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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #22/33

19 Maggio 2009

[da “Il Conciliatore” toscano, lunedì 14 maggio 1849]  

MASSIMO   AZEGLIO
Ai suoi Elettori.

 
S. M. volle chiamarmi all’ufficio di Presidente del Consiglio, e di ministro, per interim, degli affari esteri.
Io non credeva, nei tempi difficili, dovrei dire impossibili, che corrono, aver capacità, esperienza d’affari, forze fisiche atte ad adempiere ai doveri di un tal grado, e rifiutava d’assumerlo.
Mi venne asserito dagli uomini onorandi che ora sono i miei colleghi, che nell’occasione presente poteva pure l’opera mia es ­sere utile al paese.
Se io accostandomi in qualche modo all’opinione loro, accet ­tai l’ufficio che mi era offerto, credo poter affermarlo, fu docilità, non fu presunzione.
Ora io non ho voluto far Programmi. Troppi già se ne son fatti; e poi nel caso mio non ci era bisogno.
Ho abbastanza stancato l’universale colle mie pubblicazioni; e non potrei dire né più, né altrimenti di quello che ho detto, in fatto d’ opinioni politiche.
Bensì senza far Programmi, amo dirigere a voi, miei elet ­tori, due parole semplici e franche al mio solito, per dirvi che in questa mia grave posizione, e nelle difficoltà che d’ogni parte ci attorniano, io ho bisogno e chiedo a voi, come a tutti, appog ­gio, aiuto, e fiducia.
Non sono io meritevole?
Chi   può citare   un   atto del viver mio ove abbia mutato, o tentennato, o fallito all’onore; ove   colla maschera dell’amor pa ­trio abbia cercato d’avvantaggiarmi? costui si faccia avanti, e lo citi; ed io dovrò confessare la mia domanda eccessiva.
Se nessuno può rinvenire un tale atto, io alzo arditamente la fronte, e dico che ho diritto vi fidiate di me, non come d’uomo capace, ma come d’uomo onesto, e leale.
Ma se ho dovuto, incominciando, parlarvi di me, come del nuovo arrivato nel ministero; è mio debito ora parlarvi dei miei colleghi, e di chi è sopra noi.
Vi dico questa sola parola. Se le loro opinioni, ed i loro di ­segni, non fossero stati in perfetto accordo coi miei, col mio passato e spero coll’aiuto di Dio, col mio avvenire, io non sarei do ­ve sono.
Ora dunque conoscete l’animo nostro, e forse sarebbe super ­fluo aggiungere altro, se la concitazione presente degli animi e delle passioni politiche, ed il bisogno che proviamo d’essere pie ­namente conosciuti ed intesi, non ci consigliassero ad accennar brevemente quale abbia ad essere la pratica applicazione delle no ­stre opinioni.
Eccone i capi che più importano.
Cardine d’ogni stato è la forza. Tanto la materiale che la morale. Il Governo di parte ci ha fatto perdere ambedue. Scopo del nuovo Governo dev’essere il riacquistarle, tanto negli ordini interni, come nelle relazioni coll’estero.
Credo s’otterrà nell’interno col dare al Governo la sola, la vera base su cui possa fondarsi, l’opinione dell’universale, del popolo vero.
Questo non patirebbe che si tornasse addietro dallo Statuto, né dalle idee di nazionalità, e soprattutto che si restaurasse l’in ­fluenza aristocratica. Non vorrebbe neppure che venisse rinnovato il despotismo della demagogia; il despotismo di piazza.
Conviene rassicurarlo su ambedue.
Si suol dire che il popolo vuole soprattutto la libertà. Credo sarebbe più esatto dire che il popolo vuol sopratutto l’ordine, perché sente istintivamente che l’ordine è la somma della libertà.
Ma l’ordine non si trova che nella legge, nella legalità; e la sua osservanza dev’essere prima nel Governo, se si vuole che si estenda tra il popolo.
Ove sia esatta e rigida legalità, sarà necessariamente fer ­mezza e vigore.
Queste due qualità sono indispensabili; senz’esse tutto il re ­sto non serve a nulla.
