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Vignolo Gargini, Marco

7 novembre 2007

Oscar Wilde – Il critico artista

“Oscar Wilde – Il critico artista” (2007)

Prospettiva editrice, pagg. 230, euro 12

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, ha al suo attivo numerosi impegni teatrali sia nella veste di attore che in quella di regista; è assiduo traduttore di testi di autori come Rimbaud, Skakespeare, Wilde. Ha già pubblicato i romanzi “Bela Lugosi è morto”, Fazi editore e “Il sorriso di Atlantide”, Prospettiva editrice, la stessa che edita ora questo saggio.

Nel 2003 un suo articolo, richiestogli dal Prof. André Guyaux della Sorbona di Parigi, è stato pubblicato sulla rivista francese nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona e l’Università di Bergamo. Nello stesso anno è stato inserito nella “Storia della letteratura italiana contemporanea” curata dal Prof. Neuro Bonifazi dell’Università di Urbino, che ha la prefazione del Prof. Giorgio Luti dell’Università di Firenze.

Faccio un’eccezione rispetto al mio campo di indagine, che è quello della narrativa italiana e straniera, giacché sono rimasto incuriosito da questo saggio di un amico che incontro spesso nella mia città, il quale prende in esame un autore di tutto rispetto, e non facile, come l’irlandese Oscar Wilde, che ha lasciato una impronta indelebile nella letteratura contemporanea.

Vignolo Gargini non usa perifrasi o mezze misure nel difendere Wilde dai troppi critici che hanno messo l’accento più sul dandy che sull’artista e le sue opere, a partire da Gide che passò da una ammirazione assoluta al dispregio della sua arte fino ad affermare che Wilde non era uno scrittore per arrivare, in casa nostra, a Mario Praz.

Il saggio è molto articolato e documentato da una larga serie di riferimenti e citazioni, che rendono giustizia al lungo e paziente lavoro di ricerca di Vignolo Gargini.

Sono prese in considerazione e puntualmente analizzate le seguenti opere: “The Decay of Lying – An Observation” (“La decadenza della menzogna”, 1889); “The Critic as Artist – With some remarks upon the art of doing nothing” (“Il Critico come Artista”, 1890); “The picture of Dorian Gray” (“Il ritratto di Dorian Gray, 1890); “The Soul of Man under Socialism” (“L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, 1891).

La decadenza della menzogna, ossia quella che gli inglesi definiscono fiction, è uno dei più importanti motivi della crisi dell’arte nel XIX secolo: “La menzogna e la poesia sono arti – arti, come vide Platone, non senza legami fra loro – e richiedono lo studio più accurato, la devozione più disinteressata. Difatti, possiedono la loro tecnica, proprio come le arti più materiali della pittura e della scultura, i loro sottili segreti di forma e di colore, i loro misteri artigianali, i loro deliberati metodi artistici.” La natura è piena di difetti e “L’arte è la nostra vivace protesta, il nostro fiero tentativo di istruire la Natura nello stare al posto giusto.” È per questi motivi che Wilde si schiererà ferocemente contro il naturalismo di Émile Zola (“la sua opera è completamente sbagliata dall’inizio alla fine, e sbagliata non sul piano della morale, ma sul piano dell’arte.”) e, nella pittura, contro il realismo di Gustave Courbet. Anche il realismo di Maupassant viene passato a fil di spada: “Il signor Guy de Maupassant, con la sua ironia intensa e mordace e il suo stile duro e vivido, spoglia la vita di quei pochi poveri stracci che ancora la ricoprono, e ci mostra oscena piaga e ferita suppurata. Egli scrive luride piccole tragedie nelle quali ognuno è ridicolo; commedie amare di cui non si può ridere per via delle lacrime.”

Wilde fu uno scomodo contemporaneo per molti artisti. Il suo anticonformismo, sebbene si cercasse di isolarlo, mise a segno molte frecce, al punto che oggi egli può essere indicato come un antesignano della moderna letteratura, liberata, grazie anche a lui, da molti tabù. Basti pensare alle avanguardie dei primi del ‘900 e in particolare ai surrealisti.

