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Yambo

4 Maggio 2019

Il diavolo nella cupola

Il diavolo nella cupola, 1930

(Yambo, ossia Enrico de’ Conti Novelli da Bertinoro)
Figlio del grande attore di origine lucchese, Ermete Novelli (Lucca 5 marzo 1851 – Napoli 30 gennaio 1919), fu autore teatrale (il padre recitò in molti suoi lavori), narratore, soprattutto di storie per ragazzi (Ciuffettino e Gomitolino sono due suoi personaggi di successo), e disegnatore.
Si cimentò anche nel romanzo storico, uno dei quali è proprio “Il diavolo nella cupola”, dedicato al padre.

Siamo in un cimitero, alle porte di Firenze (“fuori di Porta a Pinti”). Trinca, che è piccolo e gobbo, e Teschione, che è un gigante, hanno scavato una gran fossa e ora, chiusi in un piccolo ricovero, attendono che arrivi il carretto dei morti. In giro c’è la peste, e i cadaveri non si contano più: “Firenze si vuota e il cimitero si riempie.”.

Il carretto arriva. Fuori piove: “Usciron dalla casetta, tra le raffiche del vento e l’acqua che li flagellava e andarono incontro a certi figuri cenciosi che portavan grosse torce, e precedevano il carro, appena visibile attraverso le cortine liquide della pioggia.”. È un quadro gotico quello che ci sta innanzi, e vengono in mente i monatti della peste manzoniana.

L’ambientazione è quella dei primi del 1500, ossia dei tempi subito successivi alla morte di Girolamo Savonarola, bruciato sul rogo il 23 maggio 1498 e a quella di Lorenzo de’ Medici (Lorenzo il Magnifico) morto qualche anno prima, l’8 aprile 1492.

La scrittura è piacevole, munita com’è ogni tanto dell’intercalare fiorentino e ricchissima di vocaboli saporosi, taluni purtroppo scomparsi. Par di trovarci tra le pagine del Sacchetti (1332/1334 – 1400) o addirittura del Boccaccio (1313 – 1375).

Tra gli appestati ce n’è uno di troppo, messo lì per sbaglio, avendolo i becchini trovato svenuto e creduto morto: Messer Torello Canigiani, “uomo ancor giovane” (altrove “quarantatré finiti”), il quale si presenta, tutto coperto di fango e con gli abiti lacerati, nella casetta dove si son rinchiusi Trinca e Teschione. Teschione lo conosce, poiché ha lavorato saltuariamente per lui, che è uomo ricco. Teschione se lo carica sulle spalle e, seguito da Trinca, lo riconduce a casa. Il redivivo (sarà chiamato sovente con questo appellativo, e anche con quello di risuscitato), rimessosi, vuol cambiar vita e godersi il mondo. In casa ha una fantesca, Lessandra, “una bella e robusta femmina del contado”, svelta e furba e decide di affidare a lei l’amministrazione della casa e di licenziare i vecchi domestici e cercarne di nuovi. Teschione e Trinca faranno parte della nuova servitù e vigileranno sulla sua persona.  Su consiglio di Lessandra, manda a chiamare il notaio per stendere le sue nuove volontà.

Diamo un esempio della piacevole e matura prosa dell’autore: “Quando arrivò il notaio, trovò Torello tutto raggomitolato in un gran seggiolone, ben coperto di panni e di pelliccie, e con il viso mezzo seppellito entro un immenso berrettone di velluto pavonazzo che gli pendeva da una parte. La fiamma della lucerna collocata nel vano di una finestra, dietro il seggiolone, rendeva per contrasto più scura e misteriosa la figura del redivivo.”.

A distanza di qualche secolo, riuscire a costruire un’ambientazione che ci rammenta con esattezza la novellistica del XIV secolo non è sicuramente impresa di poco conto, e Novelli ci riesce con tutta la sapienza ed il garbo necessari.

Decide di accogliere in casa la bella fanciulla di diciassette anni, Vanna, figlia di monna Fiora, morta di peste, e in odore di essere sua figlia naturale, mentre, rigettando il consiglio del notaio Zanobi de’ Landi, non intende riconciliarsi con i fratelli Bernardo e Lorenzo.

Gli ingredienti a poco a poco si vanno radunando per una storia che non mancherà di arguzie e di intrighi, a cui già si abbandona il lettore con curiosità, malizia e passione. Si comincia a far cenno anche alle rivalità politiche che in quegli anni imperversavano su Firenze. I Medici erano stati cacciati dalla città nel 1494, quando al governo c’era Piero, l’inetto figlio di Lorenzo il Magnifico, e ora c’è la Repubblica. Torello è tra coloro che non vogliono il ritorno al potere della potente famiglia. È un lettore accanito del Machiavelli e si sforza di comprendere gli avvenimenti che gli accadono intorno. È atteso l’arrivo di Carlo V, a sostegno dei Medici. La Repubblica si prepara a difendersi, ma rigetta i progetti di difesa di Michelangelo. Siamo intorno all’anno 1529.

