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Satta, Salvatore

7 novembre 2007

Il giorno del giudizio

“Il giorno del giudizio”

Adelphi, pagg. 296. Euro 8,50

Nella famiglia del notaio Don Sebastiano Sanna Carboni, “che pure era nobile e ormai quasi ricco”, aleggia quell’aria di dissoluzione che ha accompagnato da sempre la sua razza.

Nonostante la ambita professione, che svolge nella città di Nuoro, Don Sebastiano fatica a mantenere la moglie, Donna Vincenza e i sette figli, “tutti maschi”. Quando decise di sposarsi, l’autore ci fa sapere che “Don Sebastiano non aveva beni al sole, ma sapeva di averli dentro la penna che scricchiolava sulla carta bollata”. Siamo alla fine dell’Ottocento, non c’è ancora la luce elettrica, che arriverà di lì a pochi anni, e per la casa si gira con il lume a petrolio.

Satta, eminente professore universitario di diritto, è apparso come una cometa nel mondo letterario, e in modo davvero singolare; le sue opere furono scoperte, infatti, dopo la morte, avvenuta nel 1975 e “Il giorno del giudizio” pubblicato nel 1979 è il primo dei suoi romanzi postumi. Seguirono: “De profundis” del 1980; “La veranda” del 1981 e “Il mistero del processo” del 1994. Confessa all’inizio del capitolo terzo: “Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte, nella loggetta della casa che mi sono costruito nei lunghi anni della mia laboriosa esistenza.” Scriverà, quasi al termine del romanzo rivelando un’ansia, una fretta per il poco tempo che gli resta: “bisogna che mi affretti alla fine, poiché poco è il tempo che mi rimane”.

Satta scrive asciutto asciutto, con puntigliosa meticolosità e ci introduce, come attraverso uno scivolamento gradevole, dalla descrizione di Don Sebastiano – uomo sedentario, buono, ma “che non conosceva la paura”, votato alla inerzia e alla dissoluzione – alla trasformazione che sta vivendo la città di Nuoro nel periodo in cui i giovani dei paesi limitrofi: Orune, Gavori, Olzai, Orotelli, Ovodda, la mitizzano (“Si formava così nella loro mente l’idea che bisognava diventare nuoresi per essere qualcuno”) e vi si trasferiscono per i loro studi con il proposito di irrompere “nella città murata, come il sangue plebeo nelle vene di un nobile fatiscente: intelligenti, astuti, sprezzati ma non sprezzanti, avevano sui nuoresi un solo ma grande vantaggio, sapevano quel che volevano.”

La storia di Nuoro è consolidata nei secoli, la si può rintracciare nei suoi dintorni, nel paesino di Galtellì, dove aveva sede il vescovato prima che, a causa della invasione delle zanzare, venisse spostata in una città nuova di zecca, fondata dal vescovo Mons. Roich. Lì gli uomini sono “asciutti, sottili, col giubbone rosso aperto da un lato sul petto, il passo leggero e quasi danzante, se ascolto il loro parlare sfumato e quasi aspirato, mi sembrano, Dio mi perdoni se c’è offesa, delle marionette, e se fossi musicista ne verrebbe fuori un balletto, altro che questo libro.”, e le ragazze “nella effimera giovinezza hanno i seni tanto prorompenti che li imbrigliano con due cordicelle.”

Si domanda l’autore, riferendosi ai nuovi abitanti di Nuoro: “Come da quelle marionette serene possono essere venuti fuori questi personaggi da tragedia?”

Il romanzo ci fa scoprire uno scrittore – ahimè non abbastanza conosciuto – che rivela di possedere i pregi di una semplicità e di una proprietà di linguaggio a dir poco invidiabili. Una qualità della sua scrittura è quella di consentirgli l’inserimento in prima persona nel racconto, con considerazioni personali brevi e mai invadenti, facilitato dal percorso della memoria e dei ricordi che ispirano tutta l’opera. Qualche esempio fra i tanti di questo modo delicato e sommesso di rammentarci la sua presenza di narratore: “Nel momento al quale penso, accanto a Donna Vincenza dormivano i due più piccoli, Sebastiano e Peppino”. Ma anche: “Tutte quelle cose che si scrivono sui padri e sui figli, tutti quei drammi, sono per me letteratura, e la famosa pedagogia è paternità a freddo; e niente altro. Ciascuno è padre di se stesso e figlio di se stesso, questa è la mia idea.” E: “Ma io devo frenare queste onde di ricordi che si accavallano in un assurdo disordine, come se tutta l’esistenza si fosse svolta in un solo istante.”, e ancora: “di questo mi rendo io testimone”.

