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Racconto: L’amicizia di Attilio #4/8

28 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’amicizia di Attilio #4

Quando si nasce, il primo sentimento che si rivela è l’amore. Un bambino non odia, non invidia, ma ama. E non è forse vero che i bambini di qualsiasi parte del mondo si somigliano come gocce d’acqua, qualunque sia la razza o la religione o il colore della pelle? E più sono piccoli, più la rassomiglianza è impressionante. Nel pianto, nel riso, nel gioco, nella gioia, cioè, e nel dolore, i loro gesti, le loro invocazioni, i loro slanci, tutto insomma, incredibilmente è uguale! Solo più tardi si formano le diversità, e nascono gli odi. Così, Corrado andava maturando la convinzione che anche per la società potesse accadere la stessa cosa e che forse, chissà in quale maniera, c’era ancora la possibilità di ritornare all’infanzia della società, e da lì ripartire cancellando tutto ciò che nei millenni vi si era sovrapposto. Ma come riuscire nello sforzo immane di trasformare un gesto personale di aspirazione, ed anche di profondo convincimento, in un’azione collettiva di tale forza da spazzare via tutte le contaminazioni?
  Quella sera, Irene si presentò in casa sua e i due non si parlarono nemmeno. Si diresse vicino al caminetto, e quando anche Corrado si fu seduto, cominciò a piangere.  

  In ciascuno di noi c’è sempre dell’ambizione quando si deve realizzare il proprio ideale. Corrado si tormentava di non essere abbastanza umile per sciogliersi da se stesso e svanire dentro gli altri.
  I giorni si erano fatti terribili. Per tutta la città correva la paura. La crisi economica aveva gettato sulla strada migliaia di capifamiglia. Bruciati i pochi risparmi, ora si moriva di fame. Non c’era più pazienza da spendere; le chiacchiere, le parole inutili irritavano. Il Prefetto aveva dato disposizioni alla polizia di vigilare, di tenersi pronta, di non perdere la testa, e di badare ad intervenire in tempo. Un piccolo ritardo poteva bastare a far scoccare la scintilla. Si sapeva che anche nelle altre città c’era fermento. L’Italia stava sopra un vulcano. Sembrava ormai troppo tardi per rimediare.  

  Anche l’inverno ci si era messo a complicare le cose; si era presentato in anticipo ai primi di dicembre con un freddo intenso, poi erano seguite delle abbondanti nevicate. Tutto sembrava congiurare ai danni della povera gente, che insieme con la fame ora pativa anche il freddo. Come si poteva convincere ad avere ancora un po’ di pazienza e ad attendere tempi migliori un padre ed una madre che non avevano niente da mangiare per i figli?
  In piazza Grande, prima di Natale, come per una tacita intesa, si radunò gente venuta dai rioni ed anche da fuori città. La piazza era gremita, e la folla arrivava fino alla scesa grande delle Mura, e anche toccava piazza San Giusto e piazza San Michele. Davanti al palazzo del Prefetto stava schierata la polizia. Cominciò a levarsi il brontolio. Poi uno gridò: «Assaltiamo il palazzo! » e dietro a quella voce stridula ne seguirono altre: «Prendiamo il Prefetto », «Ammazziamolo! » urlò perfino qualcuno. Le porte erano state chiuse, e si sapeva che anche dietro ad esse stava la polizia armata. Ma la folla, smesso ad un tratto di gridare, sembrò sospinta dalla sua stessa rabbia, avanzò e si arrestò ad un passo dai poliziotti; infine li premette contro il muro. Cedettero le porte; e i poliziotti schierati all’interno non riuscirono nemmeno a puntare i fucili, tanto fu massiccia e rapida la furia che si scaraventò su di loro. Salite le scale, si fermarono davanti al Prefetto. Uno aveva già alzato il mitra per sparare. «No. Lo prendiamo prigioniero » disse un compagno. E un altro ancora gridò: «Viva Lucca repubblicana. »
«Ci governeremo da soli, come una volta! » fece eco un altro. E fu un boato di gioia quello che seguì.

  L’indomani, nelle strade di Lucca non si parlava d’altro. Si sapeva che la notizia era giunta a Roma, e là stavano studiando il da farsi. Il Comitato cittadino s’era messo subito al lavoro ed organizzava la resistenza con gruppi di volontari posti di guardia alle porte della città.
  Corrado andò con Irene in giro per Lucca. Si respirava un’aria nuova, intrisa di speranza. Sui muri erano tornate le scritte care alla città: “Libertas” si leggeva dappertutto, e anche negli occhi della gente. Nei giorni seguenti andarono con l’auto fuori delle Mura. Ferveva nelle fabbriche un’attività esaltata, finanche eccessiva; sembrava che si volesse produrre ad ogni costo per dare gambe alla speranza. Nei campi erano tornati i contadini con le nuove macchine, ma si erano riprese perfino le vanghe e i vecchi attrezzi rimasti inoperosi per anni.
  Una mattina vennero a trovarlo, mandati dal Comitato. Chiedevano a Corrado d’impegnarsi. C’era bisogno di ogni energia e sapevano che anche lui, come gli altri, era alla ricerca del cambiamento. Ma Corrado tentennava. Discussero a lungo, e Corrado non riusciva a decidersi. Si spazientirono. Quale occasione migliore poteva esserci per uno come lui? Ora o mai più. Col tempo, se ne sarebbe   pentito, se li avesse lasciati soli. Ma Corrado si domandava se era quella la strada da percorrere per il cambiamento. Quante rivoluzioni inutili si erano viste nel corso dei secoli: di tutte le specie ed in ogni angolo della Terra. Questa volta non si doveva sbagliare.
  «È questa, non vedi? la rivoluzione che cerchi, la sola possibile. »
  Irene gli sedeva accanto e ogni tanto lo guardava.
  Ma Corrado disse di no. Gli era sembrato che Attilio, entrato in qualche modo prepotentemente nei suoi pensieri, gli suggerisse di resistere a quella suggestione, e che qualcosa di più grande era riservato a lui.  

  Altre città seguirono l’esempio di Lucca. Sembrava diffondersi rapidamente il fuoco del cambiamento. Il governo accusava gli insorti. Dalla televisione e da certi giornali si cominciò a far capire che sarebbe stato mandato perfino l’esercito, se in poco tempo quel gioco da bambini non fosse stato interrotto. Infatti, dopo qualche settimana, si videro arrivare sulla circonvallazione le camionette della polizia. Subito molti cittadini accorsero e si schierarono davanti alle Mura. Furono chiuse le porte della città. I poliziotti indugiavano, non sapevano che fare.  

Certi uomini sono impastati di cattiveria. Basta guardarli dritto negli occhi per capirlo. Corrado non voleva crederci e avrebbe desiderato tanto essere diverso da quello che stava diventando, mutare la carne della sua carne per ritornare il ragazzo semplice e buono che era stato.
  Irene non lo lasciava più; ogni qualvolta aveva un po’ di tempo libero correva da lui.
  La sera, per non lasciarlo pensare, lo convinceva a scendere di casa e a girare per la città. Sapeva che Lucca era ancora il suo grande amore, e non c’era cattivo pensiero che reggesse nella sua mente quando si trovava davanti al bel San Martino o in piazza San Michele o in chiasso Barletti o nel vicolo Tommasi o nei tanti altri angoli suggestivi della città.
  Con l’intervento della polizia finì presto il sogno dei lucchesi.
  In quelle sere, allo stesso modo di Irene e di Corrado, altra gente andava in giro per tutta la notte, e quasi nessuno riusciva più a prendere sonno come un tempo. C’era tanta disperazione. Qualcuno aveva ancora la forza di gridare che tutta quella rabbia che ingigantiva dentro avrebbe fatto prima o poi un gran botto, e le avrebbe finalmente distrutte quelle camionette, se fossero ritornate.
  Intanto, la miseria nera che toccava la maggior parte delle famiglie aveva inasprito la cattiveria, e certuni ora spadroneggiavano in ruberie e prepotenze. Non di rado si trovavano morti abbandonati nella strada, assassinati e derubati di tutto.
  Quando bisogna lottare per la sopravvivenza, anche la cattiveria degli altri ci si mette contro, e la si deve combattere, e Dio solo sa se c’è forza d’animo abbastanza per urlare tutta la propria umiliazione.


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Bart