Leggete cosa scrive, sempre in “The Decay of Lying – An Observation”: “Le sole persone reali sono quelle che non sono mai esistite, e se un romanziere è abbastanza vile da ricorrere alla vita per i suoi personaggi, almeno dovrebbe fingere che siano creazioni e non vantarsi di loro come copie. La giustificazione di un personaggio in un romanzo non è che altre persone siano ciò che sono, ma che l’autore è quello che è. Altrimenti il romanzo non è un’opera d’arte.”

Nella critica ai personaggi di Zola, si trova una sua dichiarazione sulla letteratura: “Essi hanno i loro tetri vizi, e le loro virtù ancora più tetre. La documentazione della loro vita è assolutamente priva di interesse. A chi importa di cosa accade loro? Nella letteratura noi ricerchiamo distinzione, fascino, bellezza e forza fantastica. Non vogliamo essere straziati e disgustati dal resoconto delle azioni delle classi inferiori.”

L’autore ci mette davanti meticolosamente l’ampio campo di indagine sull’arte e sulla letteratura di fine Ottocento che condusse Wilde a formulare critiche spietate, che in qualche caso, si deve riconoscere, furono eccessive, ove si pensi che a distanza di tempo autori suoi contemporanei, da lui presi ad esempio di cattiva letteratura, godono ancora di stima e di buona salute, come Zola, Stevenson, Maupassant, Daudet, il poeta Wordsworth, e molti altri non risparmiati dalla mordace euforia dello scrittore di Dublino, il quale si ispirò sempre al suo convincimento che “La letteratura anticipa sempre la vita. Non la copia, ma la foggia per il suo proposito. Il diciannovesimo secolo, come lo conosciamo, è in gran parte un’invenzione di Balzac.” E anche: “Nessun grande artista vede mai le cose come sono in realtà. Se così facesse, cesserebbe di essere un artista.”

Il libro è di piacevole e istruttiva lettura. È organizzato in modo che prima vengono enunciate alcune parti importanti dell’opera esaminata, e successivamente è aperto il capitolo dedicato alla sua analisi, così che quest’ultima viene resa assai comprensibile e seguita perciò con vivo interesse.

In questa seconda fase non mancano riferimenti e confronti: si pensi in particolare a John Ruskin e a Charles Baudelaire, autore della poesia “L’amour du Mensonge”.

L’importanza del dialogo come testimonianza della supremazia della parola orale rispetto alla parola scritta è affrontato da Wilde ne “The critic as Artist”, del 1890, in cui, con il confronto tra i due personaggi Gilbert e Ernest, si sostiene anche, come scrive Vignolo Gargini, che “Il critico d’arte rivelatoci da Gilbert ha il compito di ovviare alle lacune dell’artista, mostrando le parti meno sviluppate di un’opera, le intenzioni inespresse dal creatore e i possibili sviluppi di un atto artistico apparentemente perfetto.” Ossia l’artista è completo se saprà essere anche il critico della propria opera. Appartengono a questo dialogo, le affermazioni di Gilbert che “Tutta l’arte è immorale”; “La sfera dell’Arte e la sfera dell’Etica sono assolutamente distinte e separate”; “L’estetica è più alta dell’etica” e che “le belle sterili emozioni che l’arte eccita in noi sono odiose” agli occhi della società. E anche: “qualsiasi genere d’azione appartiene alla sfera dell’etica. Il fine dell’arte è semplicemente di creare uno stato d’animo.”

L’attacco alla società, soprattutto quella vittoriana, non trova mezze misure: “la base della stabilità della società, in quanto organismo sano, è l’assenza completa di qualsiasi tipo di intelligenza tra i suoi membri.” La contrapposizione tra arte e società è netta, tutta a vantaggio della prima. Scrive l’autore: “Proseguendo l’opera di Ruskin, Morris e dei preraffaelliti in generale, Wilde avversa il progresso industriale, concependolo come un ulteriore strumento che lo stato possiede per la regolamentazione degli atti individuali.”

