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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: L’amicizia di Attilio #5/8

29 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’amicizia di Attilio #5

III

 

  Era l’ultimo giorno dell’anno. L’inverno si era fatto rigidissimo anche a Lucca. Più di una notte il termometro era sceso qualche linea sotto lo zero. Affacciandosi alla finestra esposta a sud, Corrado guardava la collina dietro casa sua, dalla quale, sul fianco sinistro, faceva capolino il sole che stava sorgendo. Passò anche il treno, e fischiò in quell’istante, e la scena che si formò lo riempì di suggestioni.
  Andò al lavoro colmo di inquietudine, aveva la testa lontano.
  La sera chiamò Irene. Le mise fretta, e la ragazza fu da lui in un lampo.
  «Voglio partire. »
  Irene sentì stringersi il cuore.
  Si sedettero, e Corrado le spiegò tutti i suoi progetti, gli scopi che intendeva raggiungere, e ciò che avrebbe potuto apprendere dai suoi viaggi.
  «Ci vorranno anni. Invecchierai. Portami con te. »
  Non avrebbe dovuto dirle quelle parole, Irene; avrebbe dovuto tenerlo per sé quel desiderio di andare con lui, che era ancora una volta la sua sempre discreta, mai esplicita, dichiarazione d’amore.
  Irene si accorse di ciò che passava nella sua mente; si era già pentita. Avvertì che in quel silenzio che si era sostituito alle parole, urlava un altro dolore, grande forse più del suo, il dolore di un uomo che non era riuscito ancora a raccogliere dentro di sé un solo briciolo di felicità.  

  Tutte le grandi rivelazioni vengono dal cuore e quando una società è malata si deve mettere mano innanzitutto alla prima grande riforma, che è appunto quella del cuore. Forse è nascosta proprio lì dentro la chiave per mutare il mondo.
  Corrado passava gli ultimi giorni mettendo in ordine le proprie cose, soprattutto i libri, tra i quali cercava i pochi che avrebbe portato con sé. Gliene capitò tra le mani uno minuscolo di poche pagine, leggero come una piuma, aveva un titolo suggestivo: “La chiesa dell’inferno verde”. Ricordò di averlo ricevuto in regalo; conteneva la relazione di un sacerdote lucchese, don Sirio Valoriani, che a 60 anni aveva sentito il bisogno di partire. Vi raccontava la sua esperienza di missionario. La raccontava col cuore. Aperte le prime pagine, Corrado si sedette sulla sponda del suo lettino e lesse tutto il libro. Che cosa porta un uomo a fare una scelta così difficile, a dargli il coraggio di donarsi anima e corpo, pensiero e azione, agli altri?
  Lucca aveva esempi di sacerdoti e laici che erano partiti in terra di missione. Camminare per ore e ore col fango che arriva fino alle ginocchia per donare il proprio amore ad una persona che soffre, come si fa, qual è la chiave per capire un gesto così semplice, eppure tanto carico di energia da mutare la disperazione in speranza, la rassegnazione in gioia di vivere? Quanti libri da bruciare, quanti intellettuali da rimproverare per non aver saputo offrire un sorriso a chi soffre.
  Inserì nel suo piccolo bagaglio il libro, e ve ne pose anche un altro: “Il silenzio, pienezza della parola”, scritto da un lucchese, fratello Arturo Paoli, che a 80 anni era ancora in giro per il mondo a diffondere la speranza. Non c’è maggior fragore di quello prodotto dal silenzio, e c’è un silenzio che colpisce più della mitraglia, ed è il silenzio della incomunicabilità.
  Corrado pensava ad Irene. Possibile che dentro l’amore ce n’è sempre uno più grande?
  Si era arrivati ai primissimi giorni di gennaio. L’anno nuovo aveva fresche radici. Fuori era caduta la neve, nelle case c’era ancora il presepio; e nei giardini, la sera, si accendevano e si spegnevano le piccole luci dell’albero di Natale.
  Corrado avrebbe voluto bruciare il suo destino in una fiammata sotto la neve; da solo avrebbe voluto entrare nella tomba e restarvi cenere per sempre.  

  Irene ricevette la prima lettera un anno dopo la partenza di Corrado, poche righe. Si trovava in Europa, nel nord della Germania. Frequentava ambienti i più disparati. Era stato a scuola e se la cavava abbastanza bene col tedesco. Aveva amici.
  Due anni dopo, un’altra lettera. Era stato a Praga ed ora partiva per l’Olanda. Aveva conosciuto gente speciale, menti aperte e generose. Con loro si era abituato a pensare e soprattutto ad agire, per lui una novità. Era contento di cambiare continuamente luogo, anche paesi tra loro molto lontani, e sentiva che il fare è più vicino al dare; e aiuta a comunicare meglio del pensiero.
  Irene non poteva rispondergli, era il suo dolore. Corrado non le rivelava mai il luogo dove si trovava. Si sentiva vittima di una generosità che andava riscaldando il mondo, ma non lei, che la desiderava più degli altri.
  Passarono alcuni anni. Corrado le aveva scritto anche dalla Russia, poi aveva attraversato gli Urali ed era stato in Mongolia, in Cina, in India, perfino nel Tibet; aveva scalato le alte montagne e le confermava lo splendore di quelle vette. Oh, essere lassù con lui! pensava Irene, e s’immaginava abbracciata al suo amore sul picco più alto, e sotto di sé vedeva altre montagne, e i piccoli paesi disseminati nelle valli, e sentiva il sole intiepidirla, e il braccio di Corrado che la cingeva e le faceva capire di essere amata.  

  Dopo quel risveglio, e la minaccia della polizia, Lucca si era assopita. Irene aveva sperato molto di più, ma sapeva anche che la storia è paziente e bisognava solo attendere che il fuoco del cambiamento divampasse dalle prime ceneri. Corrado stava diventando per lei il latore di un messaggio, la fiaccola che girando il mondo avrebbe raccolto tutti i bagliori per produrre il grande incendio. Ci sono strade nell’anima che hanno, chissà in quale modo, la loro prosecuzione nella vita degli altri, e percorrerle significa arrivare dentro gli altri, e forse diventare come loro. Le piaceva immaginare Corrado come un grande tessitore che stesse ordendo la sua trama dentro gli interstizi del mondo.
  Quando fosse ritornato a Lucca, ne era convinta, la città sarebbe esplosa nel cambiamento e nessuna camionetta della polizia, nessuna sottile violenza avrebbe arrestato il corso degli eventi. Tutto il bello possibile sarebbe accaduto. Tutta l’ossessione di Corrado si sarebbe finalmente dissolta e trasformata; e lei avrebbe potuto di nuovo abbracciarlo, ed era certa che questa volta anche Corrado le avrebbe corrisposto con amore.
  La sera Irene usciva di casa per passeggiare nella città semivuota. Pensava. Ogni tanto alzava lo sguardo ai monumenti antichi, ai palazzi che avevano visto scorrere tanta storia. Lo aveva fatto molte volte con lui, ma com’erano diventati lontani e irraggiungibili quei giorni! Perfino il miagolio di un gatto, che qualche volta la strappava ai suoi pensieri, le sembrava che provenisse da un epoca remota, e qualcuno cercasse chissà da dove di trasmetterle un segnale. Dappertutto vedeva il suo Corrado, e scorgeva in qualche angolo anche il suo amico Attilio, e a volte li vedeva camminare insieme. Le scoppiava la testa, giacché la visione era più forte della realtà, e sentiva che era possibile tutto, anche il capovolgimento delle sue certezze, e poteva perfino rivoltare la sua pelle e trasferirsi dovunque, e ricominciare da capo un’altra esistenza, come se nulla prima fosse mai accaduto. Sentiva di poter rinnovare il pensiero, ricostruire addirittura una memoria nuova. Che cosa le accadeva? Dov’era mai Corrado? Che cos’era diventato, se produceva su di lei tali magie?
  Di giorno Lucca era arruffata, confusa. Era difficile trovare un angolo dove riflettere. Irene allora saliva sulle Mura. Qui ancora ci si poteva nascondere nei pensieri; e qui si portò un giorno una lettera appena ricevuta. L’aprì. Seppe così che Corrado aveva un figlio già grande.


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Bart