Donna Vincenza, la moglie di Don Sebastiano, ha sangue piemontese nelle vene, ciò che la distingue dalle donne sarde, le quali vivono completamente assoggettate al marito. Lei invece, sebbene con risultati scarsi, si permette qualche volta di opporvisi, in forza di una intelligenza “superiore a quella della razza vecchia e stanca dei Sanna e dei sardi in genere”, e il detto del marito: “Tu sei al mondo perché c’è posto” non si addice proprio al suo carattere.

Ci si prepara, dunque, a delineare e a confrontare due personalità che vivono una accanto all’altra lo scorrere lento e ininterrotto di una vita familiare nella quale, tra rumori e silenzi, confluiscono e si intersecano, mescolandosi come sangue a sangue, i flussi misteriosi dell’esistenza: “Il fatto è che tra Don Sebastiano e Donna Vincenza, come fra ogni uomo, illustre o oscuro che sia, c’era la vita, e la vita non si riduce mai a un ritratto o a una fotografia.”

A ribadire la difficoltà di narrare una storia di uomini, egli scrive poco più avanti: “forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale.”

Satta dedica molte pagine all’importanza dei libri, che si andavano accumulando nella casa di Don Sebastiano ad opera dei figli, dotati di intelligenza e di molta avidità di apprendere. Lui invece si limitava a leggere il giornale, pur essendo uomo di cultura, acquisita nei suoi lontani studi. Sono, infatti, proprio i libri a portare e a germinare un mutamento inatteso e già percepibile nella sua casa e in ciò che egli vi aveva costruito e consolidato con la sua presenza. Scrive l’autore: “E invece la fantasia entrava nella casa austera coi libri, e operava silenziosamente, toccando con la sua bacchetta magica uomini e cose.”

Don Sebastiano è un po’ come i personaggi padrone che abbiamo imparato a conoscere specialmente dalla letteratura meridionale, a partire dal Verga, da De Roberto e da Capuana, per arrivare a Jovine e a Dessì: “Don Sebastiano, come tutti gli uomini del suo tempo, non conosceva lo Stato perché lo Stato era lui”.

A Nuoro tutti bevono il suo vino perché “è il vino migliore di Nuoro.” Le pagine sulla vendemmia e sulla vinificazione sono esemplari per testimoniare la bravura del suo autore che fa salire fino a noi la forza, il gorgoglio e il profumo del mosto: “Un odore pànico, come quello che esala la terra dopo le prime piogge, salirà dalle viscere profonde, e sarà l’odore della casa in quei giorni, della corte, delle vie tutt’intorno, forse arriverà fino al cielo”. E ancora: “Ma le botti non sono una cosa inerte, come son gli orci: quando ricevono il mosto sanno che si mettono in seno una cosa viva, che si sentirà come in una prigione e premerà contro le doghe per schiantarle, si cercherà uno sbocco nel cocchiume, come la lava di un vulcano.”

Sollecitate dal ricordo, prendono forma e risaltano le abitudini e le usanze di quei luoghi la cui vocazione è l’arresto del tempo dentro un respiro, un segno, un tratto di eternità. L’autore ama questi riti che vengono dall’antico, che hanno scolpito volti e sentimenti che si tramandano intatti ed identici da generazioni; ne sa trarre pagine di asciutta poesia che ci irretisce e ammalia, come quelle che ricordano le usanze di un funerale, da cui ricaviamo questo brano: “Il fatto è che appena la campana ritmava il galoppo, le donne uscivano dalle dimore attorno alla chiesa, suscitavano prete Delussu, si facevano dare la chiave, spalancavano la porta rossigna, e trascinavano dalla sacrestia un vecchio tavolo che disponevano in mezzo alla rustica navata. Qualcuno dava un colpo di scopa sollevando un nugolo di polvere, qualche altra ripuliva i santi gelati dentro le nicchie, o aggiustava la corona di stelle intorno alla madonnina bianca e blu, o disponeva gli attrezzi per la benedizione e per l’accensione delle candele. Poi tutte si recavano sulla soglia, per la grande attesa”.

Ed è proprio qui, nel momento in cui l’autore fa visita al cimitero di Nuoro dove si trovano le tombe dei suoi personaggi, che noi rintracciamo le ragioni che hanno motivato il romanzo, quelle, ossia, di liberare i morti dalla memoria e dal ricordo. Sono uomini che l’autore ha conosciuto, verso i quali avverte una specie di culto e di devozione: “E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria.”