Vanna è lontana da questi pensieri. Cresce lusingata dalla sua nuova condizione sociale e spesso rimira allo specchio la sua bellezza, sotto le cure di Lessandra: “la ragazza, ispirata dai suggerimenti e dagli elogi della Lessandra a poco a poco, presa dal solletico di guardarsi bene, di studiare ogni piega e ogni angolo del suo viso, di vedere se le stesse bene un ornamento piuttosto che un altro, aveva finito col trattare lo specchio come il più amabile e sicuro confidente: e quasi sempre l’aveva tra le mani e vi annegava le pupille.”.

È dunque, come si vede anche qui, una scrittura piena e ricca, avvezza alla plasticità e all’armonia.

Torello va in giro per Firenze e la prosa che l’accompagna ci fa conoscere una città di artigiani e di artisti all’opera nelle botteghe, anche ad or di notte. Visita la bottega del vasaio Lapo (“che ha quasi settant’anni.”, e il suo nome è Jacopo da Montelupo), in cui ha lavorato Silvano, un pittore creduto morto di peste, dove si trova anche un cartone su cui è disegnato l’abbozzo della Battaglia di Anghiari di Leonardo. Glielo mostra, tutta infervorata, Ginevra, la figlia del vasaio.

Riviviamo la grandezza del tempo nelle sue minuzie quotidiane, e ne restiamo abbacinati.

In Duomo si susseguono le orazioni dei frati di San Marco “per rammentare e illustrare le profezie del Savonarola e per diffondere l’entusiasmo per la guerra contro i nemici della Repubblica, esterni ed interni.”. Valente Commissario delle milizie fiorentine è Francesco Ferrucci (che nel romanzo viene chiamato anche “il Ferruccio”), colui che sarà vittima e eroe della battaglia di Gavinana (3 agosto 1530). Di lui leggeremo più avanti l’elogio che ne fa alla figlia Vanna il Torello: “Vedi, bimba, per salir fino a quell’uomo, le mie ali di tela e di canne non basterebbero!”. Il Torello s’era messo in testa di poter volare!

A mano a mano che si procede, l’impronta storica prende le sue forme e s’impone a partire dal momento in cui Firenze si prepara a ricevere l’urto degli eserciti dell’imperatore Carlo V e del papa Clemente VII. L’opera può apparire anche come la risposta della Firenze cinquecentesca del Novelli alla celebre Milano seicentesca del Manzoni: “Era il tempo del sospetto e della delazione: si raccoglievano notizie e voci su questo o quel cittadino, apparentemente per poter difendere il governo della Repubblica dai nemici interni, ma in verità per isfogare rancori privati, e si scrivevano denuncie anonime che venivano accolte nel mistero dei tamburi fatti collocare dai Dieci presso ogni chiesa fiorentina.”. Torello tiene in casa sua riunioni segrete di sostenitori della Repubblica.

Si teme che Firenze non abbia la forza di resistere all’assedio che si profila imminente, e alcuni vorrebbero preservare la città dalla inevitabile distruzione ad opera del nemico. Torello interviene pure lui, ma il suo discorso non è né carne né pesce: rimane ambiguo e deludente; uno dei presenti, Zanobi Bartolini si domanderà se “era egli con loro o contro di loro?”. Alla insinuazione il redivivo risponde indirizzandosi a tutti: “Voi ed io forse siamo concordi in una semplice idea: che si debba conservare intatta la città, a costo di doverla consegnare nelle mani dei nemici.  Sappiamo che Firenze è ormai sola a combattere, che la Francia l’ha tradita, i Veneziani abbandonata, e che le poche città ancor libere d’Italia aspettano con stupida gioia la sua fine.”. Si fa avanti in lui, cioè, l’idea di trattare con il nemico. Si parla anche di Michelangelo e in termini, ma solo in principio, poco lusinghieri: “guardate quel che ha fatto il sublime Michelangelo: all’avvicinarsi dei tempi tristi è fuggito…”; “La Signoria ha frattanto emesso contro il Buonarroti bando di ribelle…”. Anche Benvenuto Cellini ha pensato bene di abbandonare la città. Del Buonarroti sapremo poi che, rifugiatosi presso gli Estensi, farà ritorno a Firenze quando questa sarà presa d’assedio: “Michelangelo si affaccendava a impartire ordini, a vigilare i punti deboli, infiammando in un turbine di entusiasmo soldati e artigiani.”; Michelangelo Buonarroti “non aveva mutato di una linea ed era sempre tra i più ardenti fautori della guerra ad oltranza.”.

La scrittura fluente e limpida consente al lettore di immergersi negli avvenimenti e di viverli come fossero attuali. L’autore ricostruisce la storia con puntigliosità e passione. La Firenze repubblicana risorge in queste pagine con i suoi timori e sussulti, e con le sue debolezze.

In segreto, un politicante che si è venduto al partito dei Medici, Baccio Valori (personaggio veramente esistito, come altri citati nel romanzo), propone a Torello di uscire dall’impasse in cui si trova Firenze, offrendo al capo dell’esercito nemico, Filiberto di Châlon, principe di Orange, di diventare signore di Firenze, e “futuro re di Toscana”. Caterina, figlia di Lorenzo de’ Medici, che si trova “accolta e nascosta nel convento delle Murate”, e ha circa dodici anni, potrebbe diventarne la compagna e la ispiratrice. Tutto ciò faciliterebbe la pace con il nemico sostenitore dei Medici. Per forzare la volontà di Torello, Baccio ricorda che egli è tenutario di un segreto che riguarda un omicidio commesso proprio da Torello, e che potrebbe, pertanto, se rifiutasse l’impresa, denunciarlo. Torello, al modo di don Abbondio, è terrorizzato dalla paura: “Mi vogliono morto! mi vogliono morto: o buon cittadino, o traditore; per me non c’è più scampo…! Allora, bisognerà che sparisca davvero…!”. Si butterà poi con malcerta convinzione nel progetto del Valori e di altri con lui.

L’autore spazia anche sugli avvenimenti che si muovono nello scenario del mare mediterraneo, inquadrando i fatti di Firenze in un complesso di azioni di guerra che miravano a nuovi equilibri tra nazioni. È il caso della guerra fra turchi e veneziani intorno all’isola di Rodi, vista con gli occhi di uno spettatore presente anche nei tumulti fiorentini, il ricco mercante Jacopo Guadagni: “Ma intanto, quegli infamissimi turchi tiravano alla disperata dalla parte di terra e dalle navi; il comandante delle artiglierie era un tale Achmet Pascià, e ogni giorno, anche lui, ne inventava una.”. La guerra segnerà la sconfitta dei Cavalieri di Rodi che dovranno abbandonare l’isola e si rifugeranno a Malta.

Il redivivo è uomo in ogni caso bizzarro (si capirà più tardi il perché), basta un nonnulla per alimentarne la fantasia: ora si sente un pittore e vuole riprodurre la Battaglia di Anghiari; ora si sente costruttore e vuole realizzare la macchina per il volo disegnata da Leonardo: “Aveva un guazzabuglio di idee nel capo; si sentiva a volte debole, a volte disperato: nel suo cuore si avvicendavano le più strane ambizioni e i desideri più folli: ma un preciso disegno di quel che volesse, di quel che si aspettasse dalla vita, non l’aveva: e andava avanti così, giorno per giorno, come uno che aspettasse qualche buona ispirazione dal cielo. Non era né tutto artista né tutto cittadino”. È un personaggio che prende le sue forme lentamente. Mescolato ai disordini della politica e dei complotti, la sua personalità li tingerà con forti punte di colore.

Intanto, la minaccia dell’assedio si fa concreta. Il principe d’Orange è ormai prossimo alla città. La quale, svegliata nel sonno, si prepara: “Fuori, il tumulto cresceva. Ogni casa apriva i suoi occhi e parlava: era un chiamarsi dalle finestre, un rispondere ansioso, uno sbatter di imposte e di usci, un rotolare di ferri, un tintinnare di armature tra voci irate e gemiti femminili…”.

Nel mandare avanti il progetto del rapimento di Caterina de’ Medici, traendola dal convento, si scioglie un mistero, che colpisce il lettore all’improvviso, anche se era stato velatamente tracciato nella bottega del vasaio Lapo. Il Torello non è Torello, ma è Silvano, il pittore creduto morto di peste, mentre il morto vero era proprio Torello, di cui Silvano (che ha trentacinque anni) aveva indossato i panni e solo la sua fidanzata, Ginevra, la figlia del vasaio Lapo, lo aveva riconosciuto all’apparire in casa sua, mantenendo però il riserbo. Ora, trovandosi soli sulla strada del convento, si erano, invece, potuti chiarire e parlare liberamente.

È una rivelazione che potrebbe lasciarci perplessi, se non fosse che l’autore si appresta a farci sapere per bocca dello stesso Silvano: “Sembra che ci somigliassimo io e quel morto, come due gocciole d’acqua…”. E infatti, a dargli il nome di Torello Canigiani era stato Teschione, uno dei due becchini del cimitero i quali se lo erano visto comparire innanzi, tra pioggia, lampi e tuoni, poiché gli somigliava.

Intanto Vanna, in attesa che la missione di Torello-Silvano, si compia, è messa in casa di Jacopo Guadagni, sotto la protezione della moglie madonna Nera. Conduce una vita morigerata, tutta casa e chiesa, ma la gioventù la incalza con le sue pruriginose tentazioni, e Vanna non se ne ritrae. È corteggiata da Aldobrandino, il nipote di madonna Nera, che sta per andare in guerra con il Ferrucci, e non rifiuta le sue attenzioni.

