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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #9/33

8 Giugno 2008

[da “Il Conciliatore” toscano, mercoledì 11 aprile e giovedì 12 aprile 1849]
 

APPENDICE.

Pubblichiamo il seguente Articolo estratto dal Giornale Siciliano La Luce. In esso, coll’appoggio dei documenti, è di ­mostrato in qual modo l’Inghilterra si governasse colla Sicilia. Per mancanza di spazio abbiam dovuto sopprimere le cita ­zioni, ma non per questo crediamo scemata l’importanza di questa pubblicazione.
 

LA COERENZA INGLESE IN SICILIA.

Volendo esaminare la condotta della Gran Brettagna nella quistione Siciliana, noi cominceremo dal ricordare che nel 1847 questa Potenza all’aspetto dei mali che opprimevano i Popoli di Italia, e noi specialmente, incominciò una propaganda rivoluzio ­naria che forse si legava intimamente a qualche scopo segreto, ma che in ogni modo ha non poco contribuito a quel gran movi ­mento che prese la sua iniziativa in Italia per propagarsi in tutta l’Europa.
Il Gabinetto Inglese conveniva di tutti gli eccessi del dispo ­tismo che pesava sugli Stati d’Italia; riconosceva l’opportunità, la giustizia d’una rivoluzione per la rivendica dei propri diritti. Sono memorabili le seguenti parole che lord Palmerston scriveva in novemb. 1847 al Principe di Metternich allora direttore supre ­mo della politica Italiana.
Il Governo di S. M. B. egli scriveva, è pienamente convinto, mercè le unanimi assicurazioni che riceve da ogni dove, del profon ­do, generale, e legittimo malcontento che regna nella maggior parte d’Italia; ed in verità considerando come zeppo di difetti e di abusi, per pubblica notorietà, è il Governo di parecchi fra quegli Stati, particolarmente negli Stati Romani e nel reame di napoli, un tal mal ­contento non deve recar meraviglia a nessuno. Egli è al contrario ben da aspettarsi che uomini consci di tutta la intensità de’ mali che stan soffrendo e che soffrono da molti anni, non potendo nulla sperare dai loro Governi, si appiglino a qualunque espediente fosse anche violento, che offra loro un mezzo di salute.
Il Gabinetto inglese non si atteneva alle parole: la propa ­ganda liberale era tradotta in fatti, e per darle una portata mag ­giore, un membro del Governo inglese percorreva a questo oggetto l’Italia. Ricordiamo tutti che il nome di Lord Minto era pene ­trato in tutti i villaggi, in tutte le capanne come il nome di un Novello Messia, d’un Apostolo, d’un benefattore dell’umanità. Se egli turbava i sogni dei Principi, se il Re di Napoli lo assicurava del suo vivo desiderio di non vederlo entrare nei suoi Stati, i Popoli aprivano il cuore alle speranze vedendo finalmente la in ­fluenza dei grandi Stati esercitarsi a pro della giustizia e della li ­bertà dei Popoli. I Tory possono spargere tutto il ridicolo che lor piace sulla missione di lord Minto , egli non è men vero che la influenza Inglese, la simpatia per questa Potenza, la sua reabili ­tazione morale furono in quel tempo meravigliose.
Era un solenne contrasto il vedere che mentre il Governo Francese si levava a protettore del dispotismo e proclamava che l’Italia non sarebbe stata prima d’altri trent’anni matura al go ­verno rappresentativo; il Governo Inglese prendeva la difesa dei popoli, proclamava che ogni popolo è maturo al Governo rappre ­sentativo perché, sono parole di Lord Palmerston, se bisognasse aspettare che gli assolutisti dichiarino la maturità d’ un popolo ad avere una Costituzione, i popoli avrebbero un bell’aspettare e Costi ­tuzione non avrebbero mai.
In quell’epoca stessa un nostro concittadino si trovava al pari del conte Minto in Firenze, e procuratasi seco lui una con ­ferenza, gli manifestava che se tutta Italia apriva di gran cuore l’orecchio alle insinuazioni costituzionali di lui, nessun popolo era a ciò più disposto dei popolo Siciliano presso cui maggiore era il peso della schiavitù, più vive le ricordanze delle antiche guaren ­tigie. Ma, Milord, aggiungeva Giuseppe la Masa, a noi scotta le labbra il nome dell’ Inghilterra, presso noi è proverbiale la pietra angolare della coerenza inglese… No, no, lo interrompeva il nobile Lord, gli uomini di stato inglesi non sono oggi ciò ch’erano al 1816; non abbiamo altri Castelreagh al Ministero, altri A’ Court in diplomazia.
Scoppiò infatti la rivoluzione Siciliana e siccome con una particolarità nuova nella storia del mondo, essa fu annunziata, come un gran torneo del secolo XIII, pel tale giorno di quel tale mese, così l’alba del 12 gennaro 1848 la bandiera Inglese non mancò di sventolare nei nostri porti. Gl’Inglesi furono sempre presenti alla rivoluzione: non le fornirono armi e munizioni, ma le apprestarono tutto i’incoraggiamento morale che merita una causa nobile e giusta; gli uffìziali inglesi ci aiutavano di consigli, ci informavano dei progetti, dei movimenti, dello scoraggiamento dei nostri nemici, applaudirono pubblicamente e solennemente alla nostra vittoria, non era più infino da dubitare che memore della perfidia del 1816, e col rimorso dei mali di che per 33 anni ci era stata cagione,     l’Inghilterra     faceva una tarda ma onorata ammenda.
Allorché lo stesso lord Minto venne in Sicilia come media ­tore fra noi e il re di Napoli, trovò si giuste e ragionevoli le coe ­dizioni proposte dal Governo provvisorio di Palermo, che l’assicurazione che fra due volte 24 ore il re di Napoli le avrebbe accettate.
Deluso nelle sue speranze ritornò in Napoli, continuò le sue pratiche perché il re si mostrasse ragionevole, ma fu tutto invano; la corte di Napoli, sono parole   del     Presidente dei Ministri marchese di Lansdowne, aveva fatto un rapido cangiamento.   Lord Minto, dice lord John Russell, di ritorno a Napoli si accorse che il re non voleva aderire a quelle condizioni; a quelle cioè per le quali il nobile Mediatore aveva assicurato i Siciliani ch’egli aveva carta bianca e fra due volte 24 ore sarebbe venuta da Napoli l’accet ­tazione.
Il nobile Lord lasciò Napoli avvisando il Governo di Sicilia che aveva rotte le trattative col re di Napoli e che facesse a suo modo. Da ciò il decreto di decadenza e sulle vive, continue is ­tanze degli agenti diplomatici della gran Brettagna (signori Fox e Fagan che andavano e venivano appositamente ora facendoci leg ­gere lettere di Palmerston, ora di Hamilton, or d’Abercromby) la elezione del re in persona del duca di Genova, elezione festeggiata e riconosciuta dalla Francia e dall’Inghilterra le cui flotte nel porto di Palermo inalberarono per la prima volta la bandiera Si ­ciliana salutandola con 21 colpi di cannone – Non paghi di ciò, due vapori da guerra inglese e francese il Porcospino ed il Descartes imbarcarono prima il corriere di Gabinetto siciliano ed indi la Deputazione che portarono in Genova l’annunzio e l’of ­ferta della corona.
Tutto ciò crediamo possa ben dirsi riconoscenza, approva ­zione, incoraggiamento della Rivoluzione Siciliana, la quale più formalmente un Ministro di S. M. Britannica ha dichiarato dalla Tribuna come rivoluzione legittima, perché i Siciliani non fanno che reclamare dei dritti ai quali hanno il titolo più formale.
Successe la spedizione di Messina: le Potenze si credettero nel dovere d’intervenire, né fu alcuno al mondo che caratteriz ­zasse per ribellione, per delitto politico la resistenza disperata che i Siciliani opposero alle forze del re di Napoli.
L’Ammiraglio Parker ammira anzi la magnanima difesa fatta dai messinesi e che prova la devozione alla lor causa, spirito che si estende per tutta l’Isola. Lo stesso Ammiraglio assicura da in ­formazioni pervenutegli da ogni parte dell’Isola, ha acquistato la fu ­nesta certezza che i Siciliani sono determinati a difendere palmo a palmo il loro terreno e di fare un’ultima resistenza nelle montagne, nel caso che fossero respinti dalle coste. Da tale risoluzione, egli aggiunge, non dobbiamo aspettarci, che una lunga serie di sanguinosi conflitti, di rovine e di desolazioni.
In fine lo abborrimento contro i napolitani, la febbre dell’in ­dipendenza erano perfettamente conosciuti dal Gabinetto Inglese, ed il marchese di Lansdowne Presidente dei ministri proclamò dalla tribuna essere ben manifestato che il popolo di Sicilia di ogni età e di ogni classe, dalla prima nobilità all’infima plebe era determi ­nato a mantenere la propria indipendenza, la quale risoluzione esso sosteneva con tanta prodezza con tanto coraggio da rendere la sua in ­dipendenza sicura.
Cominciarono le trattative rivolte, diceva il discorso della regina Vittoria, verso un accomodamento atto a produrre un sistema diffinitivo di cose in Sicilia.
Il governo Inglese non ha potuto negare che egli si trova ri ­guardo alla Sicilia in rapporti molto particolari; rapporti aggiun ­geva il ministro del sigillo privato, che c’impongono delle gravi obbligazioni rispetto a quella contrada. Il Governo Britannico diceva il Presidente del Gabinetto, non ha nascosto né alla Sicilia, né a Napoli, né al mondo intiero il suo vivo interesse a pro dei Siciliani, e per fare una ultima citazione, Lord Palmerston diceva, che tutti coloro i quali conoscono in qual grado il governo Inglese è legato allo stabilimento della Costituzione Siciliana del 1812, e la specie di garanzia data dai nostri ministri di quel tempo, tutti costoro devon vedere che qualunque governo della Gran Brettagna non può fare a meno di prendere un vivo interesse negli affari di quella contrada.
Partendo dunque dalla legittimità della nostra rivoluzione, dal titolo certo che avevano i nostri dritti e dalle obbligazioni della Gran Brettagna verso la Sicilia, cose tutte riconosciute e procla ­mate, come vedemmo, dai ministri Inglesi, si intavolarono le negozziazioni : le quali dovevano secondo il primo Lord della Teso ­reria (Ministro delle Finanze) tendere allo stabilimento di patti che ambe la parti potessero consentire patti secondo Lord Palmerston, che se hanno già assicurato la felicità e la libertà costituzionale della Sicilia, possono condurre del pari all’unione delle due corone di Napoli e Sicilia sulla medesima testa.

Se le condizioni che voi offerite , scriveva l’Ambasciadore Cav. Temple al gov. napolit., saranno insufficienti, la nostra influen ­za non si potrà esercitare con vantaggio; ma se noi potremmo offerire tali patti che procurassero sufficienti garentigie ai Siciliani di assicu ­rarsi tutto ciò che dai loro ragionevoli e legittimi interessi si richie ­de; allora noi adopereremo tutta la nostra influenza per indurre i Si ­ciliani ad accettare, e nel caso di rifiuto non adopreremo giammai la forza, ma aspetteremo che i nostri Governi decidano quali passi ul ­teriori debbano prendersi per giungere allo scopo prefisso. Io spero che l’accomodamento finisca in bene, diceva più tardi Lord Russell, nel caso contrario credo dopo tutto ciò che ha avuto luogo, che se la guerra deve ricominciare essa non ricomincerà nello stesso spirito in cui principiò nello scorso mese di agosto. È mia opinione che l’onore dell’Inghilterra essendo impegnato, vi sarebbero in primo luogo tali condizioni offerte dal re di Napoli da dare la probabilità che la guerra non diventerebbe un affare così subitaneo, così desolante e micidiale.
In somma se le condizioni non eran tali da assicurare la libertà e i dritti dei Siciliani, l’Inghilterra non li avrebbe mai pre ­sentato, e l’armistizio, non volendo usare la forza contro il re di Napoli, si sarebbe fatto durare indiffinitivamente.
L’Inghilterra avrebbe bensì proposto ai Siciliani tali patti che essi avrebbero potuto accettare, e mercé i quali non vi sarebbe stata probabilità di riprendere le armi; e facendosi la guerra essa si sarebbe fatta da pochi esaltati, poiché la bontà delle condizioni offerte avrebbe distolto dalla guerra la gran maggioranza dei Sici ­liani; ed una lotta sostenuta in tal modo da pochi individui sa ­rebbe stata breve ed efimera; in ogni modo mercé la mediazione di Lord Palmerston la felicità, la libertà della Sicilia era già un fatto certo e compiuto; la conservazione della dinastia era solamente probabile: ecco le obbligazioni assunte dalla diplomazia e dal Governo Inglese nell’opera della mediazione.
Fra le condizioni, per esempio, le più importanti su cui la Gran Brettagna non poteva transigere, né sperare che i Siciliani piegas ­sero una linea, era quella dell’armata. Il Governo di Napoli voleva distruggere la costituzione del 1812, e togliere ai Siciliani ogni gua ­rentigia di libertà introducendo un’armata napolitana in Sicilia. Su ciò l’ambasciatore Inglese si mostrava inesorabile e così rispondeva alla strana ed enorme perfidia racchiusa nella pretesa napoletana. Quale sicurezza avrebbero i Siciliani per la conservazione della loro costituzione se il loro paese venisse occupato da una forza militare tutta affatto indipendente dalla loro costituzione e che potrebbe a suo piacere chiudere le Camere, sottoporre l’Isola o alcuna parte di essa alla legge marziale? In tal caso i Siciliani penserebbero che il solo risultamento delle sospensioni delle ostilità sarebbe l’abilitare i Napoli ­tani ad impossessarsi della Sicilia senza alcuno ostacolo e di consegnare i Siciliani in mano di soldati fortemente inaspriti contro i me ­desimi per gli antecedenti combattimenti che testé hanno avuto luogo fra loro.
Per non estenderci al di là di quanto il comporta un articolo di giornale; noi lasceremo ai nostri lettori il piacere di fare cia ­scuno da sé medesimo le riflessioni che suggeriscono le citazioni fatte fin qui. I nostri posteri stenteranno a credere che mentre i Siciliani riposavan tranquilli sulla lealtà delle due Potenze mediatrici, compariscono un bel giorno gli Ammiragli Inglese e Fran ­cese con le flotte rispettive nella rada di Palermo; che prima inalberano per ultima e crudele ironia, la bandiera Siciliana sulle loro antenne tributandole il consueto saluto; indi discesi a terra ci presentano da parte dei loro governi per ultimatum, cioè per risultato delle loro pratiche semestrili un Proclama dei re di Napoli che ci dichiara ribelli e ci manda come miserabili servi a la ­vorare la terra; qualifica per delitto e reato politico la rivoluzio ­ne del 1848; annulla lutto ciò che si è fatto in questi 14 mesi; lacera la bandiera Siciliana salutata poc’anzi dai due Ammiragli, annulla completamente la costituzione del 1812; sostituisce ai dritti secolari di quest’Isola riconosciuti, giurati e rispettati da 32 Re, una miserabile carta concessione; ci sottopone agli arbitrj alle violenti rappresaglie d’una armata napolitana, e queste tali condizioni l’Ambasciadore della Gran Brettagna, lo stesso cav. Temple, ci fa sapere essere di tal natura da sodisfare i nostri in ­teressi reali e legittimi e che in conseguenza noi dobbiamo apprez ­zare tutti i vantaggi che esse ci ottengono.
Gli Ammiragli che sanno e convengono essere queste condi ­zioni infami (è la parola adoperata da uno di loro); ci dicono officialmente ch’esse sono accettabili ed onorevoli che non se ne sarebbero fatti latori se tali non fossero. Ma v’ha dippiù, in un paese ove essi hanno festeggiato l’elezione d’un altro Re, si fan ­no emissarii d’un Decreto di Ferdinando di Napoli, ne diffondo ­no parecchie migliaia di copie; mandano un vapore in giro per la Sicilia a farvi la propaganda borbonica; stampano e diffondono altri documenti intesi a produrre fra’ Siciliani lo scoraggiamelo, la divisione , la guerra civile. Ma tutto il popolo di Sicilia lacera le vergognose proposte, e risponde col grido di guerra; e quando i Mediatori veggono ogni espediente tornare vano, intimano il pe ­riodo dei dieci giorni, spirato il quale è libero il General Filangieri ricominciare, se gli riesce, gli orrori di che il mondo è inorridito.
Noi domanderemmo alla Gran Brettagna: e la legittimità della nostra rivoluzione che voi riconoscete a priori, che incorag ­giaste e guidaste fino alla elezione del nuovo re? e le obbligazioni di che vi confessaste tenuti verso la Sicilia innanzi a Napoli ed al mondo intero? e l’onore della Gran Brettagna che dichiaraste im ­pegnato a non fare ricominciare una guerra sanguinosa? ed il vostro dovere dì fare offrire ai Siciiiani tali condizioni da garan ­tire le loro libertà, sodisfare i loro legittimi desiderii? e la necessità d’un’armata Siciliana? Oh! la vostra coerenza politica è sempre la stessa; la discendenza dei Castelreagh e degli A’Court non è mica spenta fra voi!
Il risultato della mediazione vostra in Sicilia è un capolavoro! basterà esso solo a rendere immortale nella storia il nome del Gabinetto whig. Sappia l’onorevole Lord John Russel l’effetto che dal Pachino al Lilibeo ha prodotto l’ultimatum offertoci a nome della Gran Brettagna; vegga se la guerra che a momenti comin ­cia sarà guerra davvero, se sarà fatta nello stesso spirito di Agosto passato. Ma sì, il nobile Lord ha ben detto; lo spirito d’oggi sarà ben diverso da quello; sarà spirito di indegnazione, di frenesia, di delirio; sarà guerra la più tremenda, la più disperata che mai si sia fatta al mondo, è la mediazione di Lord Russel, è il suo ultimatum che hanno avuto la virtù di renderla tale.
Quanto agli Ammiragli noi siamo pieni di rispetto per loro individualmente; ma non crediamo che sia la pagina più bella della lor vita quella ch’essi stanno scrivendo in Sicilia. Certo ogni impiegato deve eseguire gli ordini del suo Governo, ma quando un uomo ha fatto una lunga ed onorata carriera, quando ha un nome da tramandare ai suoi figli, quando l’impiegato non è un caporale ma un ammiraglio, in questo caso si rifiutano gl’incarichi che disonorano il proprio Governo, e il proprio paese!

 

 


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Bart