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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: L’amicizia di Attilio #3/8

27 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’amicizia di Attilio #3

II

  Corrado sapeva che se un giorno avesse analizzato tutta la sua vita, gli anni che erano trascorsi fino a quel momento, egli li avrebbe del tutto trascurati.
  Ascoltava Vivaldi, “La notte”. Vi era della luce, invece, in quella stupenda composizione del veneziano “rosso”, con il quale sentiva di avere una grande affinità. Egli era convinto che con “Le quattro stagioni” Vivaldi fosse riuscito ad entrare dentro la natura, e forse dentro la stessa creazione. Vi era della cosmogonia nella sua musica, e Corrado avvertiva che i suoi pensieri prendevano un corso più lineare e sereno ogni qualvolta si trovava ad ascoltare quell’inimitabile compositore. Com’era potuto accadere che nell’ultima parte della sua vita ed ancora per decine e decine di anni seguenti l’umanità lo avesse dimenticato? Che succede mai nell’animo umano quando si commettono queste aberrazioni? Corrado si convinceva sempre di più che tra l’arte e la vita vi è una comunanza che va ben al di là del rapporto arte-uomo; attraverso l’arte si disvelano segreti dell’esistenza che non si possono conoscere con le sole elucubrazioni della mente. Avvertiva d’un tratto che in questa singolare incapacità della ragione, in questa sua rigidezza, si nascondeva la chiave per interpretare anche l’incapacità dell’uomo a costruirsi una società in cui poter vivere finalmente e per sempre felice. Occorreva passare a qualcosa d’altro rispetto alla mente. Ma che cos’era mai?
  Ne dedusse, a poco a poco, che accanto alla solidarietà che si deve sempre nutrire verso gli altri, specialmente se si vive nella medesima condizione di sofferenza, si doveva scavare più a fondo dentro la realtà, che non è solo quella che sta dentro e fuori dell’uomo, e che occorreva d’ora in poi non sottovalutare mai più ciò che pareva non avere alcuna relazione con la vita.  

  In quel mese di settembre, le proteste in città si fecero ancora più vivaci. Alcune aziende di media proporzione avevano annunciato licenziamenti, e nella maggioranza dei casi, ad ogni licenziamento corrispondeva una famiglia di quattro o cinque persone che veniva messa alla fame. Perciò la tensione saliva. Non c’era piazza di Lucca dove non si accendessero aspre discussioni. Si voleva compiere qualche gesto eclatante. D’altra parte, nessuno, al di là di una solidarietà di facciata, s’interessava di ciò che stava accadendo agli operai, e la classe borghese intuiva che in qualche modo da quegli avvenimenti ne sarebbe uscita più forte di prima, e l’operaio avrebbe di nuovo chinato la testa.
  L’operaio era consapevole di questa attesa minacciosa dei padroni, e che occorreva forzare i tempi prima che essi si convincessero della sua estrema debolezza. Sarebbe stato difficile, infatti, mantenersi uniti nel momento in cui fossero arrivate davvero la fame e la disperazione.
  Così, in tutta fretta, fu organizzata una manifestazione di protesta che si sarebbe dovuta tenere in occasione della millenaria processione di Santa Croce, che sfila ogni anno per le vie della città la sera del 13 settembre.
  «Per Santa Croce! Per Santa Croce! » si udiva incitare nelle piazze.
  Corrado era stato tra quelli che dissentivano. Non era d’accordo di interrompere la sfilata della processione. Vedeva già la polizia gettarsi sui manifestanti, arrestarli, malmenarli. E se poi ci fosse scappato il morto? Che tutto ciò potesse accadere nel corso della festa più importante della città lo terrorizzava. Avvertiva cattivi presagi e che non ne poteva venire nulla di buono. Nei giorni immediatamente precedenti il 13 non fece che parlarne con Irene.
  «Dalla ragione si può passare al torto. E come reagiranno i lucchesi? »
  Irene lo rimproverava, invece di consolarlo.
  Molti dei compagni esultavano.
  «Resterà memorabile nella storia della città. »
  La mattina del 13 settembre per le strade già si notava un movimento insolito. Nelle sedi dei manifestanti fervevano i preparativi; i più non avevano dubbi che dal successo della protesta sarebbero derivate conseguenze di enorme importanza. Si disegnavano striscioni con infuocati slogans. Verso mezzogiorno numerose delegazioni di manifestanti giunsero anche dalla periferia e da tutta la provincia. Il Prefetto e la Questura sapevano.
  Alle otto di sera la processione partì dall’antica Basilica di San Frediano. Suonarono le campane quando il vecchio stendardo con su dipinta l’immagine del Volto Santo uscì dalla chiesa. Piano piano, dietro ad esso si snodò la processione. Riaffiorarono le sue meraviglie e le interiori suggestioni. I numerosi “candeli” tenuti per mano da ogni incappucciato, guizzavano nel buio le rosse fiammelle sotto gli occhi incantati della folla, che straripava nelle strade, stava appiccicata ai muri. Imponenti, sfilarono i “castelli fioriti”, e poi le antiche confraternite, ciascuna vestita coi propri colori; sfilarono quelle di Pelleria, della Misericordia, di San Frediano, e passò infine l’Arcivescovo che benediceva la folla. Quindi, disseminate qua e là nel corteo, le bande musicali e, al termine, le delegazioni delle altre città, ognuna seguita da un piccolo gruppo di figuranti.
  Nascosti tra la folla stavano pronti i rivoltosi; aspettavano il segnale. In piazza San Michele si erano divisi in sette o otto gruppi. Avrebbero interrotto la processione e letto dei volantini. Alcuni erano incaricati di ostacolare la polizia se fosse intervenuta.
  Ma il segnale non venne mai. Corrado si trovava proprio sotto il loggiato di palazzo Pretorio e li vide bene in faccia i capi che stavano in silenzio a guardare la processione. Era convenuto che sparassero un botto con la pistola, ma nemmeno fu caricata l’arma. Al passaggio di quel solenne corteo che portava indosso la suggestione e la sacralità dei secoli passati, il rispetto e la devozione vinsero sulla furia.
  I compagni compresero, e immediatamente nei vari punti comandati si sciolsero le tensioni; si chiese un miracolo al “Re dei lucchesi” e tutti i pensieri, anche quelli della folla ignara, in quel momento si somigliarono, e ognuno chiedeva che ritornasse il lavoro di un tempo.  

