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Vignolo Gargini, Marco

7 Novembre 2007

Oscar Wilde – Il critico artista
Paragrafo 175. La memoria corta del 27 gennaio

Oscar Wilde – Il critico artista (2007)

Prospettiva editrice, pagg. 230, euro 12

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, ha al suo attivo numerosi impegni teatrali sia nella veste di attore che in quella di regista; è assiduo traduttore di testi di autori come Rimbaud, Skakespeare, Wilde. Ha già pubblicato i romanzi “Bela Lugosi è morto”, Fazi editore e “Il sorriso di Atlantide”, Prospettiva editrice, la stessa che edita ora questo saggio.

Nel 2003 un suo articolo, richiestogli dal Prof. André Guyaux della Sorbona di Parigi, è stato pubblicato sulla rivista francese nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona e l’Università di Bergamo. Nello stesso anno è stato inserito nella “Storia della letteratura italiana contemporanea” curata dal Prof. Neuro Bonifazi dell’Università di Urbino, che ha la prefazione del Prof. Giorgio Luti dell’Università di Firenze.

Faccio un’eccezione rispetto al mio campo di indagine, che è quello della narrativa italiana e straniera, giacché sono rimasto incuriosito da questo saggio di un amico che incontro spesso nella mia città, il quale prende in esame un autore di tutto rispetto, e non facile, come l’irlandese Oscar Wilde, che ha lasciato una impronta indelebile nella letteratura contemporanea.

Vignolo Gargini non usa perifrasi o mezze misure nel difendere Wilde dai troppi critici che hanno messo l’accento più sul dandy che sull’artista e le sue opere, a partire da Gide che passò da una ammirazione assoluta al dispregio della sua arte fino ad affermare che Wilde non era uno scrittore per arrivare, in casa nostra, a Mario Praz.

Il saggio è molto articolato e documentato da una larga serie di riferimenti e citazioni, che rendono giustizia al lungo e paziente lavoro di ricerca di Vignolo Gargini.

Sono prese in considerazione e puntualmente analizzate le seguenti opere: “The Decay of Lying – An Observation” (“La decadenza della menzogna”, 1889); “The Critic as Artist – With some remarks upon the art of doing nothing” (“Il Critico come Artista”, 1890); “The picture of Dorian Gray” (“Il ritratto di Dorian Gray, 1890); “The Soul of Man under Socialism” (“L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, 1891).

La decadenza della menzogna, ossia quella che gli inglesi definiscono fiction, è uno dei più importanti motivi della crisi dell’arte nel XIX secolo: “La menzogna e la poesia sono arti – arti, come vide Platone, non senza legami fra loro – e richiedono lo studio più accurato, la devozione più disinteressata. Difatti, possiedono la loro tecnica, proprio come le arti più materiali della pittura e della scultura, i loro sottili segreti di forma e di colore, i loro misteri artigianali, i loro deliberati metodi artistici.” La natura è piena di difetti e “L’arte è la nostra vivace protesta, il nostro fiero tentativo di istruire la Natura nello stare al posto giusto.” È per questi motivi che Wilde si schiererà ferocemente contro il naturalismo di Émile Zola (“la sua opera è completamente sbagliata dall’inizio alla fine, e sbagliata non sul piano della morale, ma sul piano dell’arte.”) e, nella pittura, contro il realismo di Gustave Courbet. Anche il realismo di Maupassant viene passato a fil di spada: “Il signor Guy de Maupassant, con la sua ironia intensa e mordace e il suo stile duro e vivido, spoglia la vita di quei pochi poveri stracci che ancora la ricoprono, e ci mostra oscena piaga e ferita suppurata. Egli scrive luride piccole tragedie nelle quali ognuno è ridicolo; commedie amare di cui non si può ridere per via delle lacrime.”

Wilde fu uno scomodo contemporaneo per molti artisti. Il suo anticonformismo, sebbene si cercasse di isolarlo, mise a segno molte frecce, al punto che oggi egli può essere indicato come un antesignano della moderna letteratura, liberata, grazie anche a lui, da molti tabù. Basti pensare alle avanguardie dei primi del ‘900 e in particolare ai surrealisti.

Leggete cosa scrive, sempre in “The Decay of Lying – An Observation”: “Le sole persone reali sono quelle che non sono mai esistite, e se un romanziere è abbastanza vile da ricorrere alla vita per i suoi personaggi, almeno dovrebbe fingere che siano creazioni e non vantarsi di loro come copie. La giustificazione di un personaggio in un romanzo non è che altre persone siano ciò che sono, ma che l’autore è quello che è. Altrimenti il romanzo non è un’opera d’arte.”

Nella critica ai personaggi di Zola, si trova una sua dichiarazione sulla letteratura: “Essi hanno i loro tetri vizi, e le loro virtù ancora più tetre. La documentazione della loro vita è assolutamente priva di interesse. A chi importa di cosa accade loro? Nella letteratura noi ricerchiamo distinzione, fascino, bellezza e forza fantastica. Non vogliamo essere straziati e disgustati dal resoconto delle azioni delle classi inferiori.”

L’autore ci mette davanti meticolosamente l’ampio campo di indagine sull’arte e sulla letteratura di fine Ottocento che condusse Wilde a formulare critiche spietate, che in qualche caso, si deve riconoscere, furono eccessive, ove si pensi che a distanza di tempo autori suoi contemporanei, da lui presi ad esempio di cattiva letteratura, godono ancora di stima e di buona salute, come Zola, Stevenson, Maupassant, Daudet, il poeta Wordsworth, e molti altri non risparmiati dalla mordace euforia dello scrittore di Dublino, il quale si ispirò sempre al suo convincimento che “La letteratura anticipa sempre la vita. Non la copia, ma la foggia per il suo proposito. Il diciannovesimo secolo, come lo conosciamo, è in gran parte un’invenzione di Balzac.” E anche: “Nessun grande artista vede mai le cose come sono in realtà. Se così facesse, cesserebbe di essere un artista.”

Il libro è di piacevole e istruttiva lettura. È organizzato in modo che prima vengono enunciate alcune parti importanti dell’opera esaminata, e successivamente è aperto il capitolo dedicato alla sua analisi, così che quest’ultima viene resa assai comprensibile e seguita perciò con vivo interesse.

In questa seconda fase non mancano riferimenti e confronti: si pensi in particolare a John Ruskin e a Charles Baudelaire, autore della poesia “L’amour du Mensonge”.

L’importanza del dialogo come testimonianza della supremazia della parola orale rispetto alla parola scritta è affrontato da Wilde ne “The critic as Artist”, del 1890, in cui, con il confronto tra i due personaggi Gilbert e Ernest, si sostiene anche, come scrive Vignolo Gargini, che “Il critico d’arte rivelatoci da Gilbert ha il compito di ovviare alle lacune dell’artista, mostrando le parti meno sviluppate di un’opera, le intenzioni inespresse dal creatore e i possibili sviluppi di un atto artistico apparentemente perfetto.” Ossia l’artista è completo se saprà essere anche il critico della propria opera. Appartengono a questo dialogo, le affermazioni di Gilbert che “Tutta l’arte è immorale”; “La sfera dell’Arte e la sfera dell’Etica sono assolutamente distinte e separate”; “L’estetica è più alta dell’etica” e che “le belle sterili emozioni che l’arte eccita in noi sono odiose” agli occhi della società. E anche: “qualsiasi genere d’azione appartiene alla sfera dell’etica. Il fine dell’arte è semplicemente di creare uno stato d’animo.”

L’attacco alla società, soprattutto quella vittoriana, non trova mezze misure: “la base della stabilità della società, in quanto organismo sano, è l’assenza completa di qualsiasi tipo di intelligenza tra i suoi membri.” La contrapposizione tra arte e società è netta, tutta a vantaggio della prima. Scrive l’autore: “Proseguendo l’opera di Ruskin, Morris e dei preraffaelliti in generale, Wilde avversa il progresso industriale, concependolo come un ulteriore strumento che lo stato possiede per la regolamentazione degli atti individuali.”

Wilde affronta temi che non hanno perso la loro attualità, come quello della soggettività nell’arte: “Tutta la creazione artistica è assolutamente soggettiva” e porta ad esempio Shakespeare: “è perché non ci parla mai di se stesso nei suoi drammi che i suoi drammi ce lo rivelano assolutamente, e ci mostrano la sua vera natura e il temperamento assai più completo di quanto facciano quegli stessi strani e squisiti sonetti, nei quali egli denuda davanti a occhi di cristallo il segreto recesso del suo cuore. Sì la forma oggettiva è la più soggettiva in sostanza. L’uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità.” Ed anche: “la critica più alta si occupa dell’arte non in quanto espressione, ma puramente in quanto impressione”.