In realtà, come in un novello “Spoon river”, la memoria di questi morti non scompare, né l’amore del ricordo si fa più labile, anzi le figure rievocate di maestro Mossa, di maestro Manca e maestro Fadda trascinano con sé il profumo del loro tempo, quando nella scuola c’era un sentimento diverso e assai più corrisposto e tenace, rispetto ad oggi, tra l’allievo e l’insegnante. Gustate la bellezza di questo brano a proposito del maestro Mossa, osservato al mattino quando esce di casa per recarsi a scuola: “Che cosa si lasciasse dietro di sé, il supporto della sua vita privata, non se lo chiedevano i quattro ragazzini del rione che l’aspettavano trepidanti, nella luce ancora livida delle mattinate invernali. Era il loro maestro, ed essi si sarebbero accodati a lui nella discesa verso la scuola. Maestro Mossa si incamminava per i vicoli saltellando, con le gambe piegate sui ciottoli mal connessi. Da ogni porta usciva un ragazzo e si univa agli altri, così che in breve tutta la scolaresca gli andava appresso, come attratta da un flauto magico”.

Così pure Chischeddu, il “campanaio”, “che regolava con le campane la vita e la morte del borgo”, Pozeddu, il sacrista (“non c’era Messa o funzione che non sarebbe stato capace di celebrare, in perfetto latino, sebbene non sapesse leggere né scrivere.”), o il vescovo Mons. Dettori che “aveva il dono della regalità.” Satta ha il pregio di far spuntare personaggi del passato nella Nuoro di oggi, capaci di aureolarla con la loro presenza di fantasmi che sbucano dall’invisibile all’improvviso e si muovono per la città restituendole le vestigia di un tempo lontano. Si veda il modo, quando Mons. Dettori, appena insediatosi, invita a pranzo i maggiorenti del paese, in cui essi compaiono sbucando dai loro palazzi per andar dietro al più autorevole di loro, Don Sebastiano, che “s’avviava per la salita dell’episcopio con l’abito delle feste”. Fantasmi prodotti dalla bellezza del tempo antico sono Poddanzu, “un vecchio rustico, piccolo, tozzo e sarebbe potuto apparire normale, se il cervello non si fosse dimenticato di crescere.”, Zesarinu, “lungo e magro”, “aveva paura dei bambini.” e “mangiava una volta la settimana”, Dirripezza, reduce da Custoza, “non aveva più braccia per lavorare, e sedeva sul lastricato senza mai chiedere nulla.”, la balia Sa Tataja “col naso adunco che voleva penetrare dentro la bocca senza denti.”, e altri come il canonico Monni, l’arciprete Pirri, che aveva per nipoti “una banda di predoni”, il vescovo povero Mons. Canepa, prete Porcu, canonico Floris e ancora una serie davvero numerosa di canonici e preti che abitavano una Nuoro che, sebbene avesse soltanto 7051 abitanti, “contava almeno quaranta fra canonici e preti, due conventi di monache, le ricche e le povere, come le chiamavano, e un seminario”.

Oltre alle strade di Nuoro, popolate di povera gente e di signori invidiati, Satta apre vari scenari circoscritti, tra i quali i più importanti sono l’episcopio, appunto, e il Caffè Tettamanzi, dove si radunavano alcuni “nobili borghesi” come Boelle Zicheri e Paolo Bartolino, molto ricchi, e gente comune del popolo, che in quell’ambiente si sentiva trattata alla pari. Perfino Fileddu, lo scemo del paese di cui si burlavano, “sedeva allo stesso tavolo di Boelle e di Bartolino”. Si finiva per ubriacarsi, discutere e cantare. Si tengono alla larga da quell’ambiente, però, Don Sebastiano e altri signori di Nuoro, tra cui Don Pasqualino, Don Gabriele e Don Serafino, che frequentano, invece, un altro luogo circoscritto: la farmacia. Come circoscritta è la casa di zia Gonaria e delle sorelle, tutte nubili che vivono con il fratello prete Ciriaco Sanna: “Una casa di quattro sorelle nubili non è mai sola. Con regolare costanza venivano dal vicinato le altre vecchie nubili, vestite nel loro costume, che a una certa ora chiudevano la loro casetta, infilando la chiave nell’ampia tasca orlata di rosso, ed entravano senza bussare nella stanza di soggiorno”. Ci immaginiamo, dunque, Nuoro come una piazza grande nelle cui case, ad una ad una, un poco alla volta, noi entriamo quali osservatori di un passato che si è ricomposto per noi come “un museo delle cere.”: “Le quattro sorelle le ho fermate nella immobilità di un crepuscolo, perché tali io le vedo dopo tanti anni.”