Ci si muove fra azioni di guerra (bella la descrizione fatta da Aldobrandino della battaglia di San Miniato vinta dal Ferrucci: le lodi al valore del condottiero non mancano e il romanzo può essere letto anche come una elegia a sua memoria), oltre che fra complotti e lazzi d’amore: tutti congiunti con sapiente armonia e intrecciati con abili tessiture. Madonna Nera, così contegnosa e severa nei costumi (“la quale avrebbe potuto invece ispirare un genio come Michelangelo, per la statua della Perfetta Bellezza”), in realtà ha messo gli occhi sul nipote Aldobrandino, figlio di un fratello del marito, e in un momento di debolezza vi si abbandona, mostrando il suo lato licenzioso e lubrico: “Quando era con Aldobrandino, la stessa enormità del suo delitto la eccitava e le metteva quel furore orgiastico, che sbalordiva il suo amante fanciullo”. Più avanti la zia dirà al ragazzo: “Tu sei il mio consolatore e il mio carnefice. Con ogni bacio che mi dai, tu configgi sempre più addentro, nelle mie carni, le spine atroci della mia passione.”; “Perché mi chiami zia? Chiamami Nera, Nera tua.”. Naturalmente il marito, Jacopo Guadagni, non ne sa né sospetta nulla e ancora la crede “la più saggia e austera matrona di Firenze.”. A questo riguardo, Nera pensa che: “La sua colpa la vedeva soltanto Iddio…”. Nera è un personaggio femminile di risalto, di forte tinta e di contraddizione, e la vedremo poi mutare radicalmente.

Boccaccio e la novellistica di quel tempo continuano, dunque, ad aver presa nel romanzo, la cui consistenza storica si arricchisce di questa componente tipica dei secoli XIV e XV. Del resto, leggeremo più avanti, a proposito dell’amore di Nera per il nipote, questa riflessione di Silvano: “Egli non vide, lì, nella dolente avventura di madonna Nera, che la parte intima, la parte meno nobile, quella che avrebbe servito ad un novelliere della scuola del Boccaccio, del Firenzuola e di papa Piccolomini, come trama per un racconto licenzioso.”. Più avanti apprenderemo che Vanna legge il Sacchetti.

Svelata la vera identità di Torello, il lettore si trova ora a fare i conti con un protagonista sdoppiato. Infatti è Silvano che agisce ma tutti, al momento, lo credono messer Torello Canigiani. Una situazione narrativa, ossia, non facile a destreggiarsi, piena di trabocchetti e rischiosa nella sua logica.

Il complotto per arrivare ad un accordo di pace che risparmi Firenze dalle sciagure di un assedio va avanti e Torello-Silvano si trova a spiare una riunione segreta in cui Baccio Valori cerca di corrompere con lusinghe e promesse il “capitano generale della repubblica di Firenze”, Malatesta Baglioni, il cui punto debole è quello di voler diventare signore della sua città, Perugia. Ma vi apprende anche che Baccio vuol liberarsi di lui, una volta che ha rapito Caterina de’ Medici, non ritenendolo uomo da farci affidamento. Verrebbe denunciato per il rapimento e processato: “Un processo alla svelta, un buon collare di corda e il pericoloso messere domani avrà cessato di darci fastidio.”.

Ritroviamo qualche segno del Manzoni de “I promessi sposi” anche nel tentato rapimento di Caterina de’ Medici, per la confusione creata da inaspettate presenze e malintesi.

Fuggito dal convento, Silvano trova riparo presso Ginevra che lo nasconde, riuscendo a farla franca sugli sbirri della Repubblica (“i berrovieri”) che sopraggiungono e perquisiscono inutilmente la casa. Da lì, poiché accusato, nei panni di Torello, di tradimento, si rifugia nel Duomo e sale sulla grande cupola, da dove scorge la città, offerta al lettore con piacevoli e dettagliate descrizioni. Avverte dentro di sé l’amore per essa e per i suoi cittadini, “pronti a morire per una parola astratta: la libertà.”. Da qui la sua svolta definitiva in pro della Repubblica.

Decide di stabilirsi nella Cupola, e lo dice a Ginevra, la quale avrebbe dovuto fornirlo in segreto di ogni sua necessità: “Combinarono anche un sistema di segnali, in certe ore del giorno e della notte, da scambiarsi tra la Cupola e l’abbaino della casa del vasaio.”. A fargli compagnia compare “un bellissimo gatto nero”, a cui dà il nome di Inferno. Farfarello è il nome invece di un passerotto liberato dalle fauci di Inferno, che, come farà il gatto, lo aiuterà a trascorrere quei giorni di solitudine: “La vita scorse abbastanza tranquilla, nel nuovo mondo creato per necessità da Silvano, oltre il livello comune degli uomini. (…) L’aria della Cupola gli faceva bene.”; “Sarebbe stato bello, lassù, dipingere, disegnare, lavorar di creta, costruire congegni strani, ispirandosi sempre, in ogni opera, alla formidabile grandezza delle cose che gli erano intorno, alla stupenda maestà del cielo…”.