L’autore offre al lettore la possibilità di seguire il pensiero di Wilde attraverso la comparazione con autori che indagarono nello stesso campo, come McLuhan, Rousseau, Lèvi-Strauss, Derida, Nietzsche, Hegel, Diderot, Schiller, Proudhon, Renan, Spencer.

Del valore delle argomentazioni portate da Wilde, e che lo confinarono in una specie di esilio dalla società civile e letteraria del suo tempo, si rese conto Thomas Mann che nel saggio del 1948, “La filosofia di Nietzsche”, fa molti accostamenti tra il pensiero del filosofo tedesco e quello di Wilde, suscitando un nuovo interesse per lo scrittore irlandese. Scrive Mann: “Naturalmente l’avvicinare Nietzsche a Wilde ha qualche cosa di sacrilego, perché quest’ultimo era un dandy e il filosofo tedesco invece una specie di santo di immoralismo. E tuttavia il dandismo di Wilde acquista attraverso il martirio più o meno volontario della sua fine, il carcere di Reading, quasi un riflesso di santità che gli avrebbe guadagnato tutta la simpatia di Nietzsche.”

Assai duro nei confronti di Wilde sarà, invece, Jean Paul Sartre che nel saggio del 1972, “Santo Genet commediante e martire”, scriverà: “Il suo ‘Bello’ è una macchina da guerra che egli destina a distruggere il Bene e non raggiunge altro risultato che di infettare gli altri con un molto sottile disfattismo.”

Nel lavoro puntuale e preciso di Vignolo Gargini, il lettore avrà modo di osservare quanto di ciò che è stato oggetto di condanna a Wilde, quella sua immoralità nell’arte e nella vita, sia stato invece assorbito dai secoli successivi, che hanno voluto raccogliere la delusione e la sofferenza lasciate come testamento nel suo “De Profundis”, scritto negli anni del carcere, in cui lo sfortunato autore risponde, ribadendo i suoi convincimenti, ai detrattori del suo tempo, e non solo.

Si è detto dell’aspra critica che Wilde rivolge alla società vittoriana. Essa trova una precisa puntualizzazione nel saggio “The Soul of Man under the socialism”, che segue di un anno “The critics as Artist”.

Scrive l’autore che “il suo attacco è sferrato contro chi determina la dipendenza fisica e morale di un essere verso un altro.” E Wilde, che si definiva “un elegante repubblicano”, scrive: “L’uomo non dovrebbe essere pronto a mostrare che può vivere come una bestia mal nutrita. Dovrebbe rifiutare di vivere così”.

È un testo per certi versi rivoluzionario, in quanto auspica la ribellione dei più deboli nei confronti delle regole oppressive della società: “È con la disobbedienza che si è realizzato il progresso, con la disobbedienza e la ribellione.”

Wilde ha come modello la Rivoluzione francese e una speciale ammirazione per il romanzo di Victor Hugo – che conobbe a Parigi – “I miserabili”. Scrive: “Ogni uomo deve essere lasciato completamente libero di scegliersi il proprio lavoro. Nessuna forma di costrizione deve essere esercitata su di lui. Altrimenti, il suo lavoro non sarà buono per lui, non sarà buono in sé, non sarà buono per gli altri.”

Se osserviamo la società di oggi, ci rendiamo conto che, come altri autori del passato – pensiamo all’italiano Tommaso Campanella -, Wilde si nutre di un’utopia che, se tenta di gettare un po’ di luce e di speranza sull’umanità, in realtà ne mostra gli invalicabili limiti: “La vera perfezione dell’uomo sta non in ciò che l’uomo possiede, ma in ciò che l’uomo è.”; “Ciò che l’uomo veramente possiede è ciò che è in lui. Ciò che è fuori di lui dovrebbe essere una cosa di nessuna importanza.”; “Con l’abolizione della proprietà privata, allora, noi potremo avere un Individualismo vero, bello, salutare. Nessuno sprecherà la sua vita ad accumulare cose e simboli di cose. Si vivrà. Vivere è la cosa più rara al mondo.”