Gli sconvolgimenti, le lotte di partito, i disastri hanno rallen ­tato gli ordini dello Stato e le varie amministrazioni.
Per tutto si fa sentire mancanza di disciplina. Conviene ri ­metterla giusta, imparziale, e severa.
Crediamo che i principii e gli atti della Giovine Italia siano stati la nostra rovina. Li combatteremo lealmente, ma inesorabilmente.
Né assolutismo, né repubblica e molto meno anarchia; tale è la nostra impresa.
L’Europa è stata salvata da due cose, senza le quali ritornava alla barbarie. Gli eserciti e le corti di giustizia.
Coll’esercito si comprime l’anarchia.
Coi giudizii se ne giudicano e puniscono gli autori, e se ne purga la società.
Fra noi l’intimidazione dei giudici e dei testimoni ha reso spesso impossibili i giudizii. Conviene trovare ad ogni costo rimedio a questo male: fra i primi crediamo sarebbe il riordinamento della polizia. Polizia non nell’interesse d’un partito o di una setta, ma nell’interesse di tutti, e perciò polizia onesta e veramente benefica all’ordine ed alla legge.
Rafforzata ed agevolata l’azione del potere giudiziario, credia ­mo egualmente importante dare ali’esercito tutta la forza di cui è capace.
Non stimiamo che questa consista nella quantità, ma nella qualità. La quantità non ci ha data, e non ci darebbe la vittoria in guerra offensiva.
In guerra difensiva, ove oramai non potremmo essere affatto soli, un esercito meno numeroso, ma buono, servirebbe.
Ne verrebbe poi un vantaggio grandissimo, quello della fi ­nanza.
Questi sono in compendio i principii che potranno darci un’amministrazione forte all’interno.
Ove fosse ottenuta, verrebbe a restaurarsi la nostra riputa ­zione all’estero.
Il mal governo ce l’ha fatta perdere, il buon governo ce la farà riacquistare.
Gli eventi hanno dimostrato che se l’Italia non saprà far da se, nessuno vorrà far par lei.
Crediamo dunque convenga riprendere il primo programma di riunire le forze italiane ed imprimere loro una stessa tendenza – Unione dei principi fra loro, ed unione dei popoli coi principi negli ordini costituzionali.
Gil stati Italiani, purché strettamente uniti, potranno non of ­fendere, ma difendersi e farsi rispettare.
Le reciproche gelosie li disuniscono. Conviene dissiparle.
Una triste esperienza ha dimostrato che le antipatie munici ­pali rendono impossibili le fusioni, che ad ogni modo sarebbero vietate dall’Europa. Conviene rassicurare ogni stato italiano con ­tro progetti sleali d’ingrandimento, e persuaderli che la vera po ­litica d’Italia è la benevolenza, non l’invidia, l’unione, non la discordia.
Tali sono i sommi capi della nostra politica.
Ma non v’è politica praticabile, non v’è governo possibile, senza la fiducia, il concorso, la benevolenza dell’universale.
Triste distintivo dell’età nostra, che pure vuol chiamarsi di libertà, è l’ostilità continua contro la legge, senza la quale ogni libertà diviene impossibile: è la guerra sistematica contro gli uo ­mini che sono esecutori della legge.
Cercar di mutarli ove sieno inetti o prevaricatori, è giusto.
Ma assalirli con calunnie, indebolirli con sospetti, desolare a loro la vita, e renderla intollerabile, non è né giusto né onesto, ed è di massimo pregiudicio alla cosa pubblica.
Sulla massima delle nostre questioni, quella della guerra, crediamo degno della   nazione e di noi, parlar franco   ed aperto,     e non lusingarla con vanti fallaci.
Le sventure e gli errori passali hanno resa la guerra impossibile; ma per la nazione, pel re, e per noi, lo proclamiamo in faccia al mondo, sarà sempre egualmente impossibile il disonore.
Queste parole sono brevi, ma sorgono da cuori onorati e leali. Possano trovar la via de’ cuori altrettanto leali ed onorati dei nostri concittadini.

Massimo Azeglio.


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