Arriva il momento in cui Silvano rivela a Ginevra qualcosa di se stesso, e le dice di essere “un figliolo naturale di Leonardo da Vinci.”. Attraverso il racconto di Silvano, l’autore ci regala belle pagine sugli ultimi malinconici anni del grande genio del Rinascimento: “una cupa malinconia lo teneva in una quasi costante immobilità. Bello era ancora, il mio padre, nonostante avesse oltre sessanta anni, e nei suoi grandi occhi celesti ancora, a volte, guizzavano le fiamme del genio. (…) Morì placidamente, in una sera di maggio del ’19: il Melzi e io lo vedemmo sbiancare ad un tratto, tentar di muover le labbra, abbandonarsi…”.

Come nel Manzoni la storia di Renzo e Lucia si mescola ai fatti di guerra, allo stesso modo il Novelli procede nel suo romanzo, regalandoci anche quadri di una Firenze che, pur chiamata alle armi, ha momenti di popolare fervore e simpatia: “Nella bottega di Ser Domenico di Guccio fabbro, posta in piazza San Giovanni, vicino al canto alla Paglia, si radunavano verso l’imbrunire a chiacchiera artigiani, militi e perditempo, e facevano a modo loro la cronaca dell’assedio. (…) Quella sera, le panche messe di qua e di là della bottega eran piene di omacci irsuti, con le facce arcigne, le barbe selvatiche, come fossero usciti da qualche spelonca. Eran soldati e condottieri che avevan preso parte a un fatto d’arme presso San Gervasio, e che eran venuti lì a riposarsi e a dir male delle cose della guerra. (…) Le discussioni, poiché l’aria si faceva più scura, discesero di tono, divennero meno aspre. Il cielo era percorso da grosse nuvole nere, gonfie di pioggia; qua e là apparivano strappi candidi, che riflettevano qualche bagliore nelle pozzanghere del lastrico. (…) Messer Domenico minacciò le nuvole con le punte rosse delle tenaglie.”.

L’ottima prosa del Novelli è ad un tempo vigorosa e accattivante, riuscendo a disegnare stralci di storia e di costume con precisione e amorevolezza.

Nel suo ritiro all’interno della Cupola, Silvano matura sempre di più l’amor di patria; e avverte il forte cambiamento su di sé. Da lassù, osserva i movimenti della città; scorge anche quelli del nemico. Una notte sente dei rumori e si mette in allarme finché scopre che il canonico del Duomo, Mannelli, e uno spagnolo sono saliti sulla Cupola per fare segnali alle truppe dell’Orange. Li sorprende alle spalle, uccide lo spagnolo e prende a pugni e a calci il prete, il quale, quando lo vede, crede che sia il diavolo. Da qui, probabilmente, il titolo. L’uccisione dello spagnolo, che viene gettato dalla Cupola, merita la citazione per l’efficacia del risultato descrittivo: “Il suo corpo adesso rovinava nel vuoto e sbatteva di qua e di là su i fianchi dell’abside, in modo sconcio e spaventevole. Silvano aspettava, proteso dalla terrazza, la fine di quella caduta ed il tempo gli pareva enormemente lungo. Finalmente sentì l’orribile tonfo dell’uomo che si frangeva contro il selciato e ne provò raccapriccio.”.

Silvano deve pensare anche a come tornare ad essere se stesso agli occhi del mondo e a liberarsi del Torello che tutti credono che sia. La vita solitaria condotta nella Cupola lo aiuta a prendere la decisione di avviare  tale impresa. La prima mossa è quella di soffocare il suo sentimento per Vanna, vista ormai non più come una figliola, bensì come una fanciulla desiderabile. Per riuscire, deve favorire il suo matrimonio con Aldobrandino, ciò che trova in madonna Nera l’ostacolo maggiore. Non c’è che da parlarne direttamente a lei, e convincerla rivelandole che egli sa tutto della sua tresca amorosa con il nipote. Madonna Nera sarebbe anche disposta ad acconsentire, ma vuol sapere di più sull’amore tra Aldobrandino e Vanna e manda a chiamare quest’ultima, la quale però si mostra fin troppo superba e smaliziata, sollevando la collera della donna. Il colloquio tra le due è un altro esempio di bravura da sottolineare.

Si libera del personaggio Torello riuscendo a farlo includere tra i volontari morti in occasione di una scaramuccia contro gli imperiali: “si trovava tra i combattenti e si portò, sembra, da valoroso, poiché il suo corpo crivellato di ferite venne trasportato, insieme con altri caduti, nella chiesa di S. Niccolò, ai primi lividori dell’alba. (…) e tra questi, come abbiamo detto, venne riconosciuto il corpo di messer Torello Canigiani. Diciamo il corpo, perché il viso dell’infelice era stato orridamente squarciato dai colpi di spada e di partigiana.”. Il morto ha indosso documenti tali da farlo identificare proprio come Torello Canigiani.

L’operazione, dunque, è riuscita, ed ora nel romanzo abbiamo a che fare con le imprese di Silvano (che ogni tanto tornerà ad essere chiamato il redivivo), liberato da un passato non suo. Della storia di Silvano e di come si fosse fatto passare per Torello Canigiani sa tutto solo Ginevra, la quale riesce a farla capire anche ai suoi familiari, a suo padre il vasaio in primis. Solo che Ginevra non riesce a comprendere perché, ora che è tornato ad essere se stesso ed è libero, si ostini a voler dimorare ancora nella Cupola, e restarvi solitario e come prigioniero. Ma, pur continuando a vivere per qualche tempo nella Cupola, durerà poco il suo isolamento. Infatti, Silvano si arruola nelle milizie fiorentine e prende parte a nuove scaramucce. Con l’arruolamento veniamo a sapere anche la data di nascita del nostro protagonista: “Sono nato in Firenze, anzi, nel quartiere di San Giovanni, il cinque giugno del ’95.”. Che è il 1495. Si presenta come “Silvano, di Leonardo da Vinci”. Sapendo che sa dipingere lo incaricano di aiutare Andrea del Sarto a finire certi ritratti di traditori “appiccati”, e così l’autore ci disegna un quadro poco lusinghevole del grande pittore fiorentino, debole nella vita quotidiana, assediato dal bisogno e schiavo della moglie Lucrezia del Fede, che lo picchia e perfino lo tradisce: “Un povero diavolo, umile e tremebondo, scarno e affilato nelle membra, con il viso tutto incavi, gli occhi senza vita, e il capo curvo su cui si attorcigliava un lucignolo di capelli grigi come la stoppa…!”. Poiché Silvano riesce a scoprire che l’amante di Lucrezia, un certo Renzaccio, è anche al servizio degli imperiali e consegna dei messaggi a un frate, frate Franceschi, affinché li rechi al capitano generale Malatesta Baglioni, che sta facendo il doppio gioco, s’appropria di essi e li consegna al Gonfaloniere Raffaele Girolami. Si viene a sapere, così, che quei messaggi erano stati indirizzati dalla Repubblica al Ferrucci e quindi erano stati intercettati dalla spia per farli conoscere al Baglioni. Con sorpresa e gioia, Silvano riceve l’incarico di portare un altro messaggio al Ferrucci. La sua nuova vita, tutta dedita alla patria, è seguita con entusiasmo da Ginevra, che è ormai la sua donna e alla quale confida ogni cosa.

Giunto a Empoli, dove ha campo il Ferrucci, vi incontra madonna Nera, venuta a visitare il nipote, la quale, davanti al Ferrucci, lo riconosce come Torello Canigiani. Riesce a convincerla di non essere lui.

La figura di madonna Nera subisce una trasformazione. Arrivata ad Empoli per gettarsi nelle braccia del nipote, ora si è associata alla causa della Repubblica e pensa solo al modo di aiutare il Ferrucci, con il quale discorre di Firenze e della necessità di salvarla dal nemico. A Calcinaia, vicino a Pontedera, ha delle terre, che venderà per darne il ricavato al Ferrucci, che sta per partire allo scopo di conquistare Volterra, secondo le istruzioni ricevute dalla Repubblica e recategli da Silvano.

Le figure di Ginevra e di Nera si vanno a poco a poco incontrando nella passione per la loro città vittima dell’assedio. Vanna, invece, è ancora circondata da un’ombra di sospetto circa il suo vero carattere. Nera, nel dire al nipote che gli consentirà di sposarla, se davvero l’ama, gli ricorda che “è vana, orgogliosa, ambigua…”. Ma “Se vorrai Vanna, sì, l’avrai…!”.

Quando Nera si recherà a San Gimignano per riscattare Aldobrandino, preso prigioniero dai soldati del capitano di ventura napoletano Fabrizio Maramaldo, avremo un ritratto di quest’ultimo disegnato a tutto tondo: “Fabrizio Maramaldo dei baroni di Lusciana aveva trentasei anni, era un bell’uomo, alto, forte, con il viso duro, ma spesso aperto al sorriso. Seguendo il costume dei gentiluomini spagnoli e napolitani portava i baffi e il pizzo spavaldo: vestiva con gran cura, di panno fine e di raso, e si agghindava con collane e cinture splendenti: più che un soldato, pareva un cavaliere in procinto di avviarsi ad una festa. Aggiungeva caratteristica al suo aspetto un gigantesco paio di occhiali cerchiati di ferro, che gli stava costantemente a cavalcioni sul gran naso aquilino e che faceva diventare enormi anche le sue pupille nere di miope.”.

