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LEGGENDE: Parezzana e la Torre Sandonnini

12 maggio 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Appena passato l’abitato di Parezzana, a pochi chilometri da Lucca, in direzione di Pontedera, proprio in mezzo alla strada si eleva dinanzi a noi, a mo’ di sentinella, la Torre Sandonnini. Eretta tra il ‘500 e il ‘600, deve il suo nome ad un’antica famiglia dell’epoca. Un Sandonnini fu vescovo di Lucca nella seconda metà del 1400: Nicolò II Sandonnini. Si chiamò anche, in seguito, Torre Spada, nel periodo in cui ne fu proprietaria l’omonima famiglia patrizia lucchese. C’è chi dice che fu costruita per essere adibita a magazzino, e chi, invece, ne parla come di un faro posto a protezione dei barcaioli che navigavano la palude (infatti, il luogo è, ancora oggi, conosciuto come “il paduletto”).

Sta di fatto che, rozza e robusta, la Torre resiste all’usura del tempo, sebbene le due finestre, una per ciascun piano, non abbiano più né vetri né inferriate, e la torretta che sta sulla cima non conservi più il suo faro.

Ordunque, quando le acque occupavano quelle terre, le popolazioni vivevano, oltre che di pesca, di piccolo cabotaggio, che esercitavano tramite imbarcazioni con le quali approvvigionavano di mercanzia (legname, carbone e soprattutto pietre estratte dai Monti Pisani) i paesi costieri, fino a raggiungere, con ogni probabilità, attraverso un intreccio di canali che partivano anche da Lucca, il lago di Bientina e altra parte del territorio pisano. La Torre serviva da faro per l’approdo delle barche e per l’orientamento dei naviganti. Accadeva di frequente che la notte la palude (in quel punto un vero e proprio lago) fosse illuminata e smossa da piccole luci che stavano a indicare l’arrivo e la partenza dei barcaioli con il loro carico. Spesso, si udivano i saluti che si rincorrevano sulle acque, un barcaiolo viaggiando in una direzione, e l’altro in senso contrario. Chi andava a Lucca, prendeva i canali che portavano al Formica, al Piscilla e al porticciolo situato nelle vicinanze del luogo in cui oggi sorge l’acquedotto del Nottolini.

Tra i barcaioli, con gran meraviglia di tutti, c’era una donna. Si chiamava Clementina, ed era tanto allegra e forte quanto bella. Portava in quel rude mestiere la dolcezza e la grazia della sua femminilità. Un po’ tutti ne erano innamorati. Quando si avvicinava al faro, la si sentiva cantare con quella sua bella voce, e tutti dicevano:

– Ecco la Clementina! Sempre allegra lei, beato chi la sposerà.

E qualcun altro:

– Non è ancora nato l’uomo che se la piglierà per moglie. Forse è destinata a un principe, tanto è bella.

Ma una notte che si trovava fuori con la sua barca, ecco che si scatena un furioso temporale. Molte imbarcazioni furono travolte dalla furia del vento, le merci perdute. Per fortuna tutti riuscirono a mettersi in salvo, grazie al faro della Torre Sandonnini, che li guidò fino alla riva. Quando si trovarono tutti insieme, ancora bagnati fradici, con la gente intorno che li rifocillava con bevande e cibo, e fu acceso davanti alla Torre un gran fuoco, qualcuno domandò di Clementina. Si sapeva che era uscita anche lei con la sua barca carica di mercanzie.

– Forse è già tornata a casa – disse una donna.

Ma un barcaiolo affermò di aver navigato un buon tratto al suo fianco, rallegrato dal suo buon umore e da quella voce che gli giungeva alle orecchie come il canto di una sirena.

Così fu deciso di recarsi a casa sua per controllare se fosse già lì, al riparo e al calduccio. Ma nessuno rispondeva ai richiami. Perciò fu aperto l’uscio e tutti poterono vedere che la casa era vuota. Nemmeno della barca c’era alcun segno.

– Non vorrei che le fosse accaduta una disgrazia – disse uno.

– Clementina è esperta quanto e forse più di noi. Navigava la palude assieme al padre quando ancora era una bambina.

– Nessuno l’ha vista. Temo che le sia accaduta una disgrazia nella palude. – ribadì un altro.

РLa barca si ̬ rivoltata e deve averla colpita.

– Che disgrazia! Che disgrazia! – gridò una vecchia. Clementina non aveva più i genitori. Figlia unica, non c’erano parenti presso cui potesse essersi rifugiata. Così lo spettro della disgrazia presto aleggiò su tutti. Qualcuno propose di tornare nella palude a cercarla, ma il temporale, anziché allentarsi, era sempre più furioso e il vento cresceva di minuto in minuto, così che nessuno se la sentì di prendere la barca e inoltrarsi nella palude. Aspettarono l’alba. Nelle prime ore del giorno, la tempesta si era finalmente placata; ora non pioveva più e quando apparve il primo chiarore del nuovo giorno, affacciandosi alla finestra, ciascuno poté vedere le acque della palude calme e piatte come se nulla di terribile fosse mai accaduto. Ci si industriò a recuperare quella poca mercanzia che non era andata perduta, e allorché il lavoro fu finito e le acque tornate lisce, si tornò a pensare a Clementina. Fu domandato in giro; ognuno chiese di lei nei vari porticcioli in cui avrebbe dovuto fermarsi a scaricare o a raccogliere un nuovo carico, ma nessuno l’aveva più veduta da quella notte. Solo quando fu intravista la sua barca arenata dietro un canneto, ci si convinse che Clementina era morta.

– E il suo corpo? – ci si domandò.

– Se l’è preso il mare. –

Nei giorni seguenti furono perlustrati tutti i canali e si arrivò fino al mare. Si chiese l’aiuto dei pescatori, si descrisse loro la ragazza. Ma nei numerosi giorni che seguirono nemmeno i pescherecci intravidero il suo corpo, sicché tutti si misero l’animo in pace, dopo aver pianto quella giovane vita.

– Nemmeno una tomba, povera Clementina!

– Se la sono mangiata i pesci. Una ragazza così bella. Avrebbe fatto felice un re!

Ma una notte, ecco che dalla finestra della Torre, quella più alta e più stretta, esce un canto. È così dolce e armonioso che tutti vi riconoscono la voce di Clementina. Scendono in strada e corrono alla Torre. Il canto continua. Sì, proviene da lassù, dalla finestra più alta, non ci sono dubbi. Il guardiano del faro apre la porta con la grossa chiave e sale per primo la scala di legno, seguito da altri. Quando giunge in cima, proprio nel momento in cui mette piede al piano superiore, ecco che il canto cessa. Il guardiano si gira intorno, chiama anche gli altri, perché avvicinino la loro torcia alla sua, ma non c’è l’ombra di un cristiano. Niente, la stanza è vuota. Com’è possibile?

– Eppure l’abbiamo sentito tutti, quel canto. Quella era la voce di Clementina!

– Sì, non ci sono dubbi. Era Clementina che cantava una delle sue canzoni. Quante volte gliel’abbiamo sentita cantare!

– Eppure qui non c’è!

– O mio Dio! – disse uno – Il cielo non voglia che sia il suo fantasma!

Nacque così la leggenda di Clementina e della Torre Sandonnini, da dove, ancora oggi, certe notti, al verificarsi di una misteriosa combinazione degli astri, si leva un canto come di sirena, che allieta e addolcisce il cuore. Tutti allora si affacciano ad ascoltarlo e stanno lì con gli occhi rivolti alla Torre nella speranza di poter un giorno sorprendervi Clementina.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart