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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #12/33

20 Luglio 2008

[da “Il Conciliatore” toscano, mercoledì 2 maggio 1849]  

Corre voce che l’avanguardia francese sia giunta a Palo, che è a mezza strada fra Civitavecchia e Roma. Si dice che è di 800 uomini. Si aggiunge che altre truppe francesi sono giunte a Civitavecchia a compimento di un corpo di 15 mila.
Civitavecchia, dalla parte di terra, è stata posta in istato d’assedio.
La legione Garibaldi, giunta ieri sera, è ripartita que ­sta mattina per uno dei punti da difendersi intorno a Roma. Truppe di fanti e di cavalli sono in movimento, ma la città conserva la più perfetta tranquillità.  

Abbiamo da un nostro corrispondente di Roma la se ­guente

Relazione di due conferenze avute col Generale Oudinot dai sottoscritti fatta all’Assemblea in Roma, il 26 aprile 1849.  

Ieri sera alle otto ci siamo presentati al Generale Oudi ­not che ci ha accolti con gentilezza. Gli abbiamo detto che all’annunzio dell’invasione delle sue truppe, la Capitale si era commossa, l’Assemblea si era messa in permanenza, ed aveva dettata la protesta che c’incaricava di presentargli. Egli lesse la protesta e parve meravigliarsi che si fosse in essa usata la parola invasione; disse che tal parola implicava conquista e che la Francia non intendeva nulla di ciò. Lo pregammo a rivelarci allora lo scopo di tale spedizione, ed egli disse, non averne essa altro, che quello di mantenere l’influenza della Francia in Italia; essere il nostro Stato mi ­nacciato dall’intervento Austriaco e Napoletano, non poter la Francia consentire che questo seguisse, essere venuti i Francesi per opporsi ad ogni misura di questa specie. Il Generale mostrò quindi   stupore della     freddezza   con la quale erano accolti i suoi soldati. Gii spiegammo l’enigma , dicen ­dogli tal freddezza derivare dal timore che egli venuto fosse per appoggiare una ristaurazione. Il Generale per tre volte dichiarò non essere ciò nelle sue istruzioni; non esser, egli il ripeté, venuto che per garantirci da un intervento; non volere in nessun modo influire sulle cose nostre,   sulla nostra maniera di reggimento. Bramar sì che il voto delle     popolazioni liberamente sempre si esternasse, e a questa libera manifestazione concordare i suoi disegni. Non avendo la Francia ancora riconosciuto il Governo della Repubblica, egli doveva mettersi in un terreno neutro, e bramava conoscere le opinioni vere del paese. Gli dicemmo che nulla di meglio chiedevamo, giacché il paese era tutto compatto   in non voler più il regime abolito; li ricordammo duecentomila elettori che votarono sotto gli auspici di una scomunica e delle minacce di tutta l’Europa a mostrare quale quel regime fosse; lo esortammo a tranquillizzare con un atto politico il paese; a fare un manifesto che disperdesse l’idea invalsa di voler essi esercitare una coazione qualunque; del voler essi una restaurazione, fatta impossibile, ed egli chiese che fossimo tornati da lui questa mattina alle dieci.
All’ora indicata ci siamo trovati all’abboccamento. Egli ci ha confermato quanto ci disse iersera,   e   ha soggiunto che mandava a Roma con noi un suo uffiziale superiore per essere interprete de’ suoi sentimenti, ha detto che l’invasio ­ne  de Napoletani e dei Tedeschi doveva ora accadere e che i francesi erano venuti per impedirlo. Abbiamo insistito per una dichiarazione se è possibile anche più franca, ed egli ha detto: domandiamo ospitalità,   accoglieteci   come amici e amici vostri siamo;   non   abbiamo   missione né di restaurare il passato, né di opporci al libero voto del vostro popolo, mille tradizioni di gloria collegano la Francia all’Italia; i nostri padri combattevano insieme per quelle idee che l’età civile ha tradotte in atti. Chiesogli da ultimo che con ­tegno avrebbero spiegato ove la reazione in favore dell’ assolutismo si levasse, disse, che egli inesorabilmente l’avreb ­be fiaccata, che era avverso ad ogni reazione, ad ogni     intemperanza, che voleva l’espressione   libera     e schietta del paese e che solo seguendo il vessillo della libertà   e   della civiltà, quel vessillo che allora sventolava   in     Civitavecchia accanto a quello della Repubblica Romana, i soldati di Fran ­cia sapevano pugnare.
Eccovi, o Cittadini, qual fu l’esito della nostra deputa ­zione, pesatelo con criterio ora, e adottate quella linea di condotta che il vostro senno saprà dettarvi.

Firmati – CARLO RUSCONI Ministro degli Affari Esteri.
– Federico Pescantini Rappres. del Popolo.

 

 


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Bart