Il corteggiamento di costui nei confronti della bella Nera che gli sta di fronte è un altro ottimo cimento dell’autore da segnalare. La donna gli ha chiesto di liberare il nipote e Maramaldo risponde: “Ebbene: nel nostro caso, non parliamo di ammirazione; non di simpatia; ma almeno… di gratitudine… vero? di gratitudine, sì. Io vi ho ricondotto il nipote… sano e salvo… e tra poco lo consegnerò nelle vostre belle mani…”; “Più vi guardo e più penso che vi abbiano fatta gli angioli…! Che cosa ho da dire? Siete bella, mi avete messo il fuoco nelle vene. Proprio come se fosse colata ad un tratto in me la lava del nostro Vesuvio… Aggiungete che i vostri modi alteri mi piacciono… oh…! Immensamente… Mi fan pensare che anche nei momenti dell’intimità, dell’abbandono… voi siate come una regina che non dona, ma concede. Solo che voi vogliate, e io mi butterò alle vostre ginocchia, bacerò i vostri piedi… io, Fabrizio Maramaldo, barone di Lusciana!”.

Fa capolino un certo divertimento dell’autore (non a caso il capitolo è intitolato “La Bella e la Bestia”). Continua il Maramaldo: “L’avventura rimarrà chiusa nei nostri cuori. Io potrò dire a me stesso di aver guadagnato, prima di cominciare a combatterla, il più ricco premio della guerra contro Firenze! Ma il segreto non uscirà mai dal mio petto; mi accompagnerà nella vita, addolcirà gli ultimi momenti della mia agonia…”. Respinto da Nera, finirà a ruzzoloni sul pavimento: “Nera, con una mossa fulminea, tolse di su la mensa una pesante lucerna e la sbatté ferocemente sulla testa del Maramaldo, il quale non ebbe tempo di emettere un gemito e si abbandonò di sfascio sul pavimento.”.

Salvato Aldobrandino, con l’aiuto di Silvano, nel lasciarlo andare a Firenze a trovare Vanna, Nera non manca di raccomandargli: “però, guardala bene negli occhi, scrutala fino in fondo all’anima…! Non darle intero il tuo cuore, se non sei certo della sua fede…”.

Pare, dunque, che Vanna ci debba riservare qualche sorpresa.

Lo stesso Aldobrandino allorché la incontra: “sentiva che c’era una sorta di equivoco tra lui e quella figliola così aguzza, così vivace e così bene acconciata.”. Quando riceve le sue lettere “gli sembrava che la giovinetta scrivesse per assolvere un dovere, non per sfogare la sua passione sincera. Troppa intelligenza, troppa cultura e troppo scarsa sincerità.”.

Abbiamo già rilevato che il romanzo non manca mai di lodare le qualità di Francesco Ferrucci (Silvano dirà a Nera: “Un giorno, parlando di noi, si dirà: era il tempo del Ferruccio… Nient’altro…”). Ferrucci ha ora vicino a sé, a Volterra, madonna Nera e con lei si confida. Ne vengon fuori striature interessanti del modo di far la guerra in quei tempi, in cui erano reclutati soldati mercenari, provenienti da ogni parte d’Italia e perfino dall’estero (“tedeschi”), selvatici e pronti ad ogni sconcezza e massacro per il vile denaro: “Sapete la storia orrenda di quel contadinello che i lanzi incontrarono in Val di Sieve e avendogli trovato alcune uova si dilettarono a torturare in mille modi, recidendogli le orecchie, il naso e il membro, e poi, insaziati, mettendolo a pillottare sul fuoco, ben unto di lardo e avvolto in foglie di lauro?”.

Contro il Ferrucci si sta tramando. È sempre Silvano che, a Volterra, sta parlando con Nera: “c’è una rete, signora, che si tesse in Fiorenza, e che arriva fin qui…”.

La guerra comincia a marcare i primi segnali di cedimento dei fiorentini. In una sortita voluta da Malatesta Baglioni (“il quale lavorava di comune accordo col principe di Orange.”, ossia con il nemico) muoiono “cinque tra i migliori capitani, due luogotenenti e molti nobili di Firenze, tra cui, lacrimatissimi, il bravo Pietro De’ Pazzi  e il figliolo di Nicolò Machiavelli, Vico, ferito di una archibugiata, presso le Fonticine.”; “Empoli era stata presa dai fanti del marchese Del Vasto e messa a sacco.”. Empoli era una postazione importante, poiché da li arrivavano i rifornimenti per Firenze.

