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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Romanzo: Cara Anna – una storia d’amore vera sbocciata a Lucca durante gli anni della Seconda Guerra mondiale #12/16

13 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Cara Anna #12

 

Il 31 agosto 1943 è il giorno in cui gli Alleati bombardano Pisa. È passato da poco mezzogiorno. Giuliano è seduto nel suo ufficio, con la sedia appoggiata al muro, in attesa che l’amico Borchi abbia riparato la gomma della sua bicicletta. Ad un tratto sente un rumore assordante.

“Anche il mio amico ha smesso di lavorare e viene verso di me. Forse intuiamo che cosa stia accadendo. Al rumore sempre più assordante succede un boato tremendo, seguito da altri ed altri ancora. Borchi!… Borchi!… sganciano… sganciano! Ci slanciamo di corsa nella prima stanza che troviamo, corriamo in un angolo accanto ad una stufa e dopo esserci accucciati tremanti vicino ad essa, ci facciamo il segno della croce, dicendo entrambi: Gesù mio misericordia, Maria Santissima aiutateci… Al rumore infernale si aggiunsero le urla della gente, gli strilli. Una ventata d’aria prodotta dallo scoppio delle bombe, a una distanza di non più di 30, 40 metri, spalancò in un sol momento finestre, porte, facendo un fracasso d’inferno. Tremava l’edificio, le pareti erano scosse, i vetri si frantumavano per terra, cominciavano a cadere i calcinacci, mentre le travi sopra di noi si muovevano, uscendo e rientrando al loro posto. Le lampade elettriche oscillavano di qua e di là mentre ad ogni scoppio di bomba una folata di vento spazzava via ciò che incontrava sulla sua strada.”  

Ci furono ben tre ondate di aerei con relativi sganciamenti di bombe. Il tutto durò 14 interminabili minuti.

“L’aria era un nuvolo nero di fumo che oscurava il sole.”

“Appena usciti sulla strada vediamo di sfuggita, a una trentina di metri, un ammasso di rottami, di fili, di case.”

“Attraversare l’Arno, imbucare in questa e in quella via, correre all’impazzata fu cosa di un attimo… A Porta a Lucca vi era già un ammasso di gente. Uomini che sopraggiungevano dalla città, laceri e sanguinanti, carichi di polvere, tutti ridotti a brandelli e spaventati. Donne che piangevano cercando chi i figli, chi i mariti, i fratelli, i parenti, insomma. Ricordo benissimo di un capitano sopraggiunto in ciabatte, con la canottiera, i calzoni sciolti e liberi allo stinco, senza stivali, tutto polvere e grondante sangue dalla fronte. Altri ancora con fazzoletti passati intorno alla testa, alle braccia, alle gambe, e tutti correvano, correvano senza sapere dove, senza riuscire a spiegare niente.”  

Giuliano e Borchi tornano in ufficio. Tentano di telefonare al capitano Marino Scotti, loro superiore. Vogliono tornare a casa. Giuliano decide di passare dall’abitazione del capitano per informarlo, situata in via Casolini.

“Mi bastò uno sguardo per accertarmi di ciò che era accaduto. Là dove prima era un grazioso villino, c’era una buca profonda, la quale aveva inghiottito tutto: casa, giardino ed ogni altra cosa che vi era d’intorno.  

Tornato in ufficio, prende la bicicletta per andare a casa. Borchi sarebbe partito col treno.
S’incamminarono.

“Poco distante da noi, in piazza Ceci, la furia delle bombe era stata tremenda. Buche da ogni parte, crateri veri e propri da ogni lato; verghe del tram contorte e spezzate, fili di ogni genere intralciavano il cammino. Case completamente diroccate, altre mancanti di muri esterni od interni, dentro cui si intravedeva la sagoma ora di un letto, ora di un quadro appeso alla parete tutta sgretolata. Le macerie erano enormi. Le strade ingombre, mentre un polverone asfissiante accecava l’aria. S’incontravano persone che sembravano smemorate, guardare come trasognate ogni cosa. Chi chiudeva una casa mezza pericolante e fuggiva con una sola valigetta piena del necessario; chi correva invocando un nome; chi piangeva implorando dai soccorritori un po’ di aiuto. Camion, camionette, motofurgoni, barrocci, autobus, tutti erano mobilitati per il soccorso. Su di un camion stavano caricando una donna anziana, dopo averla tolta da sotto un cumulo di macerie: è scarruffata, scalza, stracciata, le si vede la schiena nuda ed è svenuta… Mano a mano che ci avviciniamo alla stazione la cosa è ancora più tremenda. Il Liceo è tutto fracassato, le Poste, per metà diroccate, sono pericolanti… Povera via Colombo! Non una sola casa è rimasta in piedi, c’è solo un cumulo di rovine e di morti. Ma lo spettacolo più impressionante l’offre la Stazione con i suoi viali e i suoi alberghi. Tutto è rovinato. Un tram è completamente rovesciato a terra e tutto bucherellato dalle schegge. Ci sono varie buche con bombe inesplose. Una donna giace a terra con la borsa della spesa sparsa dappertutto, e ricoperta di polvere: è morta. Più in là un ufficiale con la sua valigetta, che alcuni soldati avevano già ricoperto con un lenzuolo… Rifugi crollati in cui s’intravedevano ammonticchiati ventine e ventine di morti; e morti si vedevano nelle case, nelle botteghe, per le strade… Sui binari della Stazione vi erano treni rovesciati e completamente scheletriti, macchine incendiate, carri perforati, e buche e buche da ogni parte.”

Giunge a casa e trova i parenti in ansia. Anna piange. Solo la mamma non sa del bombardamento, tutti glielo hanno taciuto. Quando lo apprende, resta senza parole. Giuliano dorme così a casa sua, e il mattino dopo torna a Pisa, e viene a sapere che il suo capitano si è salvato.

“Al primo rumore era corso sulla porta e in seguito si era gettato in un giardinetto dirimpetto sdraiato per terra accanto ad un muricciolo.”

Giuliano e i suoi compagni tornano a casa ogni sera. Giuliano si serve della bicicletta, ma l’adopera anche per mettersi al sicuro, quando suona l’allarme.

“La bicicletta era sempre pronta e a portata di mano; bastava l’inizio di uno squillo che in un baleno piantavo tutto, mi mettevo la giacca, m’infilavo la bustina, inforcavo la bicicletta e… via di corsa verso la campagna.”

“Bastava uno squillo, un piccolo rumore, una voce infondata che gridasse: gli apparecchi!… Nessuno allora capiva più niente. Era una fiumana di gente che correva: chi in bicicletta, chi attaccata ai camion, chi con le scarpe o gli zoccoli in mano per meglio correre. Ricordo che una signora aveva perso per strada un fagotto di roba e dalla tanta fretta di scappare neppure si voltò per raccoglierlo, e un signore molto gentile lo raccolse, e si mise a correre anche lui per restituirlo alla signora. Fu quindi nel caos più completo e nel pianto che la notizia dell’armistizio badogliano di giovedì 8 settembre raggiunse Pisa. Io ne venni a conoscenza durante il tragitto che mi portava a casa. Di passaggio dalle Molina di Quosa, un gruppo di persone: uomini, donne, ragazzi, commentavano l’accaduto gridando: è stato firmato l’armistizio! È finita la guerra!”


Letto 1973 volte.


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