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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #18/33

20 Gennaio 2009

[da “Il Conciliatore” toscano, martedì 24 aprile 1849]  

[Nel corso di questa lettura troverete riprodotto l’Atto di Abdicazione di Carlo Alberto di Savoia. bdm]

– Il Monitore Toscano pubblica la seguente

PROTESTA

La Commissione governativa che regge la Toscana a nome di S. A. R. il Granduca Leopoldo Secondo ha ricevuto con profondo dolore la officiale notizia che un corpo di Armata Austro-Estense ha militarmente occupato i territorii di Massa e Carrara, le provincie della Lunigiana, e della Garfagnana, e ne ha preso possesso a nome di S. A. R. il Duca di Modena, e rispettivamente a nome di S. A. R. il Duca di Parma.
I diritti incontestabili del Governo di S. A. R. il Granduca di Toscana alla conservazione delle provincie suddette, da esso possedute fino a questo momento con la piena adesione di tutte le Potenze Europee, gli obblighi assunti dal Governo medesimo verso quelle popolazioni le quali tanta fiducia gli attestarono con la loro spontanea dedizione, e di tanta fedeltà e di tanto affetto gli dettero prova posteriormente ad essa, impongono alla Commissione governativa toscana il dovere di protestare solennemente contro siffatta oc ­cupazione, e di appellarne alla giustizia di tutti i Governi di Europa, affinché il silenzio non diventi argomento di acquie ­scenza, né in qualunque possibile eventualità venga interpre ­tato come rinunzia di quei diritti che la Commissione gover ­nativa toscana intende al contrario di mantenere intatti con la presente protesta.
Nessuno ignora come dopo la rivoluzione di Lombardia, avvenuta nel mese di marzo dello scorso anno, e la susseguente rottura di ostilità tra il Piemonte e l’Austria, S. A. R. il Duca di Modena e S. A. R. il Duca di Parma abban ­donassero i loro Stati lasciando in tal modo quelle popola ­zioni senza Governo, e quindi nel diritto pieno ed inoppu ­gnabile di provvedere alla propria sicurezza. Sciolti i Go ­verni ducali di Modena e Parma, si costituirono immediatamente molti Governi provvisorj i quali furono solleciti
d’interrogare i voti delle popolazioni. Da questo appello risultò che i popoli dei territorj di Massa e di Carrara e quelli della Lunigiana e della Garfagnana, i quali tutti sia per la loro geografica posizione, sia per ragioni d’indu ­stria e di commercio, sia finalmente per affetto, erano stati mai sempre avvezzi a considerare sé stessi come con ­giunti alla prossima Toscana, manifestarono senza indugio e senza esitanza la volontà di entrare a far parte di uno Stato col quale avevano ed hanno tanti e così intimi legami.
Di questo universale sentimento delle popolazioni suddette si fecero interpreti i Governi provvisorj che in quelle pro ­vincie si erano costituiti, ed a S. A. R il Granduca si ri ­volsero perché fosse accolto il voto unanimemente espresso di aggregarsi alla Toscana. E S. A. R., onde non preoccupare con una accettazione pura e semplice l’ordinamento futuro delle sorti italiane, consentì alla dimandata aggregazione, dichiarando formalmente però, siccome fece con il Motuproprio del 12 maggio 1848, che in ogni caso doveva intendersi preservata ai popoli, che alla Toscana si univa ­no, quella naturale libertà per cui potessero in qualunque evento provvedere a se medesimi, e di essi non venisse disposto altrimenti senza il loro consentimento.
Questa aggregazione così conforme ai voti ed agli in ­teressi dei popoli che l’operarono, non solo ricevé la più manifesta adesione, ma ebbe pur anco a suo favore l’opra, e l’opra efficace delle alte Potenze Europee. In fatti allor ­quando, dopo il disastro che colpì le armi piemontesi a Custoza e a Somma Campagna, i nuovi confini della Toscana sembrarono minacciati, l’Inghilterra e la Francia interpo ­sero sull’istante la loro mediazione onde preservarli. E li preservarono. Né certamente l’Austria aveva adesso verun diritto né veruna ragione di più che allora non avesse per violarli. La posizione era nell’aprile del 1849 identica a quella dell’agosto del 1848. Nell’ordinamento generale delle cose italiane se un mutato consiglio per parte dei popoli che alla Toscana si unirono li spingerà a manifestare libe ­ramente la volontà di separarsene, la Toscana, fedele alla parola già data, lascerà quei popoli pienamente signori dei loro destini. Ma ora, nelle condizioni presenti, mentre i popoli delle provincie recentemente occupate dalle truppe Austro-Estensi tutt’altra volontà hanno fin qui dimostrato fuorché quella di separarsi dalla Toscana, la Commissione governativa     mancherebbe   gravemente     ai suoi   doveri, alla dignità ed agli interessi del paese, agli impegni presi in altro tempo dalla Toscana verso quei popoli che in   lei collocarono tanta fiducia, se non protestasse solennemente contro il fatto che a danno loro si è consumato.
Riassumendo in brevi parole le cose fin qui narrate, è indubitato che   nel     mese  di  marzo del 1848 i popoli dei territorj di Massa e di Carrara, della Lunigiana e della Garfagnana si trovarono abbandonati; è indubitato che in con ­seguenza di questo abbandono essi trovaronsi nel pieno di ­ritto di provvedere alla propria sicurezza; è indubitato che questo diritto legittimamente e spontaneamente esercitarono aggregandosi alla Toscana;   è   indubitato finalmente che le alte Potenze approvarono e    con l’opera loro sanzionarono l’avvenuta aggregazione.
Quindi è che la Commissione governativa che regge la Toscana a nome di S. A. R. il Granduca di Toscana, fa ­cendo appello alla giustizia di tutte le Potenze Europee solennemente dichiara, che la occupazione per parte delle Truppe Austro-Estensi degli Stati di Massa e di Carrara, e delle Provincie di Lunigiana e di Garfagnana, altro non è che un fatto lesivo dei più sacri diritti, e solennemente ed a tutti gli effetti protesta contro questo fatto e contro tutte le sue conseguenze.

