, cioè raccogliere tra i tavolini dei caffè  i mozziconi delle sigarette lasciate andare…/ E Ganzù, Adriatico, Truppino, Tanacca, Tono, Osvaldo, all’improvviso, uno dopo l’altro, un giorno non c’erano più, erano andati in mare come mozzi, ragazzi di bordo…i loro padri erano marinai. Io avevo diverso destino…dovevo studiare, anche se male, a strappi…I miei amici erano partiti, riapparivano per pochi giorni dopo tanti mesi…Io continuavo ad abitare nel Piazzone ed essere garzone di farmacia, come mio padre mi costringeva…attraverso i loro familiari mi arrivavano le notizie, avvertivo le pene, immaginavo le gioie, e loro stessi, quando li incontravo, erano meno timidi, perché su per giù mi vedevano lo stesso, non tramutato in signorino”

Credo di poter individuare in questo libro del ’66, che vede la luce dopo molte opere importanti che avevano già reso famoso il suo autore,  alcuni elementi ricorrenti della produzione di Tobino: l’amore per la sua terra e il rimpianto, il tema della famiglia, l’attenzione alla persona umana, gli amici, il richiamo insistente e forte della sensualità femminile, la ricerca della bellezza, ma soprattutto la libertà interiore che gli fa rifiutare ogni limite imposto alla libertà stessa, e lo farà schierare in seguito nelle posizioni dell’antifascismo e della Resistenza. In alcune pagine qui ci sono già “le speranze delle anime semplici soffocate dal fascismo e un antifascismo granitico” come sottolinea Claudio Marabini. Credo che  proprio in quella adolescenza libera si formino la sua personalità e il suo carattere. Il rimpianto per ciò che è stato non gli impedisce di sottolineare “che la storia procede con invincibile logica, e gli uomini la tessono”. La vita continua e lui sente in modo prepotente, quasi religioso, di avere il compito di “indicare ai giovani quanto è sacra la vita“. E lo dice con le parole stesse di Petrolini: “Soltanto la poesia è capace di cullare l’anima degli uomini; al di fuori di questo è tutto un ridere disperato, non contano né papi né capitani; nessun filosofo ci può dire perché siamo venuti su questo mondo e dove andremo dopo che siamo morti”.
Tutto passa, sembra dire Tobino, ma la vita è un bene meraviglioso. In questo libro poesia e idea della vita sembrano sovrapporsi. Di questo libro Geno Pampaloni ebbe a scrivere: “I confini tra racconto e autoritratto sono travolti, e si annullano, così come tra passato e presente, tra memoria e ammonimento, tra prosa e poesia.”
Il suo amore per la vita  si esprime chiaro in questi versi: “Dammi, o Dio, fino all’ultima forza,/che io canti./la mia poesia deriva/dall’essere sani,/dall’allegria,/amo ciò che creasti”(da L’asso di picche)
All’inizio degli anni ‘30 Tobino si apre  alla letteratura straniera, francese, russa, americana, contro ogni forma di provincialismo  Studente di Medicina prima a Pisa poi a Bologna, dove si laurea nel 36, inizia a pubblicare poesia già dai primi anni ’30 su riviste quali Il Selvaggio, L’Italiano.
Natura contraria alla dittatura dell’epoca, intollerante, fa il servizio militare nel ’37-38 a Firenze e poi in Alto Adige, come ufficiale medico in un reggimento di Alpini. Si specializza in neurologia, psichiatria e medicina legale, lavora ad Ancona e Gorizia, poi arriva la guerra e viene spedito nel ’40 sul fronte libico fino al ’42, quando viene rimpatriato in seguito ad una ferita da mina ad una gamba. Al ritorno lavora come psichiatra a Firenze e poi a Maggiano di Lucca, quel manicomio dove per quarant’anni è primario del reparto femminile e per un breve periodo anche direttore ad interim, località che compare nei suoi scritti come Magliano.
Fissa  le sue esperienze di guerra in una raccolta di poesia,  Veleno e Amore (1942) e nel romanzo Il deserto della Libia (1952). Sarà una poesia più asciutta, di tono più fermo e solido, come sottolinea Del Beccaro, una poesia più matura, di chi ha sperimentato sulla sua pelle il pericolo, ha vissuto nel deserto, ha visto uomini male armati scavare trincee nella sabbia sotto il sole cocente, ha conosciuto l’eroismo di soldati anonimi e la loro dignità di fronte alla morte, l’ipocrisia e la viltà di certi ufficiali. Così si esprime nei versi:
“Libia 1941”: “Le armi non erano nostre,/la patria non era nostra./ Morì il soldato, zimbello del destino. /Mi torna il suo viso,/giovane solo,/senza compagni,/lo tradivano il colonnello,/la fidanzata,/l’Italia“.(Veleno e amore)
Ritroviamo l’attenzione agli altri, lo sguardo che si posa sulle sofferenze umane, la consapevolezza delle ingiustizie sociali, la constatazione amara della nostra presenza in Libia, colonizzatori subiti da un popolo che non ci aveva chiamato, occupanti e ospiti indesiderati. Ma anche il riconoscere che la legge del più forte finisce per prevalere, che gli stracci, quelli che non contano e vengono strumentalizzati, cioè il semplice soldato, sono i primi ad andare all’aria, mentre la lontananza non rinforza ma indebolisce e cancella i rapporti affettivi.
Oppure “Soldato italiano che va verso Tobruk“:”Siamo noi/ che si dimentica tutto il male./Chi vuole la nostra vita/se la prenda./Siamo senza un fratello./ Arrivederci in cielo, /o bei campi,/o fidanzate.”
Stesso fatalismo di fronte al destino che si identifica con scelte fatte da altri, subite. Allora è inutile ribellarsi, la vita diventa un gioco a testa e croce. L’immagine femminile ritorna costante, perché il sangue è giovane ed in tumulto. E c’è un’apertura elegiaca ai campi della patria, che richiama i classici da lui tanto amati; del resto le immagini della natura, sia il mare, sia il tramonto o l’alba su deserto, sia le campagne lucchesi o la piana tra Arno e Serchio, intervallano le storie più dense di dolore e di spaesamento. Lo sguardo sulla natura allenterà la tensione delle sue giornate tra i matti. “dalla mia finestra, come nelle altre primavere, a quest’ora (sono le sette di sera), è un intersecarsi di cinguettii di uccelli che saltellano e riposano tra i folti rami delle querce” (da Le libere donne di Magliano)

Parte II

Indimenticabili le prime tre pagine de Il deserto della Libia, dal titolo “La cartolina precetto” dove si prendono le distanze da questa guerra non voluta, ma la si affronta ugualmente, per spirito di giustizia.
“Quando una persona in Italia, durante il fascismo, riceveva la cartolina precetto, che lo mandava i guerra, si presentavano diversi quesiti, e:
Primo: per chi doveva fare la guerra.
Rispondeva che la doveva fare per i fascisti, per un gruppo di persone che erano l’opposto della bontà o per lo meno dell’intelligenza e conducevano l’Italia alla rovina.
Secondo: se anche lui era un collaboratore di questa tendenza.
Egli rispondeva di sì, perché non aveva fatto nulla per opporsi ai fascisti;davanti alle loro azioni era stato in dignitoso riserbo; aveva contro di loro mormorato genericamente, parlato con franchezza solo tra amici fidati…
Terzo: se era meglio andare alla guerra e combattere a favore dei fascisti, oppure non andarci e rimanere nel dignitoso riserbo.
Si rispondeva che era meglio non andarci, che così almeno non favoriva la vittoria dei fascisti…
Quarto: quale mezzo si poteva usare per non andare alla guerra…
Si rispondeva che fare il disertore non era possibile, a causa della efficace polizia…Allora, essendo proibito disertare si doveva eludere il servizio militare attraverso le visite mediche e cioè simulare malattie…
Quinto: per simulare malattie era necessario essere raccomandati…e bisognava umiliarsi ai fascisti, genuflettersi, adularli…
Rimaneva il sesto quesito: la pura simulazione…alcuni lo hanno fatto. Non si sa se applaudirli o tenerli lontano.
Rimane un altro quesito, il settimo.
Settimo: il popolano, la persona umile ha le raccomandazioni? Può sfuggire alla guerra per mezzo di queste? No.
Allora se loro vanno in silenzio alla guerra, a scontare il peccato di colui che non si è ribellato al tiranno, perché la persona non deve scontare?
Abbiamo sopportato la pace fascista, sopportiamo insieme la guerra. Altrimenti quando verrà la libertà il popolano dirà: al tempo  che la tirannia mi avvolse di nebbie tu non mi aiutasti a tenerle lontane, quando venne la guerra mi lasciasti morire.”

C’è una grande capacità di analisi della situazione, in modo oggettivo, scientifico, quasi distaccato, invece sappiamo che il coinvolgimento emotivo era altissimo, per un antifascista come Tobino. C’è una grande consapevolezza morale, il senso di giustizia che troveremo in tutte le sue pagine, una coerenza comportamentale che si trasforma quasi in sprezzo  del pericolo, che invece è solo condivisione matura di responsabilità e di pericoli.
Dai critici (Geno Pampaloni) il romanzo è considerato tra la migliore produzione dell’autore, insieme a Le libere donne di Magliano e La brace dei Biassoli.
Qui, oltre a trovare notizie dirette della guerra, anche se l’esperienza è elaborata e trasformata con fantasia, abbiamo già un anticipo dello scrittore che descrive la pazzia, nella ampia sezione del libro dedicata ad un ufficiale, Oscar Pilli, comandante cleptomane, geloso, innamorato dei gradi e dei timbri, “dal profondo squilibrio morale e intellettivo, con il morboso piacere del male, capace di distruggere il deserto, che mai non si può,” dice Tobino. C’è una posizione critica contro gli ufficiali, che tra loro non si danneggiano, e contro la burocrazia militare italiana “che iniziata, procede, cieca, sorda, ottusa come uno scartafaccio, con nessuno, assolutamente nessuno, che osi intromettersi a far scorgere la verità”. 
Anche ne Il deserto della Libia non manca il miraggio di occhi femminili nascosti dietro veli alzati, di voci di donna, di malizie che provengono da dietro pareti bianche. La giovinezza, la sensualità e la ricerca giovanile mantengono la stessa forza anche in mezzo al deserto. Marcello, il tenente medico dietro cui si nasconde l’autore, un giorno è ospite nella casa di un arabo, che lo ha pregato di visitare le sue donne. Loro lo hanno già adocchiato in una occasione precedente. Ecco la scena: ” La ragazza entrò con Mahamud; era coperta fino agli occhi. Al solito Marcello fu richiamato dalla mano che stringe la stoffa del barracano davanti al volto; le dita serpeggiavano senza direzione. Gli occhi che guardavano dallo spiraglio erano due folletti. Mahamud si allontanò di circa due metri e si voltò. Marcello era rimasto davanti alla ragazza. Fatma aprì la mano. Apparve nuda. Aveva un volto bellissimo, rideva di un soffocato singhiozzo. Le mani le rimasero per un momento una lungo l’agile fianco, l’altra in aria all’altezza del giovanile petto.”
La fantasia si è sempre amalgamata alla autobiografia: “La fantasia –scrive – mi è sempre stata compagna, comunque le cose del mio tempo si consumassero; ho trovato spiragli di allegria anche nei giorni neri“. Del resto la fantasia è un privilegio dei poeti, che costituisce un plusvalore: “Ma i poeti/giocano l’asso di picche/ stringono la donna matta/tengono il sette rosso/ cantano/ nessuno li può morire (da L’asso di picche).
La piena consapevolezza della assurdità della nostra presenza, visto come eravamo male in arnese è in questo passo: “In Tripolitania tra le uniche forze rimasteci v’erano alcune, poche, divisioni di fanteria, quali la “Pavia” e la “Bologna”, che erano stanche e tristi per il deserto, essendo state stupidamente tenute a presidiare della sabbia per molti mesi, ma innanzitutto erano prive di armi moderne e di automezzi, infatti i soldati andavano a piedi e possedevano il solito e deriso e monotono fucile  1891 e  qualche mitragliatrice Fiat solita a incantarsi, in più pezzi da 149 e 117…cannoni anticarro…non ne avevano, né altro che assomigliasse ad armi moderne, ma innanzitutto giganteggiava la sfiducia e la fretta di finire prigionieri.”
Così è la guerra.  I suoi orrori, uguali nel tempo a quelli che corrono sui nostri schermi ogni giorno proveniente dagli attuali fronti aperti, sono riassunti in queste parole di Tobino, riportate come una annotazione di diario: “23/3/1941: Per la prima volta ho visto l’assassinio della guerra:teste bucate dove c’entra il pugno di un bambino, mani strappate via, ammassi di carne dove pochi minuti prima erano giovani.” Con la considerazione, nonostante tutto, “che ci furono anche in Libia gli eroi, candidi, soldati, umani…si vide anche cosa poteva dare un uomo senza patria, vilipeso, afflitto per venti anni da una bestiale tirannia, eppure rimanere ancora gentile.”

C’è lo scrittore dal sentire profondo, sempre presente osservatore delle situazioni e dei comportamenti, profondamente umano e fondamentalmente poeta. Geno Pampaloni parla di “realismo lirico di fondo autobiografico, non fine a se stesso… ma appassionato colloquio verso il segreto della realtà”.
Del romanzo esiste la versione cinematografica, Le rose del deserto, per la regia di Mario Monicelli.
Il ritorno in patria nel 42, per ferite subite sul fronte libico, non lo vede rimanere inerte, infatti aderisce alla lotta partigiana, esperienza da cui è nato il romanzo Il clandestino, premio Strega nel 1962. Storia di giovani di Medusa che si devono nascondere per fare la Resistenza. Tra loro arriva Anselmo, il Marcello de Il deserto della Libia alter ego di Tobino stesso, che diventa il pensatore, il filosofo, dà l’imput al gruppo. Ci sono grandi ideali e ottimismo di fondo. Non il suo libro migliore, secondo i critici, perché costruito con maggiore razionalità, nella volontà di superare tutte quelle anomalie e differenze stilistiche e di genere che sono presenti nelle sue opere. Viene a mancare il lirismo che attraversa le altre sue opere. Più pensato, meno immediato e vario. Qui c’è una “narrazione più distesa e continua, frutto di rigore stilistico” come dice Del Beccaro.  L’altra prosa, infatti, anche la più alta, dà l’impressione  di una divisione interna, come se ci fossero delle stratificazioni e non uno sviluppo lineare (Del Beccaro). Il linguaggio di Tobino va dalla  forma aulica, alta,  al toscanismo da lui tanto amato, con uso di  verbi intransitivi spesso usati transitivamente, con la ricerca di neologismi, con costruzione di periodi talora complessi, dove ad un certo punto si perde il soggetto con stridenti anacoluti, oppure la narrazione si sviluppa attraverso un  periodare breve e secco, per creare maggiore tensione. Ma la coerenza e unità è data dalla  prima essenziale caratteristica di questo scrittore, come sottolinea Geno Pampaloni, che è “la libera espressione degli istinti e degli impulsi morali che accendono la fantasia. Nei versi come nella prosa egli è mosso in primo luogo da una violenza sensuale della passione che si misura a tu per tu con la vita e si indirizza a grandi temi ideali: la bellezza della natura, la nobiltà di sentimenti, l’amore, l’onore, la giovinezza,la dignità del sottrarsi ai compromessi, la pietà del dolore, il rispetto religioso per ciò che ci offre l’esperienza”. Scrittore sostanzialmente lirico, effuso di una gagliarda tempra sentimentale, con un temperamento libertario, anarchico, insofferente di disciplina, violento nella passione.” E’ lui come uomo, dunque, che dà unità e coerenza alle sue opere.
Per questo suo spirito pulito  non esita ad entrare nella Resistenza. Così si esprime ne Il clandestino:
“I tedeschi, gli ex alleati, che non avevano gettato via le armi, erano diventati feroci nemici. Cominciarono le deportazioni. Giovani che ardevano di riabbracciare la madre, rivedere, dopo mesi e mesi di guerra, il luogo natio, furono messi in un vagone blindato e deportati, spinti al Nord, trasformati in bestie che non hanno né nome né domicilio. Ci fu allora tra gli Italiani il primo fatto umano, semplice, nato dal cuore…i borghesi, i cittadini non militari, fecero a gara a vestire di panni civili quei giovani che dovevano sfuggire ai Tedeschi, si svuotarono in silenzio i guardaroba, si rivestì un esercito: ogni casa ricca o povera, di qualsiasi tendenza politica, in quel giorno si aprì…”.
Ma la Resistenza non ha mantenuto nel tempo le sue promesse e di questo Tobino prende amaramente atto nella poesia di apertura del romanzo stesso, uscita già in Asso di Picche: “Fu un amore, amici/ che doveva finire;/credemmo che gli uomini fossero santi,/i cattivi uccisi da noi,/credemmo diventasse tutto festa e perdono,/le piante stormissero fanfare di verde,/la morte premio che brilla/come sul petto di un bambino/ la medaglia alle scuole elementari./Con pena, con lunga ritrosia,/ci ricredemmo./Rimane in noi il giglio di quell’amore.”
C’è una figura bellissima di partigiano, il Pasi, che compare in un lungo racconto, Una giornata con Dufenne, del 1968, in cui si racconta di un incontro tra ex collegiali: il Pasi, figlio di operai romagnoli, animato dalla volontà di riscattare il popolo da miseria e servitù, fu impiccato dai nazisti: in lui Tobino vede l’esempio di alta moralità che riscatta tanti esempi di vita mediocre, per lui il Pasi rimane il simbolo di aristocrazia dello spirito. Purtroppo deve riconoscere già che nell’opinione dei più è già mutata la valutazione dei partigiani: “da eroi e benefattori a delinquenti e vigliacchi e domani forse nemmeno esistiti”. Tira già aria revisionismo storico!
“Il Pasi era un giovanotto/veniva dalla Romagna,/insieme eravamo giovani,/si camminava muovendo le spalle, /le donne avevano per noi debolezza./Lui lo impiccarono i tedeschi/dopo sevizie che non ho piacere si sappiano,/io ho un cappotto di anni,/ma, o Pasi, sei stato/il più bell’italiano di mezzo secolo.”