I segnali di cambiamento, di un mutamento ossia che spaventa i ricchi, vengono da Don Ricciotti Bellisai, il maestro elementare che cova odio nei confronti di Don Sebastiano al quale rimprovera di essersi approfittato del padre per impossessarsi dei suoi beni, in particolare “usurpava la sua casa di Loreneddu”. Va in mezzo ai più poveri e tra loro diffonde le idee socialiste che apprende dal nuovo giornale “Avanti!”. Ha un seguito inaspettato, e quando i contadini si recano in piazza per fare un segno di croce sull’atto costitutivo della associazione voluta da Don Ricciotti, costui, commosso dalla grande partecipazione (i contadini giungono numerosi sopra i carri sardi infiorati come per la festa di Sant’Isidoro), il suo discorso alla folla viene caldamente applaudito: “Ma non erano i contadini di Sèuna, erano i figli di Don Sebastiano, di Don Pasqualino e degli altri borghesi di Nuoro che applaudivano freneticamente il tribuno.” Così, da un motivo tutto privato, quello della rivincita di Don Ricciotti contro Don Sebastiano, si innesta il fuoco del cambiamento, come a dire che esso era diffuso nell’aria e già pronto a scatenarsi.

Pensate che, mentre Don Sebastiano non sapeva capacitarsi del perché il pensiero di Don Ricciotti trovasse credito nella sua famiglia, la moglie, Donna Vincenza, “In questo atteggiarsi dei figli in favore dei poveri vedeva un altro segno della loro incapacità di vivere, e si chiudeva nei suoi tristi presagi.” Quell’aria di dissoluzione che accompagna la razza di Don Sebastiano, sottolineata all’inizio, ecco che trova le sue profonde ragioni nella incapacità di una generazione quale la sua di acconsentire al distacco dall’immobile passato, restato tale per secoli e difeso da un miscuglio di consuetudini e superstizioni (si pensi al cane crocifisso dal mezzadro Nanneddu Titùle per salvare il podere di Isporòsile dal vento africano), per intravedere, invece, nella ineluttabilità e nella forza del futuro una insostituibile e feconda necessità della vita: “poco mancava che il movimento di Sèuna non diventasse il movimento dei figli dei ricchi, che si iscrivevano in massa all’associazione”.

Anche se Ricciotti, il giorno delle elezioni politiche, prenderà soltanto 290 voti dai più dei tremila iscritti all’associazione, con la sua bocciatura non si chiude “L’anno della confusione”, poiché l’autore lascia intendere che il segno del cambiamento è ormai tracciato per sempre. Così come “può darsi che la vita di un paese si svolga in una unità di tempo e di luogo, come le antiche tragedie, e la successione degli eventi abbia la misteriosa fissità del cimitero.” è tuttavia certo “che ognuno dei personaggi di questa storia invecchiava.”, e anche se tutto appariva “come dieci anni prima, venti anni prima, anzi dopo l’inizio del tempo.”, la realtà non era più quella.

Toccherà alla guerra, nel 1914, scatenata dall’assassinio dell’arciduca d’Austria (“l’umanità è il demonio che Dio non riesce a distruggere.”), ad imprimere un’accelerazione: “La guerra era estranea e lontana, ma doveva avere una grandissima influenza sulla Sardegna, perché i sardi scoprivano l’Italia, se pur non scoprivano gli uomini.”

Satta, con la guerra, introduce la morte nella casa di Don Sebastiano, al modo di una chiave che apra tra quelle mura le arcane porte dietro le quali si nasconde, pronta a ghermire, l’astiosa, ributtante dissoluzione: “Egli non si rendeva conto che per tutti giunge il momento in cui si sta al mondo perché c’è posto, e questo momento ora era giunto per lui.” E proprio da questo momento essa, dopo aver invaso la sua casa (“Le stanze non venivano spazzate più, e un velo di polvere si stendeva sui mobili.”), come una nebbia mortale si diffonde sulla città. Tutti avvolge a poco a poco e Nuoro assume le sembianze spettrali di Giggia, la prostituta che era stata giovane e bella ed ora, invecchiata, aveva il corpo coperto di piaghe. O della camera del canonico Sanna, restata chiusa per vent’anni dopo la sua morte e che, quando Gonaria si decide a riaprirla, si scopre consunta e devastata dal tempo. Così pure Ludovico, uno dei figli di Don Sebastiano, divenuto avvocato, il quale passa il suo tempo rimandando le cose “sempre all’indomani, un domani che non arrivava mai.”, altro non rappresenta che la sospensione della vita (“Era la vocazione della conoscenza cui non corrispondeva la capacità di conoscere”), irretita da quell’ombra di dissoluzione e di morte che ormai incombe sulla casa del padre e sulla città. Un romanzo di disperazione e di morte, dunque, senza mai un sorriso che sfiori e giustifichi l’esistenza; un tentativo, per nostra fortuna non andato a segno (come intuisce già lo stesso autore), di annientamento attraverso gli strumenti della memoria e del ricordo: “Forse non erano Don Sebastiano, Donna Vincenza, Gonaria, Pedduzza, Giggia, Baliodda, Dirripezza, tutti gli altri che mi hanno scongiurato di liberarli dalla loro vita; sono io che li ho evocati per liberarmi dalla mia senza misurare il rischio al quale mi esponevo, di rendermi eterno.”


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Bart