Firenze, 22 aprile 1849.  

Orazio Cesare Ricasoli, primo Priore ff. di Gonfaloniere – Guglielmo     Cambray    Digny   –   Filippo Brocchi – Giuseppe Ulivi -Giuseppe Martelli – Luigi Cantagalli – Carlo Buonajuti – Giuseppe Bonini – Gustavo Galletti – Filippo Rossi – Gino Capponi – Bettino Ricasoli -Carlo Torrigiani – Cesare Capoquadri.

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 [da “Il Conciliatore” toscano, mercoledì 25 aprile 1849]  

BURGOS, S. – II re Carlo Alberto, che undici giorni sono era a capo d’un esercito di cento mila uomini presso il Ticino, è passato oggi qui, accompagnato da due soli famigli; dirigendosi a Valladolid e in Portogallo, ove sembra si voglia stabilire. Que ­sto viaggio cosi repentino, come imprevisto, ci sembra un sogno. L’ infelice monarca si trattenne qui brevi istanti e non uscì della sua carrozza. Ebbi occasione di vederlo nel momento che gli si presentavano le autorità, Carlo Alberto è interessante pel suo aspetto, come per le sue recenti sventure. Sembra aver cinquant’ anni: il suo aspetto è espressivo e pieno di amabilità: ma il suo sguardo svela una stato di tristezza abituale e propria di un ca ­rattere melanconico. La pallidezza del volto, e la bianchezza de’ suoi capelli danno un’espressione notevole alla sua fisonomia, e l’eleganza ed urbanità de’ suoi modi rivelano la sua elevata condizione. Conversò in francese colle autorità, e udii che dopo di essersi informato della salute di S. M. la regina, dimandò del generale Narvaez. Al tocco dopo mezzodì fece la sua entrata, e al tocco e mezzo continuò il suo viaggio.
– Mi trovava oggi al tocco nel caffè svizzero di questa città occupato in seguir passo passo ne’ giornali dell’ultimo corriere gli importanti eventi d’Italia che, come in ogni parte, si agglome ­rano con incredibile rapidità gli uni dopo gli altri, e cominciava appena da rinvenire dalla mia maraviglia prima del funesto scio ­glimento della campagna di quattro giorni, che aveva bastato a privare un monarca del suo trono, quando venne a distrarmi dalla lettura il suono insolito in questi giorni di una carrozza da viag ­gio. Era questa umile e infangata, tirata da sei magri cavalli e traversava quetamente l’Espolon per entrar in città dall’arco di Santa Maria. Un succido e inelegante postiglione con giacchetta ripezzata stava sulla cassetta dirigendo l’equipaggio: due uomini avviluppati nel pastrano occupavano la sedia posteriore. In fondo a questo modesto veicolo, quasi sepolto sotto le larghe pieghe di un cappotto di panno bianco, e coperta la testa con un semplice berretto di casimiro azzurro, scorgevasi con difficoltà, a traverso gli umidi cristalli dello sportello, uno sconosciuto personaggio col viso livido coperto di lunghi e grigii mustacchi. Questo sconosciuto era colui ch’io aveva letto poc’anzi acclamato come il liberatore dell’Italia, lo sfortunato monarca su cui tutta l’Europa teneva in ­tento lo sguardo, era l’ex-Re del Piemonte Carlo Alberto. Picciol numero di persone che già avevano ricevuta notizia del suo pros ­simo arrivo, si recò all’albergo del Dorado ove dovevansi cangiar i cavalli, ed io non potendo resistere al naturale impulso della cu ­riosità, mi vi recai pure, desideroso di contemplar da vicino quel vivo esempio dell’instabilità delle cose umane.
Il governatore generale, sjg. Lavina, ed il capo-politico, tostoché ebber contezza del suo arrivo in città, si portarono a complimentarlo, e ciò fecero nella via, poiché il principe non ismontò per tutto il tempo che vi volle per cangiar i cavalli. Conversò in quel frattempo colle mentovate autorità in modo così animato co ­me gli permetteva la stanchezza fìsica e morale in che doveva trovarsi , nonché la difficoltà degl’interlocutori d’ esprimersi in un linguaggio straniero, come il francese.
Sembra che l’illustre viaggiatore domandasse con interesse notizie della salute di nostra regina e del duca di Valenza, enco ­miando le brillanti assise ed il contegno marziale dei soldati spagnuoli. Ricusò de’ rinfreschi che gli venivano offerti, ed ossequii d’ogni sorta, e solo accettò una scorta che gli assicurasse il viag ­gio, essendo stato avvertito che erravano per la provincia de’ malandrini faziosi. Dopo brevi momenti proseguì il suo viaggio verso Valladolid e il Portogallo, avendo fermo di stabilirsi ad Oporto.
Uscendo di Bayona per S. Sebastiano, aveva disegnato imbar ­carsi sopra un vapore che credeva incontrar ivi, ma non avendone visto alcuno, deliberò di traversare la nostra Penisola. Venticinque anni sono, cavalcava il nostro suolo giovine e coll’avvenire di un trono; ora, lontano dai figli e dal bel cielo della sua patria, va a passare nell’oscurità e nell’amarezza i suoi ultimi anni!
 
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[da “Il Conciliatore” toscano, giovedì 26 aprile 1849]  

Atto di abdicazione di Carlo Alberto

Traduzione fatta a Madrid.

Nella casa, albergo di Pietro Sistiaga, situata nella contrada del Corriere di questa città di Tolosa, il 3 aprile 1849, dinanzi di me Giovanni Firmin di Furumdarena, scrivano pubblico di S. M., notaio del Regno e segretario della Municipalità di questa capi ­tale, in presenza del march. Carlo Ferrero della Marmora, principe di Masserano, primo ajutante di campo di S. M. il Re di Sardegna, e del conte Gustavo Ponza di S. Martino, intendente generale, è comparso personalmente Carlo Alberto di Savoia, Re abdicatario di Sardegna, il quale ha dichiarato confermare e ra ­tificare di sua propria e libera volontà l’atto verbale fatto da lui stesso a Novara nella sera del 23 marzo ultimo scorso , in virtù del quale ha abdicato alla corona del regno di Sardegna e di tutti gli Stati che ne dipendono, in favore del suo figlio primo ­genito Vittorio Emanuele di Savoia. Ed all’oggetto che questa di ­chiarazione abbia la necessaria autenticità e produr possa i de ­biti effetti, sottoscrive di propria mano cogli individui precitati ed in presenza del sig. D. Antonio Vincenzo di Parga, capo superiore politico di questa provincia di Guipuzcoa e D. Saverio di Barcuistegui, Deputalo generale della provincia. In fede di che e di ciò che mi è stato assicurato dagli ultimi due sulla identità dei tre primi, io scrivano sottoscritto ho steso il presente atto, congiuntamente ai sopradetti sigg.: Carlo Alberto-Carlo Ferrero della Marmora-Gustavo Ponza di S. Martino-Antonio Vincenzo di Parga – Saverio di Barcuistegui, sottoscritti in mia presenza-
Giovanni Firmin di Furumdarena.
               

Io Giovanni Firmin di Furumdarena, scrivano pubblico di S. M., notaio del regno e segretario della Municipalità di questa ca ­pitale di Guipuzcoa, ho assistito alla presentazione dell’atto ori ­ginale consegnato al registro corrente degli alti tenuti da mio figlio Josè Maria, ugualmente scrivano di S. M., e   numerario di questa città di Tolosa. In fede di che e della concordanza perfetta e fedele di questa prima copia coll’originale, io sottoscrivo e segno sopra questa carta ordinaria, perché non vi è carta bollata in questa provincia.

Giov. Firmin di Furumdarena.

