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PITTURA: I MAESTRI: L’ora di De Chirico – Il metafisico

18 Agosto 2011

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 26 aprile 1970]

La meravigliosa mostra di Giorgio De Chirico, che si inaugura domani al palazzo reale di Milano, ci dà più di quanto io mi aspettassi.

De Chirico è ultrafamoso e non c’è nessuno, almeno in Italia, che non abbia in mente alcune delle sue ope ­re. Frequentissime le sue apparizioni nelle gallerie, ancora più le riproduzioni in libri, riviste, giornali. Era lecito supporre che la nuo ­va grande rassegna sarebbe servita più che altro a ri ­passare una arcinota lezione.

Invece l’effetto è molto più forte. Questo anche per me ­rito della scelta intelligente delle opere e della fermezza con cui gli ordinatori hanno puntato sui periodi più im ­portanti e felici.

Bene. Nel percorrere so ­prattutto le prime sale, si riceve nettissima, come mai era avvenuto prima, la rive ­lazione del genio; di un ar ­tista cioè che ha scoperto un nuovo continente della poesia.

Si misura poi, quasi con sgomento, il numero dei suoi figli e nipoti. Quante idee da lui sparse nel mondo. Se non ci fosse stato De Chiri ­co, sarebbero esistiti Max Ernst, Magritte, Tanguy, Dalì, Delvaux, per non citare che i più celebri surrealisti discesi dai suoi lombi? Sa ­rebbero esistiti ugualmente. Ma di sicuro diversi, di si ­curo inferiori a ciò che sono poi diventati.

La prima e maggiore sco ­perta di De Chirico si chia ­ma pittura metafisica. Che significa? La parola ricorre frequentissima negli scritti dell’artista. E ne dà lui stes ­so una indicazione: «Ogni cosa ha due aspetti: uno cor ­rente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale; l’al ­tro, lo spettrale o metafìsico, che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astra ­zione metafisica… ».

Ma in che cosa consista praticamente questo aspetto metafisico, al di là della no ­stra conoscenza sensibile, De Chirico non lo dice. Ce lo spiegano però le sue piazze d’Italia, i suoi interni ingom ­bri degli oggetti più etero ­cliti.

Si tratta del seguente fenomeno: gli uomini, abitan ­do una città, abitando una casa, vi emanano senza sa ­perlo energie e fluidi invisi ­bili, corrispondenti ai loro pensieri non espressi, ener ­gie e fluidi che l’ambiente assorbe e più tardi restitui ­sce lentamente, quando gli uomini â— si noti bene â— se ne sono andati. Chi poi capta tali secrezioni delle cose, percepisce quindi il loro aspetto metafisico.

Se una piazza, per quanto vissuta e veneranda, è pie ­na di gente o di automobili, l’aura metafisica non può sussistere. La presenza della folla arresta infatti il tra ­sudamento dei suddetti flui ­di da parte dei muri e dei monumenti. Così nelle case. La solitudine è infatti una caratteristica dei dipinti me ­tafisici di De Chirico, accen ­tuata, anziché annullata, dal ­la eventuale presenza di un paio di omini laggiù in fondo.

Ora si tratta di vedere in che modo il pittore riesce ad esprimere l’ineffabile au ­ra. Prima di tutto, lo ripe ­to, raffigurando le contrade cittadine e l’interno delle case in condizione di solitu ­dine. Egli li dipinge inoltre con estrema precisione de ­scrittiva, pulizia, nettezza e insieme corposità di colore, alla guisa dei quattrocentisti toscani, condizione sine qua non perché il mistero si de ­termini. Una pittura di tipo impressionista, ad esempio, mai potrebbe permettere l’av ­verarsi del sortilegio. In cer ­to modo, poi. De Chirico rie ­sce a far sentire l’immobili ­tà delle cose, della luce e del cielo, caratteristica che si ac ­compagna sempre a quel ti ­po di rivelazioni.

Ragionamenti questi che valgono, lo so, fino a un cer ­to punto. Il vero segreto del ­l’incantesimo appartiene al creatore e neppure lui, pro ­babilmente, saprebbe deci ­frarlo e comunicarlo a paro ­le. Ma i quadri sono là, e parlano da soli, trasmetten ­doci quello stupendo senso di attesa, di inquietudine, di oscuri presagi.

Nell’esaltare i doni del pe ­riodo propriamente metafi ­sico (1912-1919 circa) non intendo qui sminuire la ge ­nialità di ciò che è venuto dopo, i manichini, i pesci sa ­cri, le maschere, i bagni mi ­steriosi, le spiagge con ro ­vine e cavalli galoppanti, quando dalla stessa « meta ­fisica » si è sviluppato tutto un mondo fantastico, nutri ­to di riecheggiamenti clas ­sici, strettamente collegato a quello del fratello Savinio. Si direbbe quasi che alle enigmatiche emanazioni di cui parlavo, il pittore, anzi ­ché farcele percepire sparse nell’aria, abbia voluto in un secondo tempo dare corpo fisico, imitando l’incongruen ­za dei sogni. E in certi casi, come nelle aggrovigliate mi ­schie di guerrieri greci nel chiuso della stanza d’appar ­tamento borghese, l’effetto è ancora più sorprendente.

E’ questa la seconda, e non meno fortunata, stagione, do ­ve la fantasia ha il soprav ­vento sulla contemplazione magica. Ed è bello che qui, negli ultimissimi tempi, De Chirico sia ritornato, dopo tante divagazioni, sempre brillanti, estrose, virtuosistiche, non sempre protette dal ­la Musa.

I più recenti quadri, espo ­sti nell’ultima sala, non so ­no le pedisseque ripetizioni di vecchi quadri metafisici, comparsi negli anni scorsi. Si tratta di invenzioni ge ­nuine, inedite. Sorrette sì da una pittura più sommaria che nell’epoca d’oro. Però va ­lide, spiritose, o conturbanti. Il genio è ancora presente. Osservate il cavaliere nero e irsuto che sul ponte si avvi ­cina all’ingenuo castello con cui noi si giocava da bam ­bini. E la battaglia che si scatena, pure su di un ponte, tra silhouettes di guerrieri color del carbone, mentre di sotto scroscia la cascata. E tutto avviene in una stanza. Basta, basta! Te l’avevo pur detto. Maria, di non lasciarli entrare!

Purtroppo i visitatori, ve ­nuti forse fin dal Mare del ­le Solitudini (Luna), e ne varrebbe la pena, non po ­tranno assaporare De Chiri ­co come ho potuto fare io, in anteprima, coi quadri an ­cora poggiati per terra; e nessun estraneo presente.

In tanta solitudine e si ­lenzio, la solitudine e il si ­lenzio delle fantastiche piaz ­ze d’Italia si moltiplicava con eccezionali ondate di no ­stalgia, di sbigottimento, di gloria. E io ci passavo da ­vanti in punta di piedi, per non far rumore. Guai se la bianca statua dell’ignota dea, dell’ignoto commendatore, si fosse risvegliata: con la lo ­ro terribile ombra nera!


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