Parte III

Del 1953, con nuova edizione nel 1963, è il libro più intenso e strettamente legato al suo nome, alla sua esperienza quotidiana, quella della pazzia, Le libere donne di Magliano. Lo presenta così:
“Il manicomio si erge, bastione monumentale, su una collina che s’alza dopo la discesa del monte di  Quiesa; a poche centinaia di metri scorre il fiume Serchio.
D’estate le cicale vi cantano perdutamente.
La base da cui parte è il documento, come nell’opera precedente – così sottolinea Del  Beccaro, frutto di esperienza quotidiana, di osservazione scientifica e insieme umana di chi ha fatto del manicomio la propria casa e della comunità dei pazzi la propria famiglia. Nella premessa alla seconda edizione l’autore stesso afferma che il libro è stato scritto “per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore” e talvolta il medico-scrittore si chiede se la pazzia sia davvero una malattia o non piuttosto “una delle più misteriose e divine manifestazioni dell’uomo“, la “più misteriosa dea che esista nel mondo”.
Le osservazioni nascono dalla sua frequentazione dei manicomi, quello di Ancona, di Gorizia, poi quello di Lucca. Con una affermazione circostanziata e matura egli scrive. ” La mia vita è qui nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono tornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare.” La pietas pervade tutte le pagine di un libro che supera le convenzioni mettendo a nudo una realtà scomoda, senza falsi pudori e pregiudizi. C’è realismo nel descrivere gli altri, i pazzi,  che non si rendono nemmeno conto di essere infelici, che forse neppure lo sono; qui la descrizione  realistica non manca della leggerezza della poesia e del distacco necessario per non cadere in eccessivi abbandoni. Tante figure, tante storie, tutte quante tenute insieme dalla profonda sensibilità dello scrittore. Ritratti bellissimi sono quelli della Lella, una malata che gli fa da inserviente e lo cura con amore, o quello della giovane livornese che prima di andare sposa, durante una assenza del fidanzato, viene presa da un attacco di follia e portata al manicomio, dove rimane solo pochi giorni, per uscirne con la mente lucida, pronta per le nozze: “A intervalli, ancora affannando per l’agitazione che fino a quel momento l’aveva scossa, si sdraiava sul ventre lungo il pavimento, qualche parte del corpo coperta di ciuffi d’alga ed era uguale ad una amazzone colpita da una lancia nella schiena, agonizzante e vivissima, un colore bruno acceso le correva per le spalle e i fianchi“. E l’occhio  dell’autore non trascura “la bava, la lussuria estiva, le donne che si toccano, si abbracciano, la saliva, gli occhi languidi lucidi: in manicomio, nei reparti femminili, senza pudicizia si scarica la sensualità“. Perché – sono parole dell’autore- “l’alienato nella cella è libero, sbandiera, non tralasciandone alcun grano, la sua pazzia, la cella il suo regno dove dichiara se stesso, che è il compito della persona umana.”