Attenzione a non confondere il socialismo quale si è realizzato nel mondo con quello auspicato da Wilde, il quale precisa “che molte delle visioni socialiste che ho incontrato mi sembrano infettate da idee di autoritarismo, se non di reale costrizione. Ovviamente, l’autorità e la costrizione sono fuori questione. Ogni associazione deve essere del tutto volontaria. È solo nelle associazioni volontarie che l’uomo è genuino.” Come si vede vi è, oltre a quella utopistica, anche una componente profetica nella visione wildiana, che anticipa ciò che succederà nei socialismi cosiddetti reali, dove prevarranno proprio l’autoritarismo e le costrizioni. E ancora: “La forma di governo che è più adatta a un artista è nessuna forma di governo.” Wilde è più vicino ad una concezione anarchica della società che al socialismo.

Coerente alle sue idee fino in fondo, Wilde indica nell’arte “l’espressione più intensa di Individualismo che il mondo abbia conosciuto.” L’arte dovrà continuare a non subire alcuna autorità esterna, nemmeno quella del suo pubblico: “L’Arte non dovrebbe mai cercare di essere popolare. Il pubblico dovrebbe cercare di diventare artistico. C’è una differenza molto grande.” Quando Wilde parla di pubblico si riferisce soprattutto ai critici e ai giornalisti in modo speciale, che considera i rappresentanti di un potere nefasto: “Noi siamo sotto il dominio del giornalismo. In America il Presidente ‘regna’ per quattro anni, e il giornalismo regna per sempre.”; “Il fatto è che il pubblico ha una curiosità insaziabile di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena di essere conosciuto. Il giornalismo, conscio di questo, e avendo abitudini di affarista, compiace le loro richieste.”

Nel 1891 esce, dopo la prima pubblicata nel 1890, la seconda edizione de “The picture of Dorian Gray”, nella quale Wilde aggiorna la precedente prefazione, riassumendo, in un vero e proprio manifesto, i punti fondamentali della sua estetica. Il romanzo li svilupperà con un’operazione che ha in Lord Henry Wotton-Wilde il suo ispiratore.

Anche in questo caso, Vignolo Gargini non manca di indicare le influenze esercitate su Wilde dalle opere di altri scrittori, come Baudelaire e, in particolare, Joris-Karl Huysmans che, con il romanzo “À rebours” (1884), offre al personaggio Dorian Gray il modello da imitare: l’eroe decadente Des Esseintes. Come pure l’opera di Wilde lascerà, a sua volta, tracce significative ne “La morte a Venezia” di Thomas Mann, del 1912 e in “Colori proibiti” di Yoko Mishima, del 1952.

Il certosino lavoro di Marco Vignolo Gargini ci consente di acquisire, dunque, l’immagine meno conosciuta dalla maggior parte dei lettori di un autore che, raffigurato sovente come un dandy frivolo e superficiale, intento a immergersi nelle più perverse passioni della vita, si è battuto fino in fondo in nome di una libertà artistica ancora oggi non del tutto conquistata.

“Paragrafo 175. La memoria corta del 27 gennaio

L’autore denuncia con sdegno la poca attenzione che la Storia e le Istituzioni, in particolare quelle italiane, hanno dedicato alle condizioni di vita degli omosessuali durante il nazifascismo e al duro trattamento loro riservato nei campi di prigionia.

La Germania istituì la Giornata della Memoria con un discorso (che viene riportato) del 3 gennaio 1996 dell’allora presidente della Repubblica Federale tedesca, Roman Herzog, facendola coincidere con il giorno 27 gennaio 1945 in cui “i soldati russi del primo reparto facente parte della LX Armata del generale Kurockin, del 1° Fronte Ucraino del maresciallo Ivan Konev, aprirono i cancelli del Campo di concentramento e sterminio tedesco nazista di Auschwitz”. L’Italia fece lo stesso con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, ma “ci si accorge che il ‘Giorno della Memoria’ è stato istituito dal nostro Parlamento per ricordare alcune vittime italiane del nazionalsocialismo, ma non tutte. Solo gli ebrei, i prigionieri politici e quelli IMI (Internati militari italiani) fanno parte dell’elenco delle vittime citate nel testo della legge; mancano all’appello gli omosessuali, i Rom e i Sinti, i Testimoni di Geova e tutte le altre categorie presenti all’interno dei Lager.”. Ricorderà poi anche i Pentecostali e i portatori di handicap (in Appendice è riportato il resoconto stenografico della seduta della Camera dei deputati n. 725 del 24/5/2000, e altri documenti sul tema).

Marco Vignolo Gargini intende colmare questa lacuna ripercorrendo ciò che accadde in Europa alle categorie non prese in considerazione dalla legge italiana.