Wilde affronta temi che non hanno perso la loro attualità, come quello della soggettività nell’arte: “Tutta la creazione artistica è assolutamente soggettiva” e porta ad esempio Shakespeare: “è perché non ci parla mai di se stesso nei suoi drammi che i suoi drammi ce lo rivelano assolutamente, e ci mostrano la sua vera natura e il temperamento assai più completo di quanto facciano quegli stessi strani e squisiti sonetti, nei quali egli denuda davanti a occhi di cristallo il segreto recesso del suo cuore. Sì la forma oggettiva è la più soggettiva in sostanza. L’uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità.” Ed anche: “la critica più alta si occupa dell’arte non in quanto espressione, ma puramente in quanto impressione”.

L’autore offre al lettore la possibilità di seguire il pensiero di Wilde attraverso la comparazione con autori che indagarono nello stesso campo, come McLuhan, Rousseau, Lèvi-Strauss, Derida, Nietzsche, Hegel, Diderot, Schiller, Proudhon, Renan, Spencer.

Del valore delle argomentazioni portate da Wilde, e che lo confinarono in una specie di esilio dalla società civile e letteraria del suo tempo, si rese conto Thomas Mann che nel saggio del 1948, “La filosofia di Nietzsche”, fa molti accostamenti tra il pensiero del filosofo tedesco e quello di Wilde, suscitando un nuovo interesse per lo scrittore irlandese. Scrive Mann: “Naturalmente l’avvicinare Nietzsche a Wilde ha qualche cosa di sacrilego, perché quest’ultimo era un dandy e il filosofo tedesco invece una specie di santo di immoralismo. E tuttavia il dandismo di Wilde acquista attraverso il martirio più o meno volontario della sua fine, il carcere di Reading, quasi un riflesso di santità che gli avrebbe guadagnato tutta la simpatia di Nietzsche.”

Assai duro nei confronti di Wilde sarà, invece, Jean Paul Sartre che nel saggio del 1972, “Santo Genet commediante e martire”, scriverà: “Il suo ‘Bello’ è una macchina da guerra che egli destina a distruggere il Bene e non raggiunge altro risultato che di infettare gli altri con un molto sottile disfattismo.”

Nel lavoro puntuale e preciso di Vignolo Gargini, il lettore avrà modo di osservare quanto di ciò che è stato oggetto di condanna a Wilde, quella sua immoralità nell’arte e nella vita, sia stato invece assorbito dai secoli successivi, che hanno voluto raccogliere la delusione e la sofferenza lasciate come testamento nel suo “De Profundis”, scritto negli anni del carcere, in cui lo sfortunato autore risponde, ribadendo i suoi convincimenti, ai detrattori del suo tempo, e non solo.

Si è detto dell’aspra critica che Wilde rivolge alla società vittoriana. Essa trova una precisa puntualizzazione nel saggio “The Soul of Man under the socialism”, che segue di un anno “The critics as Artist”.

Scrive l’autore che “il suo attacco è sferrato contro chi determina la dipendenza fisica e morale di un essere verso un altro.” E Wilde, che si definiva “un elegante repubblicano”, scrive: “L’uomo non dovrebbe essere pronto a mostrare che può vivere come una bestia mal nutrita. Dovrebbe rifiutare di vivere così”.

È un testo per certi versi rivoluzionario, in quanto auspica la ribellione dei più deboli nei confronti delle regole oppressive della società: “È con la disobbedienza che si è realizzato il progresso, con la disobbedienza e la ribellione.”

Wilde ha come modello la Rivoluzione francese e una speciale ammirazione per il romanzo di Victor Hugo – che conobbe a Parigi – “I miserabili”. Scrive: “Ogni uomo deve essere lasciato completamente libero di scegliersi il proprio lavoro. Nessuna forma di costrizione deve essere esercitata su di lui. Altrimenti, il suo lavoro non sarà buono per lui, non sarà buono in sé, non sarà buono per gli altri.”

