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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #15/33

21 Ottobre 2008

[da “Il Conciliatore” toscano, giovedì 10 maggio 1849]  

Riceviamo da Genova la seguente lettera scritta da un emigrato Siciliano la quale darà ai nostri associati un sicuro e conscienzioso ragguaglio dei dolorosi particolari che produssero l’inaspettata catastrofe palermitana.

Genova li 2 maggio.

Ti maraviglierà la data di questa lettera, ma ti basti il sa ­pere che ieri sera io giunsi qui sul Tripoli, vapore da guerra Sardo che per fortuna trovavasi a Malta il giorno 28, e mi ac ­colse umanamente. Io era giunto a Malta sul vapore l’Indépendant che era partito il 25 alle 7 p. m. da Palermo. Quali siano state le peripezie mie prima di imbarcarmi sull’Indépendant  non ho tempo di scrivertele, né testa, solo ti posso dare un sunto bre ­vissimo degli ultimi fatti di Palermo, sino al momento che io partii.
Il 14 saputosi la vile dedizione di Siracusa, poi di Caltagirone, di Nolo, di Augusta, di Castroreale, di tutte insomma le due valli di Catania e di Nolo, dello sbandamento delle nostre truppe, e della caccia rapace e crudele che facevano ai nostri i paesani, giunse un vapore francese che apportava l’offerta dei buoni uffìcii dell’ammiraglio Baudin.
Il Ministero già prima scisso sul conto della   pace,   con aria compunta fa di tale offerta comunicazione magramente alle Camere ed aggiunge che se si accettava, esso come Ministero di Guerra si dimetteva. Cinquantanove voti accettavano, trentaquattro, fra quali io e i miei fratelli, ricusarono. Il Ministero Stabile-Bulera si dimise. Fu impossibile trovar Ministri. Il Barone di Ca ­lafati, Salvatore Vigo e il Barone Grasso formarono finalmente un Ministero. Da quel momento, Popolo e Guardia Nazionale sup ­posero fatta la pace. La disorganizzazione della guerra fu quindi completa. I partiti si agitavano molto. La Masa e i violenti volevano la Guerra, ma nissuno gli secondava, né venivano squa ­dre, né Guardia civica si mobilizzava nel regno. Di truppe non c’erano a Palermo che tre mila uomini. I ladri, i facinorosi aper ­tamente minacciavano rapina. Stabile e i suoi soffiavano pure la guerra. Giunge il 16 di Francia Michele Amari ed Agnetta, l’agi ­tazione cresce, in 2 giorni si fanno 4 o 5 dimostrazioni bellico ­se, il Popolo le fischia. Allora il Parlamento per non aderire a sottomissione il dì 17 si aggiorna al primo agosto; l’indomani la Camera dei Pari lo approva nel momento appunto in cui tornava da Gaeta la risposta di Baudin che il re accettava i suoi buoni ufficii con queste condizioni: Palermo si renda a discrezione, il Governo di Sicilia cessi, il Municipio governi, e mandi Commis ­sione di sommissione al generalissimo Satriano a Catania. Al re ­sto penserà la clemenza del Re!!! Nuove dimostrazioni.
I tre ministri chiamano una riunione di notabili per la sera del 18, e in questa cinque motivano, non per la guerra che tutti tenevano impossibile, ma per un simulacro di guerra alle porte di Palermo, al quale poi dovesse seguire una meno vergognosa capitolazione, venti votano per la pace immediata. I tre ministri si ritirano. Ruggero Settimo rimane solo. L’indomani i partigiani della guerra tentano costituire una specie di Comitato al fianco di Settimo, ma pur essi si trovano soli. Chiamano un deputato da ciascuna compagnia della guardia nazionale, e anche questi, chi più, chi meno apertamente si dichiarano per la pace. In tali condizioni ogni speranza di resistenza cessò: la pace ad ogni costo fu decisa.
Intanto dal momento che il ministero Stabile si era ritirato, quei della guerra pensarono pure a ritirarsi prima per fìnto sdegno, poi per timore più vero, infine per speculazione. Il partito della pace per togliere i capi a quello della guerra, che per tal modo più non si riduceva che a soli ladri ed anarchisti, promise aiuti per partire, e il 17 partirono i puri La Masa, Errante, Di Marco, Bertolami, Interdonato, Oddo, ed altri molti. Tutti gli altri sino a duemila ebbero passaporti. Tra gli altri, io e i miei fratelli. Ma mezzi d’imbarco non c’erano. Intanto tutti i più ti ­midi e vili, impiegati, magistrati, ec. cominciavano a insultare dapprima gli esaltati e poi i veri liberali Cordova, La Farina ed anche me. Noi eravamo dunque fra tre fuochi; i pacisti reazionarj alla testa dei quali Spaccaforno, Riso e Compagni; gli anar ­chisti e i ladri coi pensionisti e la feccia; i napolitani che si avan ­zavano.
I nostri amici Torrearsa, Amari, Butera si avevano opportu ­namente riservato il rifugio sul vascello inglese, altri altrove. Io e i miei, soli restavamo esclusi da ogni umano aiuto. È impos ­sibile descriverti l’agonia nostra e l’infamia degli amici e dei nemici e i mali atti de’ consoli e comandanti francesi, inglesi e americani. Tutti, tutti ci ricusavano asilo, tutti ci insultavano, ci deridevano. Il nostro Governo avvisò che il 22 partirebbe la fregata a vapore siciliana l’Indipendenza, scortata da un vapore fran ­cese per Marsiglia cogli emigrati. Vi si precipitano trecento o quattrocento. Io non ebbi in verità il coraggio di unirmi a quella massa, dove gli anarchisti e i ladri non erano pur troppo la minoranza. Carico il vapore, non parte perché la Francia ritratta la promessa scorta. Quegli infelici stanno 24 ore in porto; un buon numero di anarchisti ne profitta, e il 23 a sera corre armato al Molo per impedirne la partenza. Io intanto con Andrea Rosa ­rio e Giovanni d’Ondes ed altri ventisei compromessi ci gettiamo in una felucca francese che partiva per Marsiglia. Eravamo nel porto vicino l’Indipendenza quando giunsero i selvaggi armati. Figurati che palpiti! L’Indipendenza partì sola senza scorta affida ­ta a Dio e alla sua potente macchina che fa 14 miglia all’ora. La nostra felucca spiegò pur essa le vele la notte del 23. La mattina del 24 ci sorprende un’orribile tempesta, stiamo per perderci o salvarci a Gaeta. Finalmente si ritorna a Palermo il 25 alla sera.
Giuntovi, trovo che il vapore l’Indépendant partiva per Malta; mi vi fo trasbordare come una balla di cotone, e alle 7 del 26 parto per Malta, dove giungo il 27 alla mattina, e ne riparto il 28 e giungo qui ieri alle 6 pomerid. Sino alla mia ripartita Palermo era profondamente tranquilla. I ladri senza capi fremevano, ma impotenti; la guardia nazionale forte, e decisa a tenerli giù: il popolo convinto della necessità di cedere: i migliori partiti. Il Governo di Sicilia abdicò. Il Municipio governa. Una Commissione composta del duca di Montalbo, di monsig. Ciluffo e l’avv. Napoletani era partita la stessa sera per Catania e il 26 si aspettavano gli ordini dei napoletani.
Ruggiero Settimo, grande sino all’ultimo, non più presidente, ma sempre padre della patria, resta senza titolo, ma per salvare coll’ombra del suo nome venerando la pace e l’ordine. Palermo è stor ­dita. Quei che comandano, disposti a tutto subire. Ma ora che av ­verrà? Che è avvenuto? Patti non ne avremo nessuno; si fa cor ­rer voce però che pel momento non avremo napoletani: ma se verranno, il popolo resterà inerte? I facinorosi non profitteranno della loro venuta per suscitare torbidi? La guardia nazionale sarà bastante a frenarli? Tobriand e i forestieri sono per l’ordine alla testa della guardia nazionale; le poche truppe non dìsciolte sono sommesse a questa.
Ecco lo stato, non dico infelice, ma terribile di Palermo. Tutto è consumato, ma ancora non sappiamo se coll’ignominia sola, ov ­vero coll’ignominia ed il sangue.      

(Risorg.)

STATO ROMANO.

ROMA, 7. – La questione romana, a quello che pare, volge ad un pacifico scioglimento. Da lettere abbiamo questa mattina, che i Triumviri hanno non solo voluto che i prigionieri francesi fossero restituiti, ma onorati, e festeggiati nella loro partenza. Aggiungono queste lettere, che il Padre Ventura è stato mandato quale parlamentario al generale Oudinot, e che si spera assai bene di questa missione. La bandiera rossa, se ­gno di guerra, non isventolerebbe più su le torri romane; il vessillo tricolore, simbolo di libertà e di pace, si sarebbe innalzato in luogo di quella.
Di Garibaldi non vi ha novella alcuna. E tuttavia pare strano, che non si sappia dove si trovi un generale seguito da una Colonna di tre in quattro mila uomini. Molte sono e diverse le voci che corrono in Roma su di ciò. Garibaldi era uno de’ più caldi parteggiatori per una difesa estrema.

(Mon. Tosc.)


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Bart