Si parte ricordando la devastazione di tutte le sedi dei Testimoni di Geova colpevoli di non “legittimare nessun tipo di regime aderendo a politiche che entravano in contrasto con il proprio credo.”. E si segue con i Rom e i Sinti: “La popolazione Rom e Sinti iniziò ad essere perseguitata e internata prima della guerra, già durante la preparazione e lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Berlino del 1936 furono arrestati e deportati i primi appartenenti a questa categoria, e alla fine del conflitto mondiale si presume che oltre mezzo milione di Rom e Sinti siano stati uccisi nei campi di sterminio.”; “L’aspetto più terribile della detenzione dei Rom e Sinti fu soprattutto quello degli esperimenti scientifici cui fecero da cavie, a partire dal 1943, ad Auschwitz e in altri campi di concentramento. A molti di loro furono inoculati germi e virus patogeni per osservare la reazione dell’organismo di fronte alle malattie, altri vennero obbligati a ingerire acqua salata fino alla morte. Particolarmente duro fu il trattamento riservato alle donne. Le più giovani venivano sottoposte a dolorose operazioni di sterilizzazione, mentre quelle mature erano utilizzate per riscaldare, nude, i corpi di coloro che erano stati soggetti agli esperimenti sul congelamento.”. I Rom e i Sinti perseguitati in Italia e rinchiusi nei campi di concentramento sparsi nel nord del Paese erano “italiani, ma anche di altre nazionalità; in particolare un gran numero erano Rom slavi, fuggiti in Italia dalle persecuzioni in patria. Molti di loro riuscirono a fuggire e si unirono alle bande partigiane.“.

Quando s’inizia a trattare degli omosessuali si ricorda il duro cammino da essi percorso per avere un primo riconoscimento. Ci furono contestazioni dolorose e l’autore ne ricorda due in particolare, quella di “Lunedì 30 maggio 1994” a Gerusalemme in cui l’accenno alle persecuzioni sugli omosessuali venne tacciato di blasfemia, e quella del 29 maggio 2008 a Berlino in cui gli ebrei si opposero alla parificazione delle sofferenze degli omosessuali alle loro. Gli omosessuali furono accusati di tutto, di essere “complici dei nazisti, addirittura si sono costruite teorie secondo cui il Partito Nazionalsocialista sarebbe stato fondato da omosessuali. L’origine principale di questa montatura risale agli anni ’30 e fu architettata in Unione Sovietica.”. A confermare questa tesi viene citato il libro di Wilhelm Reich, “The Sexual Revolution”, del 1945: “La stampa sovietica aveva iniziato una campagna contro l’omosessualità come manifestazione di ‘degenerazione della borghesia fascista’. Il notissimo giornalista sovietico Koltsov aveva scritto una serie di articoli sugli ‘amichetti del ministro della propaganda Goebbels’ e sulle ‘orge sessuali nei paesi fascisti’.”. Sempre nel libro si riporta quanto scriveva Gorky: “Nei paesi fascisti, l’omosessualità, rovina dei giovani, fiorisce impunemente; nel paese dove il proletariato ha audacemente conquistato il potere, l’omosessualità è stata dichiarata crimine sociale e severamente punito.”. L’Unione Sovietica puniva gli omosessuali “con cinque anni di prigione e lavori forzati, o con la deportazione in Siberia”.