Se osserviamo la società di oggi, ci rendiamo conto che, come altri autori del passato – pensiamo all’italiano Tommaso Campanella -, Wilde si nutre di un’utopia che, se tenta di gettare un po’ di luce e di speranza sull’umanità, in realtà ne mostra gli invalicabili limiti: “La vera perfezione dell’uomo sta non in ciò che l’uomo possiede, ma in ciò che l’uomo è.”; “Ciò che l’uomo veramente possiede è ciò che è in lui. Ciò che è fuori di lui dovrebbe essere una cosa di nessuna importanza.”; “Con l’abolizione della proprietà privata, allora, noi potremo avere un Individualismo vero, bello, salutare. Nessuno sprecherà la sua vita ad accumulare cose e simboli di cose. Si vivrà. Vivere è la cosa più rara al mondo.”

Attenzione a non confondere il socialismo quale si è realizzato nel mondo con quello auspicato da Wilde, il quale precisa “che molte delle visioni socialiste che ho incontrato mi sembrano infettate da idee di autoritarismo, se non di reale costrizione. Ovviamente, l’autorità e la costrizione sono fuori questione. Ogni associazione deve essere del tutto volontaria. È solo nelle associazioni volontarie che l’uomo è genuino.” Come si vede vi è, oltre a quella utopistica, anche una componente profetica nella visione wildiana, che anticipa ciò che succederà nei socialismi cosiddetti reali, dove prevarranno proprio l’autoritarismo e le costrizioni. E ancora: “La forma di governo che è più adatta a un artista è nessuna forma di governo.” Wilde è più vicino ad una concezione anarchica della società che al socialismo.

Coerente alle sue idee fino in fondo, Wilde indica nell’arte “l’espressione più intensa di Individualismo che il mondo abbia conosciuto.” L’arte dovrà continuare a non subire alcuna autorità esterna, nemmeno quella del suo pubblico: “L’Arte non dovrebbe mai cercare di essere popolare. Il pubblico dovrebbe cercare di diventare artistico. C’è una differenza molto grande.” Quando Wilde parla di pubblico si riferisce soprattutto ai critici e ai giornalisti in modo speciale, che considera i rappresentanti di un potere nefasto: “Noi siamo sotto il dominio del giornalismo. In America il Presidente ‘regna’ per quattro anni, e il giornalismo regna per sempre.”; “Il fatto è che il pubblico ha una curiosità insaziabile di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena di essere conosciuto. Il giornalismo, conscio di questo, e avendo abitudini di affarista, compiace le loro richieste.”

Nel 1891 esce, dopo la prima pubblicata nel 1890, la seconda edizione de “The picture of Dorian Gray”, nella quale Wilde aggiorna la precedente prefazione, riassumendo, in un vero e proprio manifesto, i punti fondamentali della sua estetica. Il romanzo li svilupperà con un’operazione che ha in Lord Henry Wotton-Wilde il suo ispiratore.

Anche in questo caso, Vignolo Gargini non manca di indicare le influenze esercitate su Wilde dalle opere di altri scrittori, come Baudelaire e, in particolare, Joris-Karl Huysmans che, con il romanzo “À rebours” (1884), offre al personaggio Dorian Gray il modello da imitare: l’eroe decadente Des Esseintes. Come pure l’opera di Wilde lascerà, a sua volta, tracce significative ne “La morte a Venezia” di Thomas Mann, del 1912 e in “Colori proibiti” di Yoko Mishima, del 1952.

Il certosino lavoro di Marco Vignolo Gargini ci consente di acquisire, dunque, l’immagine meno conosciuta dalla maggior parte dei lettori di un autore che, raffigurato sovente come un dandy frivolo e superficiale, intento a immergersi nelle più perverse passioni della vita, si è battuto fino in fondo in nome di una libertà artistica ancora oggi non del tutto conquistata.


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Bart