  Corrado imparava a poco a poco che per riuscire ad affermare un ideale, ogni uomo deve prima misurare il proprio valore, prenderci confidenza ed avere più coraggio; e infine sospingerlo fino in fondo, il proprio ideale, ficcarlo con prepotenza tra la gente e sbalordirla anche. E imparava altresì che per essere accettati da se stessi, ci si deve battere sempre per qualche ideale, e forse anche per qualche utopia.
  Capitò in novembre una giornata brumosa. Il giorno prima c’era stato un sole tiepido, invitante, e per le mura di Lucca s’erano visti di nuovo gli anziani passeggiare, e anche le giovani mamme con le loro carrozzine. Tutto faceva prevedere un periodo di bel tempo e si era diffusa negli animi una calda speranza. Invece, ecco spuntare sin dalle prime ore del mattino quella giornata diversa, inattesa. Corrado non si sentiva bene e non andò al lavoro. Era pervaso da un’inquietudine sottile. Si alzò, sollevò gli avvolgibili della finestra, guardò fuori la luce plumbea di quella giornata; passavano rare auto sulla strada e il tempo sembrava fermo come in attesa. Vagò per la camera; toccava i suoi oggetti; sfogliò distrattamente qualche pagina dei libri che stava leggendo in quei giorni. Vagò ancora. Sentiva che nella sua mente si andavano depositando pensieri, e lui non poteva fare altro che attendere. Avesse potuto ricevere in dono il segreto per rendere più semplice la vita, ecco quello gli pareva il momento più adatto, come se un Dio stesse lavorando sulla sua persona e si apprestasse a trarre da quella smania disordinata e confusa l’idea che Corrado aspettava. Più tardi telefonò Irene. Lo aveva cercato sul lavoro, e si era preoccupata. Nel pomeriggio passò da lui. Lo trovò che era ancora agitato. Corrado le confidò che in quelle poche ore trascorse, si erano riprodotte in lui mille rivoluzioni, aveva sentito il fuoco dei cambiamenti, aveva prosciugato i suoi pensieri e ne aveva scoperto tutte le venature, le aveva messe a nudo, ed era riuscito perfino a percepire i meccanismi della sua mente. Infine, aveva avuto la sensazione orribile di essersi sovrapposto a qualcuno diverso da lui, e che gli stessi suoi occhi appartenessero ad un’altra persona. L’insoddisfazione, la smania, l’ansia di vivere qualcosa di diverso dal presente agivano come un bisturi e recidevano in lui senza pietà i sentimenti e le vibrazioni che rendono accettabile un uomo, e lo mutavano in un altro essere pronto a rigenerarsi dentro una grande trasformazione. Era mai possibile tutto questo? Gli pareva che Attilio stesse in qualche modo tutto intero dentro di lui e lo incoraggiasse.
  Quando Irene, quasi senza rifletterci, gli disse che ciò che lui provava potevano essere le stigmate misteriose di una vocazione, Corrado si voltò verso di lei come se dalla sua bocca fosse uscito all’improvviso il fragore di un tuono.
  Irene se ne andò la sera, molto tardi. Corrado non si mise subito a letto. Stette coi gomiti appoggiati al tavolino e teneva la testa tra le mani. Non si muoveva. Sentiva che dentro la mente ancora si ammassavano le idee, e qualcosa di buono ne sarebbe sortito soltanto se egli non si fosse distratto, e avesse misurato e pesato ogni istante di quella che lui ormai avvertiva come una grande mutazione.


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Bart