La legge 180, conosciuta come legge Basaglia, nel 1978, ha visto in Tobino un grande oppositore. Lui è contro questa svolta epocale e mostra sfiducia negli psicologi che vedono nella pazzia solo le colpe della società, negando la malattia mentale. Lui che ritiene la follia “una  realtà violenta e misteriosa della condizione umana”, la accetta, e afferma che gli psicofarmaci, addomesticando i deliri, costituiscono una forma di contenzione peggiore della camicia di forza. Purtroppo il cambiamento fa molte vittime, e lui ne parla ne Gli ultimi giorni di Magliano: molti malati vagano per i campi e muoiono all’indomani della attuazione della legge, nei fossi, nei canali, nel Serchio. Al di là delle opinioni, quest’ultimo rimane un libro dove la sua passione per il lavoro e l’umanità in genere, pazza o sana di mente, ritorna, forte come sempre.
Il senso della famiglia, l’ammirazione e il rispetto per la figure parentali che lo hanno educato libero, tornano di frequente nella sua produzione, ma la figura della madre rimane al di sopra di tutte, fissata con la delicatezza della parola, che per lei suona sempre come poesia.
Già nella raccolta di poesie L’asso di picche ha parlato spesso della madre: “Dal calesse dalle ruote di gomma/avrei voluto salutarti, o mamma,/mentre il dopopranzo illumina tutto,/ egli ombrosi platani davanti alla casa/accolgono la pace degli uccelli.” (La partenza). Oppure: “Una nostalgia mi è presa/di rivedere mia madre/ i miei fratelli/la nostra casa tra i platani…/il resto è nulla.”(Una nostalgia). E ancora: ” Niente è cambiato dacché sei morta,/ a Vezzano la domenica si sentono chiari i rumori,/tra le bianche ghiaie scorre la Magra,/ i soliti vecchi seduti/nella piazza folta di case/raschiano qualche parola/e battono sulle pietre il bastone,/ e i treni fumano laggiù nella valle/snodandosi verso Viareggio/che al mare occhieggia colore di perla./Niente è cambiato dacché sei morta,/soltanto nella chiesa/tra i neri scialli delle popolane/non brillano più/i tuoi capelli bianchi.”
Proprio a Vezzano, terra d’origine della madre, ci porta il romanzo del 1956 “La brace dei Biassoli”. Lì la madre si è ritirata negli ultimi anni di vita, lì lui torna per assisterla quando è malata, nei suoi ultimi giorni. Il romanzo ricostruisce i profondi legami che lo uniscono a quel luogo e alla sua gente, rievoca personaggi della famiglia sospesi tra pregiudizi e atti di coraggio rivoluzionario, tra il drammatico e l’elegiaco, nel periodo a cavallo tra l’ottocento e il novecento. La madre, personaggio centrale del libro, è l’ultima dei Biassoli, in lei si conclude un universo di affetti. La sua festa di nozze porta già un segno del destino, perché al banchetto si è scoperto che il fratello Alfeo ha firmato una cambiale ad un usuraio, macchiando la rispettabilità della sua famiglia. Le nozze segnano una fine, fanno da chiusura a tutto un modo di vivere, ad uno stile costruito sul senso del decoro e dell’onore.  Il libro è diviso in tre parti: 1-Alcune memorie sulla signora Maria, i Biassoli e Vezzano Ligure; 2- La signora Maria torna dai Biassoli; 3- Il ritorno di Alfeo.

