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Vincenzo Pardini: “Banda Randagia”, Fandango 2010

19 Aprile 2010

di Marino Magliani

Quando ancora non avevo letto nulla di Vincenzo Pardini, e sapevo di lui soltanto cosa si diceva, trovavo inquietante che un autore potesse essere ritenuto un maestro assoluto del racconto. Cosa significa? Quanti scrittori in Italia sono autori di splendidi racconti e raccolte, mi dicevo. Poi l’ho letto e ho capito parecchie cose. Una di queste è che non avevano ragione: Vincenzo Pardini non è un maestro del racconto italiano, poiché un maestro dovrebbe dare un esempio, il suo narrare, in questo caso, diventare una scuola, e questo è impossibile, i racconti di Pardini sono pezzi unici, non si smontano, e il suo stile, il suo taglio, le sue inarcature e il suo passo sono inimitabili. Anche stavolta, per non smentirsi, con La banda randagia, (Fandango 2010 euro, euro 15,00 ) Pardini ci dà prova della sua unicità. Forse, stavolta, ci concede meno ruralità, e mi vengono in mente i prati e il fieno di La terza Scimmia e i tori paralizzati e le aquile di Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010), e ci regala di più le pitture nere della notte.

Pardini, forse solo nel Coltellino, il racconto più breve, ritroviamo gli oggetti della ruralitá pardiniana. Per il resto il lettore si ritrova gettato in una notte che appartiene alla periferia della città, con la sua maledizione, il crimine, e la durezza e il gelore delle rivoltelle che bruciano nelle mani.

«Lo scrittore ha il dovere di raccontare la verità. Uno scrittore non costruisce maschere,ma le distrugge. Dai boschi e dai monti, nei quali ritornerò anche per ossigenarmi, mi sono trasferito nella periferia e in città: luoghi che frequento da anni, quasi 35, per il mio mestiere di guardia giurata, preposta ai servizi notturni. In questi anni ho assistito al capovolgimento antropologico della società; all’uomo del passato se n’è sostituito uno nuovo e inaspettato: quello criminale.
Una criminalità che non è solo di ladri e delinquenti abituali, professionali o per tendenza, ma anche nostra, di tutti. La criminalità è un virus, una tentazione che contamina. Il fatto che i cittadini debbano stare vigili di notte, per evitare le visite dei ladri, e il pensiero di doverci difendere se questi ci aggrediscono ci induce a diffidare del prossimo, a essere pronti a reagire. Uno stato di guerra, dove può accadere di tutto ».

Eldo, l’assassino seriale di Banda randagia, è diventato tale perché un giorno ha trovato una rivoltella o piuttosto perché aspettava solo l’occasione?

«Eldo è un giovane dei nostri tempi. Un ragazzo frustrato, che non riesce a realizzarsi. Penso a quelli che lanciavano sassi dai ponti dell’autostrade o che aggrediscono gli extracomunitari. Debbono dimostrare a se stessi e al prossimo che esistono. Lui lo fa in maniera sua: con una pistola. Ma avrebbe potuto farlo anche con un coltello,o un sasso. Il criminale ha dentro impulsi irrefrenabili, una libido di morte di cui deve liberarsi. Alcuni lo fanno uccidendo donne. Eldo Culmine, il protagonista del racconto, è killer seriale che uccide per uccidere. Mimetizzato nelle istituzioni, come frequentatore di   un poligono, esprime il malessere o i malesseri di questa nostra società e del suo doppio. La banda di cani randagi che lo sbrana, credo lo faccia perché ne ha fiutato la pericolosità.
Gli animali, spesso, sono veggenti. Per questo dovevano esserci anche in queste pagine, e non solo cani. Ma anche cinghiali. Vittime sacrificali di una caccia che ci riporta all’era della pietra ».

(dal “Corriere Nazionale”)


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