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STORIA: Il Risorgimento visto da “Lo Statuto” toscano #24/33

16 Luglio 2009

[da “Lo Statuto”, sabato 16 giugno 1849]  

Alla narrazione dell’occupazione di Malghera voglia ­mo aggiungere alcuni particolari. La lode più ambita è quella ch’esce dalla bocca del nemico; è per questo che togliamo i cenni che seguono alla Gazzetta di Milano.  

«Quanto meno ce l’aspettavamo (è un’officiale austriaco che scrive in data 27 maggio) ci trovammo avere a che fare con un malanno affatto nuovo. Il nemico, dal quale non eravamo distanti più che 750 passi, incominciò tutto ad un tratto ad arrestare con argini il corso dei molti canali, che perciò si riversarono sulla nostra posizione e coll’aiuto di alcuni giorni di dirotta pioggia gli riuscì d’innondare le nostre paralelle insieme ai pezzi d’artiglie ­ria e depositi di munizioni, di maniera che le nostre truppe per rimediare a questo danno dovettero lavorare parecchi giorni coll’acqua fino alle cosce; alcuni posti importanti vi stettero per dodici ore continue coll’acqua al petto; ma a poco a poco riuscì di mettere in secco alcune batterie, le quali ricominciarono tosto a far fuoco, disturbando fortemente il nemico nella pena ch’egli si dava a chiudere i canali, mentre i nostri razzi stavano pronti a salutare ogni individuo che si lasciava veder fuori del forte. Una gran parte delle nostre paralelle era tuttavia ancor piena d’acqua. La notte del giorno 15 ne riuscì finalmente mediante una fossa praticata nell’argine della strada ferrata d’ottenere alle acque un discreto scolo. Pur troppo il tempo non ci si mostrò molto propenso, piové troppo spesso, e quello che noi avevamo con tanta pena reso asciutto era sovente inondato in poche ore dalla pioggia.
II giorno 24 alle ore cinque del mattino potemmo final ­mente aprire il nostro fuoco da 96   pezzi d’artiglieria; i! nemico vi rispose con calore e tenne fermo per trentasei ore, durante le quali noi senza interruzione, e solo di notte alquanto men fortemente, dovendo riparare le nostre sconquassate batterie, fulmi ­nammo un colpo dietro l’altro Malghera, la trincea Stella a le ­vante, il forte Rizzardi a mezzogiorno ed il forte San Giuliano vicino alla Laguna.
Dal nostro lato soltanto partirono fino ad oggi, giorno 27 di mattina, un 50,000 colpi, tra i quali 31 mortai gettarono bombe, 15 obici granate, senza contare 9 pezzi alla Paixhans. Il nemico ce ne diresse un numero altrettanto grande. Noi avemmo la for ­tuna di fargli saltar in aria sei magazzini di polvere, di mandare a fondo due barche cariche di munizioni destinate per Malghera e d’incendiarne una. Il nemico si sostenne da prode ad onta del nostro terribile fuoco. Questa mattina finalmente abbandonò egli Malghera e le suaccennate trincee ritirandosi pel ponte della la ­guna a Venezia.
Le nostre truppe occuparono tosto tutti i forti abbandonati. Io mi trovai fra i primi che si gettarono impetuosi a cavallo per osservare il nostro operato. Pur troppo mi si presentò allo sguar ­do un tremendo spettacolo. Il forte S. Giuliano giace in mezzo alle acque della laguna, sul posto non v’erano barche, parecchi dei nostri che sapevano nuotare si spogliarono, e vi si recarono a nuoto; il forte era del tutto deserto, l’artiglieria inchiodata, salvo un solo disgraziato cannone già carico e con da vicino una miccia accesa, il quale era inoltre colla bocca rivolta verso il ponte contro il nemico che fuggiva; a ognuno venne quindi pen ­siero di darvi fuoco: ciò infatti ebbe luogo, il colpo partì a mera ­viglia â— ma alcuni minuti più tardi scoppiò una terribile mina che comunicava col cannone mediante stoppino. Lo scoppio fu tremendo, io mi trovava sulla spiaggia della laguna, e provai una fortissima scossa. Pur troppo saltarono in aria venti dei no ­stri soldati e tre dei nostri più bravi ufficiali, dei loro cadaveri non si videro più che alcuni brani.
Io fui poscia parecchie ore in Malghera, e vi so dire che là è una scena d’orrore; non si può fare un passo senza incon ­trare qualche segno dell’immensa rovina.
Qua e là frantumi di scoppiate bombe, un gran numero di cannoni fracassati, i pochi edifizi un ammasso di rovine e i terrapieni e le palizzate distrutte di maniera da non riconoscere più la forma.
I Veneziani stanno adesso gagliardamente trincerati alla metà del ponte, dopo averlo tagliato davanti a sé in sette punti per impedire il nostro avanzarsi.  

______________  

[dallo “Statuto”, lunedì 18 giugno 1849]

 

NOTIZIE DELLA MATTINA
Firenze, 18 Giugno
Affari di Roma.

(Carteggio dello Statuto)

ROMA, 14. â— Ieri il fuoco continuò sempre, e piuttosto forte sino alle 12 pomeridiane, in modo che le mura dalla parte di Porta S. Pancrazio avevano sofferto dei gravi danni.
Sino alle 6 tacque ogni cannone, ed in quelle ore di tregua furono rimediati alla meglio i cavi fatti dal cannone francese. Questa mattina oltre   il   cannone ca ­dono     molte     bombe,     e qualche   razzo e granata, ma non si sa che abbiano recato grandi disgrazie. Seguitano col cannone a fare la   breccia;   l’ultima loro parallela è vicinissima alle mura.
Si dice, che Cernuschi abbia avuto un abboccamento con un officiale Francese che gli progettava un finto at ­tacco ed una finta resistenza, ma egli rispose che non facevano commedie.
Il Tenente-Colonnello Amadei è in Castello. I nostri hanno costruito dell’altre fortificazioni in terrapieni nei siti che le mura hanno più sofferto. Leggerai   sui giornali l’esatta risposta all’ultima ­tum dì     Oudinot.
Roma è tutt’ora nell’ordine, e le bombe, granate ec. non gli fanno perdere il suo sangue freddo.

(Carteggio dello Statuto.)

ROMA, 15, ore 1 1/2 pom.  

Ieri il fuoco seguitò sempre ed ora si può dire che è continuo. Specialmente dalle 5 alle 7 pom. oltre la infinita cannonata caddero molte bombe e granate, ma pochi danni recarono. Di giorno in giorno aumenta la forza e la spessezza del cannone francese. Fin da ieri, si dice che fosse aperta la breccia, ma sai che pri ­ma che si costruisca la scarpa esterna per la montata ci vuole molto. Nella notte come nel giorno continua ­vano ogni quarto, ogni mezz’ora delle cannonate che sembravano di maggiore calibro. Finalmente alle 2 ½ o le 3 antim. hanno cominciato i Francesi un tale can ­noneggiamento alla breccia che ha svegliato tutti, e non ha permesso di riaddormirsi a molti. Mi si dice da chi l’ha veduta, che la breccia, e la scarpa sempre s’ingran ­disce. Nella notte sembra abbiano cominciato a scoprire le batterie da assedio, giacché ora si sentono sei od otto colpi fortissimi uniti, e poi far tregua per ricaricare in ­sieme, come si fa in quella sorte di batterie. Anche pre ­sentemente si sente il cannone, e benché in proporzione di questa mattina paia meno, pure più è spesso assai ri ­spetto a quello di ieri.
Quale sia la strategica, o le ragioni di Oudinot di agire così alla lunga non si sa, io credo per dar tempo che Roma abbia le notizie estere e che rifletta ec. lo argomento del permettere egli stesso (e quasi spedire), tutte le corrispondenze in Roma, anche quelle fermate da suoi. Altri dicono per mancanza di forza necessaria all’assalto, fatta la breccia. A questo riguardo ho inteso essere arrivata ieri una lettera di Accursi ai Trium ­viri in cui dice «L’Assemblea Francese ha rimesso i pieni poteri ad Oudinot sui nostri affari a Roma, però resistete, giacché un fatto compiuto porterebbe un gran danno, giacché qui a Parigi solo pochi giornali riman ­gono contrarii alla nostra repubblica, ed il ministero pare che si cambierà. »
Ieri è accaduto un qualche scontro fuori di Porta del Popolo. L’esito chi lo racconta favorevole, cioè fatti dai nostri 1500 prigionieri francesi e cacciati i rima ­nenti alla sponda diritta del Tevere. Chi disgraziato, cioè con molti feriti de’ nostri. Nessun bollettino è an ­cora sortito questa mattina.

(Carteggio dello Statuto)

Generale!  

Abbiamo l’onore di trasmettervi la risposta dell’Assemblea alla vostra comunicazione del 12. Noi non tradiamo mai le nostre promesse.   Abbiamo promesso di ­fendere, in esecuzione degli ordini dell’Assemblea e del Popolo Romano, le bandiere della Repubblica, l’onore del paese e la Santità della Capitale del Mondo Cristia ­no. E manterremo la nostra promessa.  
Roma, 13 giug., ore 3 del mattino.

 Armellini, Mazzini, Saffi.

 

È questa la lettera che precedette il bombardamento, se pure bombardamento può chiamarsi sinora (siamo ai 15 del mese). â— Le artiglierie francesi hanno rotto un certo tratto di parapetto delle mura tra S. Pancrazio e Porta Portese, e i Romani hanno subito ricostruita più indietro del parapetto stesso una seconda barricata.
Questa notte è stato forte il cannoneggiamento da una parte e dall’altra. â— Domenica prossima sarà aperta in Campidoglio una nuova Sala per l’Assemblea, perché il tetto dell’attuale che già minacciava, ora minaccia più che mai di cadere, causa i colpi di alcune palle che vi hanno dato dentro. â— Ieri la milizia di Arcioni respinse i Francesi che eran passati oltre il Tevere e riaprì le interrotte comunicazioni. In quel fatto fu por ­tato via un pezzo di artiglieria ai Francesi e ne fu smontato un altro. Ti posso assicurare di buon luogo che è così, quantunque in Roma si esagerasse al solito questa vittoria e questa preda.

Notisi però che il Monitore Romano del 15, par ­lando di questo fatto d’arme, non fa alcuna menzione di queste particolarità.

Altra corrispondenza di Roma in data del 15 da le seguenti notizie:  

I Francesi formarono un Fortino con due cannoni a Ponte-Molle. La Villa Massoni è     distrutta. Nuovi rinforzi giungono ai Francesi da Civitavecchia. Il Bonaparte è caduto     all’Assemblea come già     cadde     al     Consiglio. L’ Ufficio fu rinnovato unicamente per levarlo dalla presidenza, e si rigetta per sistema ogni sua proposizione.


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 16 Luglio 2009 @ 16:28

    Questa è Storia “fatta” sulle carte dell’epoca e sui fatti. Ciò che non avviene quasi mai nelle nostre scuole. Pertanto i giovani “imparano” una Storia “mediata”, spesso falsata e soprattutto meno stimolante.
    Grazie, Bartolomeo, per queste pagine di enorme interesse e spesso vibranti
    Gian Gabriele

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Luglio 2009 @ 17:03

    Grazie, Gian Gabriele. Anche a me sembra di rivivere quei tempi.
    Quando si studiava a scuola della repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi, mai mi sarei immaginato di trovare da adulto un giornale del tempo in cui le battaglie, i proclami, gli accordi, eccetera sono trasmessi in diretta.

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