Altre pagine degne di nota sono quelle del capitolo XXVII in cui è descritta la battaglia di Volterra iniziata il 13 giugno 1530, che segna la eroica resistenza della città ferrucciana contro l’assalto dei soldati “calabresi” di Maramaldo e del marchese Del Vasto, “condottiero degli spagnoli”. Ferrucci è ferito: “Il Commissario fiorentino è colpito ad un gomito e al fianco e stramazza, pesantemente.”. È affidato alle cure di madonna Nera, che si adopera ad assistere i feriti, ormai presa dalla causa della Repubblica: “Non c’era combattente che non l’avesse veduta su i bastioni sfidare il pericolo delle archibugiate e dei colpi di sagro per recare soccorso a qualche ferito, o più semplicemente per diffondere notizie o incitamenti ai suoi amici.”. Anche Silvano non si risparmia: “asciutto e agile nella attillata veste nera e rossa, stranissima figura demoniaca, balzava in un luogo e nell’altro, e dove lasciava cadere un colpo, si faceva il vuoto.”.

Leggeremo: “Qua e là si levavan grida di spavento e di orrore: le donne fuggivano dalle case con i bimbi in braccio, cercando riparo sotto gli archi dei palagi; credevano che la terra rovinasse, perché ogni tanto qualche pezzo di muro, sbreccato dalle palle, piombava rumorosamente sul lastrico.”.

Siamo vicini a Gavinana, e siamo in marcia verso Firenze. È la data fatidica del 3 agosto 1530. Ferrucci conta su tremila uomini mentre il principe d’Orange, che gli sta andando incontro, ne ha a disposizione ben sedicimila. Silvano è con lui e ne ammira la risolutezza e il coraggio: “È tardi, Silvano; la mia vita è segnata.”. In sovrappiù, “cominciò a rovesciarsi su quelle cime un tremendo acquazzone, accompagnato da lampi e da tuoni (…). Purtroppo quella pioggia recò danno all’impresa del Ferruccio, poiché ritardò la partenza, bagnò fino alle midolla i soldati, infradiciò le munizioni, gran parte delle trombe da fuoco e guastò molti archibugi.”. Poi: “Il piccolo esercito mosse verso il suo tragico destino, cominciando a salir l’erta che conduce a Gavinana. (…) Sfolgorava il meriggio su le cime folte di castagni e la terra appariva, bruna, screpolata, con le sue mura di sassi, con le sue povere case arcigne, con il rozzo campaniletto a vela, quasi scaturisse da un gran mareggiare di foglie. Gavinana!”. Anche Aldobrandino è con loro. E pure il gigantesco Teschione e il “pigmeo” Trinca, che non hanno mai abbandonato Silvano e lo hanno accompagnato in più di un’impresa. Teschione risponde a Silvano, meravigliato che, pur potendo salvarsi, lui e il Trinca si siano uniti all’esercito: “La nostra amicizia nacque in un cimitero, e sarebbe bella dovesse finire in un campo di battaglia…”.

La battaglia che infuria, e che vede la morte del principe d’Orange, è descritta con grande efficacia e mostra un Ferrucci che corre con i suoi uomini da una parte e dall’altra della cittadina per rintuzzare gli assalti del nemico. Della sua morte apprendiamo dalle parole di Teschione che la racconta a Silvano: nella piazza di Gavinana hanno portato su di una barella, poiché ferito, Francesco Ferrucci davanti a Fabrizio Maramaldo “che gli ha rovesciato addosso una quantità di parolacce”: “Il Ferrucci ha risposto poche parole da par suo: poi vedendo che quello scellerato  gli si piegava sopra con il pugnale, ha detto: ‘Tu darai a un morto!’. Ma il Maramaldo lo ha colpito lo stesso, quel vigliacco: e poi anche gli altri, giù, con le spade e le partigiane, come si farebbe con un cane rabbioso.”.

Poco prima era morto Aldobrandino, per una ferita ricevuta nel parare un colpo diretto al Ferrucci.

Morirà, senza aver saputo niente della sorte del Ferrucci e di Aldobrandino, anche madonna Nera, colpita al petto dalla spada di uno spagnolo, mentre stava pregando dinanzi ad un altarino di campagna. Al suo capezzale, nella casa di Pistoia dove si era rifugiata presso una zia, sta Silvano, il quale, alla fine, pensa al proprio destino: “Intanto egli rammentò che, quando avesse avuto qualche ora di smarrimento, si sarebbe sempre potuto rifugiare in vetta alla Cupola di Santa Maria del Fiore, e lassù, oltre tutte le miserie e le vergogne, nella suprema maestà di quell’opera che sembrava elevarsi verso la perfezione divina, avrebbe ritrovato le sane ispirazioni e la dolce gioia di vivere.”.

Si è sciolto anche l’enigma su Vanna. La ragazza si era innamorata di un altro uomo e solo a lui pensava, illudendo il povero Aldobrandino. Il suo nome: Bartolomeo Cavalcanti, un giovane che l’aveva affascinata con la sua oratoria: “Bello era anche il damo di Vanna, un giovinotto su i venticinque anni, grande, con il viso tondo e senza energia, ma illuminato da uno sguardo pieno di bontà.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart