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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: L’amicizia di Attilio #7/8

1 Ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’amicizia di Attilio #7

 

Si può nutrire il più profondo disgusto per l’uomo, ma siamo tutti e ciascuno di noi, insieme, l’uomo. Allora bisogna ammettere che c’è in noi un istinto predatore che pare non potersi estirpare; e siamo bestie anche noi, e chissà se siamo davvero migliori del leone o della iena o dell’avvoltoio o del coccodrillo. Quando l’occasione di predare viene, la ragione pare abbandonarci, non essere mai esistita; invece sale prepotente l’istinto bestiale e ci comanda. In tutto ciò che facciamo, prima è la soddisfazione propria e materiale quella che bramiamo, ed è l’egoismo il sentimento che la fa da padrone. Se la società non funziona, è a causa di quella parte dominante della bestia che è dentro ciascuno di noi, la quale sconfigge sempre la ragione allorché in gioco c’è il soddisfacimento del proprio egoismo.
  Irene se ne stava distesa sul letto; la luce dell’alba filtrava attraverso le tendine della finestra, ma lei non aveva nessuna voglia di riprendere contatto con la realtà che stava oltre il suo corpo; doveva ragionare con se stessa, affondare le unghie nella ferita della propria anima, e andarci a stanare la bestia che vi stava appostata; avrebbe voluto prenderla per il collo, torcerlo, fare delle sue fragili braccia delle potenti tenaglie con le quali frantumare tutto il male che vi stava nascosto. I pensieri si rincorrevano nella sua mente. Si diceva a se stessa che doveva badare più a studiare la sua anima che la realtà esterna, la quale non era altro che il riflesso del male interiore. Combattere qualcuno che sta al di là del nostro corpo poteva essere difficile, ma restava possibile; invece una battaglia da sferrare senza alcuna indulgenza con la propria anima, come la si doveva combattere?
  Era giunto mezzogiorno. Qualcuno bussò alla sua porta. Decise di aprire e di dare respiro alla sua rabbia. Aveva bisogno di una tregua. L’amico che entrò sembrava venuto apposta per riconciliarla con la vita.  

  Anche nel bene, irrita la forza delle coincidenze; figuriamoci nel male, quando ci accaniamo contro di esse, e l’anima si logora al pensiero che basterebbe un niente per impedirlo.
  Nei giorni seguenti, Irene tornò più volte a riflettere su quella notte, e più passavano i giorni, più la sua rabbia, anziché allentarsi, s’incrudiva. Si era messo in moto un meccanismo perverso, e non poteva farci nulla; anzi, quando sentiva arrivare quell’astio che la consumava, ci si buttava a capofitto, allargava la ferita e ci metteva dentro tutto il dolore possibile. Ci furono notti che uscì di casa, andò sulle Mura, transitò per strade buie e malfamate, con l’intenzione di una sfida. Gli uomini la guardavano, e lei passava davanti a loro, li provocava, sentiva che c’era bisogno di altro dolore, che quello ricevuto non bastava e che la disperazione di un’anima deve sempre toccare il fondo.
  Una notte fu aggredita di nuovo, fu lasciata per terra lungo una cortina delle Mura. Col viso sporco di polvere e di pianto, stava lì; non si rialzava.  

  Lucca è stata una città isolata dalle altre per tanto tempo. Vedendola da fuori, le sue Mura la proteggono, la nascondono. Irene vi era cresciuta con la certezza che quel luogo portasse dentro di sé i segni di una distinzione. Come non ricordare che secoli addietro, a vigilare la notte, ogni quarto d’ora, suonavano le campane della Nunziata e della torre del Palazzo, ed ad esse rispondevano le campanelle dei baluardi, e si stava attenti se dalle rocche e dalle altre torri disseminate sulle colline intorno alla città si fossero accesi i fuochi del pericolo? Le guardie stavano all’erta, e si appendevano subito i lumi alle finestre e agli usci delle case se la città veniva minacciata, e correvano in strada gli abitanti e portavano le armi con sé per difendere la propria libertà. Era una libertà che non riguardava solo la carne, ma quella dello spirito stava sopra tutte le altre. Essere nati in una città come questa, poteva essere solo per caso? si domandava Irene. E respirare questo desiderio profondo di libertà, non lasciava forse un segno particolare nell’anima? Dentro il fuoco della sua rabbia, Irene lo sentiva riemergere e crescere questo desiderio, e scopriva che la libertà mette profonde radici quando nasce da una umiliazione. E forse non soltanto la libertà, ma ogni valore che dà consistenza a un’anima ha bisogno di uscire da un rogo.


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Bart