La brace, secondo Del Beccaro, cova un antico fuoco ed è simbolo di gioia di vivere.
La prima parte, di sedici capitoli, come “libere strofe di un poema dalla forte unità”, crea una galleria di personaggi caratterizzati in modo rapido, essenziale: “laceravo i ricordi che da bambino mi si erano impressi come uno stampo a fuoco“. I ricordi emergono mentre lui assiste la madre e lei stessa trasmette al figlio le memorie più segrete di famiglia. Prima di tutto, però ecco la signora Maria anziana, che lui andava a trovare: “Distinguevo subito il bianco dei capelli di mia madre, nella prima panca a sinistra e, subito avvertita, si alzava, mi sorrideva, e il cuore, qualsiasi cosa avessi fatto, mi si rifaceva innocente.
Non so se ho avuto molti favori, quello della madre sì: intenderci senza parlare, non covare il più lontano dei dubbi, vederla come la bellezza che non ha il peso della carne, per lei essere sicuro dell’esistenza dell’anima.
Mia madre abbandonava le preghiere e veniva verso di me. i miei fratelli qualche volta motteggiavano, ci dicevano fidanzati…”
Al momento della morte di lei viene riesumata la salma di suo fratello Alfeo, morto giovane, e si scopre che è rimasto intatto. Questa parte, Il ritorno di Alfeo, acquista il valore simbolico della perenne giovinezza, e riconferma il valore della poesia, che coltiva le illusioni ed è tanto cara all’autore, perché vince sul tempo e sulla morte.
Tra i tanti personaggi che Tobino recupera dal ricordo e osserva con sguardo affettuoso, ecco il contadino Gioà che andava a prendere la signora Maria ed i figli in estate, col carro trainato dai buoi, per scendere alla Magra:
“Quando arrivava Gioà, col carro, nella piazzetta davanti alla casa dei Biassoli, era l’inizio del grande giorno…Il carro era fermo nel mezzo della piazzetta, l’aria fresca e leggera; i due bovi mirati dall’alto avevano un fresco che abbagliava…Gioà era già su, nella stanzetta dove il ritratto dello zio don Filiberto guardava dalla parete…Io, vestitomi in fretta, arrivavo a vederlo:era già seduto, aveva il viso come la luna quando dicono che è una focaccia, dove c’erano infissi  due occhi piccoli, brillanti e facili a commuoversi inconsapevolmente; i muscoli e il grasso gli impacciavano la persona, facendogli le braccia e le gambe più corte;le mani erano callosissime, porgendomi la destra aveva cura di farla gentile. Era rasato di fresco, le striature del rasoio tinte dal sangue… Gli domandavo se ci avrebbe portato al piano, al fiume, alla Magra, dove lui aveva la terra e abitava. Mai mi veniva in mente che la terra era di mia madre. Lui, re, padrone assoluto del fiume e dei campi, ricchi di verde…Gioà, tra il rugoso fruscio del vestito di fustagno, con il suo coltellino incideva la formaggetta, tagliava un tocchetto di pane e, bagnandosi ogni tanto la gola, masticava lentamente assaporando…Ogni estate, fin da ragazzo, era venuto a far visita ai padroni, ogni volta tutto svolgendosi uguale….Ed ora mia madre, che aveva visto bambina, che aveva portato sul carro al fiume insieme al fratello Alfeo, appariva davanti a lui.
Mia madre aveva una voce di cristallo, limpida e alta, come quelle mattine terse quando la primavera sta sorgendo sullo screpolato ghiaccio dell’inverno…Gioà domandava e rispondeva, fisso alla padrona diventata grande…”
Finalmente sul carro!
” Mia madre, come se si fosse in Giappone, apriva l’ombrellino bianco, fiorettato schermo del sole.
Traballando il carro, crollando come le pietre che dirupano e di nuovo s’assestano, si cominciava sulla mulattiera a procedere…”

