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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #17/33

21 Dicembre 2008

[da “Il Conciliatore” toscano, giovedì 19 aprile 1849]  

«Leggiamo nel Saggiatore, giornale che si stampa a Torino, il seguente articolo sulla Storia retrospettiva della Toscana; noi ci riserbiamo a darne il nostro giudizio. »  

Le nuove che ogni giorno ci giungono dalla Toscana ci mo ­strano che quell’infelice paese è destinato a passare per tutti gli stadj d’una vita dolorosa, costretto da una forza malefica ad agi ­tarsi in mezzo ai pericoli d’un completo disorganamento sociale, immemore del presente e più ancora dell’avvenire. Oggi, mentre Italia piange la fortuna delle nostre armi abbattute, è tolta a quella provincia perfino la tranquillità del dolore, posta in balia della dittatura e dell’insurrezione. Noi che entriamo adesso nella vita giornalistica, non possiamo che valutar degnamente le ragioni dei fatti che si rivelan colà, senza risalire ai primordj del ten ­tato risorgimento Italiano.
I principii che diressero la politica della monarchia e la deficenza d’uomini politici che volessero sollevarsi all’altezza delle circostanze non poco cooperarono a preparare le condizioni poli ­tiche in cui adesso si trova.
Lo stato sociale della Toscana dopo le istituzioni di Pietro Leopoldo era tale che poco lasciava a desiderare: l’abolizione di ogni privilegio, la grande divisibilità delle fortune ed il principio della libertà commerciale largamente applicato erano sufficienti a promuovere la vita civile, ad aumentare la circolazione dei capi ­tali, a creare insomma il ben essere e la prosperità del popolo toscano. La mancanza di libertà politiche, che le generali condizioni d’Italia non permettevano di iniziare colà, era supplita dal per ­fezionamento civile e dalla nativa mitezza del Principe; ed ogni onesto non può rammentare con amore i benefizii di cui la causa liberale fu in ogni tempo avvantaggiata.
In tali condizioni di cose gli uomini di quel tempo dissero a loro stessi: La Toscana, per le sue condizioni, non può avere una politica d’iniziamento ma di riflessione, costretta com’è a se ­guire non solo le vicende del sistema dell’equilibrio europeo, ma anche quelle dei più grandi Stati italiani: con tali principii trascurarono l’incremento degli ordini militari e si volsero ad ag ­gravare il meno possibile il paese, applicandone tutte le risorse a migliorare le condizioni delle classi più numerose; e questo scopo, dicasi a lode del vero, fu degnamente raggiunto: infatti non vi fu paese che, proporzionalmente parlando, avesse un si ­stema d’imposte più mite, giacché, compresa la grand’opera della bonificazione della maremma, non ha mai subito oltre 22 milioni di lire toscane d’aggravj, ed in un paese cui più numerosi si mo ­strassero gli istituti di beneficenza e di coltura.
Questo sistema però, che fino ad un certo punto era vero, divenne fallace pel rapido succedersi delle politiche vicende della Penisola. È principio inconcusso che più la libertà si estende più il braccio della legge abbisogna di fortificarsi: e qui significavasi il suo contrario: alcune istituzioni dell’antico sistema, specialmente quelle di polizia, erano affatto scomparse e nulla ancora le sup ­pliva; sicché la macchina governativa mancava di quell’addentellamento che rende unico il motore, vigorosa ed efficace l’azione. Si aggiunge la guerra nazionale, la quale colse quella provincia allo sprovvisto, per modo, che senza quel nobile slancio d’armo ­nia di pensieri e di affetti, che condusse l’eletta dello Stato a combattere sui campi di Mortara e Curtatone, l’onore stesso della Toscana non sarebbe rimasto illeso.
Le mutate condizioni politiche della nazione condussero altri uomini a reggere le bisogne dello Stato. Il marchese Ridolfi, uomo caro a tutti i cooperatori del civile progresso, divenne arbitro della situazione, ma quanto come uomo privato valse ad accele ­rare il cominciarnento del nuovo periodo della vita italiana, altret ­tanto come personaggio politico non bastò ad assicurarne il tran ­quillo andamento. Le nuove istituzioni non erano ancora sana ­mente apprezzate dalla maggiorità in un popolo non ancora for ­mato all’esercizio dei diritti politici; quindi gli uomini mancavano alle circostanze, non queste agli uomini, ed una certa esclusività nel prescegliere quelli che più la pubblica opinione encomiava, impedì che tutte le forze intelligenti dello Stato cooperassero al loro riordinamento. Di qui le imperfezioni dello Statuto e delle leggi organiche e la poca energia nel supplire alla mancanza de ­gli ordinamenti militari; cose tutte che tanto poi valsero a dar corpo alle ombre, ed a somministrar pretesti a chi con essi più della pubblica la propria fortuna accelerava.
Finché il rivolgimento italiano fu splendido di glorie e d’incremento fu lieve superare gli ostacoli; ridurre alla realtà la grande idea dell’epoca era comune pensiero, e per quanti sforzi si tentassero per travolgere la pubblica opinione tutto fu vano; ed il gover ­no colla sola forza di essa fu capace di soffocare i tumulti di Livorno e di Firenze.
All’amministrazione Ridolfi successe quella del ministero Capponi, la quale, sebbene splendida di un   gran nome, riuscì meno di quella efficace a dare al governo quella forza e quella libertà d’azione che era ormai necessaria.
Fino dall’iniziamento delle riforme sotto l’influenza d’un uomo tanto perverso di cuore quanto di ingegno sottile ed astuto quale si è F. D. Guerrazzi, erasi formata in Livorno una congrega che aspettava il tempo opportuno di esplodere. Ogni mezzo era buono per essa purché giungesse allo scopo: infamare, per distruggere le più nobili riputazioni, corrompere il civil costume, agitare le per ­verse passioni, disorganizzare col pervertimento morale la macchi ­na governativa, infine tutto distruggere l’edifìcio sociale, per poi mostrarsi sulle ruine architetto necessario d’un nuovo ordinamen ­to, fu il suo programma d’ azione.
II governo, per le ragioni esposte , mancava d’un impulso vi ­goroso, mentre la potenza dei cospiratori per cause estranee alla Toscana mirabilmente si aumentava. L’esito infelice della prima cam ­pagna di Lombardia e la rioccupazione di quella provincia per parte dell’Austria, astrinse la setta repubblicana, condotta da Giuseppe Mazzini, a cercare altrove un rifugio: la maggior parte ritiravasi nella vicina Elvezia e di là macchinando nuove trame cercava far suo pro della comune sciagura: gettarsi sull’Italia centrale, come la più debolmente costituita e più atta a dare un principio d’effet ­tuazione ai suoi disegni, fu il suo pensiero. In Toscana, Livorno era già qualche cosa o non si trattava che di soccorrere.
Per quanto la libidine sola di dominio avesse spinto Domenico Guerrazzi a porsi a capo d’ una cospirazione, egli vide di potere di quella avvantaggiarsi ed il patto fu compiuto. La Toscana divenne la sentina d’ogni sozzura, perché il reietto d’Italia trovava colà asilo e speranze. Un nuovo movimento in Livorno fu tentato: i pri ­mi successi e la indole mite del governo che rifuggì dall’impiegare la forza a reprimerli, agevolò ai settarii la via da percorrere.
Il ministero Capponi sebbene avesse per sé la quasi unanimità dell’Assemblea legislativa e l’appoggio di tutta la parte buona del paese, ripose nelle mani del principe i suoi poteri. Una crisi ministeriale in un momento tale era un grave pericolo; nuove combina ­zioni furono tentate, e a nulla riuscirono. La fazione di Livorno continuava ad agitarsi e mirava ad impadronirsi delle redini del governo per moltiplicare colle sue risorse la forza della cospirazio ­ne. Un uomo di lusinghiere apparenze, ma il più tristo e fatale per la Toscana, Giuseppe Montanelli, servì mirabilmente ai suoi fini, e un ministero Guerrazzi con esso si stabiliva.
Questo passo rese irreparabile la ruina della Toscana.
 
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[da “Il Conciliatore” toscano, domenica 22 aprile 1849]
 

Il Papa   a   Gaeta

La Patrie ha questa lettera da Gaeta del 4 aprile, intor ­no al Papa e alla questione gravissima dell’ intervento.

II S. Padre è molto addolorato. Né bastano a consolar ­lo i segni di amore de’ poveri pescatori e contadini che lo riguardano come la loro provvidenza e cui prodiga l’elemosi ­ne avute dalla carità de’ fedeli. Al cuore di Pio IX è grave dolore l’essere stato lontano da Roma nella festa delle Pal ­me, il trovarsi nella settimana santa esule dalla Capitale del mondo cristiano, dove le cerimonie religiose si fanno senza la presenza del capo della Chiesa. Il Granduca di Toscana e la famiglia di lui, il re e la regina di Napoli si studiano di mitigare sì legittimo dolore, e adoperano verso il S. Padre tutte le cure che l’affetto più tenero e rispettoso insegna.
Peraltro il Re non istà, quanto vorrebbe, con lui. Egli è costretto di stare il più a Napoli per pigliare i provvedi ­menti richiesti dalla guerra di Sicilia, che procede verso la fine e già sarebbe finita, se la legione straniera non fosse nelle file de’ Siciliani. Strana cosa! a Roma, a Firenze, a Genova, in Sicilia i rivoluzionari, venuti da ogni parte d’Eu ­ropa, combattono pei diritti e le libertà d’un paese non suo, si sollevano contro un sovrano non suo; e questo fan ­no in nome de’ nazionali che si sentono più oppressi dai li ­beratori che dagli oppressori!
Invece del re di Napoli, il Santo Padre ha le assidue visite del conte di Trapani. Questi, contro l’opinione del Re che vorrebbe fosse il Papa ricondotto a Roma con le armi, avrebbe cara una restaurazione spontaneamente fatta dai Ro ­mani. Ieri diceva al Papa: «Pazienza, Padre Santo, pazienza! le cose finiranno presto. Credete a me, l’ordine si ristabilirà in breve da se medesimo. Il popolo apre già gli occhi, e non andrà molto che vi supplicherà di tornare. E siffatto ritorno sarà migliore di uno fatto con le baionette. »
Questo è ancora il pensiero del sig. d’Harcourt. Pochi giorni fa si parlava qui, come di cosa che non avrebbe alcuna difficoltà, di un intervento delle armi francesi. Si diceva che erano stati dati gli ordini per far partire da Tolone una spedizione sotto il comando del Generale Oudinot, secondato dal Generale Régnault di Saint-Jean-l’Angély, amico   del     presi ­dente della Repubblica, e dal Generale Molière. Dicevasi che la spedizione doveva indirizzarsi a Civitavecchia, ed ivi aspet ­tare che gli eventi indicassero la via da   tenere.   Si   afferma oggi che questo disegno è, perlomeno, differito. Il signor d’Harcourt avrebbe scritto in Francia,   come credesi, che l’intervento armato è affatto inutile, posto che al primo momento le cose piglieranno tale aspetto che il Papa sarà richiamato dalla unanime voce del paese.
L’ambasciatore di Spagna vede le cose   diversamente dal sig. d’Harcourt. Egli opina che troppo si esitò e bisogna finirla; non crede alla buona riuscita de’ negoziati del signor d’Harcourt coi caporioni del movimento romano, e dichiara che le forze della Spagna stanno a disposizione del S. Padre.
Il Re di Napoli, gli ambasciatori d’Austria e di Baviera pensano come l’ambasciatore di Spagna. Perciò   si stabilirono conferenze che cominciarono il 27 marzo, e fino dal 30 il dibattimento si fece molto caldo tra i fautori del     non intervento e quelli dell’intervento.
Ora le cose si semplificarono grandemente. Il Garibaldi ha più volte violato il territorio napoletano;   l’ha     violato a mano armata, ingegnandosi con ogni modo di sollevare popolazioni contro il Re di Napoli. Ond’è che cessava qualunque incertezza; e affermasi che i rappresentanti delle cinque   potenze     sono     d’accordo   su questo punto: – La via delle armi essere la più giusta a un tempo e la più sicura per condurre a buon fine questa gran questione della restaurazione del Papa.
Concordi in teoria, saranno essi tali in pratica? In breve il sapremo. »


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Bart