 

Il licenziato Don Giov. Francesco   di   Arrizabalga, avvocato dei tribunali del regno, primo aggiunto del sindaco di questa città di Tolosa, esercente le funzioni di giudice di Prima Istanza del detto distretto, certifica che D. Giov. Firmin di Furumdarena, dal quale è   stata rilasciata la copia dell’ atto precedente è, come si intitola, scrivano pubblico di S. M., notaio del Regno e segret. della Municipalità di questa città capitale di Guipuzcoa e che la sottoscrizione e segnatura apposta a’ piedi sono di sua mano e scrittura, come lo pratica in tutti i documenti che autentica, e per tutti gli effetti di diritto mi sottoscrivo.- Tolosa, 3 apr. 1849.

(LS)       Giov. Francesco di Arrizabalga.
 

Don Antonio Vincenzo di Parga, cavaliere dell’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, commendatore dell’ordine reale e di ­stinto spagnuolo di Carlo III, Capo superiore politico della pro ­vincia di Guipuzcoa, ec. ec.
Certifica che la sottoscrizione qui soprapposta dall’aggiunto del sindaco di questa città di Tolosa, esercente attualmente le funzioni di giudice di Prima Istanza del distretto, è la stessa che ha l’abitudine di apporre in tutti i suoi documenti e scritture, e che per conseguenza gli si deve prestar fede tanto in giudizio che fuori. Per tutti gli effetti di diritto rilascio il presente a Tolosa, il 3 aprile 1349.  

(LS)       Antonio Vincenzo di Parga.
 

Io sottoscritto, Ministro dell’ Interno del Regno, certifico che D. Antonio Vincenzo di Parga è attualmente Capo politico della provincia di Guipuzcoa, e che la sottoscrizione che precede, è la stessa di cui si serve in tutti i suoi scritti; ed affinché questo possa constare ovunque e quando convenga, rilascio il presente, a Madrid, il 6 aprile 1849.  

(LS)       Conte di S. Luigi.
 

Io sottoscritto D. Pedro José Pidal, marchese di Pidal, ca ­valiere gran croce dell’ordine reale e distinto spagnuolo di Carlo III, primo segretario di Stato degli Affari esteri, ec. ec.
Certifico che il Conte di S. Luigi è Ministro dell’interno del Regno, e che la sottoscrizione che precede è quella stessa di cui si serve in tutti i suoi scritti, ed onde ciò possa constare per tutti i fini di diritto, rilascio il presente, firmato di mia mano. Madrid, il 6 aprile 1849.  

(LS)       Pedro J. Pidal.

(Gazz. Piem.)


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 20 Gennaio 2009 @ 20:13

    Ancora, Bartolomeo, un documento interessantissimo, che, tra l’altro ci riguarda da vicino, parlando della situazione in cui si vennero a trovare, dopo la sconfitta piemontese nella Prima Guerra di Indipendenza, anche la Lunigiana e la Garfagnana. E nel documento si fa riferimento specifico all’autoderteminazione delle popolazioni di dette terre e, cioè, alla loro forte volontà di rimanere nel Granducato di Toscana, dopo essere state occupate dall’esercito austro-estense. È una pagina significativa, che testimonia, in una certa qual maniera, la nascita di un senso man mano più deciso di Patria.
    Per quanto riguarda il Re Carlo Alberto, considerato storicamente un “re tentenna” ed un incapace nelle strategie di guerra, a mio avviso non era privo di meriti. Non va dimenticato che si trovava di fronte a decisioni epocali, per quei tempi, ed era ben consapevole di non avere mezzi a sufficienza, al fine di supportare una guerra difficilissima contro una grande potenza di allora. Fu quasi trascinato a forza in quella disastrosa avventura. Credo che vadano riconosciute a Carlo Alberto la sua signorilità e la sua grande dignità. E perché, poi, non sottolineare l’importanza dello “Statuto Albertino”, da lui promulgato?
    Mi vien fatto di pensare, perché quasi mai a scuola, per quanto riguarda l’insegnamento storico, non si leggono e si discutono i documenti come questo? Perché non si ricostruisce la Storia proprio e soprattutto attraverso i documenti? Avremmo un quadro molto più preciso e si eviterebbero certe “storture” spesso volute o imposte.
    Ritengo che non solo noi adulti ti dobbiamo essere grati, Bartolomeo, per presentarci certe pagine di indubbia importanza, di sicuro fascino, di specifica rilevanza, ma soprattutto gli studenti, i quali hanno questa grande opportunità di usufruirne
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Gennaio 2009 @ 20:31

    Grazie del tuo bel commento, Gian Gabriele, che mette in risalto le peculiarità di questa rivista, che vuole essere molto diversa dalle altre che circolano in rete. Non so se, tutti assieme, riusciremo a dimostrarlo. Fare una rivista che si occupi soltanto, o in modo massiccio, dell’attualità, anche letteraria, è qualcosa di limitativo, di parziale ed incompiuto, se non lo si allaccia strettamente, come cerchiamo di fare noi, al passato.
    Solo così una rivista diviene utile e formativa, secondo me, ovviamente.

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