Finalmente il fiume!
“Il vastissimo letto del fiume, asciutto per molti mesi all’anno, è formato da infinite ghiaie, all’incirca tonde, della grossezza di un uovo di struzzo, per un bambino ognuna di queste è una perla e un oggetto meraviglioso, pesante e leggero, e la tanta infinità di quei grani, distesi per chilometri, dà il senso di una ricchezza e padronanza da re. Di sopra il carro le nostre pupille bevevano…L’estate contava gli ultimi giorni, la Magra era uguale a una vena sull’avambraccio di una fanciulla…”.
Prosa e poesia continuano dunque a intrecciarsi nelle sue pagine, come la sua vita è sempre intrecciata alle storie che racconta.
Tante altre sono le sue opere, ma è impossibile entrare in ognuna di esse in una volta sola. Ci sono le storie di mare, quelle sul periodo fascista, le leggende che lui ha amato tanto, la sua ricostruzione della vita di Dante…
Dovunque, qualsiasi sia l’argomento, ritroviamo la stessa aristocrazia dello spirito che abbiamo visto nel partigiano Pasi, e lo stesso sguardo sull’umanità, uno sguardo di accoglienza, di chi ha conosciuto il dolore, di chi sa usare parole di indignazione ma anche parole che hanno la leggerezza di una carezza che allevia il dolore.

Mario Tobino è morto nel dicembre del 1991 ad Agrigento.

Bibliografia

Felice Del Beccaro, Mario Tobino in Letteratura italiana, I  contemporanei, vol. III, Marzorati 1969
Claudio Marabini, Introduzione a Sulla spiaggia e di là dal molo, Oscar Mondatori 1966
Gilberto Finzi, Introduzione a  Il deserto della Libia,  Oscar Mondadori 1977
Fausto Gianfranceschi, Introduzione a Il perduto amore,  Oscar Mondadori 1981
Geno Pampaloni, introduzione a La brace dei Biassoli, Oscar Mondadori 1970
Vincenzo Pardini, Nuovi Argomenti, Luglio-settembre 1990 Mondadori editore

Dello stesso autore
Poesie                            Bergamo 1934
Amicizia                         Bologna 1939 con introduzione di G.Raimondi
Veleno e amore              Firenze 1942
Il figlio del farmacista    Milano 1942; II ed. Firenze 1963
La gelosia del marinaio Roma 1942
Bandiera nera               Roma 1950; con L’angelo del Liponard, Fi 1951;Mi 1962
L’angelo del Liponard   Vallecchi 1951 con la II ed di Bandiera nera; col titolo        L’angelo del Liponard e altri racconti di mare, Mi 1963
Il deserto della Libia      Torino 1952
Le libere donne di Magliano Firenze 1953, Milano 1963
Due italiani a Parigi     Firenze 1954
L’asso di picche             Firenze 1955
La brace dei Biassoli     Torino 1956    premio internazionale Veillon 1957
Passione per l’Italia       Torino 1958
Il clandestino                 Milano 1962 premio Strega
L’Alberta di Montenero  Milano 1965
Sulla spiaggia e di là dal molo         Milano 1966
Una giornata con Dufenne      Milano 1968
Per le antiche scale        Milano 1972 premio Campiello
L’asso di picche-veleno e amore secondo  Milano 1974
Biondo era e bello                   Milano 1974
La bella degli specchi    Milano 1976          premio Viareggio
Il perduto amore            Milano 1979
Gli ultimi giorni di Magliano  Milano 1982
La ladra                        Milano 1984
Zita dei fiori                            Milano 1986
La verità viene a galla   Milano 1987 -commedia in due tempi
Tre amici                       Milano 1988
Il manicomio di Pechino Milano 1990


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Bart