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TEATRO: “Il fuoco degli estinti” vince il Premio Rimbaud 2010

18 Novembre 2010

 E’ con piacere che la rivista annuncia che il “Il fuoco degli estinti” ha vinto il Premio Rimbaud 2010 per il teatro. Autrici due nostre brave collaboratrici: Daniela Toschi e Bianca Stefania Fedi.

 Premio Rimbaud  2010
L’opera teatrale vincitrice del Premio Rimbaud 2010 è “Il fuoco degli estinti” di Bianca Stefania Fedi e Daniela Toschi.

Il Premio Rimbaud per il teatro viene attribuito ogni anno a un’opera originale in lingua italiana mai rappresentata,  come contributo allo sviluppo della drammaturgia contemporanea. Ad organizzare l’evento sono Prospettiva Editrice, la compagnia teatrale “Blue in the face” e la rivista letteraria Prospektiva. La giuria, composta da Enrico Maria Falconi, Andrea Giannasi, Piero Pacchiarotti e Dario Falconi, dopo una lunga lettura dei molti copioni arrivati, è giunta finalmente al verdetto finale.  L’opera sarà messa in scena al teatro Nuovo Sala Gassmann a Civitavecchia a febbraio 2011 dalla compagnia Blue in The Face, poi inizierà un tour con altre date in teatri della Toscana e del Lazio.

Leggiamo una sinossi: ‘Siamo nel 5771. Nel suo eterno peregrinare il Cacciatore Gracco, protagonista del racconto di Kafka, incontra il suo stesso autore in un luogo misterioso dove assiste sconcertato a una scena curiosa: Artemidia Salomon, una donna imponente qualificata come ‘Etocrate Supremo’, decreta di estinguere ogni memoria dell’autore di un libro che appare, bruciacchiato, sul bancone della prima scena, identificato in seguito come “Il Processo”. Anche la memoria di altri due scrittori tedeschi del novecento, Elias Canetti ed Hermann Broch, al primo in qualche modo collegati, dovrà essere estinta: tutto ciò a salvaguardia del “Nuovo Ordine Etico”,  recente forma di governo costituita travisando le teorie del Barone di Holbach, un illuminista francese di origine tedesca. Sarà lo sdegno dello stesso Barone – che appare in scena come statua animata- a rivelare il motivo di un tale accanimento nella distruzione del passato. La comparsa sulla scena di Gefilde (bibliotecaria del regime e custode delle memorie proibite)   e di Fiorenza (esperta in antichi codici) non riuscirà a salvare dal fuoco i libri proibiti. Ma proprio nel “Processo” si troverà la mappa per le “terre inospitali”, il luogo che raccoglie una speranza di umanità, un luogo dove ancora si raccontano storie.’

Lunedì 29 novembre, alle ore 17, “Il fuoco degli estinti” verrà presentato all’SMS Rifredi di Firenze dalle professoresse Arrighetta Casini, Cristiana Bossi e dall’architetto Roberto Agnoletti, con letture e recitazioni di parti del testo in anteprima da parte di una compagnia teatrale fiorentina.  


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5 Comments

  1. Commento by Daniela — 18 Novembre 2010 @ 09:59

    Ringrazio Gian Gabriele Benedetti per le sue interessanti osservazioni:

    BREVI NOTE SULL’OPERA TEATRALE

    Il fuoco degli estinti”

    di Daniela Toschi e di Bianca Stefania Fedi

    Ecco come è possibile, attraverso un’ardita, intelligente, cí³lta rappresentazione teatrale, offrire una profonda e significativa metafora dei tempi, che hanno visto (e vedono) la grande mistificazione del potere (politico, religioso, ecc.). Potere che nei secoli ha tentato spesso di distruggere il libero arbitrio, lo sciogliersi indipendente del pensiero, il crearsi di autonome opinioni, la possibilità di esternarsi senza vincoli, di arricchire la mente, non solo con la violenza fisica, ma anche e soprattutto con l’intento sottile e malvagio di spegnere o stravolgere la cultura, manipolandola o “nascondendola” a piacere. Vittima principale, oltre all’idea, è il libro che, dell’idea stessa e della coscienza è lo strumento principale. Proprio il libro, in effetti, è l’anima della cultura, del sapere, della libertà stessa. Scriveva Plinio il Vecchio: “Nullum esse librum tam malum, ut non in aliqua parte prodesset”.

    Ebbene il lavoro delle due valenti autrici trova brillantemente e speculativamente la correlazione vita-figurazione, conducendoci in un’atmosfera surreale, ma le cui figure visive e lo spazio simbolico creati ci riportano proprio alla fisicità del vissuto ed assumono una configurazione interrogativa, divenendo percorso umano, rivolto al superamento di forti imposizioni e dell’imbarbarimento spirituale.

    La sensibilità del testo raggiunge una dimensione filosofica, non eliminando la concretezza, pur in una certa aurea onirica, bensì muovendosi tra contenuti elevati, che cercano nella parola, nel dialogo e nel gesto quella verità coincidente con principi intangibili. E se il potere, con la sua consapevole e subdola arroganza, non conosce soste nel sopprimere e reprimere, giammai la luminosità del pensiero può essere cancellata. Qui i grandi personaggi della cultura dominano, pur disorientati nel mare agitato di una realtà che non riconoscono e, forse, completamente non capiscono, e dall’alto del loro valore identificativo costituiscono la speranza verso quel mondo degli “estinti”, ma ancora vivi e vitali interiormente.

    L’ansia della condizione esistenziale non apparirà vanificata dalla presenza oppressiva e violenta, tesa a distruggere pilastri, sui quali sorge la libera espressione, sui quali si basa la coscienza, sui quali si fonda la memoria dell’uomo. Il tutto nato dal sapere, autentico sigillo della giusta e vera trama degli eventi.

    Il movimento acronico strutturale si spalanca in felici intuizioni e lampi creativi, relativi ad un tempo psicologico. La continua osmosi pensiero-volontà, pensiero-azione, pur velata da un naturale pessimismo, apre per davvero la via, per espandersi alla autentica significazione dell’essere e per identificarsi in una valenza universale.

    Tutto il percorso narrativo, felicemente strutturato nella forma teatrale e vivificato da un linguaggio sciolto, maturo, essenziale, che cattura, avvolge ed emoziona, si fa, dunque, pietra miliare e messaggio, divenendo anello che lega e deve legare le coscienze indecise a non fermarsi, a non atrofizzarsi, ma ad affrontare quel mare, pur fortemente agitato dai violenti annientatori della cultura-indipendenza, per una fuga verso quella realtà, che può sembrare un’utopia e che la mente eletta riesce ad ipotizzare. Solo così ci potremo salvare: ce lo suggeriscono, come già accennavo, le nobili figure, che compaiono nell’opera; ce lo dice addirittura il grande Kafka, che, pur legato, come noto, alla concezione dell’uomo isolato e prigioniero in un universo che gli rimane incomprensibile, addita una sua storia un po’ ottimista, anche se non conclusa.

    Possiamo suggellare queste brevi note con quanto diceva Franklin D. Roosevelt: “Tutti sappiamo che i libri bruciano, ma sappiamo anche che i libri non possono essere uccisi dal fuoco. Gli uomini muoiono. I libri non muoiono mai. Nessun uomo, nessuna forza possono abolire la memoria”. E noi ci dobbiamo mettere del nostro per non volerlo fermamente. Quello sarà il fuoco vivificante e salvifico.

    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Daniela — 18 Novembre 2010 @ 19:55

    e ringrazio anche Marisa Cecchetti:

    Siete riuscite a mettere sotto accusa  gli abusi di  potere, la corruzione e il decadimento etico e culturale in cui siamo sprofondati,   con la creazione di un mondo, direi di un nuovo regime  che, cancellando il male, ha cancellato anche il bene. Un mondo di non conoscenza, dove si vive l’oggi senza più consapevolezza delle proprie radici né progettualità, un mondo dove non è più permesso pensare né tantomeno pensare liberi. E’ il trionfo del grande occhio, del grande fratello che appiattisce, azzera le personalità, omologa, perché il gregge che non pensa è facilmente controllabile. La distruzione dei libri, il fuoco, mi hanno riportato al film Fahrenheit 451, all’indice dei libri proibiti, a periodi storici preilluministici con il trionfo della “barbarie” culturale della Chiesa sotto forma di censura.   Ma mi vengono in mente anche le società segrete dei vari risorgimenti nazionali, che dovevano farsi conoscere nell’ombra.
    Il vostro omaggio all’autore che tanto amate ritorna. Anzi “Il processo”, così perseguitato, sbruciacchiato, recuperato, mezzo di orientamento anche per un viaggio di salvezza terreno verso le terre inospitali, si è caricato   di maggior valore e simbologia, come l’unico libro per antonomasia.
    Interessante il ribaltamento – le terre inospitali sono quelle da cui deve rinascere la civiltà – perché ci riporta agli albori della storia, all’età dei miti e delle leggende, quella che il Leopardi ha definito l’infanzia del mondo, la più vera e autentica.    Mi fanno pensare, queste terre, alle terre di Siberia dove mandavano i confinati politici. In un certo senso c’è parallelismo in quanto oppositori del regime.
    Il riferimento al revisionismo storico è molto interessante e attuale, condivido l’idea: meglio l’estinzione totale che la deformazione del pensiero e della storia.
    Certo, eh! Che visione della società ne viene fuori! Ma è quella che ci circonda e che riuscite bene a condensare scrivendo.

    Marisa Cecchetti

  3. Commento by Daniela — 21 Aprile 2011 @ 21:33

    Roberto Agnoletti ha scritto, dopo la rappresentazione all’SMS Rifredi:

    « La paura non crea che schiavi […] che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini, infelici, rissosi, intolleranti. »
    (Paul Henri Thiry d’Holbach, “Il buon senso”, a cura di S. Timpanaro, Garzanti 1985, p.150)

    “Il fuoco degli Estinti” è nato come testo teatrale in tre atti ma, prima che ne facessi esperienza nella forma di recitativo, in un luogo deputato alla rappresentazione scenica, mi è giunto sotto forma di parola scritta, portandomi ad “immaginare” voci, volti, azioni e spazi. E attraverso la capacità evocativa del testo, nella mia mente hanno risuonato le voci di Franz e di Elias, ma soprattutto quella, sanguigna e focosa, del barone d’Holbach. Voci dell’immaginazione? No, direi della memoria. Questo testo ha attivato una polifonia coinvolgente, portandomi a produrre una riflessione sull’opera e un’immagine proiettata sul testo. L’immagine di partenza è senz’altro quella “storica” dei personaggi evocati, o meglio quell’insieme di immagini dei personaggi citati che si è sedimentata nella mia esperienza personale. Mi è dunque inevitabile veder calpestare l’assito da un giovane magro e dai lineamenti un po’ sgraziati, corrispondenti ad una vecchia foto un po’ sovresposta pubblicata nell’edizione dell’opera di Kafka nella collana Meridiani, così come il barone, incipriato sul volto e sulla parrucca, al disotto del lenzuolo che lo drappeggia come una statua vivente, non può che indossare quel completo purpureo con cui lo ritraeva, sullo sfondo di un giardino fiorito, il pittore Louis Carmontelle. Procedendo di immagine in immagine, il colore luminoso e verdastro dell’Amnioticum evoca i cieli oscurati di “Blade Runner” (1982) o l’oceano pensante di “Solaris” (1972), le fiamme che dal caveau raggiungono la casa di Gefilde si traducono inevitabilmente in fotogrammi di “Fahrenheit 451” (1966) ed il paesaggio, arido e freddo, delle “terre inospitali”, il “naufragio della speranza” di Caspar Friedrich (1821) e le lastre fotografiche della spedizione di Ernest Henry Shackleton in Antartide (1914), ma anche l’edizione Guanda di “Sentieri nel ghiaccio” di Herzog (1980).
    Sto forse descrivendo un tortuoso percorso di associazioni d’idee? O forse si tratta solo di tracciare quella mappa ipertestuale che associa in modo sincronico esperienze sensitive attuali a conoscenze pregresse, e che costituisce l’essenza stessa della comunicazione e dell’arte contemporanee?
    Le parole del “Fuoco degli estinti” generano un magma di immagini, e a questo si sovrappongono microcosmi e cosmogonie, trattati filosofici e romanzi, articoli giornalistici e poesie. Daniela e Bianca, ed io con loro, come lettore e spettatore, dopo aver ripercorso con la memoria le avanguardie del Novecento, si rigettano nella contemporaneità con un’opera nuova che, rinunciando a rappresentare, ci fornisce uno schermo attivo per la proiezione della nostra cultura di memorie visive e concettuali.
    Se il tempo della natura è essenzialmente diacronico ed il tempo della società non è lineare (pensiamo ai ritorni ciclici di Vico), quello dell’arte è vorticoso: il passato ritorna, il presente è già passato nel suo attuarsi, il futuro diviene obsoleto nel prefigurarsi, la memoria visiva è talvolta più forte della percezione e ci porta a far affiorare un icona archiviata, la memoria visiva consente una reale “apparizione”; miracolosamente possiamo non vedere ciò che la nostra retina percepisce e vedere ciò che il nostro cervello ricorda. Così ci possono apparire mentalmente le premesse alla vicenda che Fiorenza e Gefilde a tratti evocano, trasformando i tre atti in tre frammenti di una storia complessa che da un passato, che è anche il nostro passato, quello della cultura illuministica, attraverso di noi si proietta in un ipotetico lontano futuro, forse fin troppo vicino. L’opera si presenta come un “non finito”; perché l’idea non si è mai completamente espressa, o perché la forma unitaria si è infranta, è stata amputata delle appendici per ridursi al “nocciolo duro”? La parte per l’insieme, il rudere come evocatore di una compiutezza formale perduta, ma possibile, che la mente deve ricostruire “virtualmente”.
    Non so quanto le autrici siano effettivamente consapevoli di questo processo, ma sicuramente questo è entrato a far parte del modus operandi della contemporaneità. Il cinema prima e la TV poi, hanno avuto un ruolo fondamentale nel rinnovamento delle arti e del linguaggio condiviso. Il montaggio cinematografico di immagini o sequenze narrative consente di variare il tempo che non scorre più secondo una successione di segmenti omogenei e misurabili. Ma sono soprattutto le tecniche televisive a condizionare l’attuale concezione temporale: un’inquadratura ripetuta più volte, l’immagine accelerata o rallentata, ci fa percepire un tempo ora lento, ora veloce, ma soprattutto non lineare, il passato ritorna e si fonde con attualità e futuro.
    Evocando personaggi del passato e proiettandoli in un temibile futuro prossimo venturo, il “Fuoco degli estinti” sembra ardere nei tempi presenti, alimentato da testi etici e morali strappati pagina dopo pagina, in una società dominata dalla tv, dove viene proposto alle nuove generazioni un accidentale futuro di giochi e spettacolo. La dialettica delle idee viene arsa dal vortice fiammeggiante di un magma di parole vuote che inonda la vita quotidiana anestetizzando le coscienze. Nel ’68 erano tutti “arrabbiati”, al termine della prima repubblica eravamo “scandalizzati”, nella seconda “indignati”, adesso siamo abituati a tutto e tutto scivola via nella generale indifferenza. Allora non serve più gridare, ma forse occorre tornare alla “boulangérie”di d’Holbach.
    Curiosa storia quella di Paul Heinrich Dietrich, barone di (von) Holbach, poi francesizzato come barone Paul Henri Thiry d’Holbach, che probabilmente ispirò il personaggio di M. de Wolmar, lo scettico altruista della Nouvelle Héloí¯se di Jean-Jacques Rousseau.
    Per reagire agli attacchi da cui erano investiti i philosophes sui fronti più diversi, egli utilizzò una duplice strategia in grado di eludere l’accentuata repressione della libertà di stampa che la monarchia assolutista e le fazioni clericali erano riuscite ad imporre. Da un lato fece del suo «salotto » un punto di incontro, di discussione e confronto tra diplomatici e intellettuali di stanza o di passaggio a Parigi, dando inizio ai suoi famosi ricevimenti, il giovedì e la domenica all’ora di pranzo nella sua casa di rue Saint-Roch (oggi ubicata al numero 8 di rue de Moulins) o, nei periodi di villeggiatura, nel suo castello del Grandval, presso Sucy, a poche miglia da Parigi. D’altro lato scelse la strada delle pubblicazioni clandestine che permettevano di esprimere, senza censure né autocensure, il proprio pensiero in tutta chiarezza. Promosse la pubblicazione di testi anonimi o con pseudonimi, attribuendo spesso il libro stampato clandestinamente, e con falsa indicazione di tempo e luogo di edizione, ad autori già defunti da tempo. Nel 1770 a breve distanza l’una dall’altra comparvero due edizioni del suo Systeme de la Nature, con falso luogo di stampa (Londra) e sotto il nome di Jean-Baptiste Mirabaud, un polemista antireligioso deceduto da tempo.
    Se il procedimento non costituiva una novità, ed esisteva in tutta Europa una vera e propria tradizione di letteratura clandestina, nuova fu la coerenza e la determinazione con cui il barone perseguì il suo intento di distruzione del pregiudizio e dell’oscurantismo, il suo proposito di riforma antireligiosa e di politica antiassolutistica. Questa strategia implicava un sacrificio della propria fama in vita e di molte opere di d’Holbach si è saputo solo dopo la sua morte, di altre si continua a discutere se siano integralmente sue o da lui solo promosse e ispirate, ma redatte invece dai suoi collaboratori, gli adepti di quella che venne chiamata la coterie d’Holbach, la consorteria segreta del barone che vide in Jacques-André Naigeon il suo elemento più attivo. Dopo aver curato, in collaborazione con il barone, l’edizione di opere postume di Nicolas-Antoine Boulanger, Diderot poteva scherzosamente chiamare tale consesso la «panetteria » holbacchiana. Per la stampa e la diffusione clandestina dei «pasticcini », sfornati dalla sua “boulangérie”, d’Holbach poteva giovarsi dell’aiuto del fratello minore di Naigeon, «controllore dei viveri » a Sedan. Suo tramite i manoscritti inviati a tipografi olandesi, una volta stampati, venivano fatti rientrare in Francia ricorrendo agli espedienti più vari. Ma chi veniva scoperto in possesso di libri holbacchiani subiva severe condanne. Il ritrovamento di due copie del Cristianesimo svelato, il libro con cui d’Holbach aveva inaugurato la sua strategia clandestina, costò, nell’ottobre del 1768, la tortura e nove anni di carcere a un garzone di spezieria che ne aveva trattenuta una per sé e data l’altra al suo padrone, cinque anni di carcere al venditore clandestino e il manicomio a vita alla moglie di costui, ritenuta complice.
    Oggi, il progresso di cui ci fregiamo, ha reso inattuale l’uso della tortura fisica e del carcere per la repressione delle opinioni ed i manicomi sono stati soppressi. Ma se la reclusione fisica della persona diversamente pensante non è praticata, è diventata sistematica la demolizione sociale dell’avversario, condannandolo a vita, attraverso scoop mediatici costruiti, alla condizione sociale di folle, degenerato o corrotto.
    L’amarezza che nasceva in d’Holbach «dallo sdegno che provava nello studiare la storia umana troppo piena di dolori e misfatti », attraverso gli Estinti parla ancora a noi, Uomini di questo tempo lacerato, per i quali, persi gli orientamenti, dubbiosi per nostra colpa della stessa terra su cui posiamo il piede e di un cielo logorato dalla nostra protervia, tutto è labile. Mai come in questo tempo l’oggi sfugge ed il domani non è ipotizzabile. Ormai è difficile anche sognare e ognuno corre la sua corsa solitaria.
    L’inquietante domanda sull’esistenza, lo sgomento di molti di fronte alla porta chiusa del dolore, costituisce un dramma corale di molteplici presenze e situazioni, ambientato in un tempo sfuggevole e incontrollabile, che ci introduce in una scena di cui neppure l’autore conosce l’epilogo.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 21 Aprile 2011 @ 23:00

    State mietendo successi. Complimenti.

  5. Commento by Daniela — 5 Agosto 2011 @ 11:34

    Una conferenza sul Cacciatore Gracco,  il turbamento dopo aver letto La strada di Cormac McCarthy,  alcuni capitoli folgoranti di Massa e Potere di Canetti, un ragazzino che si chiama Elias come lui, e poi due sogni (incubi) delle autrici  analizzati dovutamente da una psicanalista DOC nel loro significato interpersonale: era inevitabile che ne sarebbe venuta fuori un’opera di “fuoco” . Qui il  “portare il fuoco”  è rappresentato dal trasformarsi della cultura, ormai incenerita come tutto il resto, in favole e miti per un nuovo mondo ipotizzabile. Ora che sto leggendo Quel che resta del padre” di Massimo Recalcati, che in un capitolo dà anche il giusto valore al libro :wink: di  Cormac McCarthy (che se non sbaglio aveva avuto poco successo in Italia), mi sembra di vedere nella giusta luce il nostro Barone d’Holbach, che, ridotto a una statua “animata e animosa” ,si oppone alla “donna diònica”. Quanto al successo, caro Bart, sarà brevissimo: siamo solo una psichiatra e un’insegnante “di campagna” (guarda caso, abbiamo chiamato una delle protagoniste Gefilde, vedi cosa vuol dire in tedesco!).  

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