Il titolo del libro di Marco Vignolo Gargini è suggerito dal film-documentario “Paragraph 175”, “diretto nel 2000 da Rop Erbestein e Jeffrey Friedman.”. Il 175 era il numero dell’articolo del codice penale tedesco che, fino al 1969, considerava l’omosessualità un reato e per il quale furono processati “circa 100.000 tedeschi”. A questo articolo, che copiava un precedente articolo 141 “di un altro codice penale promulgato nel 1507”, sono dedicati più capitoli, che ricordano come, con il numero 143, sia entrato nel codice penale prussiano e poi, con l’unificazione della Germania, abbia assunto nel codice penale tedesco il numero 175 e la seguente stesura: “L’atto osceno contro natura, che viene commesso tra persone di sesso maschile o tra uomini ed animali, è punito con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili.”. Sarà aggiornato con l’avvento di Hitler. Faccio notare che non viene inclusa la omosessualità tra le donne (ma vedremo in seguito il trattamento che sarà riservato alla omosessualità femminile), ricompresa invece nell’articolo 116 della “Constitutio Criminalis Carolina” emanata dall’imperatore del Sacro romano impero Carlo V nel 1532, “che ha fatto da modello all’intera legislazione del mondo teutonico”, il quale recitava, ben più duramente: “Inoltre, quando un uomo con un animale, un uomo con un uomo, una donna con una donna, commettono atti osceni essi hanno perso la propria vita e, secondo l’uso comune, sono condotti dalla vita alla morte con il fuoco.”. Già la Prussia con la prima stesura, nel 1794, dell’art. 143, aveva attenuato la portata dell’articolo 116, che limitò con la seguente nuova definizione: “L’atto osceno contro natura, che viene commesso tra persone di sesso maschile o tra uomini e animali, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la pena aggiuntiva dell’immediata perdita dei diritti civili.”. Il 175 sarà ancora di più attenuato introducendo la discrezionalità circa l’interdizione dai diritti civili. Infine, “Con la riunificazione delle due repubbliche tedesche del 1990 il paragrafo 175 rimase presente nel codice penale fino al 10 marzo 1994, quando fu abrogato e poi definitivamente derubricato il 13 novembre 1998.”.

Un capitolo è dedicato alla figura del medico e sessuologo tedesco Hans von Hirschfeld, morto nel 1935, “paladino di una battaglia senza precedenti per l’abrogazione del paragrafo 175.”, il quale dovette far fronte alla ostilità della popolazione del suo Paese contro la sua persona e le sue idee: nel 1907, chiamato come esperto in un processo di omosessualità, “fu pubblicamente insultato, minacciato dai movimenti nazionalisti e antisemiti”. Il medico era ebreo. Non si arrese, e nel 1919 realizzò “il suo capolavoro”, l’Institut für Sexualwissenschaft, “l’Istituto per la ricerca sessuale, sempre a Berlino nel palazzo acquistato dallo stesso Hirschfeld.”; “Il 6 maggio 1933 la furia nazista” distrusse l’Istituto e bruciò tutti i suoi documenti. Il medico, “che si trovava all’estero per tenere delle conferenze, non tornò più in Germania. Due anni e otto giorni dopo la distruzione dell’Istituto, nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno, Magnus von Hirschfeld, deluso e depresso, morì in esilio a Nizza, dove è sepolto.”.

Viene fatto riferimento alla “Notte dei lunghi coltelli”: “l’eccidio delle SA, ordinato da Hitler in persona e consumato nella notte del 30 giugno 1934, ebbe motivazioni di carattere morale oltre che politico, essendo chiaro alle autorità naziste che l’organizzazione capeggiata da Ernst Röhm propagandava il principio del Männerbund omosessuale, del cameratismo tra soldati.”. Di questo eccidio, avvenuto nella cittadina di Bad Wiessee, “località termale a sessanta chilometri da Monaco di Baviera”, troviamo una efficace descrizione nel film di Luchino Visconti, “La caduta degli dei”, del 1969.

Hitler, coadiuvato dal comandante delle SS Heinrich Himmler (in Appendice troveremo il “Discorso sull’omosessualità tenuto da Heinrich Himmler il 18 febbraio 1937 ai generali delle SS”), fu spietato con gli omosessuali, considerandoli “nemici dell’ordine pubblico e potenziali sovvertitori del regime politico.”. Durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, “centinaia di omosessuali furono internati per ‘ripulire le strade’.”

Il nazismo si occupò anche delle donne omosessuali, senza però includerle nel paragrafo 175; furono rese riconoscibili con un triangolo nero appuntato sulla divisa, “essendo considerate ‘asociali’ e classificate come pervertite, alla stregua delle prostitute.”. Agli uomini, invece, i nazisti applicarono un triangolo rosa, che appare in copertina del libro.

Sugli omosessuali, soprattutto quelli “abituali”, furono compiute le più orribili persecuzioni; si arrivò al trapianto di testicoli sani fino addirittura alla lobotomizzazione. Il medico danese Carl Værnet si distinse per questi diabolici esperimenti: “A tutt’oggi non abbiamo una cifra precisa che attesti quanti omosessuali siano stati arrestati, deportati e sterminati nei campi di concentramento, specie nel periodo finale del secondo conflitto.”.

Il libro, al termine, riporta i titoli di alcune opere teatrali e cinematografiche che hanno avuto come tema la persecuzione dell’omosessualità e tratteggia una breve biografia dei loro protagonisti.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart